AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera
AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera
AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera
Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.
da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni
L’isola che muta
di
Nadia Cavalera
Il mare aveva quella luce che confonde le distanze.
Non si capiva più dove finisse l’acqua e dove cominciasse il cielo.
Sbarcai a Carloforte con una valigia, un registratore e un nastro che non avevo mai osato ascoltare.
Lo avevo trovato tra i libri di mio padre, in una custodia di cuoio annerita. Sopra, a penna: Tullio Saba — voce uno.
Mi tornò in mente che da bambina lo sentivo parlare al magnetofono, come se si confessasse a una macchina che non lo avrebbe giudicato. Diceva che le parole erano onde: si formano solo se qualcuno respira, poi si dissolvono.
Premetti “play”. Un fruscio, poi la voce, roca come un vento di sale:
«Io non sono mai stato uno. Dentro di me ho sempre sentito cantare più di un nome. Alcuni parlavano sardo, altri in un italiano finto da città. C’era chi pregava e chi bestemmiava, chi voleva morire e chi imparava a rinascere ogni mattina. Forse tutti erano io, o forse nessuno lo era.»
Mi parve che il mare, fuori, ripetesse le sue parole.
Guardai lo scoglio a cui Atzeni si era aggrappato per un’ora intera prima che l’onda lo risucchiasse. Pensai che anche lui, come mio padre, aveva cercato di restare aggrappato a qualcosa — forse a un nome, a un’idea di sé, o solo a un respiro.
Sul secondo nastro, la voce era diversa.
«Oggi credo che l’io sia una confederazione di anime», diceva. «Una di loro scrive, una tace, un’altra distrugge quello che l’altra ha scritto. La normalità è solo un armistizio momentaneo. Il giorno in cui vinse la voce del silenzio, smisi di lavorare e cominciai a camminare.»
Era il periodo in cui si era ritirato a Orgosolo.
Dicevano che parlava con gli alberi.
Forse erano solo i suoi altri io che cercavano un corpo dove posarsi.
Dormii poco quella notte.
Sognai una città che galleggiava sul mare, fatta di case che si spostavano ogni volta che cambiava il vento.
C’erano uomini con molte facce, donne che si specchiavano in specchi d’acqua, bambini che ridevano e poi sparivano in un’altra voce.
Tutti dicevano di chiamarsi come me.
Al risveglio presi il terzo nastro.
Un respiro lungo, poi la frase:
«Quando morirò, non sarà uno a morire. Moriranno in molti. Ma resteranno nel vento. Tu li sentirai, se saprai ascoltare.»
Uscii fuori e il maestrale mi fece barcollare.
Ogni folata era come un frammento di voce: spezzato, ma vivo.
Pensai che la vita è un archivio di correnti, una lotta tra io che cercano di non annegare.
Camminai fino alla riva.
Il mare non separava più nulla.
Era la lingua di tutti gli io possibili.
Lì compresi che non dovevo scegliere chi essere, ma lasciarmi attraversare — come acqua tra acqua.
Forse era questo che voleva dire Atzeni:
passare sulla terra leggeri, senza pretendere di restare.
Il giorno dopo, sul far del mattino, il vento di levante aveva spazzato via le nuvole.
Nel silenzio dopo la tempesta, il mare pareva un animale addormentato che respirava appena.
Camminai fino alla punta dove finisce la terra: la chiamano “la lingua di Pietra”.
Lì aprii il registratore, ma invece del fruscio dei nastri sentii una voce diversa, più giovane, più vicina.
«E scoprirai quello che resta di un uomo…» Non era mio padre.
Era come se parlasse attraverso di lui: la voce di qualcuno che aveva scritto quelle parole prima di morire, e che ora le ripeteva con un tono che sapeva di mare.
Mi guardai intorno: nessuno. Solo una fila di gabbiani, immobili, come in ascolto.
Allora capii: ciò che resta di un uomo non è ciò che ha detto, ma ciò che gli altri ricordano di avergli sentito dire.
Ogni ricordo è un nuovo autore, ogni eco è una riscrittura.
Sulla sabbia comparvero delle orme minuscole, come di bambino.
Le seguii fino a una piccola cala, dove il vento aveva scavato nel terreno una conca d’acqua salmastra.
Nel riflesso vidi il mio volto, ma era mutevole: la ragazza che ero stata, il padre che avevo cercato, la vecchia che forse sarei diventata.
Uno dopo l’altro, si sovrapponevano e si dissolvevano.
Maschinganna comparve allora — o forse fu la mia mente a inventarlo.
Aveva il volto di tutti e di nessuno: a volte bambina, a volte donna, a volte porcellino arancione che scappava ridendo tra i cespugli.
«Tu mi cercavi?»
«Cercavo mio padre.»
«E l’hai trovato?»
«Forse. Ma non so chi sia.»
«È quello che accade a tutti. Ogni volta che nomini un uomo, ne crei uno nuovo. Il resto lo fa la memoria: ricama, dimentica, trasforma. Tu sei il suo ultimo travestimento.»
Risi, o forse piansi — non saprei dire.
L’acqua nella conca tremava: in ogni increspatura apparivano frammenti di altre vite.
Mio padre giovane che rideva con gli operai della miniera.
Atzeni che scriveva sulla macchina da scrivere, col mare alle spalle.
Una donna qualunque che, al tramonto, sussurrava parole per non sentirsi sola.
Tutte e tutti erano lo stesso essere in metamorfosi.
Capivo allora ciò che Nietzsche aveva detto: un io plurimo, una colonia di anime.
Ognuna cercava di salire a galla, di farsi voce, di respirare almeno per un istante.
Ecco perché scriviamo, pensai: per dare fiato ai nostri altri sé.
Mi sedetti a terra.
Il registratore, posato accanto, sussurrava frasi che non ricordavo di aver inciso.
«Non temere il movimento.
Ogni nome è una corrente.
L’unica colpa è voler restare fermi.»
Allora parlai anch’io nel microfono, senza pensare:
«Non so chi io sia. Forse sono la somma delle voci che ho amato, o quelle che ho perso. Forse sono soltanto il mare che le mescola.»
Il vento portò via le parole, ma non era una perdita: era un passaggio.
Come l’acqua che scorre da una sorgente all’altra, da una bocca all’altra.
Capivo che ogni “io” è un equilibrio provvisorio, una tregua tra molte forze che litigano per dire “io”. E che la memoria — questa fragile corrente di suoni e immagini — è l’unico modo che abbiamo di non dissolverci del tutto.
Mi alzai.
In lontananza, il mare si increspava di nuovo: migliaia di piccole onde, tutte diverse, tutte uguali.
Forse ognuna era una voce, un ricordo, un nome.
Mio padre, Atzeni, Maschinganna, me stessa.
Tutte che passavano, leggere, sulla terra e sull’acqua.
E mi parve che l’isola respirasse.
Non era più deserta, né separata: era un corpo vivo, una coalizione di coscienze in movimento.
Allora spensi il registratore.
Non serviva più ascoltare: il suono era dentro.
Camminai verso l’entroterra, dove la luce cambiava colore.
Avevo la sensazione che, a ogni passo, nascesse un altro io: uno che capiva, uno che ricordava, uno che rideva.
Tutti, insieme, facevano un solo respiro.
“E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.”
Io l’ho scoperto qui, sull’isola che muta. Resta il suono dell’acqua.
E un nome che cambia voce ogni volta che lo si pronuncia.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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