Il sonno, forza di liberazione

di Paolo Vernaglione Berardi

Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano dissidente vive a Berlino ed è autore di prose filosofiche di rara bellezza. How to Disappear (2018) è un manuale su come rimanere ‘ascoltatori’ e sottrarsi alle luci accecanti della presenza pubblica; Jackals and The Missing Letters (2023) è un mix di espressioni saggistiche, fiabe e prose brevi che si spera di poter presto leggere anche in italiano. Per ora è Il libro del sonno (2016) l’unico suo testo apparso per merito di Timeo edizioni (www.timeo0.zone), casa editrice che ha intrapreso un puntuale percorso di sperimentazione dell’intera filiera editoriale, pubblicando, distribuendo e promuovendo libri selezionati con cura che restituiscono un profilo acuminato ed essenziale, ormai raro, del lavoro dell’editore. Tradotto con eleganza da Fernanda Fischione, ricercatrice e docente specializzata di letteratura araba, il testo compone in una tessitura sottile brevi prose che generano il movimento tematico del sonno nella superficie colorata del sogno, della memoria e dell’invenzione.

Il libro è sepolto in una profondità relativa e per questo è un tesoro di maggior valore rispetto ad un canone della finzione ‘filosofica’ che obbliga a scavare fino al centro della terra, per scoprire al fondo l’inanità della ricerca. Invece, nella sobrietà di una prosa distesa Il libro del sonno rende preziosa la contemporaneità di un passato recente (la cacciata di Mubarak e le ‘primavere arabe’),  di ricordi veri e di memorie immaginate.

Nella sequenza dei racconti il progetto alchemico ha successo. La realtà trasmuta in alterità possibili gesti e forme delle cose. Assenze e anime dei morti si fanno concrete presenze fino alle luci dell’alba, quando fuggono negli interstizi del tempo diurno. Kafka e Walter Benjamin sono convocati, perché all’inizio si annuncia che il vero lavoro è il lavoro di scrittura.

Nell’abisso “che chiamiamo sonno” le forme si compenetrano, i limiti si sciolgono, le stanze sono invase dal fluido della notte: “Non incontrano le cose sulle linee del potere, bensì nel cuore del divenire della materia prima.”. Il momento dell’abbandono è il momento della liberazione. Qui tutto diviene, l’accesso al sonno è garanzia di indistinzione di sé e del mondo, realtà e possibilità. Ma qui tutto mantiene la propria differenza, nel mutare degli oggetti in singolarità fluttuanti, degli ambienti in luoghi che vibrano, di persone in figure che dal sogno, dal passato e dagli affetti, trapassano in soggetti quasi estranei e in profili liminari.

Lo spazio dormiente, scrive el-Wardany, è quello in cui il binarismo sonno/veglia imposto dalla produzione è sospeso. Interno ed esterno si mischiano ed è l’oscurità interna a fuoriuscire nel tempo della notte e ad invadere l’esterno, al punto che la stessa dimensione spaziale diviene un fuori inaccessibile. L’indice di questo stato è un tempo flesso in cui presente e passato si incontrano perdendo il loro proprio ricordo. La toponomastica domestica diviene una psicogeografia straniera, i fantasmi dell’infanzia si aggirano in camere da letto separate dagli spazi usuali della vita diurna. D’altra parte, il sonno è l’alternativa vivente al tempo diurno dello spazio pubblico, del lavoro, della precarietà e del controllo sociale. Allestire, in spazi sottratti al profitto e alla speculazione immobiliare, ambienti per dormire, addormentarsi in luoghi pubblici, abbandonarsi al sonno nei giorni collettivi in cui si è lottato, nei presidi di protesta, nel contrasto alla violenza dei poteri, è il gesto destituente che, con e nella prassi conflittuale, realizza altre possibilità di esistenza.

Nella memoria attiva di el-Wardany ci sono gli esiti nefasti delle ‘primavere arabe’, le operazioni sporche della NATO nel maghreb e in Asia occidentale nel primo decennio del nuovo secolo, la repressione in Egitto e la caduta di Al-Hasad. Ma la storia trucida dell’ ‘occidente’ è contrastata dal sogno, evento magistrale del sonno, che la sopravanza.

La scrittura onirica sopporta almeno due modi: quello surrealista in cui il sogno diviene scrittura che si accampa nello spazio del giorno per lottarne la sua logica miserabile, e quello del racconto in cui la realtà si popola di figure e situazioni che ne dissolvono i piani.

Il sonno è parte di un mondo senza capitalismo e di una terra senza sfruttamento, per questo sognare è pericoloso, come aveva intuito André Breton. Ma il problema del surrealismo fu che se anche fosse esistito un inconscio collettivo, i sogni sarebbero comunque personali, indirizzati ‘ad personam’ da un desiderio anonimo che è lo stesso nel sonno e nella veglia. Il processo manifesta la sua origine non umana: né individuale, né collettivo, la materia del sogno è espressione del movimento di un autore di gruppo, di una muta, di un branco.

Il sonno è rivoluzionario perché fa esplodere la realtà. Dall’interno del desiderio il tempo onirico del sonno se ne separa e vaga nella terra incognita di una psiche liberata. Durante un’ondata di proteste “…potrebbe diffondersi un sogno che consiste nel fuggire la polizia per poi entrare in un palazzo sconosciuto da soli, oppure in compagnia di gente stramba…Il gruppo afferma di essere ciò che plasma l’esperienza collettiva ripetuta dal sogno e ciò che gli dà la capacità di perdurare e proliferare…”.

Battaglie familiari e arresti arbitrari, macchine kafkiane per pulire le strade che diventano mostri inesorabili, gesti segreti per sottrarsi alla repressione, rivelati in reti spontanee di solidarietà che li trasformano in senso comune, storie della buonanotte in cui gli occhi senza palpebre dei pesci fanno affogare la vista servile degli umani. Ecco perché “il sonno è ciò che protegge dalla follia o dalla morte”; l’individuo che non dorme essendo ossessionato da ‘sé’, nel momento del sonno in cui si arrende al fallimento, compie “l’atto di una soggettività che si libera del tempo del controllo”, per svegliarsi ispirato da un nuovo sogno.

Vale l’assenza nel racconto di tal Ibn Qushair in cui uno degli amici di tal Bayazid Bistami arriva in città e scopre che Bayazid, “presente nella Verità e assente nel Creato” non sapeva più chi fosse e dove si trovasse. A differenza dei presenti nel giorno, i mistici sufi ‘cadono’ da svegli nel Creato, mentre sono presenti nella notte, laddove il sonno è vera Verità. Per i presenti infatti, passare la notte svegli non è l’utopia in cui si realizza ciò che fallisce nella città del lavoro, ma è il rogo di pensieri e desideri, terra bruciata del ‘sé’ nel buio bianco che trafigge:

“…l’insonne cerca una lingua che spezzi l’isolamento del suo dolore e sappia fonderlo nel dolore degli altri…Quando la stanchezza lo vince, smette di cercare di coinvolgere gli altri e dorme il proprio dolore…Il sonno è l’unica lingua in cui è possibile condividere il dolore: quando dormiamo, infatti, smettiamo di aggrapparvici e lo lasciamo andare…ed è così che il nostro dolore torna a essere il dolore del mondo, così come era all’inizio di tutto…”.

Il mondo mostra la sua schiena di rovine quando i panorami dell’infanzia sono visti dal tetto di una casa in una terra che diviene palude. Così el-Wardany tesse la tela scintillante di schegge di realtà con la perizia del miniaturista. Ogni frammento è al suo posto nel giusto disordine di un’immagine più vera di qualunque esperienza. Vera perché creata, raccontata, scritta e assunta nella finzione.

Ciò è possibile perché la scrittura soggettiva il giorno e la notte. Ogni soggetto è per la produzione: allora, il giorno che si vuole eterno dimentica il buio che lo intralcia, forse perché sa che la diuturna forza-lavoro nel sonno diviene solo forza che demolisce il lavoro. Il soggetto della notte è anonimo, la sua forza è dissolvente perché è già dissolta, è un corpo in cui non si cela alcun ‘sé’. La notte dunque, non è un soggetto proprio perché vi rimane la forza del sonno in cui il corpo non è parte del mondo ma è il “mondo incarnato”.

Limite della veglia è il delirio, limite del sonno è la distrazione, l’uno eccedente, l’altra soggiacente.

La veglia continua raffina la realtà fino ad una trasparenza cristallina. Il senso vi è già esaurito nel delirio; questo diventa il suo sonno per l’abbagliante lucidità di cui è fatto. La natura del sonno invece è la distrazione. Contrario alla produzione, il cuore distratto del sonno provoca o sogni o rivoluzione. Quella che in Egitto ha fatto ‘primavera’ era l’intarsio di entrambi, espresso nelle immagini caricate su Facebook e nelle scadenze informate tramite ‘Blackbarry’, utile modello di cellulare criptato.

Nella distrazione c’è l’esito di una catena associativa che è un’altra forma di liberazione. Ci si perde nel canto delle sirene. Ulisse è preso nella lotta della concentrazione, la malìa del canto devia la rotta e il ritorno non è replica che risale quanto si è vissuto ma è ripetizione di possibilità di vita. Ciò a cui si ritorna è una virtuale uscita dal mondo. Ulisse è trasformato, non è più volontà concentrata, inscalfibile, che ha percorso il viaggio all’indietro, ma distrazione.

Chi divaga viene cacciato via dal giorno. Chi sono dunque i dormienti? Non un individuo ma un gruppo sociale che ha sciolto i legami con la società, ­- una e un sopravvissuto della grande perdita. Chi dorme appartiene alla storia parallela delle incrinature, delle ferite aperte e dei vuoti vicini. Il sonno affronta questa storia che la veglia non potrebbe sopportare e che al risveglio si rimargina. Ogni desiderio proviene da un abbandono, quando il volto dell’amante è perfetto e si sa che il giorno lo farà scomparire. Persone morte si affacciano con i loro tratti di estrema gioventù o di vecchiaia ma non parlano a chi li sogna.

In ogni caso il sogno registra il divenire e la scrittura lo fa rinvenire nella differenza con quanto è accaduto. Scrivere i sogni al mattino è esercizio terapeutico ma quando la pratica entra nel dominio dell’utile e diventa prosa letteraria la guarigione è piegata alla prosa del mondo che il mercato editoriale, anche quello più indipendente, divora per erogare reddito.

La poesia si sottrae a questa cattura e rimane, rivendicandola, parte della fonte anonima del delirio, del sogno e del desiderio. Da ora in poi allora, il compito della scrittura sarà sottrarre il romanzo e il racconto all’intento predatorio della selezione editoriale, non sognando un altro mercato ma provando a lavorarlo, a investirlo, ad usarlo e ad esserne usate e usati – in vista del sogno e del piacere, laddove Kafka, Benjamin, Foucault, Deleuze e Guattari, insieme a el-Wardany godono la felicità maggiore di un sapere comune.

 

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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