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Les nouveaux réalistes: Gino Ciaglia

Le cose si spostano
di
Gino Ciaglia

Nostro nonno collezionava impianti stereo rotti. Se qualcuno gli diceva: «Che bella passione», si sentiva rispondere: «La passione è una cosa da froci».
Infatti, noi che lo conoscevamo bene, sapevamo che la sua non era una passione, né lui era il tipo che rifà il trucco alle cose vecchie per farle sembrare moderne. Era semplicemente incapace di buttare via qualcosa che avesse toccato la nonna, o che avesse anche solo guardato. Gli impianti stereo erano dodici, e ognuno aveva il nome di un santo scritto su nastro adesivo, in stampatello, col pennarello indelebile, come fanno gli animatori con i bambini al campo estivo.
Li teneva in cantina, allineati contro il muro di cemento umido come militari in attesa di ordini. Ognuno aveva qualcosa che non andava: uno non leggeva i CD, un altro aveva il volume bloccato al massimo, un altro ancora aveva perso l’antenna e captava solo una stazione rumena che trasmetteva canzoni folk.
Quando sono andato a svuotare la cantina, dopo, ho trovato anche i manuali. Li aveva conservati tutti. Li aveva messi dentro buste di plastica trasparenti, quelle con la chiusura a zip, e li aveva etichettati col nome e l’anno di acquisto. Il manuale del primo impianto era del 1977.
Lui aveva quarant’anni.
Io due.

L’appartamento ci ha messo tre settimane a sembrare vuoto. Non tanto per le cose ‒ quelle le abbiamo smaltite in fretta, a parte gli impianti stereo su cui siamo rimasti fermi per un po’ ‒ ma per via dell’aria. L’aria di un appartamento abitato per cinquant’anni ha una consistenza diversa. Entra nei polmoni in modo diverso.
Lisa, mia sorella, dice che è la polvere, che la polvere vecchia ha un odore da sciroppo per la tosse scaduto. Non ha tutti i torti. Ma io sento le voci: rimangono nelle pareti come il fumo di sigaretta e la fuliggine del caminetto, e credo che ci voglia del tempo prima che escano.
Il nonno fumava a ritmi tali che se Fabrizio De André fosse stato suo amico, avrebbe buttato via la propria sigaretta e gli avrebbe detto: “E cazzo, Pino, almeno tu smettila!” E parlava anche molto, e ad alta voce, anche quando era solo. Soprattutto quando era solo. Aveva iniziato quando la nonna se n’era andata ‒ questo è il termine che ha sempre usato, se n’era andata, come se avesse preso un treno e lui non fosse stato via di casa per sette anni. Aveva continuato a ragionare ad alta voce per abitudine, e poi l’abitudine era diventata un metodo, e il metodo era diventato una specie di compagnia, come una tv senza telecomando bloccata sullo stesso canale.
Negli ultimi mesi, quando Lisa e io lo sentivamo dalla nostra stanza che discuteva con la lista della spesa ci sembrava imbarazzante.
«Trenta grammi di prosciutto cotto non bastano, Marialuisa».
«E allora prendi il petto di pollo, dai».
«Il petto di pollo non lo mangiano».
«E allora cosa mangiano?»
«Boh. Le merendine».
Avevamo sette e cinque anni, Lisa più piccola, e ridevamo sotto le coperte cercando di non fare rumore.

Gli impianti stereo li abbiamo portati all’isola ecologica un martedì mattina. Quando li ho portati dalla cantina alla macchina, infilandoli sul sedile posteriore e nel bagagliaio, mi sono reso conto che erano pesanti in modo… sgradevole, si avvertiva il peso morto di una cosa che ha smesso di funzionare.
«Secondo te perché li teneva?» ha chiesto Lisa ferma a un semaforo.
«Che cazzo ne so. Nostalgia?»
Lisa ha stretto le mani sul volante. È una di quelle persone che hanno bisogno che le cose abbiano un senso, che ci sia sempre una spiegazione. Fa l’insegnante di matematica e crede nella dimostrabilità delle proposizioni. Io faccio il grafico e al massimo credo nella dimostrabilità delle proporzioni.
«Io mi sono sempre chiesto perché aveva dato a ognuno il nome di un santo». Lisa ha fatto una piccola risata che non era del tutto una risata. «In verità vi dico… oggi uno di voi mi manderà in corto circuito!»

All’isola ecologica c’era un uomo coi guanti gialli e la pettorina arancione che prendeva le cose e le metteva nei cassoni. Lo faceva con una certa cura, e questo mi ha colpito. Ha preso il primo impianto, lo ha girato tra le mani, ha visto il nastro adesivo con il nome di Giuda Taddeo, l’ha messo nel cassone e lo ha lasciato andare con delicatezza. E mentre guardavo quella scena ho rivisto il nonno vestito di tutto punto, il profumo di dopobarba che sapeva di farmacia, che mi teneva sulle ginocchia e mi lasciava giocare con l’orologio al polso.
Aveva lasciato la nonna quando avevo otto anni e Lisa sei. Da quel giorno lo vedevamo solo la domenica; poi una domenica sì e una no. Dopo, le domeniche sono diventate le vacanze di Natale, poi un’estate sì e una no, e infine tutto si è trasformato in brevi telefonate in cui chiedeva come andava la scuola. Noi dicevamo “bene” anche quando non andava bene, perché avevamo capito che tanto non ci avrebbe chiesto il perché.
Non era cattivo. Era… un uomo piccolo, nel senso che occupava poco spazio nel mondo, e probabilmente questo gli pesava. Aveva fatto il geometra tutta la vita in uno studio di tre persone e aveva misurato case che non avrebbe mai potuto comprare; poi, a un certo punto, aveva incontrato questa vecchia contessa che lo guardava come se fosse un Rembrandt, e Ciao nonno.
La nonna non ne aveva mai parlato male davanti a noi. Questa è la cosa che mi ha sempre colpito di più, come se sapesse che avremmo capito, prima o poi.
Ho capito tutto a diciannove anni, a una cena di Natale dalla sua nuova famiglia ‒ lui, la contessa decaduta, e il figlio di lei, di quindici anni, che si chiamava Claudio. La casa bella, molto più grande di quella che aveva lasciato alla nonna, con i pavimenti in parquet e una lunga vetrata che dava sul giardino.
Claudio aveva dormito sul divano per tutta la serata con un bradipo di peluche stretto al petto; a un certo punto ha aperto gli occhi e mi ha chiesto se fossi bravo a giocare ai videogiochi e io gli ho detto di sì, anche se non era vero.
Sulla strada di ritorno in pullman ‒ si era offerto di accompagnarmi ma preferivo starmene da solo ‒ ho pensato che le scelte non hanno sempre un colpevole, ma hanno sempre delle conseguenze. E le conseguenze di quella scelta erano state mia nonna da sola, con un figlio che ormai era solo una foto sul caminetto e la lista della spesa con cui discuteva la sera, o a volte al telefono con la mamma.
Non gliene ho mai voluto. O forse sì, ma in modo… come un rumore di fondo che dopo un po’ non senti più.

***

Tra le sue cose abbiamo trovato una scatola di scarpe piena di fotografie. Le persone della sua generazione le tenevano così, ammassate alla rinfusa. Almeno però le stampavano. Erano lì tutte insieme, gli anni sessanta mescolati agli anni duemila: io bambino con Lisa in braccio, mia madre giovane con la nonna dal viso ingrugnito, e in mezzo ogni tanto spuntava lui, il nonno. Ed era sempre giovane, perché le foto con lui finivano nell’ottantotto.
Lisa le ha prese tutte e le ha messe sul tavolo della cucina e ha cercato di ordinarle per anno. Ci ha messo un pomeriggio intero. Io nel frattempo smontavo gli scaffali del ripostiglio e ogni tanto passavo a vedere come andava.
«Guarda qua» mi ha detto, sventolando una polaroid.
Era una foto di nostra nonna giovanissima, in piedi davanti a quello che sembrava un bar, con un vestito azzurro e i capelli corti. Rideva. Rideva in un modo che non le avevo mai visto: aperto, un po’ spericolato.
«1956» ha detto Lisa. «Madooo’, com’era bella!»
Gliel’ho sfilata di mano. L’ho guardata. Avrà avuto quindici o sedici anni. Era bella in un modo che non avevo mai considerato; nessun nipote guarda la nonna in quel modo.
«È triste» ha detto mia sorella.
«Cosa?»
Il borbottio del caffè che saliva ha sospeso la risposta.
Lisa ha rimesso la foto sul tavolo e ha continuato a ordinarle. Le ho poggiato la tazzina vicino e sono tornato nel ripostiglio. Dopo un po’ ho sentito un rumore sommesso: tirava su col naso, piangeva. Non sono rientrato in cucina a vedere, perché sapevo che non avrebbe voluto.

Nostra nonna aveva una frase che ripeteva sempre, e la diceva senza enfasi, come si dice “fa freddo” o “manca il latte”.
La frase era: le cose non finiscono, si spostano.
La diceva per tutto. Per le relazioni, per gli oggetti, per i dolori.
Quando avevo quindici anni e la mia prima ragazza mi aveva lasciato per uno di quinta ‒ uno che aveva già la patente, una Vespa rosso fuoco e una sicurezza che io non avrei raggiunto prima dei trent’anni ‒ mia nonna mi aveva portato una tazza di Ovomaltina e mi aveva detto: «Non finisce, si sposta».
«Cosa, nonna?»
«Aé, mo vuoi sapere troppo».
Freire, Spock e Montessori, via, fate passare nonna Dina!
A cinquant’anni penso di averlo capito. Penso che volesse dire che niente sparisce davvero; che tutto ciò che si è perso continua a esistere, in qualche modo, per sempre.
Il dolore non finisce, diventa qualcos’altro.
L’amore non finisce, cambia forma.
Le persone non finiscono ‒ e qui mi fermo, perché non sono sicuro di credere in nulla di soprannaturale. Ma lo penso lo stesso, perché anche così, anche senza la parte soprannaturale, mi sembra vero.
La nonna è morta d’infarto fulminante il sette luglio 2015, alle sei di mattina, mentre guardava la caffettiera sul fornello acceso.
Il medico ci ha detto che non ha sofferto. I medici dicono sempre così ‒ lo dicono perché non possono dire altro, e lo diciamo anche noi quando qualcuno ha bisogno di sentirlo.
Forse non ha sofferto davvero. Forse stava pensando a qualcosa di banale, come la lista della spesa o come sarebbe andata tra Brooke e Ridge quel pomeriggio, e poi il caffè ha sporcato tutto il piano cottura e lei non c’era più.

C’è una cosa che non ho detto a Lisa. Che non ho detto a nessuno.
Il giorno prima di morire, la nonna mi aveva chiamato. Erano le tre del pomeriggio e io stavo lavorando, avevo una scadenza e stavo aspettando una mail dal cliente. Ho risposto in modo distratto, con la voce da oltretomba che uso quando vorrei che i telefoni non esistessero.
Lei mi ha chiesto come stavo, io ho detto bene. Mi ha detto che aveva visto un documentario sui polpi che era molto interessante e che avrei dovuto vederlo, io ho detto sì, nonna, lo vedrò. Mi ha chiesto se avessi mangiato, io ho detto sì. Mi ha chiesto se avessi chiamato il dentista per quella carie che rimandavo da due mesi, e io ho detto di sì, ma era una bugia.
Poi ha detto: «Ti voglio bene».
E io ho detto: «Anch’io, ciao». E ho riattaccato.
Le avevo dedicato un minuto e ventisette secondi. Almeno questo diceva lo schermo. Strano, non mi ero mai fermato a leggere la durata di una telefonata, prima.
Sono tornato alla scadenza, alla mail del cliente, e non ci ho più pensato, non fino al mattino dopo quando mia sorella mi ha chiamato che ero ancora a letto. Parlava in un modo che non riconoscevo, con una voce che non le avevo mai sentito, una voce da cui si capiva subito che qualcosa era cambiato in modo irreversibile.
Non ho rimpianti, o almeno cerco di non averne, perché i rimpianti sono una forma di presunzione ‒ presuppongono che avremmo potuto sapere. A volte, però, la notte mi sveglio e penso a quel minuto e ventisette. Penso che i polpi hanno tre cuori, il sangue blu e una forma di intelligenza distribuita lungo i tentacoli, e che questo forse c’entri qualcosa con come funziona il mondo, anche se non so cosa.

L’ultimo impianto stereo lo abbiamo trovato nell’armadio della camera da letto, sepolto sotto una coperta di lana. Era un Grundig vecchissimo, coi tasti di plastica beige e il mangianastri. Sul lato c’era il nastro adesivo con scritto: G. C. Non il nome per intero, come sugli altri undici. Ora vai a capire se voleva dire Gesù Cristo o il nome della nonna.
Quando ho premuto il tasto play, così, senza pensarci, l’impianto ha fatto un rumore, poi un altro rumore, e alla fine ha suonato.
Dentro c’era ancora una cassetta, e la cassetta funzionava. Era una canzone che non conoscevo, una voce femminile, un ritmo che adesso suona ridicolo ma che allora doveva sembrare il futuro.
Lisa si è fermata sulla porta. Ci siamo guardati.
«Sai cos’è?» ho chiesto.
Ha scosso la testa.
L’abbiamo ascoltata tutta, in piedi davanti all’armadio del nonno, con la luce del corridoio che entrava obliqua. La canzone è finita, l’audiocassetta si è bloccata.
Abbiamo salvato il vecchio Grundig dall’isola ecologica.
L’ho preso io. Ora è in camera mia, con la cassetta ancora dentro. Non lo riaccendo mai; però so che funziona, e questo mi basta. Non so spiegare perché mi basti, ma mi basta.
Un pomeriggio, mentre spolveravo lo stereo, lo sportellino si è aperto di scatto. Incuriosito, ho sfilato la musicassetta – chissà perché non lo avevo fatto prima. Sull’etichetta di carta ingiallita, un tratto di penna rossa ormai sbiadito, riportava le stesse iniziali di prima ‒ G. C. ‒ ma stavolta per esteso: Gerardina Concilio, 1957. Ho fatto due conti ‒ l’anno doveva essere quello del loro matrimonio.
La nonna aveva ragione.

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Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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