Les nouveaux réalistes: Mattia Azzini

Anestesia prolungata
di
Mattia Azzini
Vicolo Hertz 3: non c’era scritto altro. Il biglietto era appeso alla porta d’ingresso, scritto con un pennarello rosso, in una grafia spigolosa. Pensavo fosse opera di un corriere, che volesse avvisarmi che un pacco era a un fermopoint. Controllai i tracking, ma la decina di spedizioni risultavano tutte consegnate ieri.
Strappai il biglietto ed entrai in casa. Mi ripetevo in continuazione quell’indirizzo, nella speranza che mi evocasse qualcosa: non mi suggeriva nulla.
Posai lo zaino sul tavolo, mi tolsi il cappotto e controllai sul web se trovassi qualche indizio: nient’altro che un vicolo anonimo, senza negozi o uffici nei dintorni. Vera non era ancora rientrata, avrebbe terminato il turno la mattina; dacché era diventata anestesista la vedevo sempre meno. In casa si sentivano solo dei remoti lamentii provenienti dal frigorifero; fuori solo un latrato insistente in lontananza. Mi sentivo la testa pesante, non riuscivo nemmeno a ricordare cos’avessi fatto il giorno stesso, pensai fosse conseguenza del troppo lavoro.
Mi abbandonai sul divano e, come ogni sera, incollai il mio sguardo al telefono, finché le palpebre iniziarono a farsi pesanti. Tik Tok, You Tube, Instagram, Facebook, una sbirciata alle notizie e di nuovo, un altro giro di giostra sui vari social; sempre nello stesso rigoroso ordine, finché scivolavo nelle braccia di morfeo, mentre i reels scorrevano da soli.
L’indomani, dopo il routinario controllo notifiche– che quasi mai si limitava alle notifiche –, afferrai il biglietto, che era ancora sul tavolo. Quel pomeriggio avrei dovuto incontrare un fornitore, perciò la mattina avrei potuto fare un sopraluogo in Vicolo Hertz 3, e capire che legame avessi con quest’indirizzo. Era in una zona della città da me ancora inesplorata; raggiunsi il luogo in auto, rischiando, a metà tragitto, di tamponare un auto mentre sogguardavo gli highlights di Napoli-Inter. Parcheggiai l’auto a qualche minuto di distanza e raggiunsi il luogo ignoto a piedi. Controllai il telefono: non avevo ricevuto ancora alcun messaggio da Vera. Avrebbe dovuto essere a casa da due ore, tuttavia, capitava spesso che il suo turno si protraesse oltre. Le scrissi che se non mi avesse visto rientrare entro un’ora, significava che ero stato smembrato e cannibalizzato. In quel periodo riempievo il tempo libero – sebbene definirlo libero possa risultare eufemismo – con decine di documentari sui profili psicologici dei peggiori – o migliori, a seconda del punto di vista – serial killer della storia. Ciò spiega la mia temporanea ossessione di imbattermi in un altro Macellaio di Rostov.
Il vicolo era schiacciato tra due palazzi, alla cui sinistra in tempi lontani c’era un ristorante – intuibile dalla scritta in corsivo Otium Ristorante pizzeria sulle ampie vetrate polverose –, mentre a destra c’era un graffito: un uomo di fronte a uno schermo mentre si masturbava. Il protagonista era rappresentato con i capelli scarmigliati e gli occhi attraversati da centinaia di capillari danneggiati, come tanti fulmini rossi; una mano era sul membro, l’altra impugnava una sega a mano, puntata al collo. Ne percorsi quasi tutta la lunghezza controllando nel frattempo gli sconti del Black Friday: ero indeciso tra un Black & Decker a percussione con impugnatura supplementare e delle cuffie Bose con cancellazione del rumore e suono lossless. Prima di raggiungere la destinazione, acquistai entrambi; sentii un fremito di piacere per il mio ennesimo investimento del mese.
Il vicolo era silenzioso e immobile: la carcassa di una bicicletta senza ruote giaceva vicino al luogo d’arrivo. Un gatto spelacchiato acciambellato in centro al vicolo, mi fissava sospettoso; anche un’anziana al secondo piano faceva da vedetta – erano le uniche imposte aperte di tutto il vicolo –, mi osservava, con espressione divertita.
Sogghignò per qualche secondo. «Finalmente. Ce ne hai messo di tempo» disse l’anziana.
Ero convinto mi avesse scambiato per qualcun altro, non la considerai. Liquidai la conversazione con un cenno del capo; sbloccai per l’ennesima volta il telefono senza una ragione. Mi avvicinai al numero 3: era una casa vecchia, la vernice grigia era scrostata e la porta era logora dalle intemperie, ma pareva essere molto pesante. Iniziò a non allettarmi più l’idea di sapere che cosa ci fosse sotto dietro a quell’indirizzo. Mi balenò per la mente, però, che qualcuno volesse un luogo appartato per parlare in privato. Mi avvicinai alla porta, persuaso dalla mia teoria. Notai che la porta era socchiusa. Mentre immaginavo chi ci fosse oltre quella porta, la aprii di colpo. Era una stanza singola e umida, con al centro una scrivania e una sedia, entrambe vecchie e logore quanto la porta. Nessuno che mi aspettasse. Feci due passi e osservai lo spazio circostante. Due cavi elettrici penzolavano dal centro del soffitto e l’unica fonte d’illuminazione proveniva da una misera finestra ovale sulla parete sinistra. Sulla scrivania c’era un sacchetto bianco, due bottiglie d’acqua, dei fogli e una penna. Prima che potessi avvicinarmi alla scrivania, per vedere cosa ci fosse scritto sui fogli, scattò la serratura 4 volte. L’euforia post-shopping non era svanita, anzi, pensai che quello non fosse altro che uno scherzo. Non è il mio compleanno però, pensai. Sfilai dalla tasca il telefono, in attesa che qualcuno si palesasse. Iniziai con il solito tour dei social: ma non riuscivo a caricare la feed di Tik Tok. In alto a destra le tacche erano trasparenti: non c’era alcun segnale. Provai ad aprire tutte le applicazioni, sperando invano in un’improvvisa ricomparsa di anche solo una tacca. Nulla.
Il passo successivo fu quello di prendere a calci e pugni la porta, con il risultato di una sbucciatura su un paio di nocche. Iniziai a urlare; probabilmente gli unici a sentirmi furono l’anziana e il gatto. Smisi quando sentii un fruscio: da sotto la porta era comparso un foglio spiegazzato.
Caro Raffaele,
ti informo che dovrai passare per le prossime 48 ore qui dentro e no, non è uno scherzo. Ti chiederai perché proprio qui? Perché in quest’edificio non c’è segnale perciò non potrai trascorrere il tempo come spesso fai, scrollando verso il basso; anestetizzandoti per ore. Nell’ultimo anno hai passato più di 2500 ore sulle tue applicazioni preferite (le chiamate e i messaggi esclusi). Ogni volta dici che inizierai a dare una svolta alla tua vita, ma poi? Ti sdrai sul divano e non fai altro che farti risucchiare quotidianamente da un vortice di nulla cosmico. Senza contare la quantità di soldi che hai dilapidato (escludendo quelli che Vera non sa, giusto?) in cazzate.
Dietro a questi tuoi comportamenti non c’è che una volontà disperata di fuggire da te stesso. Oggi ti do io una bella notifica: non si scappa da nessuna parte. Urla quanto ti pare, l’edificio è stato selezionato proprio perché l’ultima rimasta qui in zona è la signora Selene; lei non dirà nulla a nessuno ;)
Davanti a te c’è ciò di cui hai bisogno: acqua, pane e fogli bianchi per scrivere. Sbizzarrisciti. Vera sa tutto, non preoccuparti. Secondo te chi ha rimediato il mix di anestetici cerebrali e modulatori neurochimici che avrebbero rimosso le tue ultime 24 ore? Mi auguro ti siano passati i postumi. Buona permanenza.
Te stesso.
La lessi almeno 3 volte, dopodiché tornai a prendere a calci la porta, inutilmente. Ricordo che quando mi girai, la vista di quei fogli bianchi mi causarono lo stesso effetto di quando, a 13 anni, attraversai per la prima volta un ponte tibetano.
Sentii una mano posarsi sulla mia spalle. «Sei libero», era Vera. Avevo riempito tutti i fogli che avevo a disposizione; stavo cercando gli ultimi bordi rimasti liberi per consumare anche quelli. Mi sentivo spossato, con i crampi allo stomaco sempre più spietati, ma al contempo svuotato, come se fossi riuscito a sollevare una chiusa idraulica che impediva il flusso dell’acqua: causando un’esondazione.
Ho venduto tre quarti della roba acquistata negli ultimi anni e ho acquistato la stanza in vicolo Hertz 3: non l’ho cambiata di una virgola dalla prima volta in cui sono entrato. Ho solo portato fuori un paio di ciotole per Pascal – così ho chiamato il gattino smunto che bazzicava qui in giro – e ho portato un’altra sedia, per quando Selena passa a portarmi una tazza di caffè.
