Tag: materiali per un libro su Parigi

Disquisizioni sul punk

di Andrea Inglese

Tutti amano disquisire sul punk, a freddo. Tutti si sono ampiamente nutriti dell’estetica punk, che troneggia come fosse sempre fresca nei grandi archivi dell’immaginario contemporaneo. E gli stilisti a corto di idee, i costumisti di Hollywood in crisi d’ispirazione, i romanzieri di fantascienza, gli sceneggiatori di serie televisive noir, i giovani musicisti che si ostinano a rinnovare disperatamente il rock, tutti hanno facoltà di pescare in quel solaio di fine anni Settanta, di ripassare alla moviola Jello Biafra, di analizzare i prolissi testi di Steve Ignorant, ma ovviamente nessuno è disposto a dare credito al ragionamento punk, assolutamente grossolano, schematico, ottuso.… Leggi il resto »

La sede naturale

di Andrea Inglese

 

Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette di risolverlo, anche chi si rimette alla grandi coperture monoteistiche, alle solide volte dottrinarie, quelle campate in aria, lo sa, la sede naturale è sempre duplice, almeno, contempla viaggi e ritorni, città celesti ma anche grotte e cunicoli putrescenti, capanni incendiati, baite di montagna innevate sui fianchi e contro cui sbatte il vento.… Leggi il resto »

Un silenzio sociale

di Andrea Inglese

Come tutti i disoccupati, gli spossati affettivi, e gli accidiosi per natura, ero tremendamente indaffarato, dovendo costantemente assicurarmi che non stavo facendo le cose più importanti, più tipiche, più auspicabili di un maschio adulto quarantenne: lavorare, guadagnare soldi, tessere proficue relazioni, contribuire alla manutenzione della casa e all’aggiornamento degli elettrodomestici, coricarmi con una donna, per espletare regolarmente le gioie della sessualità adulta.… Leggi il resto »

Documentare la vita che fugge

 

di Andrea Inglese

 

… s’instaura comme une fallite de ma mémoire: je me mis à avoir peur d’oublier, comme si, à moins de tout noter, je n’allais rien pouvoir retenir de la vie qui s’enfuyait.

Georges Perec

Non so Perec, ma io non ci sono riuscito, anche se la sindrome è la stessa, e il metodo è quello, il migliore, schietto e intransigente, la documentazione neutra, burocratica, da segugio dei servizi segreti, quelli che frugano nel pattume per ricostruire il tuo stile di vita, le frequentazioni, i saliscendi emotivi, gli orientamenti politici, e si basano su scontrini, confezioni vuote, indumenti lacerati, residui di cibo, lampadine andate in pezzi, io non ce l’ho fatta, ho finito per scrivere qualsiasi cosa nei miei quaderni, ma da rapsodo, da radiolina fuori frequenza, i documenti sono scarsi, disordinati, e mancano le date, la topografia è vaga, le cifre sono discordanti, la descrizione di un incubo non si distingue dalla cronaca di una riunione di lavoro, interi passi di Pessoa sono presentati come trascrizioni di recensioni cinematografiche, un’analisi intimista può essere confusa con l’esegesi di un’installazione contemporanea, perché io non è che scriva in modo metodico e freddo, scrivo a sprazzi, per scalmane, copiando e riassumendo, interpolando e deformando, come se dovessi far convergere in una data frase, in un piccolo paragrafo scritto sul seggiolino ribaltabile del metrò, nel tratto che mi porta da Nation a Père Lachaise, tutta la mia circoscrizione umana più vasta, il dentro e il fuori, l’osso e l’anima, la paranoia privata e l’allucinazione di massa, la scarpa slacciata e la metafisica dei costumi, l’alone sulla lente degli occhiali e lo scoppio della caldaia nel bilocale di periferia.… Leggi il resto »

Il ritardo all’asilo

  di Andrea Inglese

Quando è venuto il momento di portare la bambina all’asilo, è stato un momento solenne, è banale ovviamente portare il proprio bambino all’asilo, dal momento che tutti i bambini vanno all’asilo, salvo quelli che vengono piazzati dalle balie, o negli asili privati, l’asilo comunale, in fondo, è meno banale di quanto si pensi, infatti la madre aveva dei timori, e oltre i timori, probabilmente, delle angosce, non dico enormi, ma era più allertata di me, più pensierosa, quando preparava il biberon della bimba aveva uno sguardo cupo, come se ci fosse il rischio di avvelenarla con una dose sbagliata, come se il latte invece di un normale nutrimento fosse una medicina, di quelle con possibili effetti indesiderati se non viene dosata, … Leggi il resto »

La vicina

(Questo testo è incluso nel progetto “Musée Vivant” realizzato da Robert Cantarella. Prossima esposizione, il 16 e 17 novembre 2013 al Musée de la Chasse di Parigi all’interno del “Festival Paris en toutes lettres”. La traduzione francese, a cura di Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net)

di Andrea Inglese

Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia,… Leggi il resto »

H mi telefona da Parigi

[La traduzione in francese di questo testo, realizzata da Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net]

di Andrea Inglese

H mi telefona da Parigi, mi telefona sempre dalla stessa cabina, una cabina che si trova in una piazzetta di Montmartre, io comincio a conoscere questa piazzetta, ora quando mi chiama non m’immagino più solo la cabina, con il congegno telefonico e il supporto triangolare di metallo, e qualche adesivo incollato sul vetro, in parte grattato via, gli aloni misteriosi sulle pareti di vetro, le cartacce a terra, o dei piccoli rametti spezzati che un paio di scarpe hanno trascinato fin lì, ora mi immagino dell’altro, appena lei inizia a parlare esploro ciò che si trova intorno alla cabina,

Voci

di Andrea Inglese


Al piano di sopra, sono sicuro, ci sono degli africani.

Non so di che paese dell’Africa sono, non so neppure se siano “africani”, in quanto sono magari cittadini francesi, ma è sicuro che sono dei francesi africani, e dei francesi africani neri, sono senz’altro degli africani neri, quelli al piano di sopra, lo so pur non vedendoli, pur non avendo nessuna certezza visiva del colore della loro pelle, perché se avessero la pelle molto scura, la pelle nera, non sarebbero di certo africani del Maghreb, come degli egiziani o degli algerini, la cui pelle più scura di quella di un francese rimane comunque più chiara di quella di un africano del Senegal o del Camerun, anche se poi molti europei sono neri, e tra questi moltissimi europei sono una fotocopia degli africani neri, perché in definitiva sono figli degli africani neri, pur essendo dei francesi, a tal punto che confondono le idee intorno alla certezza della pelle europea,… Leggi il resto »

La vicina

di Andrea Inglese

Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia, e che si comporta in modo totalmente adeguato alla vecchiaia, senza illusioni, compiacenze, slanci, ma secchezza e sorveglianza, perché quasi sempre, se è visibile, compare nella medesima posa, appoggiata come un’ergastolana alle sbarre del suo cancello, con i gomiti che sporgono, lo sguardo fisso su di me, sul lato opposto della strada, che esco, che tento di estrarmi dalla porticina del giardino, che raschia per terra, traballa, chiude male, cosicché io, uscendo, sono quasi certo di trovarla al suo posto, la sentinella, con tutta la sua vecchiaia ostile, e nel migliore dei casi solo ostinata e muta, che mi fissa, e allora io ricambio lo sguardo, mi rendo indagatore, poliziesco, ottuso, a volte mi sorge l’idea astrusa di attraversare la strada, e di domandarle i documenti, sostenendo che si tratta di un normale controllo di polizia, dal momento che io stesso, nonostante lei non l’abbia mai sospettato, date le mie abitudini di vita apparentemente disordinate, sono un poliziotto, e per questo stesso motivo mi sento legittimato, e persino obbligato a interrogarla, a chiederle da quanti anni è diventata vecchia, e per quanti anni ancora pensa di perseverare in questa sua commedia acida della vecchiaia, non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda… … Leggi il resto »

La liberazione di Andromeda

ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, La vita dei dettagli

di Andrea Inglese

Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, indecise, quando insomma il nostro amore così evidente e saldo diventò un brano improvvisato giorno per giorno, così che nulla era veramente prevedibile, e doveva per ciò essere narrato, spiegato, immaginato ogni minuto di nuovo, perché manifestasse almeno, sotto risoluta ispezione, un qualche senso, proprio in quel momento, in quello straziante intervallo, La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo, la cui riproduzione era rimasta incollata per tre anni almeno nella stanzetta riservata al water – le cosiddette toilettes francesi – sulla parete di fronte alla porta, ebbene quel quadro, che io avevo assorbito nel corso del tempo, come si assorbe un paesaggio dal ritaglio di una finestra, mi offriva una chiave globale e precisa per uscire dalla tenebra, e con chiaroveggenza trovare una diversa e più adeguata trama per mettere in ordine la mia triste storia, la mia storia dolente, finita in pezzi.… Leggi il resto »

Che l’amore non esiste

di Andrea Inglese

L’amore non esiste (per questo me ne occupo)

L’amore non c’entra niente. Con la vita ordinaria, con la vita giornaliera, l’amore c’entra pochissimo. In primo luogo per il fatto che l’amore non esiste, e nel caso esistesse, l’amore sarebbe una finzione, ovvero avrebbe scarsissima realtà, per cui non entrerebbe nelle vite, se non in forma irrilevante, con lo stesso peso dell’ombra gettata da un corpo sul muro.… Leggi il resto »

Verrà San Valentino

di Andrea Inglese

Sembra più spesso, oggi, che l’amore non esista, perché lo si capisce anche dalle facce, qualcuno che sempre ti si para davanti, strabuzza gli occhi, come fosse mezzo disperato, dice “Non c’è niente da fare”, è anche vero che l’epoca storica, con il suo fascismo fluido, un po’ rassicurante un po’ no, specialmente da noi, al paese, non aiuta, “È una scelta insostenibile”, dice un tipo che parla di donne nel metrò, l’amore è una ideale relazione in cui una persona non vuole essere totalmente abbandonata, e spinta in una stanza buia per essere presa a pugni, senza motivo ma con grandissima rabbia di chi molla i pugni, è un modo per avvicinarsi così tanto che è impossibile farsi male, eppure come fenomeno – continuano a dirlo persone intrappolate in terapie verbali – è altamente controproducente, ad esempio non funziona per via dello stalking, si vede da come si vestono certi energumeni, con il cappuccio della felpa calato sul viso, il 21% snatura l’amore telefonando con insistenza, il 30% si dedica ai pedinamenti, una piccola parte, quasi innocua, disegna tette e culo della ex e lascia i foglietti in giro nei luoghi pubblici, con scritte tipo: “Questa è lei” o “L’ha preso nel culo”, ecc., un po’ se ne trova sempre, ne parlano delle amiche a cena, hanno tutte le scarpe nuove, si odiano per bene, usano le parole “sfiducia”, “distacco”, “divertirsi”, ne rimane forse nei sondaggi, certe casalinghe non ancora intervistate, un disabile rimasto a casa, un disoccupato sdraiato nel garage, potrebbe in angoli remoti, in qualche testa confusa e disturbata, un’idea intorno all’amore farsi strada, come nuova… Leggi il resto »