di Paolo Barnard
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Mi è stata inoltrata questa lettera di uno degli autori della trasmissione televisiva Report. Come vedrete, non si tratta di un messaggio inviato direttamente a nazioneindiana: risponde alle e-mail ricevute dai telespettatori dopo la messa in onda di una trasmissione sul terrorismo internazionale. Non ho visto la puntata di cui parla (non possiedo il televisore), ma mi sembra molto interessante. (T. S.)
Cari Amici,
sono Paolo Barnard, coautore della puntata di Report “L’Altro Terrorismo” del 23 settembre 2003. Avrei veramente voluto rispondere a tutti individualmente, e ci ho povato, ma la mole incredibile di e-mail ricevute mi obbliga a desistere.



Prima di cominciare, è necessario smontare un luogo comune fuorviante. Non è corretto dire che si vuole privatizzare l’acqua. Si privatizza la sua gestione. Il che, probabilmente, suona più neutro e non evoca – a meno di farci veramente caso – scenari da film apocalittico con effetti speciali e Sean Connery nella parte dell’eroe.
Raccontare l’Italia di oggi o quella appena dietro la porta. Quella dei misteri bui che non si sono mai chiariti e che restano un nodo inestricabile, quella che ci fa sentire cittadini mai riconciliati di un paese senza. Il delitto Moro come metastasi di una storia politica troppo incline ai patteggiamenti, alla corruzione, come emblema di uno scontro tra generazioni che si cambiò in lotta armata, un simbolo del potere diventato all’improvviso troppo scomodo e un’Italia attonita e confusa dal succedersi di dichiarazioni e smentite, la lotta tra l’istanza rivoluzionaria spinta all’estremo delle Br e una classe politica che volle voltare le spalle a se stessa per salvare la pelle. Sono gli anni Settanta in apparenza muti e sigillati in un impegno che non concede altro spazio, quelli di una generazione che davanti al sequestro di Aldo Moro si divise e cominciò a intravedere il proprio fallimento.
Il Vietnam è acqua. Ovunque ti giri esce fuori nella sua lotta di conquista con la terra. Il Vietnam è acqua delle risaie verdi che sconfinate ti confondono la vista, le risaie che costringono le donne e gli uomini sotto i cappelli a cono a piegarsi, a piantare a mano, chicco per chicco, e a mano cogliere, chicco per chicco. Il Vietnam è acqua, a sud, nel delta, dove sull’acqua vivono, a riva, su barche o su case galleggianti. Ci sono mercati che si svolgono interamente sull’acqua: senza scendere i mercanti appendono in cima a dei pali la mercanzia, e da una barca all’altra si compra, si contratta, mentre acqua dal cielo scende, e quella del fiume, enorme, sconfinato, tre chilometri da riva a riva che a volte non vedi la fine, e l’acqua del fiume, dicevo, è marrone, densa, una crema. Nel fiume passano navi, nel fiume le donne lavano i vestiti, i bambini fanno il bagno, nel fiume si allevano pesci, nel fiume scaricano le fabbriche e si abbeverano animali. Le multinazionali vendono nuovissimi detersivi che a differenza dei saponi animali non si disperdono nell’acqua e le schiume rimangono a galla, vicine ai bambini che giocano, alle ragazze che lavano le stoviglie. I detersivi entrano direttamente nei corpi.
«Ma c’è un luogo in cui possiamo sempre trovare qualcosa di autentico: il focolare di un amico, dove poter condividere le nostre piccole preoccupazioni, trovare calore e comprensione, dove i meschini egoismi sono inconcepibili e dove vino, libri e chiacchiere danno un significato diverso all’esistenza. Allora sappiamo di avere conquistato qualcosa che nessuna falsità può corrompere e ci sentiamo a casa», scrive Max a Martin. L’amicizia è stata da sempre un tema forte nella letteratura. Le grandi storie di amicizia sono state anche grandi storie d’amore e hanno attraversato tutte le tradizioni. Dallo scaffale della contemporaneità sono tanti i libri che ci vengono incontro offrendoci il racconto di questo sentimento comune a ciascuno di noi.





