Lettera da Leuca # 1

8 agosto 2003
Pubblicato da

di Antonio Moresco

Cari amici,
è da un po’ di tempo che vorrei dire anch’io la mia su alcuni degli importanti argomenti che sono stati affrontati ultimamente su “Nazione Indiana”. Ma ero tenuto per la gola da altre cose e non ce l’ho fatta. Ci provo adesso, che sono qui per una breve vacanza, come potrò, a piccoli pezzi, a strappi, a intervalli.

I blog, l’identità, ecc…

Io non credo che Tiziano e Carla, sollevando questo problema, abbiano voluto marcare una stupida superiorità rispetto agli altri blog. Volevano solo evidenziare un problema, magari bruscamente, senza peli sulla lingua, senza diplomazia. Ma non intendevano certo fare i professorini. Eppure ho visto, da alcune risposte in rete e da una controreplica a Tiziano apparsa sull’ “Espresso”, che sono (siamo) stati fatti apparire come degli stronzetti saputelli che, col ditino alzato, ultimi arrivati, fanno la lezione agli altri. Mentre, sollevando il problema dell’identità, hanno solo messo il dito sulla piaga della presunta libertà della rete (come di qualsiasi altro spazio concesso).

Io, tanto meno, ho lezioni da impartire a chicchessia, visto che non ho neppure un indirizzo di posta elettronica né sono collegato ad Internet. Perciò non sono neppure l’ultimo arrivato, né probabilmente lo sarò mai. Ma quello che mi sembra sia stato importante dire è che starci dentro, nella rete, non vuol dire accettare a scatola chiusa le sue logiche e le sue ideologie. Starci dentro, ma starci dentro prendendoci tutta la libertà possibile, starci dentro portando tutto il peso delle proprie idee, convinzioni, passioni, anche conflitti, se occorre. Perché una rete può essere qualcosa che mette in relazione, connette, ma può essere anche una trappola, se non ha dei varchi. E infatti, con le reti, ci si prendono i pesci, gli uccelli! Una rete può essere anche un modo per mettere in un unico sacco tutto il tempo della nostra vita.

Nelle risposte incazzate che sono arrivate, nelle persone che hanno reagito così, io non ci ho visto comunque dei nemici, ci ho visto solo delle persone che soffrono. E che quindi hanno a che fare con me, con noi, con qualsiasi altro. Perché anche la rinuncia alla propria identità, come ogni altra abdicazione, è alla fine una sofferenza, comunque venga percepita da chi la vive.

Non bisogna illudersi che questa macchina digitale consenta o addirittura auspichi la nostra libertà, che sia il paradiso. Che il travestimento sia libertà dalla prigione del cosiddetto io. Libera dalla prigione dell’identità solo per spingerci in un’altra prigione, quella dell’ identità fasulla precostituita, del logo indossato come una maschera, in una rete orizzontale che non consente verticalità, alterità, indipendenza, oltranza.

Ci sono poi i problemi sollevati dalla lettera di Maderna scritta sotto l’effetto di una bottiglia di refosco (accidenti, Giovanni, ti fa decisamente bene bere quel vino!).

Mediocrità dominante, logiche economiche che si mangiano tutto, disprezzo per ogni attività artistica e di conoscenza forte, ecc… Sono cose sotto gli occhi di ognuno e di totale evidenza, eppure -lavorati ai fianchi da controargomentazioni intellettuali funzionali introiettate e da altri “antidoti” culturali- sono diventati quasi argomenti tabù, che si esita ad affrontare veramente e fino in fondo, per paura di passare per chissà cosa e di uscire da un’area di accettazione.

Negli ultimi decenni del secolo è avvenuto un rovesciamento speculare, del tutto funzionale alle dimensioni e alle forme che hanno assunto le macchine culturali ed editoriali dell’ intrattenimento di questa epoca e al conseguente bisogno di ridurre anche la “letteratura” e il pensiero a qualcosa di inoffensivo. Prima era il “letterato” o l’editore “di cultura” a guardare dall’alto in basso (spesso senza motivo) lo scrittore cosiddetto “di genere”. Adesso è il contrario. Fa parte ormai di un generale bon ton esibire apprezzamento per le scritture di genere, il cinema di genere ecc… e affettare invece nausea e disprezzo per chi invece voglia, pretenda, abbia necessità di caricare di bisogni forti il proprio lavoro artistico e di conoscenza. Questa generale operazione di giubilazione di ciò che prima era considerato di serie B è ormai così scoperta, ripetitiva e meccanica -ed è stata già collaudata così tante volte nelle ultime generazioni- che puoi già prevedere che cosa dell’oggi verrà valorizzato domani, se non interverrà uno scombinamento, uno smottamento di piani, una rottura (anche) di questa rete.

Un atteggiamento intriso di superficialità, inconsistenza che, in obbedienza ai bisogni delle macchine economiche e del consenso che producono libri, spettacoli e altri “oggetti estetici e culturali”, tende a fare piazza pulita di ogni possibilità non contemplata, anomalia, diversità, radicalità. All’interno di questa logica e di questo sistema di forze viene selezionato ciò che è maggiormente funzionale alla normalizzazione delle attività artistiche e umane. Compito fatto proprio immediatamente e moltiplicato acriticamente anche dalle schiere asservite di intellettuali funzionari, critici, mediatori, indipendentemente dalla loro collocazione culturale o politico-culturale. Questo giochino ha già funzionato ieri, perché non dovrebbe funzionare ancora? Tanto più che è proprio questo che li mantiene in pallida vita ed elargisce una piccola rendita di posizione e status terminale.

E’ raro, in questi anni -tanto più tra le figure “emerse” o con forte visibilità mediatica- trovare persone che non siano implicate o asservite. Mentre c’è chi crede di sottrarsi a questo gioco solo perché esibisce un piccolo moralismo, anch’esso sintomo inequivocabile di sconfitta e di resa.

Così ognuno fa a gara nel mostrarsi estimatore della letteratura “di genere”. Senza riflettere, senza guardare dentro alle cose. Anche persone intelligenti cadono spesso in questa trappola culturale e si prestano a questo gioco.

Io non disprezzo affatto la letteratura cosiddetta “di genere”. Ero un ragazzo con molte difficoltà di apprendimento (sono ancora così) e sono riuscito a cominciare a leggere solo perché esisteva Salgari, che amo ancora. E anche adesso, sinceramente, tra Fogazzaro e Salgari, scrittori tra loro contemporanei e rappresen-tanti il primo della “letteratura con la L maiuscola” e il secondo di quella “di genere”, preferisco Salgari. Come anche oggi sono molti gli scrittori cosiddetti “di genere” che leggo con abbandono e passione, più che altri autori di libri di letteratura in posa da letteratura. Non solo americani e di altri paesi, ma anche italiani, come Valerio Evangelsti, per fare un esempio, i cui libri “di genere” sono a volte carichi di un’invenzione e di una passione -anche di conoscenza- impossibile da trovare nei libri di tanti abatini della scrittura letteraria, per non parlare dei molti cialtroni che credono di esibire il proprio status spalmando marmellata sopra le loro pagine.

Però dietro questa operazione di inclusione e esclusione in atto in questa epoca sta passando qualcosa d’altro, qualcosa di enormemente importante, che bisogna avere il coraggio di individuare e affrontare, perché stanno cercando di ingabbiare tutta la potenza del dicibile in una rete di narrazioni artefatte schematizzate. Forse non si è fatta ancora sufficiente attenzione alla natura genocida di questa operazione, sul piano artistico, di conoscenza e di specie. Accettare questo stato di cose, per uno scrittore, è un gesto di resa senza condizioni.

Partiamo dal problema del “pubblico”. Agli scrittori viene detto che, se non impugnano l’arma del “genere” e delle sue collaudate regole industriali, non riusciranno mai ad arrivare al “pubblico”.

In realtà quello che chiamano “il pubblico” non è un’entità astratta e sempre uguale a se stessa, è il risultato di un lungo lavoro di normalizzazione. Anche Dickens, anche Hugo arrivavano al “pubblico”, addirittura al “grande pubblico”. Ma con che libertà, che coraggio, che potenza sperimentale e di conoscenza potevano arrivarci coi loro libri! Parlando in questo modo del “pubblico” si passa sotto silenzio il concorso delle enormi forze (economiche, tecnologiche, culturali e sociali) che hanno agito perché le cose andassero così, perché arrivassero al punto in cui sono infatti arrivate. Hanno castrato, lobotomizzato e rimbecillito il “pubblico” e poi ci vengono a dire: “Ecco, vedete, il pubblico è rimbecillito, noi non possiamo dargli che quello che ci chiede e si merita! Non è colpa nostra se il suo stomaco digerisce solo cibi predigeriti.”

Va avanti così da tempo. E’ un serpente che si morde la coda. Ma è anche un cerchio che si deve spezzare! Bisogna continuare a ripetere e a ricordare che sono state compiute delle azioni concrete, da singole persone, da gruppi, che sono state portate avanti delle operazioni finalizzate al fatto di arrivare a questo punto. Non è un risultato astratto, una sorta di calamità naturale senza responsabilità e senza agenti, di fronte alla quale non si può fare niente. Faccio un esempio. Quando ero ragazzo io (parlo di poco più di una trentina di anni fa, non di secoli) sono usciti per la prima volta in edicola gli Oscar Mondadori, che prima si trova-vano solo in libreria. Operazione ardita e, mi risulta, largamente premiata dal “pubblico”. Bene, provate ad andare a vedere che scrittori venivano proposti, fin dai primi titoli, al “grande pubbli-co” (Gogol, Hemingway, Sarte, Faulkner, Pirandello, Verga, Nabokov, Miller, Maupassant, Koestler, Fitzgerald, Bellow…). E adesso provate a fare un confronto coi titoli di un’analoga opera-zione “di massa” messa in atto dallo stesso editore una trentina di anni dopo con “I Miti”. Dovrete faticare molto a trovare qua e là qualche scrittore tra la ressa dei Grisham, Smith, Rosamunde Pilcher, Sveva Casati Modignani, Forattini, Ezio Greggio, Gino & Michele, Io speriamo che me la cavo, Fichi d’India…

Sono passati solo trent’anni, il cervello degli uomini e dei lettori non può essersi degradato biologicamente fino a questo punto. Eppure che enormità sembra essere successa in uno spazio di tempo così breve! Che violenza è stata messa in campo contro le capacità di percezione, di attesa!

Altro esempio. Sempre quando ero ragazzo io, persino registi come Fellini, Bergman, Antonioni, Ferreri, Buñuel, Pasolini… potevano raggiungere il “grande pubblico”. Ora faticherebbero a trovare un produttore disposto a produrre i loro film. Ci viene detto solo che le cose stanno così, che il “grande pubblico” vuole solo merda confezionata e quindi non resta che dargliela. Non è così! E’ stato costruito qualcosa e poi ci viene detto che si tratta di un evento naturale immutabile che non si può cambiare.

Ma se si è operato in un senso, si può anche operare in un altro, non accettare un simile stato di cose.

Per non parlare di un altro problema. La “legge” dei grandi numeri -che non è affatto una legge ma, anche quella, il risultato di una concentrazione mirata di forze- tende continuamente a cancellare, attraverso mille meccanismi, gli scrittori anomali e non allineati che non arrivano -o non vengono fatti arrivare- al “grande pubblico”. Oggi nessun grande editore pubblicherebbe Kafka, ad esempio, i cui primi libri pubblicati in vita vendevano duecento copie, e anche uno scrittore come Faulkner, i cui primi libri vendevano (nel corso di molti anni e nell’intero territorio degli Stati Uniti) intorno alle duemila copie, avrebbe qualche proble-ma. Quanto a Dostoevskij, ho letto che vendeva, nell’immensa Russia e quando non esisteva ancora la televisione e altri media e quasi tutto passava ancora attraverso il romanzo, seimila copie, ma questo solo negli ultimi anni della sua vita, quando era ormai uno scrittore di grande successo.

Ora ci mettono davanti parametri e tabelle di cifre che dicono una cosa sola: che in buona parte non sono più editori, che non sanno neanche più cosa vuol dire essere editori. Che, dal giusto rispetto per le cifre e per il ritorno economico, sono passati a qualcosa di molto diverso, che non ci viene detto.

Non allargate le braccia, non siete innocenti! Tutto quello che è successo non è avvenuto in un vuoto pneumatico, è stato il risultato di azioni, di forze, di funzionalità, asservimenti, carriere… di cui ora si vedono pienamente i frutti.

Cosa ci interessa che resti o meno in piedi questa baracca?

C’è poi un’altra cosa da dire. Molto spesso i libri “di genere” contengono delle verità, a volte anche terribili (basta vedere i medical thriller, ma anche altri di altro argomento). Verità che raramente si incontrano con la stessa chiarezza negli articoli dei giornali a grandi tirature e per un pubblico ancora più vasto, perché dietro queste verità ci sono delle forze e queste forze controllano spesso, direttamente o indirettamente, gli stessi media. Vengono messe avanti così, introdotte così, dietro lo schermo del divertimento, dell’intrattenimento, della “fiction”. In questo modo si introducono di soppiatto, creando accettazione, assuefazione, depotenziando la loro carica esplosiva e di critica, ed entrando così, lentamente, a cerchi concentrici, prima piccoli poi sempre più grandi, nel tessuto sociale. Che è esattamente ciò che serve alle macchine dei poteri di questa epoca, che operano con una logica ormai direttamente criminale, anche attraverso un narcotizzante meccanismo “democratico” ormai solamente di facciata.

Ma torniamo al “pubblico”.

Ci sono delle regole –ci viene detto- per riuscire ad arrivare al “grande pubblico”. Personaggi così, storia cosà, plot un po’ così e un po’ cosà… Voi scrittori non dovete fare altro che imparare queste regole. E allora vedrete che sfonderete, alla fine, ci saranno un po’ di briciole anche per voi. Il messaggio che editori e mediatori rivolgono allo scrittore di questa epoca è questo: non ostinatevi a considerare “la letteratura” come un terreno di pas-sione e di conoscenza e ricerca. Ormai non è più quel tempo. Abbiamo stravinto noi. Non caverete un ragno dal buco! Scrivete libri -o fate film- che non impegnino più di tanto la testolina del lettore o dello spettatore, che non gli creino vera inquietudine, tormento, lucidità, che vendano immediatamente e portino un bel po’ di quattrini a noi e quindi anche a voi. E poi lo dicono anche le riviste mediche che per vivere a lungo bisogna stare allegri e senza pensieri! Rinunciate ai vostri sogni, alla vostra difficile li-bertà, arrendetevi, mettetevi tutti in questo soffice vicolo cieco. Fate la letteratura “di genere” (giallo, nero, verde, quello che vo-lete voi, anche rosa, se volete specializzarvi nel guadagnare quat-trini gabbando le donne, oppure c’è il thriller, il legal thriller, il serial killer, il comico, il fantasy, il genere religioso…). Ficcateci dentro un po’ di macchiette, di personaggi seriali, e il gioco è fat-to. Vedrete che sfonderete. Cazzo, non avete visto Simenon! Imparate a stare al mondo! E’ così che si fa! E poi alla fine chissà che non possa toccare anche a voi di venire giubilti da una casa editrice raffinata, che vi darà persino la targhetta di grande scrit-tore.

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72 Responses to Lettera da Leuca # 1

  1. andrea il 9 agosto 2003 alle 12:57

    Se articoli come questi due di Moresco non è possibile leggerli su un grande quotidiano ma soltanto in rete, per chi considera la letteratura una cosa utile per la vita c’è veramente molto da fare.

  2. Tavor il 9 agosto 2003 alle 14:53

    Il turpiloquio presente nei Suoi due ottimi articoli offende la Sua intelligenza. Ne sono addolorato.

  3. andrea il 9 agosto 2003 alle 16:11

    Perché se Busi scrive “cazzo” va tutto bene, se K. Haring dipinge un omino che ha a che fare con un “cazzo” continua ad andare tutto bene, anzi ha inventato un’icona elegante del nostro tempo, se Moresco scrive “cazzo” in mezzo a un articolo quella parola rende tutto inservibile. E dire che si capisce benissimo, le mette lì come un richiamo alla realtà per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, come magari ci potrebbe mettere delle gocce di rosso se fosse Pollock o una X se fosse Hartung o il fischio di una sirena se fosse Tricky.

  4. Tavor il 9 agosto 2003 alle 19:10

    Non inservibile, La prego, non ho detto questo. Solo offensivo dell’intelligenza dell’autore, che peraltro apprezzo. La rete, i blog, sono infarciti di locuzioni abusate. Il turpiloquio ne è un esempio. Richiamare la realtà, per non compiacersi troppo di quello che si può fare con le parole, utilizzando altri strumenti espressivi (ne esistono!) è un esercizio di intelligenza. Oltre tutto il turpiloquio della realtà colloquiale non mi addolora meno. Ma forse non sto ancora molto bene. Ho apprezzato comunque gli articoli, e la Sua appassionata difesa. Cordiali saluti.

  5. anna il 12 agosto 2003 alle 00:47

    trent’anni fa, quando lei era ragazzo, io non ero ancora nata, ma leggendo e forzando le sue esclamazioni in un tono interrogativo, (Eppure che enormità sembra essere successa in uno spazio di tempo così breve! ? Che violenza è stata messa in campo contro le capacità di percezione, di attesa! ?)mi vengono in mente ipotesi, riflessioni, approcci di comprensione. Ad esempio mi chiedo se l’idea, il concetto di “prodotto culturale”, fossero così diffusi e affermati come oggi, o se, come credo, non esistessero affatto, almeno quali li conosciamo; e così l’industria definita culturale, la pubblicità che la sostenta, (che mi sembra la più subdola e potente arma di violenza contro le capacità da lei citate) e soprattutto la fruizione da parte del “grande pubblico”, come è cambiata, quanto è cambiata (non c’è stato un processo di espansione, di allargamento, di massificazione del pubblico?)ecco, spesso, in serate tra amici è capitato di interrogarci sulla nostra condizione di utenti mediatici, di telespettatori, lettori, ascoltatori, di ragazzi che hanno i fratelli che delirano per i personaggi del grande fratello o per la play station e che sembrano non avere capacità di percezione e di attesa personali; nessuna se non quelle prodotte appunto dagli input dei massmedia. e di chiederci: ci danno questo perché è quello che vogliamo, quello che ci aspettiamo, quello che meritiamo? e loro sanno come accontentarci; oppure ci danno questo perché richiede il minimo sforzo per tutti, (poco tempo, poche energie mentali, poca volontà di pensiero)per ammortizzare gli sprechi, ridurre le profondità, anestetizzare la ricerca, il bisogno di senso. Le risposte sono contrastanti, diverse ma per conto mio sempre incomplete, insoddisfacenti. Riportano comunque un tentativo di de-responsabilizzazione, di approssimazione complessa delle cause e di inevitabilità degli effetti. Come se si faticasse a sviscerare le questioni. Allora meglio tagliar corto, perché anche parlare, analizzare, mettere in discussione sono attività stancanti, motivo di stress, e cosa se non la stanchezza (emotiva, psicologica, poi fisica) caratterizza le nostre giornate? Si avverte una specie di rassegnazione collettiva, con parole di lamentazione, di insoddisfazione, che finiscono però per omologarsi e trascinarsi, paradossalmente, nell’inerzia del traffico quotidiano, celebralmente paralizzante. una coscienza sì ancora sensibile,ma che non accenna a ribellioni, a reazioni forti. Da un lato il dolo dei calcoli, dell’inganno e delle regole strumentali, dall’altro la colpa dell’assuefazione, della dipendenza a cui tutti o quasi, a quanto pare, soggiacciamo. E chi allarga le braccia: tutti imputati, molti rei, innocenti solo i piccoli e gli ultimi. Forse. Ma il processo è appena iniziato…

  6. Gustavo P. il 13 agosto 2003 alle 19:07

    Penso che a questo punto Montanari pagherebbe una cifra per non aver scritto questo articolo che tutti additano al pubblico ludibrio, “senza averlo letto”. Ma davvero codesti critici non lo hanno letto? Io penso che lo abbiano letto e digerito da un pezzo e che ora il lettore voglia seriamente discutere d’altro. Il risentimento di Montanari, espresso, tra l’altro, con tono saccente da “scrittore-star” (cfr. la serie di “complimenti” che fa a chi legge e scrive in NI: “comica finestra”, “4 gatti”, “non capite niente”, “vi scrivete addosso”, etc.) è, dunque, da considerare come un tentativo di distogliere la discussione da argomenti ben più seri, su cui vale la pena di discutere. Lasciamo Montanari in compagnia dei suoi amici nel raffinato e amorfo salotto milanese (difatti, tale non può non essere, oggi, un salotto o salottino milanese o americano o siciliano) e parliamo d’altro. Ma… guarda un po’, è proprio Montanari che ce ne dà la possibilità, come al solito in negativo, s’intende. Egli dice, difatti, che noi possiamo dire “sciocchezze in libertà, visto che non c’è un editore e non c’è un pubblico con cui confrontarsi. Un editore e un pubblico che ti tolgono la rete sotto i piedi e ti fanno rischiare davvero, su ogni parola”. Lasciamo da parte il pubblico, che evidentemente c’è, perché altrimenti non si capirebbe come mai si pubblichi “Nazione indiana” e come mai sia offerta (a chi, se non al pubblico dei lettori?) la possibilità di dire la propria opinione; ma l’accenno all’editore, beh, quello è veramente molto significativo. Montanari, come al solito, non si accorge di prestare argomenti ai suoi detrattori, poiché, cosa sta dicendo il buon uomo, se non che la libera espressione ci è consentita perché non abbiamo un editore, mentre egli (evidentemente!) di questa libertà non ha potuto godere (né potrà) in quanto un editore ce l’ha? Dunque, noi siamo liberi perché non abbiamo editore, cioè padrone, mentre lui non lo è perché ce l’ha, l’editore e il padrone. Il servo Montanari ecco che rivendica con orgoglio la propria servitù, da autentico snob, “essendo lo snob il contrario dell’invidioso”, per dirla con Tomasi di Lampedusa.
    Ora, cari scrittori e lettori di “Nazione indiana”, perché io dovrei attardarmi nell’analisi dell’articolo di Montanari, se so bene con chi ho a che fare? Perché dovrei leggere i suoi libri, se so bene che colui che li ha scritti, ha temuto di “rischiare davvero, su ogni parola”, di inimicarsi il suo signore e padrone, il veneratissimo editore?

    Parliamo d’altro, dunque, evitando di continuare una sterile polemica, ma evitando anche i toni esulcerati di Moresco, che dovrebbe smetterla di rigirarsi il coltello nelle piaghe, e finalmente contribuire al dibattito non solo criticando i limiti dello scrittore alla Simenon, ma anche dicendo che cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lui vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario in cui un Montanari sguazza come il pesce nell’acqua.
    L’analisi di Moresco del panorama culturale e letterario è impietosa e non lascia spazio a molte speranze. Ma il problema che ogni volta si ripresenta, ogni volta che l’analisi è compiuta, è, come dicevano quelli di “Zibaldoni”: che fare? Come rispondere a chi vorrebbe fare di noi dei funzionari della letteratura, a chi ci paga perché le nostre opere non superino il limite di Simenon (o di Montanari)? Che cosa facciamo noi nel concreto della nostra esperienza di vita per non cedere alle tentazioni del potente che vorrebbe fare di noi i suoi servi? Quale strategia d’azione noi siamo in grado di immaginare per non rimanere schiacciati dall’ingranaggio della macchina cultural-industriale che ci stritola mentre ci accarezza e ci lascia alla nostra solitudine, peggiore di quella solitudine alla quale pensavamo di essere scampati alle prime luci della ribalta? È forse sufficiente continuare a scrivere, ognuno nello spazio della sua venerabile poetica, senza alcuna coscienza (o con una falsa coscienza) del mondo nel quale viviamo e scriviamo? Compiuta l’analisi, sulla quale nessuno può nutrire molti dubbi, queste sono le domande a cui bisogna oggi cercare una risposta, perché ne va della nostra vita, prima che del cosiddetto sistema letterario.
    Ebbene, l’esperienza della rete, del comunicare attraverso bit immateriali che trasportano così lontano le nostre idee e le nostre emozioni, mi sta convincendo sempre di più che è possibile immaginarsi una comunità “vera” saltando ogni mediazione di potere. Non si tratta di fare qui l’apologia della “libertà d’espressione”, perché qualsiasi libertà, se imposta dall’alto o dall’esterno, è sempre una libertà vigilata – e a tale logica non sfugge internet. Però la libertà che in internet ancora è possibile (forse non lo sarà a lungo), va sfruttata nel modo più intelligente, da parte di chi è interessato alle analisi fatte fin qui dalla Benedetti, da Moresco, da quelli di “Zibaldoni” e da tanti altri. Non va, ad esempio, vissuta passivamente o narcisisticamente come dalla maggior parte dei bloggers, ma non va nemmeno sottovalutata come di solito avviene da parte di tante anime belle. Va interpretata, va trasformata in letteratura, in forma che riforma e travolge. Se gli autori dei BLOG fossero degli scrittori, dei “veri scrittori”, forse avremmo finalmente la comunità che sogniamo, in cui la parola è segno di libertà e creatività insieme. Ma il guaio è che spesso i bloggers sono narcisi che, senza rischiare nulla, sognano di diventare “scrittori” nella maniera più deleteria possibile, ossia trasformandosi in “autori citabili”, o qualcosa del genere, e seppellendo tutto sotto una cumulo di prosaicità archiviabile e di tristezza inflazionata. Nessuno di loro cerca di capire perché, come sostengono quelli di “Zibaldoni”, nell’era della “comunicazione globale”, le nostre vite sono precipitate nell’abisso dell’(in)comunicabilità e la letteratura è ridotta ad accessorio ignobile del cinema o della tv.
    Allora è sulle forme di internet che bisogna lavorare insieme, oltre che, individualmente, sulle nuove forme della letteratura; sulle potenzialità ancora (ma fino a quando?) disponibili della rete, come sta facendo NI, e come fanno altri forse ancora meglio. Non bisogna limitarsi a ‘comunicarci’ le nostre esperienze artistiche e di vita, non bisogna fermarsi alla prosaicità del mezzo tecnologico, al suo livello più basso, ma andare oltre, più in alto, e ‘raccontare’ le nostre storie, quante più storie, ipotesi, idee, è possibile, senza chiedere il permesso a nessuno che garantisca per noi, come fa Montanari, fidando solo nella nostra buona fede (fino a prova contraria) e nella sincerità creativa della parola – arrivando al punto in cui la letteratura sia opera di “scrittori che scrivono”, non di “scrittori che hanno scritto”. Lo “scrittore che scrive” può ancora scrivere tutto e liberare così tutta la potenza della parola; lo “scrittore che ha scritto” è solo uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito, dei mediatori e degli editori. “Fare un uso improprio della letteratura” – questa frase così intrigante citata da Carla Benedetti, forse è questo che vuol dire: affidare la letteratura agli “scrittori che scrivono”.

    Nulla, al momento, mi impedisce di pensare che giorno verrà che nessuno farà più un’esperienza come quella che racconta Moresco (il rifiuto di Pontiggia a Segrate) e nessuno si sentirà umiliato perché la sua buona fede è stata calpestata e la sua urgenza repressa. Ma perché ciò accada, bisogna lasciare aperta la porta del futuro, non adagiarsi in geremiadi senza scampo, continuare a guardare l’orizzonte leucano con fiducia che qualcosa possa da lì venire da un momento all’altro verso di noi. E nel frattempo operare nell’unico modo possibile, cioè contribuendo nel proprio piccolo a fondare e costruire quella comunità, sulla quale, come Moresco saprà, tanto si è discorso su NI nel mese di luglio e in queste prime settimane di agosto, e sulla quale forse è bene tenere sempre aperta la discussione; poiché mi appare chiaro che solo così la comunità si forma e si rinsalda. Questa è la mia unica speranza.
    E lei, Moresco, che cosa ne pensa?

    Gustavo P.

    P.S.: Questo scritto è postato anche nei “Commenti” al pezzo di Montanari sul sesso.

  7. Antonio Moresco il 14 agosto 2003 alle 21:42

    Ringrazio Andrea, “Tavor”, Anna e Gustavo.

    Andrea per la capacità di capire, l’intelligenza e la sintonia.

    “Tavor” per la franchezza.

    Anna, per aver preso sul serio quello che ho cercato di dire. A me in effetti sembra che l’aria sia così, irrespirabile, in tutti i campi. Si soffoca! E non solo per il caldo. Ma non bisogna arrendersi a questo stato di cose. Ognuno di noi, ciascuno a suo modo, ha la sua piccola o meno piccola zona di irradiazione. Si tratta di renderla incandescente. E’ successo molte altre volte nel corso del tempo che ciò che fino a un attimo prima appariva indistruttibile si sia rivelato poi -una volta contrastato davvero- fragile e inconsistente, e che viceversa ciò che appariva fragile e destinato a perdere si sia rivelato alla fine indistruttibile.

    Gustavo per la lunga lettera, piena di cose interessanti e di altre che mi spingono invece a controbattere.
    Lascio da parte le accuse a Raul Montanari, alle quali l’interessato è perfettamente in grado di rispondere di persona. Per quanto mi riguarda, mi pareva di aver evidenziato nel mio scritto un drammatico scontro in atto e una breccia da allargare nella tenaglia tra la “letteratura di genere” e quella che ho chiamato “genere letteratura”. Non solo di aver criticato Simenon e altri per il solo gusto di criticarli. Ma lei ingiunge: ”Cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lei vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario?” Le posso solo dire che il mio lavoro di scrittore -buono o cattivo che sia- è lì, sotto gli occhi di tutti. Sta a lei stabilire di quale pasta sia fatto e in che direzione si muova. Mi accusa poi, implicitamente, di aver fatto delle “geremiadi senza scampo”. A me sembra invece di avere fatto il contrario. Ma se, dopo aver letto il mio pezzo per intero e da cima a fondo, è così che la pensa, io non possiedo evidentemente altre parole in grado di dimostrarle il contrario.
    Mi pare, da quel poco che vedo e capisco, che domini in rete (non solo in rete ma un po’ dappertutto, anche se in rete viene forse enfatizzato al massimo) uno stile di confronto che stravolge e assottiglia il senso, lo spessore e l’urgenza delle argomentazioni, giuste o sbagliate che siano, scavalcando e banalizzando in vario modo i problemi che si cerca di porre. Io non ho certo nostalgia per i galatei e non ho paura della radicalità e della sincerità. Ma un confronto su queste basi è impossibile, non serve a niente, è da rifiutare.
    Altra cosa. Vedo che lei divide con un colpo d’accetta “lo ‘scrittore che scrive’, che può ancora scrivere tutto e liberare così la potenza della parola, e lo ‘scrittore che ha scritto’, che è solo uno strumento d’autorità, ecc…” Lei sa -perché mi rimprovera di averlo ricordato- che solo all’età di 45 anni sono riuscito a pubblicare ciò che avevo scritto a 30 e ancora stavo scrivendo. Allora le chiedo: secondo lei, nel momento della pubblicazione, i miei scritti e la mia persona, che fino a un istante prima erano una cosa, sono diventati improvvisamente e quasi per magia un’altra cosa? La loro intima natura è cambiata? Sono diventati di colpo, come dice lei, “uno strumento d’autorità nelle mani del cupo potere costituito dei mediatori e degli editori”? E io, nonostante continuassi caparbiamente a essere uno “scrittore che scrive”, sarei diventato nello stesso tempo e di colpo solo uno “scrittore che ha scritto”?
    A sentire queste argomentazioni, che anche altri fanno, sembra che ogni cosa viva, nel momento che viene toccata da “loro” diventi improvvisamente impura, che venga pietrificata come dallo sguardo di Medusa. Anzi, che sia già morta prima ancora di vivere la sua vita emersa, dato che il suo destino successivo non può che essere questo. Mentre la rete sarebbe invece e chissà per quale ragione una zona franca, la sola dove si può costruire ancora qualcosa d’altro, ecc… Si rende conto che così lei gliela dà vinta subito, non fa che consegnare nelle “loro” mani l’intero bottino? C’è qualcosa di bloccato in questo modo di vedere le cose. Tanto più considerando che tutto questo varrebbe anche per gli scrittori del passato, che non possono che rientrare per forza di cose nella categoria degli “scrittori che hanno scritto”. Invece per me Dante è ancora vivo, vivissimo, sta ancora scrivendo, sta scrivendo nell’intante stesso in cui poso gli occhi su una sua frase, la sua tensione si può ritorcere continuamente contro di “loro”, se siamo in grado di farla vivere dentro di noi, e così Kafka, Melville, Dostoevskij, Leopardi, molti altri, e anche più indietro nel tempo, Omero, lo sconosciuto autore del libro di Giobbe e di quello di Gilgamesh… Non bisogna, credendo di fare altro, finire per fare esattamente il loro stesso gioco. C’è, al contrario, tutto continuamente e drammaticamente -anche con il conflitto, se occorre- da vivificare, salvare.
    Non se ne abbia a male e non mi giudichi un presuntuoso o un cafone se nel futuro non potrò rispondere che raramente e saltuariamente alle lettere che lei o altri mi scriveranno in rete, perché non sono collegato a Internet e devo ogni volta abusare della gentilezza di un amico, che tra l’altro domani partirà per le vacanze e starà via per un po’. Accetti -se vuole- i miei tempi, i miei limiti e le mie libertà (tra le quali c’è anche quella di non avere un indirizzo di posta elettronica e di non essere direttamente in rete).
    Ma nella sua lettera ci sono altre cose che mi sembrano invece interessanti e che potrebbero avere sviluppi. Anche per questo abbiamo dato vita a “Nazione indiana”. Forse verrà il momento di riparlarne davvero e di creare nuovi vasi comunicanti, senza il diaframma o l’alibi della rete.

    Grazie ancora a tutti,

    Antonio Moresco

    Milano 14-8-2003

  8. Gustavo P. il 16 agosto 2003 alle 00:31

    Caro Moresco,

    lei parla di “accuse” da me fatte a Montanari, dalle quali Montanari stesso dovrebbe “difendersi”. Ma qui nessuno sta facendo processi, né ha mai parlato di “accuse” e “attacchi” (mi viene in mente un certo signor B…). Io porto, nella discussione comune, semplicemente degli argomenti, che mi aspetto siano chiariti o indeboliti. Se poi questi argomenti pesano come macigni sulle false coscienze degli altri, non è un problema mio, ma loro. Se lei legge bene gli interventi (compreso l’ultimo) di Montanari, forse si renderà conto di cosa voglio dire: sono privi di qualsiasi argomento, ma pieni di una caterva di invettive, improperi e offese vere e proprie, anche pesantissime, non solo nei miei confronti, ma nei confronti di tutti i lettori di NI. Lei, Moresco, di questo non parla, non so perché; invece si lamenta, implicitamente, del mio “stile”, confondendolo a bella posta con quello esibizionista e aggressivo dei narcisi internettiani, e si fa beffe del mio tono, che non contiene mai alcuna offesa né sgarbo nei suoi confronti come nei confronti degli altri, ma solo argomenti: dare del “servo” a uno argomentando perché, non è la stessa cosa che dirgli “servo” e basta, non crede? Insomma, io credo che sia il tono (e il lessico) di altri, Montanari in primis, a doversi giudicare reprensibile, non il mio. Come mai lei, allora, non si è sbilanciato sul tono di Montanari: perché forse lo condivide, o perché uno “scrittore che ha scritto” non si tocca?

    Certamente io non ho mai sostenuto che bisogna vivere obbligatoriamente una vita separata rispetto al mercato e ai mediatori culturali, anche se questa, tra le tante, potrebbe essere un’ipotesi praticabile. E nemmeno voglio sostenere l’infinita “libertà” di internet, la sua assoluta ‘differenza’. Però lei dovrebbe prendere atto di una cosa: oggi la rete (e non “loro”, ossia il sistema editoriale, con il quale, tra l’altro, a me non interessa nemmeno interloquire più di tanto, e non gliela “do vinta” per il semplice motivo che io con “loro” non gareggio) consente ancora la “possibilità” – badi bene: solo la “possibilità” – di pensare più agilmente, insieme, una comunità svincolata dai pescecani del profitto. Tale “possibilità” consiste in sostanza nel permettere di allestire tanti luoghi di confronto e creatività che altrimenti sarebbero impensabili, per tutta una serie di ragioni, non ultima quella economica. Forse non a caso si dice che internet è il mezzo espressivo dei poveri. Lei disprezza e liquida la tecnologia con troppa superficialità, e perciò preferisce stare con un piede fuori e uno dentro (non si capisce perché). Dovrebbe invece imparare a scorgere nella rete – come in tutte le situazioni – un mondo variegato e infinito che potrebbe essere un’anticipazione del suo destino e del destino di tutti. Questo non vuol dire approvarla o subirla o usarla passivamente, la rete, e perciò io parlavo di “possibilità”, perché sta poi all’”azione” dei singoli e delle comunità che si immaginano il futuro, imparare a sfruttare uno strumento, qualsiasi strumento, nel modo giusto, cioè secondo giustizia. Magari prima che arrivino gli altri a imporci la loro usabilità, che certamente sarà consona al potere e ai suoi antichissimi, infelici, sempre ingiusti meccanismi di controllo.

    Mi risponda con tutta la calma che le serve, se mi vuol rispondere, e magari mi faccia sapere, se trova un po’ di tempo, come io ho già fatto (e non ripeto) con lei, quali sono le parti interessanti del mio scritto, che pure dice di aver trovato; altrimenti taccia pure. Nessuno gliene farà mai una colpa o la considererà un cafone, non si preoccupi. Le sue parole, come le mie, come quelle di tutti, non sono una proprietà privata, ma servono a un unico fine invisibile che ci sovrasta. Se non parlerà lei, parlerà un altro, e, ne sia certo, il discorso, che deve trovare la sua via, alla fine la troverà comunque, con o senza di lei o di me.
    Con affetto.
    Gustavo P.

  9. Zibaldoni e altre meraviglie il 18 agosto 2003 alle 14:46

    Caro Moresco,
    noi vorremmo provare a fare ancora qualche passo in avanti insieme, se le va, tralasciando il risentimento che alcuni interventi piuttosto duri, come per esempio quello di Gustavo, hanno potuto produrre.
    D’accordo, lei ha parlato di “letteratura di genere” e di “genere letteratura”. Condividiamo appieno la formula, tanto è vero che ne facciamo una bandiera della nostra rivista, anche se lei, Moresco, riconoscerà che è un formula non nuova e in fondo non foriera di troppe novità o aperture riguardo al tema che qui si sta sviscerando. Non è questa, per noi, la parte interessante del suo ragionamento. A noi interessa la parte etica della questione letteraria, la parte attiva, quella che spinge gli scrittori a confrontarsi e a parlare di cosa è possibile fare per difendersi dall’eventualità di essere ridotti a schiavi di un sistema fagocitante, e che inoltre esorta a resistere a tutti gli orizzonti di crisi e di morte che ci attraggono sempre, come ricorda bene Giulio Savelli, ma ai quali bisogna almeno provare ad opporre una sostanza di vita o vita sostanziale, al di là di tutti i razionalissimi dubbi. È su questo che forse le chiedeva un parere, magari con modi un po’ bruschi, Gustavo P., caro Moresco, non sulle formule critiche o sulla sua poetica, che francamente possono interessare relativamente, almeno fino a questo momento. Non è ai suoi libri, insomma, che bisogna arrivare e fermarsi, ma ai libri del futuro, se mai ce ne saranno ancora di belli come certamente sono i suoi. Cosa fa, lei, Moresco, oltre che denunciare la situazione attuale, ovvero per controbatterla? Scrive libri? Ma ci sono milioni di persone che scrivono libri! “Sono uno scrittore” – lei replicherà – “cos’altro dovrei fare?”. Scrivere, certo; ma senza dimenticare che quello che scriviamo cade in un mondo nel quale viviamo insieme ad altri con certe regole, etc. Ecco perché la questione è tutta politica, almeno dal punto di vista che interessa qui a tutti, comunitariamente. Pertanto non si tratta di mettere avanti l’autorità dei libri scritti rispetto a un universo degenerato, non si tratta di sostituire a una autorità ingiusta un’altra autorità più giusta. Non è di questo che si tratta. In NI si sta discutendo della possibilità di sostituire all’autorità, che è sempre oppressiva, una comunità, ossia qualcosa di aperto e di mai definitivo che si svolge a partire dagli altri che sono diversi da noi, prima, o oltre, che da noi stessi. Lo “scrittore che scrive” citato da Gustavo P. è forse lo scrittore che non ha bisogno di pubblicare libri con questo sistema editoriale per affermare la propria identità; è lo scrittore che, se necessario, fa un uso talmente improprio della letteratura, da non pubblicare assolutamente da nessuna parte i suoi libri, o solo su fogli volanti o solo su riviste sconosciutissime o solo per pochi amici. Lo “scrittore che ha scritto”, invece, è esattamente lo scrittore impelagato nei suoi problemi di critica viscerale, ma di incapacità all’azione. La solita, vecchia storia: ‘il mondo fa schifo, io però resto nel mondo, perché… cos’altro si può fare?’
    E invece bisogna uscire fuori da questo mondo, andare in alto, oltre, al di là. Come? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno, bisogna scoprirlo. Ma qui sta il bello. Se voi ci state, bisogna partire insieme per fondare una comunità in una terra ancora da scoprire, bisogna abbandonare se stessi e portare il dono del proprio vuoto, della propria miseria, umilmente, a chi vorrà accoglierlo per farne tesoro e per ringraziarci a sua volta con il suo vuoto, la sua miseria. L’idea di comunità non indica una “proprietà”, una “appartenenza”, una “autorità” da conquistare. La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno “munus”, dono, insieme a quello di altri (comunità = “cum” “munus”) nella nostra stessa condizione. La “comunità” non può avere a che fare con il “proprio”; ha a che fare, invece, con l’alterità, con il profondo abisso mortale dell’altro che ci insidia e ci guarda e ci chiede di accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni – mentre noi vorremmo ucciderlo, perché Caino è nato prima di Abele ed è stanziale e assassino, “autoritario” per natura.
    Nella sua lettera, Moresco, si sente a tratti un tono di pienezza poco gradevole. I suoi problemi e, come dice Gustavo P. con severità, le sue geremiadi riempiono tutto lo spazio della sua scrittura anche con discrezione e sobrietà, ma non diventano mai dono comunitario per gli altri, non indicano una via “alternativa”. Non a caso alla fine l’unica cosa che lei può rivendicare sono i libri che ha scritto. No, Moresco, non possiamo rivendicare i libri che abbiamo scritto, perché ce ne sono ancora moltissimi altri da scrivere, molto più importanti di quelli già scritti. È questi che dobbiamo sforzarci di immaginare, di aprire alla possibilità, di rendere vivi e presenti nel futuro a partire da qui. Sono i libri del futuro che dobbiamo salvare, non quelli “già scritti”. La sua frase: “Vogliamo esordire” ci pare che volesse significare proprio questo, o adesso non vale più?
    Scusi la lunghezza, siamo sempre suoi (e vostri) con affetto,
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

  10. gherardo bortolotti il 18 agosto 2003 alle 20:30

    Mi sembra che nella discussione circa “la comunità che manca” debbano essere
    considerati due elementi che sono, come si usa dire, i convitati di pietra di
    ogni tentativo di dare vita ad un nuovo dibattito letterario. Uno è l’industria
    editoriale e l’effetto totalizzante che ha su qualunque comunità letteraria.
    L’altro è il problema estetico.

    Per quel che riguarda l’industria editoriale, mi limito a dire le due banalità
    che tutti sanno (anche perché più in là non saprei andare). C’è stato, con il
    passaggio anni ’70/anni ’80 una disgregazione dell’ambiente intellettuale
    italiano, per motivi diversi e che, onestamente, non cercherei neppure di
    schematizzare. Al suo posto, ed al posto di un dibattito culturale e letterario,
    si è collocata l’industria editoriale che, se pure esisteva anche prima, doveva
    convivere con istanze molto forti della cultura. Questa, lungi dall’essere
    spaventata o “schifata” dall’industria (al di là delle critiche e dell’analisi,
    è ovvio), l’ha utilizzata con successo e intelligenza (non sto a parlare di
    Vittorini, Calvino, il Gruppo ’63, Pasolini, etc.). Ora qualunque tentativo di
    dare luogo ad un vero dibattito che “faccia cultura” (penso sia questo il nucleo
    di tutta la discussione, altrimenti perché porsi il problema di una nuova
    comunità?) deve misurasi con un modo di farla che è egemone e che non ha la
    minima intenzione di lasciare il proprio posto. Benedetti e Moresco accennano a
    questo fatto ma, alla fine, pongono solo una questione confusamente etica, senza
    tra l’altro approfondire la loro peculiare posizione di “interni” al modo di
    fare cultura che si dovrebbe cambiare. Alcuni, invece, accennano al fatto che ci
    si possa affidare alla rete come possibile luogo di libertà ma se, da una parte,
    la rete è sicuramente un nuovo luogo dove fare letteratura, ed in cui non c’è
    bisogno di “passare dall’editor” per pubblicare, dall’altra non si deve pensare
    che si possa trasferire, armi e bagagli, la letteratura sul web. Un nuovo
    supporto implica un nuovo testo ed una nuova idea del testo (e sarebbe da
    dimostrare che sia ancora un testo, o letteratura). Questo porta al secondo
    punto che mi sembra sia da tenere in considerazione.

    Il secondo elemento, dunque, che mi sembra si dovrebbe affrontare, e che non
    viene assolutamente affrontato, è il problema estetico. Dato che si parla di
    letteratura e la letteratura, come ogni arte, muove le proprie mosse sul piano
    estetico, è questo che va considerato per primo. Quello che intendo è che la
    collettività che ora manca (secondo l’assunto della discussione) non potrebbe
    formarsi che a partire da una serie di problemi estetici su cui lavorare in
    comunità, appunto. Se la comunità si riduce ad una petizione di principio e di
    appartenenza (magari formulata in negativo, in contrasto rispetto ad altre
    realtà) non mi sembra che abbia molti sbocchi se non, nel caso migliore, la
    semplice sopravvivenza. Se si decide di utilizzare le rete come nuovo supporto
    della letteratura, come si diceva, bisogna affrontare i problemi estetici che il
    nuovo supporto introduce nella produzione di letteratura. Mi sembra intuitivo
    che leggere un romanzo a schermo non è umanamente possibile. E comunque, al di
    là della migrazione sulla rete, rimane il fatto che se si considerano inadeguate
    la letteratura e la cultura di oggi non è solo un problema di editor maligni e
    case editrici votate all’instupidimento nazionale (cose vere, per altro, se si
    deve credere a Moresco che lo dice da “dentro”). La questione andrebbe
    analizzata in modo un po’ più radicale e tenendo conto che è un problema di
    forme che non riescono più a gestire i contenuti. In effetti, per esempio, la
    cosa che mi sembra molto interessante nell’iniziativa di De Vivo e di Virgilio,
    e che apre in questo senso un dibattito più concreto su una nuova comunità
    letteraria, è proprio l’idea di recuperare una struttura come quella dello
    zibaldone e farla diventare il perno di una serie di lavori, considerazioni,
    etc. di fonti ed ispirazioni differenti. Ovvero: si pone un problema estetico,
    come risposta all’insoddisfazione che date posizioni, anch’esse estetiche,
    producono, ed eventualmente si raccolgono delle risposte, varie e
    differentemente compatibili.

  11. Raul Montanari il 18 agosto 2003 alle 22:30

    Se peraltro De Vivo e Virgilio (con un nome simile, poi…) evitano di sbagliare di brutto l’etimologia di “comunità”, siamo tutti più felici e l’effetto “Ora del dilettante” si attenua.
    Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava “chi svolge una carica”. Quindi communis sta per “chi è partecipe di una carica”. A me sembra anche più impegnativo del romantico e floreale “partecipe del dono della solitudine”. Fra scrittori che scrivono e scrittori che hanno scritto, magari c’è bisogno anche di qualcuno che ha letto (un buon vocabolario).
    Per una referenza precisa, senz’altro consigliabile il Dictionnaire Etymologique de la Langue Latine di Ernout e Meillet, quarta edizione, p. 421.
    Prima di pontificare sui massimi sistemi e deliberare sul nulla, può essere buona norma controllare il rubinetto del bidet.
    Saluti
    Raul Montanari

  12. Zibaldoni e altre meraviglie il 19 agosto 2003 alle 17:54

    Caro Gherardo Bortolotti,
    noi non pensiamo affatto che la rete sia il luogo della libertà assoluta, perché consideriamo la rete come la vita, cioè come un luogo dove bisogna lottare per assicurarsi qualche spazio di libertà che il potente di turno vorrebbe sempre comprimere o annullare. Le esperienze vitali, in rete, sono gocce in un mare di stupidità e di interessi contrapposti, ma sempre pronti a carpire la buona fede delle persone. La rete non è la nostra terra promessa, intendiamoci! Né il web è per noi l’unico luogo deputato alla letteratura e alla ricerca artistica. Tutt’altro: noi siamo giunti al web per necessità, non per elezione, ma, guarda un po’, proprio la necessità di utilizzare il web è da noi considerata ora la nostra virtù. La rivista-zibaldone, che abbiamo creato mettendo a frutto la geniale intuizione leopardiana, come tu hai ben capito, è la nostra virtù, nata dalla necessità di risolvere il problema estetico che il web ci ha posto e che nessun editore – attento innanzitutto alle ragioni del guadagno – avrebbe potuto e voluto risolvere. Questa è la “nuova idea di testo” che noi proponiamo, un’idea adatta alla comunità cui pensiamo, poiché lo zibaldone include, non esclude; esso è la metafora del mare magnum della letteratura e del sapere, che tutti gli uomini, più o meno consapevolmente, contribuiscono a scrivere ed elaborare. Siamo solo in due a curare le pagine di questa rivista, ma la redazione effettiva è dell’intera comunità intellettuale e culturale, laddove con questi aggettivi noi non intendiamo assolutamente qualificare una corporazione, una setta, e neppure un gruppo ristretto di persone, ma – ripetiamo – l’intera comunità scrivente, operante (nei campi dell’arte) e leggente, cui noi opponiamo un solo veto: l’esibizione del proprio “io”. Pertanto, chiunque ci mandi uno scritto o una foto o un disegno nel quale è assente questa esibizione narcisistica del proprio “io”, che è il peccato capitale dell’artista (soprattutto “moderno” e “postmoderno”, vedi anche le discussioni fatte in NI), quello a cui tutti gli altri sono riconducibili, noi lo prendiamo in seria considerazione.
    E come non abbiamo preclusioni di sorta nei confronti di coloro che scrivono, così non abbiamo preclusioni nei confronti delle cose che si scrivono (con quell’unica eccezione di cui sopra). Siamo contro i generi, certo, ma non per edificare dei “controgeneri” o per sfruttare questo discorso a fini autopromozionali. Perché dovremmo respingere un testo che si presenta sotto forma di romanzo, se esso è il frutto di un’esperienza vitale e degna per questo di essere letta, cioè di diventare patrimonio comune?
    A proposito dei “problemi estetici su cui lavorare in comunità”: noi pensiamo che essi debbano essere posti e risolti dalla comunità stessa in piena autonomia. Nella nostra rivista abbiamo ideato una sezione di apertura, i “Preludi”, in cui di volta in volta viene proposto un tema sul quale tutti i gli scrittori e i lettori sono chiamati ad esprimersi liberamente, secondo modalità estetiche che ciascuno sceglie in modo del tutto autonomo. I risultati, poi, vengono pubblicati sistematicamente nella sezione finale della rivista intitolata “Fughe”. Sono i luoghi della discussione e della soluzione dei temi e dei problemi estetici che man mano la comunità (non solo noi due) avrà posto, perché ne avrà sentito l’urgenza e la necessità.
    Ecco, questo noi stiamo facendo, con le nostre poche forze e risorse. Ma non ci sogniamo minimamente di fare la lotta contro i mulini a vento dell’industria editoriale. Anzi, se c’è un editore per la nostra rivista-zibaldone che accetti la sfida, di pubblicare una rivista siffatta, cioè una rivista autenticamente aperta all’intera comunità, ben venga. Ma alle nostre condizioni!
    Con affetto,
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

  13. Zibaldoni e altre meraviglie il 19 agosto 2003 alle 17:55

    “… il primo significato che i dizionari attestano del sostantivo ‘communitas’ è quello che assume senso dall’opposizione a ‘proprio’… A questo primo significato canonico, tuttavia, se ne aggiunge un altro meno pacifico perché trasferisce al proprio interno la maggiore complessità semantica del termine da cui proviene: ‘munus’, che indica una caratterizzazione sociale… Benché generato da un beneficio precedentemente ricevuto, il ‘munus’ indica solo il dono che si dà, non quello che si riceve. Esso è proiettato tutto nell’atto transitivo del dare. Non implica in nessun modo la stabilità di un possesso… ma perdita, sottrazione, cessione… Il ‘munus’ è l’obbligo che si è contratto nei confronti dell’altro…”
    (Roberto Esposito, “Communitas”, Einaudi, 1998, pp. XII-XIV).

    Veda, Montanari, nonostante le offese e l’accusa di dilettantismo, che per noi è piuttosto un elogio, poiché del professionismo alla sua maniera non sappiamo che farcene, anche la sua faciloneria pseudoprofessorale costituisce un ‘munus’, perché ci offre l’occasione per chiarire, a beneficio del “discorso comune”, qualche altra idea, e quindi di fare insieme ancora qualche passo.
    Il ‘munus’, a differenza del ‘donum’, ha un carattere particolarissimo: non si può fare a meno di farlo, “si è chiamati a farlo”. Etimologicamente, secondo il filosofo Roberto Esposito, è questo il suo senso, che può avere a che fare con l’idea di ‘dovere’ espressa dalla ‘carica’ (ma non solo). La ‘carica’, quindi, cui lei, o meglio, il dizionario, allude, non si riferisce semplicemente, a una “autorità”, come lei, forse, è abituato a vedere, ma a un “dono”, a una “grazia”, che chi ricopre la ‘carica’ dovrebbe sempre sentirsi in “dovere” di fare agli altri.
    Il carattere di “gratuità doverosa” del ‘munus’ a noi interessa fortemente ai fini del nostro discorso perché implica una certa idea di responsabilità e di sacrificio che obbliga quasi naturalmente ogni uomo a “fare” insieme agli altri. È per questo che parlavamo della necessità di perder tempo ad ascoltare gli altri, della fatica di mettersi in relazione per allestire una comunità, etc. “Abolire la relazione”, impedire di “alterarsi”, invece, è il presupposto di qualsiasi potere contrattuale, fondato non a caso sull’”immunitas” (veda i bloggers, “immuni” perfino da loro stessi, o il sistema culturale dei mediatori, che pompa tanti “scrittori” ognuno con la sua “poetica immunitaria”), opposta in tutti i sensi alla “communitas”, la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe neppure necessario, perché chi mastica un po’ di latino e legge con attenzione e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo (“sente”) che l’origine di ‘munis’ è ‘munus’ – “communitas”, dunque, la quale ha a che fare con un “dono” (“munus”) che non si può non fare (la “doverosità”) alla pari con gli altri (“cum”), in un circolo partecipativo che è l’esatto contrario del potere costituito, anche perché alla sua base dovrebbero esserci, come suggerisce Esposito citando Bataille, lo spreco e il nostro nulla costitutivo, ovvero il punto sempre sfuggente dell’orizzonte (la “comunità” come nostra radice più propria) verso cui si tende nonostante tutto, ma che non si afferra mai, e la nostra fragile natura mortale.
    Ma a lei, Montanari, è risaputo che queste cose non interessano, preso com’è dalle sue ansie difensive della posizione “professionale”, perfino in questo angolo sperduto di universo che è la finestra di un micronico forum.
    Per concludere, notiamo soltanto che la citazione di Esposito proviene da un ambito di ricerca di filosofia politica e morale che persegue tutt’altri approdi, ma è molto interessante perché tira in ballo dinamiche e argomenti di cui stiamo discutendo in questi giorni: la sua nozione di “comunità” ci è sembrata subito aderente ad alcune nostre intenzioni, per questo l’abbiamo utilizzata, anche se in tutt’altra prospettiva, è chiaro (per chi ha letto i nostri interventi). D’altronde, che la questione sia anche “politica” lo hanno già detto in molti, ragion per cui questi riferimenti non ci sembrano affatto campati in aria.
    Legga meglio i vocabolari, dunque, caro Montanari, e, soprattutto, legga il libro di Esposito e i nostri scritti, se vuol saperne di più. Di cosa? Del suo destino, naturalmente.
    E se ha bisogno di un idraulico, ci faccia un cenno.
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

  14. Raul Montanari il 19 agosto 2003 alle 22:33

    Cari ragazzi, raramente ho sperimentato la sensazione di dare la testa contro un muro (non di gomma) (almeno spero!) come provando a confrontarmi con gente come voi e il vostro amico P., creature che immagino allignino solo nella fauna virale del web e negli incubi delle suore di clausura.
    Naturalmente il significato di communis è quello attestato dai vocabolari, non dai ghiribizzi di Esposito (di cui vi affrettate, vedo, a segnalare la pubblicazione in Einaudi, noto blog). Cascate malissimo con la vostra cialtroneria (cfr. Tommaso Labranca, “Chaltron Hescon”, sempre sito Einaudi) perché sono laureato in glottologia con una tesi in latino arcaico e un pochino me ne intendo; diversamente avrei continuato a sonnecchiare leggendo il vostro intervento e non sarei stato irritato dall’etimo alla Corrado Mantoni, né sarei intervenuto. Ma questo immagino non conti nulla per voi.
    Costruire castelli di aria cerebrale sopra premesse malsicure è una caratteristica di quel tipo di dilettante che poi preme il pulsante sbagliato e fa partire l’atomica. Per fortuna voi non potete far partire proprio niente, nonostante il vostro affannoso contorcervi e dibattervi per avere spazio.
    Comunque ho una buona notizia da darmi, non da darvi: se non sbaglio, le vostre vacanze su NI stanno per finire.
    Io sono molto felice della vita che faccio e del libro che sto per pubblicare, il dodicesimo a mia firma non volendo contare le traduzioni; voi, della vostra vita, fate pure quello che volete.
    Tanti auguri, e tutta la mia solidarietà ai vostri psichiatri, per non parlare delle mogli e dei condòmini.
    PS Non ho bisogno di consigli idraulici perché, cosa buffissima, a 25 anni ho pubblicato – sempre rigorosamente su carta, e sempre ben pagato per la mia professionalità, in quel caso non artistica – un manuale di idraulica… ogni tanto i miei lettori lo trovano nelle biblioteche e mi chiedono se si trattava di un testo di poesia sperimentale, cose del genere. Tiziano Scarpa, poi, quando vuole tirarsi su di morale ne legge alcune pagine ed è colto da accessi di riso perfino preoccupanti. Questo per chiudere con un sorriso.
    Vado ad ascoltarmi un po’ di Webern, voi continuate pure a tenere come colonna sonora il vostro gran rosicare, perchè solo di questo si tratta, ahivoi. Mettetevi le cuffie, magari.

  15. andrea il 20 agosto 2003 alle 01:07

    Vengo in aiuto degli Zibaldoni e del loro “Munus” inteso come regalo/dovere con una spiegazione un po’ stramba. Gentile Montanari, immagina che tornando dalla pesca trovi una lettera. La apri e dentro c’è la notificazione di un provvedimento amministrativo ingiusto, così ingiusto da farti girare, da incattivire la lenza nel mulinello. Tu sei un’intelligenza cristallina, un specie di Busi etero, ti rendi conto che l’odiosità è data dall’abuso del potere discrezionale di un funzionario rancoroso (affidato dalla legge naturalmente). Dunque da uomo sanguigno urli per la tromba delle scale La pagheranno caraaaaaa! E hai ragione, solo che non sai il motivo, infatti sei glottologo, idraulico, scrittore, pescatore, mica giurista. Hai ragione perché quel potere discrezionale affidato al tizio che rappresenta la pubblica amministrazione è un munus nel senso degli Zibaldoni e di Esposito: deve essere esercitato come un regalo, cioè nel pubblico interesse. A questo punto anche il giudice, che per il principio di separazione dei poteri non potrebbe sindacare la discrezionalità amministrativa, a questo punto dicevo può annullare il provvedimento odioso. Quindi ci sono tutti gli elementi: la comunità, la carica e il dono, per dire che l’interpretazione di Esposito non è un totale ghiribizzo.

    Torniamo alla notevole Lettera da Leuca di Moresco, che è certamente un regalo/dovere?

  16. Raul Montanari il 20 agosto 2003 alle 12:35

    Caro Andrea che mi stai sempre più simpatico (dopo la commemorazione dei grandi centauri, poi!… Ma ricordi l’incredibile scena di Poltronieri, quando ci fu l’incidente di Imola in cui morì uno dei tuoi eroi? Il silenzio, l’attesa, lo spettacolo angoscioso di un pilota sconosciuto che cammina sulla pista con il casco in mano… Dietro quella curva che le poche telecamere dell’epoca non inquadrano è successo qualcosa. Poltronieri abbandona la postazione, va di persona a vedere lasciando soli i telespettatori. Torna, si schiarisce la voce e pesca non si sa da dove una straordinaria frase fra il burocratico e il tacitiano: “L’imponderabile è avvenuto”), io sarei felice quanto te di occuparmi della lettera di Moresco. Purtroppo è esattamente quello che non fanno coloro, come P. e il tristo duo, che mi pare approfittino semplicemente dello spunto molto preciso, molto circostanziato delle parole di Moresco per partire con le loro fumiganti circonvoluzioni, intessute di stramberie. Esattamente come avevano fatto inserendosi senza nessuna pertinenza nei commenti dedicati al mio articolo su Glamour.
    Sai cosa mi dà fastidio di una cosa obiettivamente piccola come un’etimologia sbagliata? (Sbagliata, Andrea, perché le parole hanno anche una loro storia; e communitas, mi dispiace tanto, non ha MAI voluto dire quello che i due tipi hanno messo lì come una cosa scontata, in una elegante parentesi che ti invito a riguardare, blaterando poi del fatto che “basta masticare un po’ di latino…” ecc. Se da oggi in poi sul Devoto Oli communitas-comunità vorrà dire partecipazione a un dono, grazie alla potente innovazione interpretativa che ci è stata proposta, benissimo; ma intanto onestà intellettuale vorrebbe che chi ha detto una castroneria riconoscesse che nella migliore delle ipotesi si trattava di una forzatura, di una proposta appunto, non certo del riferimento a un etimo assodato che capisce chiunque “mastichi un po’ di latino”. Il latino bisogna digerirlo, masticarlo non basta).
    Mi dà fastidio la mancanza di rispetto.
    Lo so che mi rendo antipatico quando parlo di dilettantismo, ma il dilettantismo non è certo fare qualcosa senza venire pagati; se fosse così, dilettanti saremmo anche noi scrittori pseudoaffermati, perché quando Moresco o Tiziano o io ci mettiamo a lavorare a un nuovo libro (libro, non articolo; ma il cuore del nostro lavoro è sempre il libro, ed è per via dei nostri libri che ci chiedono anche gli articoli, per Glamour o per il Corriere) non abbiano nessuna, nessuna garanzia che verrà pubblicato. Proprio perché non siamo servi, lavoriamo con uno spirito da dilettanti, appunto: sempre, forzando ciascuno a suo modo i confini della narrativa mainstream, e augurandoci che gli editori e il pubblico (proprio loro, sì) ci seguano.
    Io definisco dilettantesca la mancanza di rispetto per le cose e per le parole, l’attitudine per cui il mondo è inteso come un ipermercato o un parco giochi da cui si può prendere qualsiasi cosa, girarla, rigirarla, buttarla per aria, chiamarla badile quando è un lampadario, divertircisi.
    Un badile non è un lampadario, e a volte ci vuole molta umiltà, molta attenzione per riconoscerlo. I teorici russi dello “straniamento”, come sai, dicevano che il vero compito della scrittura è restituirci il mondo com’è. La storia, dicevano, è un pretesto. Dostoevskij descrive in due righe un tavolo, e tu VEDI il tavolo: per miracolo, il tavolo, questo oggetto usurato dal tuo stesso sguardo, dall’automatismo percettivo che te lo fa incontrare ogni giorno come parte di un panorama abituale, ti viene restituito con la sua forma, il suo peso.
    Nelle discussioni che abbiamo avuto quando ho tradotto i due Edipi di Sofocle, nel ’95, il vecchio Busi (che li ha pubblicati per i Classici Frassinelli; ora sono appena usciti in edizione economica) mi ripeteva: “Non esiste un grande scrittore, in tutta la storia della letteratura, che non sia anzitutto materico, innamorato delle cose”. Stevenson ha scritto: il narratore deve amare le cose al punto che il lettore desidererà provare su di sé questo amore così forte.
    E’ per questo, lo dico ad Andrea e a tutti, che mi dà fastidio sentire discorsi generici e, peggio ancora, vedere violentata una povera parola che non ha fatto del male a nessuno, chiede solo di essere quello che è. Lo dico ad Andrea proprio perché lui discorsi generici non ne fa: l’ho sempre visto citare fatti, usare argomenti semplici e radicati nel mondo, anche quando polemizzava in modo aspro e non ero d’accordo con lui. La differenza fra lui e la gente che troppo generosamente cerca di difendere sta tutta qui.

  17. Giulio Savelli il 20 agosto 2003 alle 20:19

    (Ah, Montanari, ora comincio a capirla, e a capire di riflesso il pezzo su Glamour, che continua a non piacermi – ma quello sarebbe un discorso lungo e complicato…)

    Vorrei tornare a Moresco a al suo bellissimo articolo.
    C’e’un aspetto del discorso che mi pare cruciale, riassumibile in questa affermazione: “Ma se si è operato in un senso, si può anche operare in un altro, non accettare un simile stato di cose”.
    La mia domanda e’: come?
    Mi pare che Moresco proponga, semplicemente, una politica culturale responsabile sotto il profilo qualitativo, e quindi non orientata esclusivamente dal profitto. Dato che tale proposta e’improbabile abbia seguito presso l’industria culturale, ossia l’industria tout court, come suggerisce Moresco di ‘non accettare’ lo stato delle cose? Non e’ affatto una domanda polemica. Ritiene che lo ‘stare assieme’, la condivisione per esempio sulla rete, abbiano un effetto su tale politica? O che invece possano rappresentare una forza reale ad essa alternativa? O pensa al rifiuto individuale (che qui piu’ o meno tutti, ciascuno a suo modo, condividiamo) e alla sua potenza etica?
    Spero mi si perdoni la semplificazione brutale, davvero rozza, di una questione tanto complessa. Spero di non essere stato del tutto fuori strada nell’indicare le alternative. Per quanto mi riguarda non ho proposte che ritenga sensate da offrire al dibattito.

  18. giovanni il 20 agosto 2003 alle 20:42

    invidio l’ottimismo di montanari per cui il significato delle parole lo si trova nei vocabolari. invidio un po’ meno il suo livore. wilde grosso modo diceva che a litigare con gli imbecilli si rischia che la gente non veda la differenza (o era groucho marx?): se ritiene che de vivo e virgilio siano tali, dovrebbe evitare di polemizzare con loro, altrimenti, nonostante la laurea in glottologia e l’expertise in idraulica non ci fa proprio una bella figura.
    ascolta webern? vuole gli applausi?

  19. Raul Montanari il 21 agosto 2003 alle 00:01

    E dove lo vuoi trovare il significato delle parole, o mio ottimo Giovanni? Ce lo illustri tu, partendo da A, abaco, ecc.? Etimo, traslati metonimici, metaforici, specialistici, ci spieghi tutto tu, basandoti sull’ispirazione che ti detta la brezza di ponente?
    Questo disprezzo per il lavoro di generazioni di studiosi che hanno edificato una delle poche scienze umane con una parvenza di oggettività, la linguistica, è la più affascinante forma di imbecillità autistica che mi è mai capitato di contemplare… e scopro che è anche piuttosto diffusa! Per cominciare, Giovanni, informati su livore, non usarlo a sproposito. Forse volevi dire irritazione, fastidio… cerca di essere più preciso nell’espressione, vedrai che ce la fai anche tu.
    Gli applausi, poi, vanno certamente a Webern, non a me.
    PS Colgo l’occasione per ringraziare chi oggi mi ha mandato una pioggia di circa 60 messaggi inquinati da virus assortiti. Intanto mi sono sentito onorato, anche se dopo tutti i soldi che ho speso in lezioni di difesa personale avrei ricavato più piacere da un’aggressione un po’ più corporea, diciamo. Poi è stato commovente vedere il sistema di protezione intercettarli e metterli fuori uso… dev’essere come vedere i globuli bianchi al lavoro.

  20. Gustavo P. il 21 agosto 2003 alle 12:11

    Cari amici di “Zibaldoni e altre meraviglie”,
    anch’io, come voi, non ritengo che il signor Montanari sia un degno
    interlocutore, ma siccome ho qualcosa da dire, la dico a voi, a cui sono
    accomunato negli attacchi pieni di livore (sì, è questa la parola giusta)
    del servo Montanari. Naturalmente, parlerò a nuora, cioè a voi, perché
    suocera intenda, dove la suocera è rappresentata, fuor di metafora, dai grandi
    capi di Nazione indiana.
    E’ vero, cari amici, siamo in tempo di ferie, ma avete voi capito come sia
    possibile che una rivista (o blog o come altro si vuol chiamare) come questa, in tempo di ferie, abbia subìto la
    stessa sorte di un cane poco desiderato che si fa presto ad abbandonare o
    che si lascia nelle mani del primo venuto? Insomma, gli undici redattori di
    Nazione Indiana, sanno di aver lasciato nelle mani di un personaggio
    arrogante e sprovveduto le sorti del dibattito che sembrava, grazie ai
    vostri interventi e a aquelli di Benedetti e altri, avviarsi verso qualche
    esito non scontato, mentre ora sembra essere confinato entro gli angusti
    confini di una discussione etimologica?
    La risposta che io do a questa domanda è positiva. Io penso che i redattori
    di Nazione Indiana non abbiano tirato la spina del computer e che, invece,
    stiano seguendo questo dibattito con sempre maggiore imbarazzo. E sapete
    perché? Perché sanno bene che esistono due modi per uscire da questo
    imbarazzo: affidarsi al tempo che prima o poi mette a tacere tutto e tutti
    oppure prendere posizione con chiarezza, assumendosi la responsabilità delle
    proprie idee. Avete ragione voi, dunque, quando dite che non è sostenibile
    che ognuno in Nazione Indiana curi i propri affari e degli altri non se ne
    importi, non è sostenibile ed è anche piuttosto inverecondo, data la natura
    del dibattito in corso. Ma proprio qui sta il punto, secondo me. Voi, cari
    amici di Zibaldoni, siete degli illusi, se pensate che le vostre “eroiche”
    idee possano avere un’eco nei redattori di Nazione Indiana, dove va in scena
    da tempo, ormai, il balletto della comunità disgregata. Quale comunità
    volete edificare con gente che non vi degna di una risposta che entri nel
    merito delle questioni e che affida a un Montanari, che non saprebbe vivere
    in mondo senza vocabolari e senza padroni, la gestione di un dibattito di
    questa portata? Siete degli illusi e degli idealisti, tanto che a volte mi
    sembra di leggere nei vostri scritti le parole di ragazzini che sognano
    ancora di fare la rivoluzione. Ma la realtà è ben diversa. E’ fatta di
    personaggi come Montanari, incapaci di adattare le proprie parole a quelle
    degli altri, usi a fungere da mastini (un po’ sdentati, per la verità) del
    padrone di turno. E voi parlate di communitas, di munus e di altre
    latinerie. Ricordatevi che quando entra in ballo il latino, il padrone ha
    sempre ragione (Manzoni), e quindi astenetevi in futuro dall’usarlo. O
    credete davvero che si possa usare il latino in buona fede? La riprova è
    data dall’abbaiare di Montanari che sul latino crede (e cita i suoi vocabolari in
    suo appoggio, cioè fa valere un potere indiscutibile fatto parola) di avere
    ragione, mentre dimostra solo che senza vocabolari (e senza padrone) sarebbe
    addirittura afasico, unn azzeccagarbugli afasico.
    Insomma, quello che voglio dirvi, amici di Zibaldoni, si riduce a questo:
    non fatevi troppe illusioni, il mondo è quello che è e l’idea di comunità
    sta nella mente di dio, ma non certo in quella dei redattori di Nazione
    Indiana.
    Un solidale saluto
    Gustavo P.

  21. giovanni il 21 agosto 2003 alle 12:41

    la tua risposta conferma il livore (e anche una sottile (?) paranoia). la mia battuta voleva sottolineare la differenza tra semantica ed etimologia, ma forse ci vuole proprio un linguista, e non un glottologo, per capirla. a mai più.

  22. Raul Montanari il 21 agosto 2003 alle 13:48

    Sei molto confuso, Giovanni, ancora non ci siamo. La glottologia fa parte della linguistica, e “distinguere” fra etimologia e semantica, nel modo come lo fai tu, è come distinguere fra pere e bulldozer. Puoi fare di più, spero non qui.
    Quanto a P. (è fantastico dialogare con una lettera dell’alfabeto…), se vuole decidersi a levarsi dai piedi e andare a parlare con dio e con il suo neurologo di fiducia siamo tutti contenti.
    Dico tutti, perché il nucleo redazionale di NI sta seguendo il blog, naturalmente, e sta considerando l’idea di chiudere le finestre dei commenti. Così, ancora una volta, per colpa di quattro somari in cerca di emozioni ci andranno di mezzo persone come Andrea, come Savelli e altri che hanno cose da dire e parole per dirle. Una buona metafora del mondo, purtroppo.

  23. Franco Gabrielli il 21 agosto 2003 alle 15:21

    Caro Montanari,

    ho letto con grande attenzione la sua dotta spiegazione sull’etimologia della parola “communitas”. Gliene sono davvero grato. Ho altrettanto apprezzato il suo giusto fastidio per la scarsa professionalità e il dilettantismo che si trovano nel mondo culturale odierno (o sub-culturale, come lei sembra intendere quello degli “Zibaldoni”). Le dicevo che le sono estremamente grato, perché occorre, ogni tanto, che qualcuno metta i puntini sulle i. Però, credo che il suo gesto avrebbe davvero un valore e assumerebbe il senso che lei sembra attribuirgli solo se questa dotta disquisizione lei la inviasse a Ernesto Franco, editor di Einaudi, e, per conoscenza, a Roberto Esposito, redattore di MicroMega e professore ordinario di filosofia teoretica a Napoli. A dire il vero, sarebbe opportuno oltremodo che lei scrivesse una bella lettera aperta in cui spiega quanto una casa editrice come Einaudi sia in mano a una cricca di incompetenti e ignoranti (visto che nella quarta di copertina del libro di Esposito si legge: “[…] in nessuno di questi casi il concetto di comunità è stato interrogato a partire dal suo originario significato etimologico: cum munus”. La responsabilità non è dunque solo di quel filosofucolo di Esposito…). Caro Montanari, mostri di avere i coglioni, non insulti due illustri sconosciuti come quelli degli “Zibaldoni”, scriva a Ernesto Franco o magari all’amministratore delegato di Einaudi e gli dica che è un incompetente e un ignorante. Non sia coniglio con i forti e forte con i deboli. Anzi lo scriva qui sul BLOG che poi noi mandiamo il link a Franco ed Esposito.

  24. Zibaldoni e altre meraviglie il 21 agosto 2003 alle 19:44

    Ai redattori di Nazione Indiana.

    Siamo veramente esterrefatti. Quale sarà la prossima uscita del signor Montanari, dopo le ultime minacce di censura? Ci sembra che costui abbia ormai passato il limite. A giudicare dalle sue parole, infatti, pare che adesso “tutti” i redattori di NI siano d’accordo con lui, e che egli, con le sue esternazioni, sia semplicemente l’interprete della volontà redazionale. È così? Badate bene: non stiamo parlando più delle corbellerie che il signor Montanari va seminando ormai imperterrito in ogni angolo di questo sito, ma del fatto che, stando alla sua ultima lettera, le va seminando a nome di “tutti” (“e dico tutti”) i redattori di NI. Corrisponde a verità questo? Esiste, insomma, finalmente, una redazione che compatta condivide con Montanari argomenti e “modi di discutere” e di apostrofare le persone? Noi non chiediamo di sapere altro, anche perché in questa domanda sono racchiuse le premesse di qualsiasi dialogo e forse anche le premesse delle vostre stesse dichiarazioni programmatiche. Fino a questo momento noi avevamo avuto l’impressione che il signor Montanari parlasse solo a nome suo e solo nelle finestre di commento, seminascosto. Ma adesso quello che dice lo dice a nome di tutti, coinvolgendo tutti i redattori di NI: è così, o è lecito, considerate le esuberanti abitudini verbali del soggetto in questione, coltivare qualche dubbio? Noi non crediamo sia onorevole, per NI, prendere la decisione della chiusura dei “commenti” scaricando la responsabilità, per bocca del signor Montanari, addosso a noi, aggrediti e accusati in particolare con la seguente frasetta paramafiosa: “le vostre vacanze su NI stanno per finire”. Se deciderete di chiudere i “commenti” – decisione comprensibile, perché gestire una cosa del genere non è semplice, l’avevamo detto e lo sapevamo – noi non crediamo affatto che sia a causa della nostra indisciplina, come piacerebbe al signor Montanari, per il semplice motivo che noi siamo stati contattati da voi e pubblicati per ben due volte nella vostra HOME PAGE per iniziativa di due dei vostri più attivi redattori, Tiziano Scarpa e Carla Benedetti, con tanto di lettere private anche di complimenti per i contenuti e per i testi che “aiutavano a superare il tono conflittuale” (Carla Benedetti). Se adesso, all’improvviso, il vento è cambiato, e i redattori di “Zibaldoni” si sono trasformati ai vostri occhi da buoni interlocutori in eretici da censurare o bersagliare, noi non capiamo assolutamente il perché, ma naturalmente ci farebbe piacere saperlo, anche perché a questo punto il sospetto che il signor Montanari qui dentro faccia e disfaccia tutto da sé secondo il proprio umore è molto forte.
    Qualunque sia la risposta, crediamo infine che come minimo essa sia dovuta, non solo a noi, ma anche ai “quattro gatti o somari o animali in genere” che, a dispetto della rozza protervia “ironica” del signor Montanari, stanno discutendo civilmente in Nazione Indiana da qualche mese nel tentativo di “prendersi sul serio” reciprocamente, in sana e costruttiva relazione comunitaria.
    Cordialmente,
    Edv – Gv
    http://www.zibaldoni.it

  25. Raul Montanari il 21 agosto 2003 alle 21:14

    Punto primo: i coglioni mostro di averli con chi voglio, dove voglio, quando voglio. Sto ancora aspettando che qualcuno contesti l’etimologia corretta di communitas su base linguistica, e dubito che questo avverrà mai. Non ho dato nessuna dotta spiegazione: ho solo riferito il dato linguistico, che qualunque filosofo può forzare a piacimento, purché non salti fuori qualcuno che considera tale forzatura basata addirittura sul buon senso, sul “masticare un po’ di latino”. Con Ernesto Franco o con gli altri dell’Einaudi, quali l’amico Mauro Bersani, parlerò se avrò voglia, quando avrò voglia, ecc., e soprattutto quando ci sarà un argomento un po’ meno volatile di cui parlare. Le goffe inferenze di Gabrielli, espressioni come “filosofucolo” e “cricca di incompetenti e ignoranti” fanno parte di una tecnica nazi-staliniana ben nota, consistente 1. nell’estrapolare e 2. nel forzare il pensiero di chi scrive; quindi mi prendo il lusso di fregarmene senza patemi.
    Punto secondo: non mi risulta che NI sia un servizio pubblico. Ma proprio per nulla. Quindi le accuse di mafia, censura ecc. ve le infilate dove potete intuire che vadano messe. NI fa quello che ha voglia, con chi ha voglia, se ne ha voglia. Se avrà voglia di continuare con i commenti lo farà, altrimenti li chiuderà. Strano e difficile da capire per dei testoni, ma è così. Se un imbecille entra in casa mia e comincia a orinare per terra, ho diritto di sbatterlo fuori a calci; non esercito censura, credo. Il fatto che l’imbecille si sia presentato travestito da persona compos sui non cambia le cose, accresce solo il fastidio.
    Stavene nel vostro sito, chiacchierate fra di voi, giocate a canasta, ricostruite la storia universale con criteri innovativi come, non so, la vostra opinione sulla produzione spontanea del miglio o gli annuari etimologici di Marte. Non credo che l’eventualità di non poter più scrivere qui i vostri commenti, se si realizzerà, vi debba disturbare più di tanto, visto che la vostra inesistente propensione alla dialettica vi rende adatti a scrivere sui blog, sul muro del cesso e sulla carta da parati con uguale efficacia e soddisfazione.
    Io mi sono rotto le scatole e chiudo qui, dato che devo lavorare e questo hobby di provare a far ragionare gli asini comincia a sembrarmi noioso. Ringraziatemi, visto che sono stato l’unico a darvi retta nel deserto imbarazzato che vi siete fatti intorno; io ringrazio gli interlocutori veri che ho avuto, cioè quelli interessati a dire qualcosa, anche in modo critico. Savelli ha continuato a dichiararsi insoddisfatto del mio pezzo su Glamour, ma questo non lo ha fatto sentire in obbligo di vomitare scemenze a raffica. Se si dovesse arrivare davvero alla chiusura delle finestre di commento, con persone di questa qualità si troverà la maniera di continuare a camminare insieme.

  26. andrea il 21 agosto 2003 alle 22:50

    Uhm, Voltolini ha scritto “ci sono delle energie bisogna creare le sinergie”: cercando di essere concreti Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio hanno un buon sito, e anche se danno corda ai filosofi dalle etimologie svolazzanti (forse è colpa di heidegger) sono appassionati, come si fa a negare che sono un’energia?
    D’altra parte Montanari è bellicoso, però bisogna riconoscere tre buoni motivi per dire che anche lui è un’energia:
    1) mi fa un sacco di complimenti;
    2)si accende e schiuma di brutto, però risponde generosamente nella zona commenti;
    3) la sua difesa dell’esattezza nell’usare le parole e della “matericità” come la intende Busi è molto importante, è una strada da seguire, anche gli Zibaldoni (risentitissimi, ora firmano solo con la sigla, mentre prima erano allegri e sembravano dei Simon&Garfunkel della letteratura) devono convenire su questo, convenite?
    Con le sinergie tra l’atro si può migliorare la resa del “telefono senza fili” tra scrittori e lettori. Autori non morite dalla voglia di avere una comunicazione coi lettori? Non posso credere che tutto finisca con la distribuzione del libro-creatura. Secondo me ogni scrittore ha una parte dell’armadio adibita al travestimento post stampa. Dite la verità, vi cacciate la bombetta e i baffi finti per andare in libreria e per le strade. E dato che è in uscita il nuovo libro di Montanari, capiremo al volo chi è quel Magritte nascosto dietro al lampione con l’orecchio teso.

    Scolietto:
    Mirò che è stato il pittore delle costellazioni è diventato così esperto nella rappresentazione di sostanze aeree, anche grazie a un esercizio che aveva inventato un suo insegnante alla Escola d’art: lo bendava, gli dava in mano un soggetto e gli chiedeva di disegnarlo senza che lo avesse visto, solo percorso con le dita. In questo modo Mirò percepiva la matericità senza altri particolari oziosi. Il risultato di quegli esercizi si possono ancora vedere, sono i suoi “esercizi tattili”. Chissà se qualche scrittore ha mai scritto un racconto tattile.

  27. andrea il 21 agosto 2003 alle 23:07

    Ecco ho postato senza accorgermi che si era già scatenata Pearl Harbor, quindi il mio commento autisticamente ottimista è abbastanza fuori luogo.

  28. aladar il 22 agosto 2003 alle 00:04

    mi dispiacerebbe se venisse chiusa la finestra commenti. non fatelo: chi parla si qualifica da quel che dice, quando gli è concesso dirlo; quando non lo è, il vuoto è più denso.

  29. Raul Montanari il 22 agosto 2003 alle 08:58

    Provo a fare un esercizio di automortificazione.
    Si è fatta molta ironia, molto sarcasmo; non sto a dire cose come “sono stato trascinato” ecc., perché non è vero: è chiaro che nella mia prima precisazione etimologica su De Vivo e Virgilio c’era un tono sardonico, proprio quello che nei commenti al mio pezzo su Glamour io stesso rimproveravo ad altri.
    La discussione ha preso colori che probabilmente la rendono piuttosto divertente per chi la legge, ma che alla fine manca di rispetto al bellissimo articolo di Moresco che, in teoria, avrebbe il compito di commentare. Se vi va, provo a riassumere dal mio punto di vista, con la massima pacatezza, quello che è successo, per cercare di rimettere la palla al centro e ricominciare a parlare di ciò che dice Moresco. Non ne parlerò più io, perché davvero ho con il mio ultimo libro un impegno che ormai me lo impedisce; ma finire come ho finito ieri sera non mi piace, mi fa stare male.
    1. Ridotto in una sintesi vergognosa (mia), il pezzo di Antonio ci spiega, in parole semplici e con argomenti molto concreti, qual è la situazione attuale della massa critica dell’industria editoriale italiana. Grosso modo, il mondo degli autori “graditi” (agli editori e a una larga fetta di pubblico) si divide in due: gli scrittori di genere, che dopo aver sofferto per molto tempo le umiliazioni – spesso meritate – di ghetti editoriali come le collane dedicate, adesso hanno letteralmente preso il potere; gli scrittori del “genere letteratura”, che nascondono quasi sempre un vuoto di contenuti, un’incapacità di proporre visioni del mondo alternative o semplicemente veritiere, dietro un linguaggio che si collega a una certa tradizione letteraria riconosciuta, legittimata, consacrata in occasione dei premi, ecc. Il lavoro di scrittori di frontiera come Moresco stesso, come Scarpa, Voltolini, Nove e, sperabilmente, il sottoscritto, sta nel forzare, ridirigere, scombinare, ciascuno a suo modo, questo andazzo, lavorando anzitutto dall’interno del mezzo di cui si parla: la letteratura.
    2. Dopo alcuni interventi iniziali di Andrea e Anna, in sintonia con le parole di Moresco, si inserisce Gustavo P., a cui preme anzitutto riprendere (fuori tema) la polemica iniziata contro di me nei commenti al mio pezzo per Glamour. Esaurita questa parte, P. dà il via a un brusco confronto con Moresco, chiedendogli in pratica cosa pensa di fare lui per cambiare il mondo, visto che il mondo non piace a nessuno di noi, e visto che la posizione di un autore che ha pubblicato per grandi editori è, in un certo senso, compromessa in partenza.
    3. Moresco risponde con la sua solita serietà e mitezza: i miei libri sono lì, parlano per me.
    4. De Vivo e Virgilio riprendono le argomentazioni di P., le ampliano, dicono una cosa che mi sgomenta: “Cosa fa, lei, Moresco, oltre che denunciare la situazione attuale, per controbatterla? Scrive libri? Ma ci sono milioni di persone che scrivono libri”! Seguono argomentazioni di carattere astratto (spero che mi passerete almeno il termine astratto, che non ha nessuna connotazione ironica) che comprendono anche l’etimologia sbagliata della parola communitas.
    5. Io trovo veramente indegno che si possa dire a Moresco “ma lei cosa fa? Si limita a scrivere libri?”. Anzitutto bisognerebbe leggerli, i libri di Moresco; aggiungo che bisognerebbe in generale provare a leggere, almeno per curiosità, i libri degli autori che scrivono su questo sito (i miei no, lasciate perdere), prima di entrare in una discussione che implica un giudizio su questi libri. In realtà, De Vivo e Virgilio non dicono affatto che i libri di Moresco non sono belli: al contrario, parlando dei “libri futuri”, si augurano che questi possano essere belli come quelli di Moresco “che sono certamente belli”. Ma qui la bellezza non c’entra. C’entrano due altre cose: anzitutto, che questo discorso generale di svalutazione della carta stampata, della parola scritta e letta su supporto cartaceo, è profondamente sbagliato e contrario all’esperienza storica. Io capisco che i bloggers e i fondatori di un sito si mettano in una posizione di rivendicazione di dignità per il loro tipo specifico di scrittura, di esperienza della parola; ma per fare questo non c’è necessità di entrare nella zona pericolosissima (è pericoloso tutto ciò che ci allontana dal reale) di negare la forza e il potere della parola scritta su carta. Molti libri hanno cambiato il mondo, anche di recente. Alcuni hanno rappresentato una rottura violenta, altri hanno detto magari solo una parola, espresso solo un concetto, che è entrato nel sentire comune e ha contribuito a formarlo. Ora, entrando nel merito dei libri di Moresco, la visione del mondo che rappresentano è così radicale, così sovversiva, da fare scandalo. E questo scandalo investe la società letteraria italiana, si riverbera su ciò che sta a contatto con questa società e via a seguire, fino a toccare aree in partenza molto lontane dall’esperienza diretta della lettura. I libri cambiano ancora il mondo, e non c’è motivo per pensare che non continueranno a cambiarlo. Certamente lo cambia, lo sta già cambiando, anche l’esperienza di parola praticabile sul web; NI è stata creata anche per questo! Ma questa esperienza ha troppa poca storia alle spalle per potersi permettere di disprezzare il libro, specie quando è il libro di un autore come quello di cui stiamo parlando. “Cosa fa lei oltre che denunciare la situazione attuale?” Ma vi rendete conto che la denuncia, o semplicemente la descrizione esatta (queste sono parole importanti, per me, per chi scrive) della realtà è la cosa più radicale che si può fare? La tentazione più grande, per chi scrive, è l’acquiescenza al conformismo. Spesso, sapete, è un’acquiescenza involontaria, letteralmente un “addormentarsi” dell’attenzione. Scrivo una frase, un capitolo, un dialogo, descrivo una situazione relazionale, e senza rendermene conto faccio letteratura. Perdo contatto con la vita, con il reale, perdo contatto perfino con me stesso e il “mio” mondo fantastico/realistico, e mi adagio su una struttura già nota, già usurata, che ripete formule standard. Questo capita a me, capita a tutti: è la stanchezza dello scrittore, anche di quello le cui intenzioni sono radicali. (Non parliamo ovviamente dello scrittore mediocre, dello scrittore sacrificato supinamente al genere o alla “letteratura”: per lui è normale, è giusto lavorare così.) Questo capita meno, forse non capita per nulla, ad Antonio Moresco; il suo scandalo letterario e la sua profonda incidenza sulla realtà e sul modo di pensare la realtà sta in questo.
    6. La questione etimologica è davvero secondaria; capisco ora (l’ho capito stanotte, pensandoci, perché anche se il mio prediletto Andrea mi definisce “bellicoso” la verità è che dentro liti e polemiche mi sento a disagio) che quello che mi dis-piaceva profondamente, nella deriva che aveva preso il discorso, era la sottovalutazione dell’importanza capitale del lavoro di Moresco, e in generale della potenza del libro, dei suoi libri.
    Lavorare per una communitas è nobile, e naturalmente lo è anche se si intende come divisione di carica e non di doni (a proposito, Gabrielli, che c’entra l’Einaudi? Hanno pubblicato un autore, hanno riconosciuto la sua auctoritas. Che questo autore sia un filosofo e sia portato a lavorare in modo libero sul linguaggio è normale; lui non è un filosofucolo, loro non sono ignoranti. Io ho usato la brutta espressione “ghiribizzo”, ma i ghiribizzi li aveva anche Platone). Ma che questo lavoro di costruzione nasca dalla sottovalutazione di un gesto potentissimo di eversione dell’esistente, come quello che fa Moresco con la sua scrittura, a me sembra almeno (mi sto sforzando di tenere un tono sotto le righe!) almeno, dico, irragionevole e pure autolesionistico. Rileggete la lettera da Leuca, e la risposta di Moresco ai primi commenti. Non vedete quanta umiltà c’è, quanta voglia di stare raso terra (humus!), di parlare di fatti? Vogliamo, volete provare a seguire i suggerimenti che in due momenti diversi del dibattito hanno dato Andrea e Savelli? Tornare a parlare del testo di Moresco, magari anche dopo aver preso in mano un suo libro per capire meglio cosa intende dire quando, umilmente, alle critiche risponde: “Io ho scritto libri”?

    Cordialmente, e scusandomi per quanto di maleducato e fuori tono ho messo nei miei interventi precedenti. Sui contenuti, scusate, rimango della mia opinione… confortato dall’Ernout-Meillet… ;-)

  30. Elena80 il 22 agosto 2003 alle 10:31

    E’ un po’ difficile non innamorarsi di Raoul Montanari, davanti alla dolcezza del tono che piglia adesso dopo aver pestato con la clava… gli uomini che fanno vedere i muscoli e poi tirano fuori un sorriso e un mazzo di fiori acchiappano un casino, come lui saprà benissimo viste le frequentazioni di Glamour e le pagine di sesso del romanzo “Che cosa hai fatto”. Leggetelo, ne vale la pena…
    La lite è stata effettivam uno spasso, però spero che gli diate retta e che si parli di Moresco ora, anche se in un certo senso la lettera di Moresco è talmente completa che non c’è bisogno di commentarla. Io infatti non saprei proprio cosa dire, se non che ha ragione. Forse l’argomento è esaurito?

  31. Zibaldoni e altre meraviglie il 22 agosto 2003 alle 20:56

    Gentili redattori di “Nazione Indiana”,
    ce lo aspettavamo. Eravamo stati facili profeti. Montanari ne ha inventata un’altra delle sue. Diciamo proprio così: “delle sue”. Perché queste trovate possono essere solo “sue”, a questo punto non ci sono più dubbi. Il vostro collettivo e imbarazzato silenzio non fa altro che confermare il fatto che Montanari parla solo per sé e di sé. Se questo da un lato ci solleva, dall’altro ci impone di sventare il suo ormai chiaro tentativo di depistare la vera discussione con stratagemmi tesi a banalizzare i discorsi e a fuorviare l’attenzione (vi ricorda qualcuno?).
    Cosa ha inventato adesso? Il “pentimento”. Si pente, adesso, Montanari, e prontamente incassa l’acchiappanza di una sua fan, che evidentemente lo conosce meglio di noi: il “sorriso” e la “clava”, infatti, sono le due facce della stessa, inquietante medaglia-Montanari. Montanari è uno che o ci va giù duro o sorride (sempre più simile a qualcuno…). Una sola cosa non fa mai: “prenderti sul serio”, nell’accezione di Benedetti. Non ti prende mai sul serio, né prima né dopo. Per un motivo semplicissimo: lui deve depistare, distrarre, divertire (questa discussione è stata “divertente”, come dice lui stesso). Non gli interessa arrivare alla verità, non gli interessa seguire i tuoi ragionamenti, arriva addirittura a seminare la zizzania della banalità, sostenendo che noi avremmo parlato senza rispetto di Moresco; della “collettività che manca”, infine, non gliene frega un fico secco (non ne aveva mai parlato, prima della “questione etimologica”, che per lui era solo un’occasione per aggredirci). Egli ci va giù duro o sorride, ma non discute mai seriamente le questioni poste, al limite ci fa su dell’”ironia”. E adesso fa finta di riportare i nostri discorsi per mettersi a posto la coscienza. Ecco cosa vuole, adesso: vuole lavorare in pace, senza sensi di colpa. È la nuova mossa della strategia “ironica”.
    Noi davvero non sappiamo cosa farcene della cattiva coscienza di Montanari né della sua ironia: se è possibile, siamo esterrefatti più di prima. Montanari parla ancora a vostro nome? Anche adesso che esprime la sua “automortificazione”? Che tristezza! Che noia profondissima! Eccolo qua, il tipico costume intellettualoide dello “scrittore” che si sente padrone delle parole, che con i “discorsi” ci gioca, se li gira e rigira come gli pare, si prende la ragione o il torto a seconda dell’umore, anzi, della convenienza occasionale: prima diceva rosso, ora dice giallo, domani dirà verde. La lingua come imbroglio… il latinorum di quel famoso curato di campagna… Per gente del genere, dai tempi dei sofisti, non è mai esistita alcuna verità (altro che “communitas”!): tutto è “possibile”, per costoro, proprio secondo le commerciabilissime indicazioni postmoderne, tutto è “vero”, a patto che si sappia voltarlo e rivoltarlo – venderlo – con una efficace retorica paroliera. Montanari è un figlio perfetto dei nostri tempi di vendita globale: è “amabile”, come dice Elena80, perché sa vender(si) alla grande, e la cosa peggiore, sulla quale dovremmo riflettere noi che ci occupiamo seriamente di letteratura, è che probabilmente ha imparato a vender(si) scrivendo romanzi. Falsa coscienza filistea, avrebbe detto qualcuno, qualche decennio fa: prima ti ammazzo, ti umilio, poi ti sorrido. Ma solo per poterti uccidere quanto prima, per l’ennesima volta, il tempo di imbrogliarti-accalappiarti con un altro “ragionamento”, cioè con il prossimo spot o romanzo.
    Questo per dire a chiare lettere che non c’è alcun bisogno di fare i “riassunti” di quello che è successo qui dentro, innanzitutto perché quello che è scritto resta, con annessa la vergogna di chi l’ha scritto e che adesso vorrebbe far finta di niente. E poi perché i “riassunti” servono solo a chi deve mettersi a posto la coscienza (cattiva) cancellando quello che non gli fa comodo, e storpiando, banalizzandola, la famigerata “verità”. Guardate come vengono storpiati i nostri articolati discorsi: in tre frasette che addirittura li stravolgono (e qualche ora prima, vi ricordiamo, ci aveva suggerito anche di ficcarceli in quel posto). La nostra attenzione per Moresco – il nostro porgli domande (questo è il nostro modo di ascoltare gli altri) – viene definita “indegna”. Tipico maligno esercizio sofistico, tipico costume da intellettualoide montainbanco che mira solo a nascondere la verità. Se guardate bene, i sofisti mettono sempre fretta a Socrate, che invece ha bisogno di prender tempo, di soffermarsi, per arrivare al punto, alla “verità”. Callicle lo dichiara esplicitamente: “Parla tu solo, caro, e concludi” (Platone, “Gorgia”). Cioè: fai presto, o Socrate, con queste stupidaggini.
    Noi, come abbiamo già detto e ripetuto, apportando robusti argomenti, non consideriamo Montanari un degno interlocutore (stiamo qui a parlare per rispetto a Carla Benedetti e Tiziano Scarpa, che ci hanno invitato, e a tutti coloro che intervengono nei “commenti”), e per questo non ci interessano affatto la sua automortificazione, il suo pianto pubblico di coccodrillo e il suo pentimento. D’altronde, non era di questo che si discuteva in NI. E nemmeno delle ennesime corbellerie e delle sue fisime etimologiche chiaramente sballate che egli torna a elencare nell’ultima sua lettera: noi non abbiamo mai avuto bisogno di fare conferenze di latino per smentirlo, perché i discorsi pedanteschi non ci interessano. Si era partiti da altro, si discuteva d’altro, con altri toni e con altre intenzioni. Toni e intenzioni inquinate e guastate dalla protervia e dalla inciviltà di chi usa le parole come aggeggi per i propri scopi meschini. Anche in quest’ultima missiva grondante di cattiva coscienza filistea: sorride dall’alto della sua (presunta) posizione di forza solamente per umiliare i suoi interlocutori, che devono rimanere in basso, non “partecipare”, ai quali bisogna rivolgersi sempre con un tono di disprezzo trattenuto (“mi sto sforzando di tenere un tono sotto le righe!”). Insomma, l’esatto contrario di quel clima disteso suscitato dal dio Eros platonico, del quale avevamo pure parlato come presupposto fondamentale per qualsiasi dialogo e per qualsiasi comunità. Se manca il rispetto reciproco e l’Eros platonico non circola liberamente tra le righe, possiamo anche dire le verità più profonde, ma alla prima occasione ci scanneremo a vicenda, questo è il punto. E allora, in tali condizioni di inimicizia totale e pregiudiziale, a che servono le etimologie e i libri che si scrivono?
    Noi abbiamo contestato e contestiamo questo, innanzitutto, prima (oltre) che le etimologie. E questo è l’aspetto più profondo del nostro discorso, che confermiamo in pieno, e anzi rilanciamo – perché il nostro è uno spirito sempre comunitario, sempre costruttivo – a partire dai pentimenti filistei di Montanari, il quale ogni volta che interviene non fa altro che darci inconsapevolmente, ma ancor più nettamente, ragione. Pertanto, se su un’etimologia possiamo anche sorvolare e lasciar perdere, sugli insulti gratuiti che si rivolgono alle persone, non crediamo che sia giusto far finta di niente e chiudere con un bel pianto di coccodrillo. Altro è lo sforzo che dovrebbe fare Montanari, per ricominciare a discutere da persona seria e degna in NI, per inserirsi a buon titolo nel dibattito sulla “collettività che manca”, per arrivare a penetrare fino in fondo il significato originario del “munus” che si fa, e si riceve, solo a patto di saper prendere gli altri – “cum” – veramente sul serio, fino in fondo, rispettandoli anche, soprattutto, quando non siamo d’accordo con loro e con le loro domande – quando “non siamo loro”.
    Quanto a Moresco, noi non gli abbiamo mai mancato di rispetto, né ci sembra che lui sia mai stato irrispettoso con gli altri intervenuti, nemmeno con i bloggers (che non siamo noi: ma Montanari, nella sua imperterrita opera di mistificazione, anche questo si permette, di confonderci con i bloggers), nei quali egli non ha visto comunque “dei nemici, ci ho visto solo delle persone che soffrono. E che quindi hanno a che fare con me, con noi, con qualsiasi altro” (Moresco). Noi abbiamo molto apprezzato questa disposizione d’animo, questa amorevolezza solidale. E da questo punto di vista, sempre nel massimo rispetto e con la più profonda curiosità, lo abbiamo interrogato e ci siamo con lui confrontati. Continueremo a farlo, come continueremo a confrontarci con tutti i redattori di NI e con tutti i lettori, ma senza la mediazione di Montanari, che evidentemente non vede l’ora di metterci in conflitto con Moresco e con tutto il mondo, accusandoci ingiustamente di aver sottovalutato l’opera di questo e di quell’altro, e di chissà cos’altro ancora.
    Ma questa sua impresa mistificatoria non avrà successo, perché noi, come certamente Moresco e gli altri redattori di NI e tutti i lettori, sappiamo ben distinguere!
    Saluti cari.
    Enrico De Vivo – Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

    P.S.: Caro Andrea, ti ringraziamo per i tuoi sempre puntuali interventi. Anche quello sul teatro di Martinelli era molto interessante, e sarebbe bello per tutti capirci qualcosa di più. Uno dei problemi maggiori, oggi, è quello della incomunicabilità, della mancanza di “contagio” (come direbbe Roberto Esposito) tra le arti e gli ambiti disciplinari, comprensibile, però, se consideriamo il mondo della “immunitas” nel quale siamo immersi, dove ognuno sta nel suo scompartimento stagno a coltivare il proprio orticello: lo scrittore fa i suoi libri, il poeta le sue poesie, il teatrante i suoi teatri, etc. Nessuno sa niente o capisce niente dei problemi che pone il suo limitrofo con le sue opere. Anche gli artisti, insomma, vivono e sperimentano l’assenza di “communitas” attraverso una radicata immunità estetica individuale e disciplinare, un isolamento stagno, un’asetticità dei loro ambienti operativi, che diventano sempre più “specialistici”, ossia sempre più “immuni” e inattaccabili – morti. Provate a parlare con un filosofo, vi seppellirà sotto una terminologia incomprensibile, esattamente come un “narratore” che vi elencherà “tecniche e plot”, o un cineasta, che vi parlerà delle tecniche di recitazione come se si trattasse di macchinette, e non di esseri umani. “Linguaggi inumani”, “linguaggi immuni”. Quando cominceremo a parlare di queste cose?

  32. Gabrielli il 23 agosto 2003 alle 07:49

    Che c’entra Einaudi?

    dopo il suo ultimo intervento non mi sembra il caso di continuare la polemica, soprattutto con i toni accessi del precedente scambio, ma vorrei ugualmente rispondere, spero civilmente, alla domanda che mi rivolge (“che c’entra Einaudi?”) poiché la mia risposta, come spero si capirà, ha a che fare non solo con la lettera di Moresco da Leuca ma, più in generale, con i temi che credo stiano cari a NI.
    Torniamo dunque alla questione Einaudi. Come lei ben saprà, le quarte di copertina dei libri vengono scritte o dall’autore (quando i redattori non hanno la minima idea di cosa scrivere) o, come è molto probabile in una grande casa editrice come Einaudi, dall’editor o un suo uomo di fiducia. Bene, se le cose stanno così, e sono certo che ne converrà, è evidente che la frase che compare sulla quarta del libro di Esposito – che, come lei ha giustamente fatto notare, non solo è falsa, ma denota la scarsa professionalità e serietà nella quale è precipitata la cultura italiana – o è stata scritta dall’autore, Esposito, o dalla casa editrice, Franco o un suo delegato. Ecco, qui sta il punto della questione. Qualunque sia la situazione, autore o editore, questo errore grossolano denota la decandenza delle scelte e della qualità della grande editoria italiana (non è dunque solo di furberia o volontà di profitto che si tratterebbe nelle scelte editoriali – come sembra pensare Moresco – ma di vera e propria incompetenza e incapacità). Se una casa editrice come Einaudi, con tutta la storia che ha alle spalle, può o commettere un errore così grossolano o, peggio, “riconoscere l’auctoritas” di un incompetente (poiché sulla quarta si dice espressamente, senza se e senza ma, che “cum mumus” è l’etimologia di “communitas”), ciò significa che la situazione dell’editoria italiana è molto preoccupante. In questo senso, le chiedevo di non prendersela con gli “Zibaldoni” che, se vogliamo, sono solo “ingenue vittime” di un sistema, ma con chi è causa di questo impressionante abbassamento del livello della discussione. E, sempre in questo senso, mi sembrava non solo opportuno ma necessario che un intellettuale, una volta venuto a conoscenza di un fatto grave (ed è grave diffondere falsa cultura quando si ha per missione, come certamente Einaudi ha, il produrre cultura e auctoritas), si assumesse il dovere di denunciare pubblicamente e direttamente i veri responsabili e la loro ignoranza e incompetenza – almeno se non vuole divenirne corresponsabile.
    Vede, è qui, quando lei giustamente se la prende per l’inesattezza e la faciloneria di due lettori e poi, invece, difende gli editor (“loro non sono ignoranti”) della più gloriosa casa editrice italiana che sorge un dubbio. Perché lei attacca due sconosciuti inoffensivi e non vede nemmeno il problema (“che c’entra Einaudi?”) quando si tratta di un potentato del sistema culturale? Faccia attenzione, non voglio dire che lei è in malafede. Sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che gli intellettuali italiani sono ostaggio del sistema. E che proprio per questo possono scaricare la loro ironia furiosa su due sconosciuti mentre lasciano passare lo stesso errore, che ha causato la loro furia, quando si tratta di un editore importante che, detto molto chiaramente, è meglio avere amico che nemico.
    Ecco a me pare che questo sia il problema e risponda anche alla questione del perché quando Moresco dice che la sua alternativa al sistema sono i suoi libri, dice una cosa insufficiente (non inutile, ma insufficiente). Gli intellettuali italiani dentro al sistema – e tengo alla parola “intellettuali” e non solo “scrittori” (lo scrittore può permettersi “solo” di scrivere libri, l’intellettuale ha dei doveri e delle responsabilità civili) – lottano comprensibilmente per se stessi, per poter pubblicare i propri libri, ma non lottano per il sistema. Ancora, non mi fraintenda: non dico che i libri siano tutti uguali, e che la lotta di Moresco per pubblicare i suoi libri abbia lo stesso valore di quella di Faletti. Sicuramente ci sono libri più “scandalosi” – e qui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi sul fatto se il “merito” e il discrimine della letteratura radicale di oggi sia lo scandalo, come lei ma anche Scarpa sembrate intendere (lei scrive, “entrando nel merito dei libri di Moresco, la visione del mondo che rappresentano è così radicale, così sovversiva, da fare scandalo.”) – e altri che sono completamente “asserviti”, ma quando poi si tratta di scardinare il sistema, di attaccarlo al cuore, di detronizzare i suoi responsabili (badi bene, i responsabili dell’abbassamento del livello che spinge in totale buona fede, ed è ovvio che è solo un esempio, gli Zibaldoni a dire che cum munus è l’etimologia di “communitas”) allora silenzio, mille dubbi, mille “ma a me che me ne importa di stare a polemizzare con Einaudi per una cosa da poco o nulla”, che però cinque minuti prima sembrava importantissima (il discorso non vale per Moresco che si è sempre esposto con nomi e cognomi). Lei sa meglio di me che la situazione di Einaudi, la sua decandenza, non si risolve certo nell’etimologia di “communitas” e che quest’ultima potrebbe essere solo un appiglio per un discorso molto più ampio. Ricordo di aver letto mesi fa un coraggioso articolo di Barbara Agosti che faceva a pezzi un libro Einaudi su Michelangelo e poneva esattamente il problema della responsabilità editoriale nei confronti del pubblico inconsapevole. Insomma, non voglio dilungarmi. Spero di essermi spiegato sul perché Einaudi c’entra e perché anche una sua denuncia aperta, come quella di chiunque si consideri un intellettuale e abbia l’auctoritas per parlare, dovrebbe c’entrare con il suo ruolo di intellettuale.

  33. andrea il 23 agosto 2003 alle 09:54

    Scusa ma quando leggo “si tratta di scardinare il sistema, di attaccarlo al cuore, di detronizzare i suoi responsabili” sento che qualcosa non torna e mi chiedo quale tecnica dovrebbe essere usata, perché una lettera a Esposito o all’Einaudi certamente verrebbe archiviata nel cestino.
    Allora mi vengono in mente queste due alternative:
    – fare un gesto simbolico come quelli di greepeace che combattono le petroliere attaccando una bandiera alla catena dell’ancora;
    – fare come i martiri di alaxa, cioè entrare imbottiti di esplosivo nell’ufficio dell’editor.
    Se Montanari fosse Dario Fo o Carmelo Bene potrebbe esserci la terza via dello spettacolo teatrale, ma non sa recitare. Comunque in tutti i casi l’azione richiederebbe preparazione e dunque dedizione. Montanari dovrebbe mettere da parte il suo lavoro, passare pomeriggi in palestra o a studiare il manuale di unabomber. Una cordata di sostenitori sotto la sigla “Associazione Perforazione del Sistema” raccoglierebbe gli euri necessari alla sussistenza del campione. Gean-Paul Gaultier gli confezionerebbe il costume appropriato. E nel giorno del giudizio si riprenderebbe tutto con le telecamere dei telefonini vestiti come in guerre stellari, e le immagini farebbero il giro del mondo.
    Oppure, nel 1969, quando tutti okkupavano, Bruno Munari ha fatto una performance intitolata “Aria”. Non ha denunciato nessuno non ha sparato non ha occupato niente, ha soltanto lasciato cadere delle forme di carta da una torre, le forme di carta erano diverse e cadevano con diverse traiettorie, gli spettatori così “vedevano” l’aria. Munari faceva solo il suo lavoro di artista, parlava attraverso quello come Moresco parla attraverso i libri. E dite voi chi ha fatto le rivoluzioni più grandi.

  34. Giulio Savelli il 23 agosto 2003 alle 11:16

    Gabrielli coglie un punto cruciale. E’ molto difficile per gli “intellettuali dentro il sistema”, ma anche per chi e’ fuori, per chiunque, “lottare per il sistema”. Sottrarre tempo alle proprie attivita’ per protestare contro una delle infinite scemenze, volgarita’ intellettuali, superficialita’ ed errori di fatto che attraversano il suo campo di visione e di ascolto. Vuotare il mare… mulini… don Chisciotte ecc. Qui, in questa impossibilita’ per il singolo di fronteggiare la stupidita’ (nel senso musiliano), la comunita’ (nel senso piu’ banale e piatto del termine: una divisione dei compiti cooordinata in vista di un progetto condiviso) puo’ essere utile. Potrebbe NI dotarsi di un osservatorio sugli errori dei libri di cultura? Anche nella triste riserva indiana delle recensioni accademiche, dove la precisione sarebbe obbligo, l’inattendibilita’ e il silenzio regnano sovrani. Per dire che neanche dove manca la droga del denaro c’e’ maggiore attendibilita’ – forse perche’ ci siamo tutti abituati alla stupidita’ d’ambiente.

    Grazie dunque a Montanari per il tempo che dedica a cio’ che lo infastidisce. Ho anche trovato una risposta – la sua – a cio’ su cui mi interrogavo nel commento precedente: “I libri cambiano ancora il mondo, e non c’è motivo per pensare che non continueranno a cambiarlo. Certamente lo cambia, lo sta già cambiando, anche l’esperienza di parola praticabile sul web; NI è stata creata anche per questo! (…) La denuncia, o semplicemente la descrizione esatta (queste sono parole importanti, per me, per chi scrive) della realtà è la cosa più radicale che si può fare”. Condivido senza riserve. Nello stesso tempo, mi pare che la sua risposta non coincida con quella di Moresco. Cito: “E’ successo molte altre volte nel corso del tempo che ciò che fino a un attimo prima appariva indistruttibile si sia rivelato poi -una volta contrastato davvero- fragile e inconsistente, e che viceversa ciò che appariva fragile e destinato a perdere si sia rivelato alla fine indistruttibile”. Io mi sono quasi commosso a queste parole. Ma non riesco a credere che il mondo di fronte a noi sia il mago Atlante. Una annotazione di Kafka, rivolta come d’abitudine a se stesso, ingiungeva: “Nella lotta fra te e il mondo, stai dalla parte del mondo” (cito a memoria, con qualche probabile inesattezza). Per dire che cio’ che sta li’ fuori non basta rifiutarlo, e che la purezza non coincide con l’opposizione al mondo.

  35. Gabrielli il 23 agosto 2003 alle 13:38

    Caro Andrea,

    sono in parte d’accordo con te e in parte no. Sono d’accordo sul fatto che il gesto di Munari, come quello di tutti coloro che fanno il proprio lavoro in modo onesto e radicale, possa essere, su lunghe distanze, rivoluzionario. Un libro può essere rivoluzionario: ci mancherebbe altro. Anzi, direi che un libro che almeno non cerchi la rottura con ciò che esiste, non è nemmeno un libro. Non sono invece d’accordo nel giudicare il gesto di Munari “più” rivoluzionario delle occupazioni e dei movimenti del ’68, come di tutti quelli che l’hanno preceduto e seguito. Ed è qui il punto. Il ’68 dovrebbe aver dimostrato che il ruolo di un intellettuale non può più esaurirsi nel solo gesto di scrittura e che la scrittura deve coniugarsi con una forma di ribellione coniugata e dichiarata. Io non chiedo a Montanari – che è solo un esempio e contro il quale non ho nulla in particolare, benché condivida il fondo delle critiche che sono state mosse al suo pezzo di Glamour – di scrivere una lettera del genere: “Caro Franco, lei è un ignorante. Faccia il piacere di andarsene”. Montanari, in quanto intellettuale, può scegliere il medium che preferisce: scrivere un romanzo, un pezzo in prosa, un pezzo su Glamour o una poesia (si ricordi sempre “Io so” di Pasolini, negli stessi anni di Munari…). Ma, in quel “pezzo”, dica le cose come stanno, dica che Einaudi è una casa editrice che diffonde disinformazione, che rende auctoritas chi non lo è, e via dicendo. Lo dica come vuole, con le parole che vuole e nella forma che più gli è consona, ma denunci chi il potere ce l’ha e non se la prenda con chi non ce l’ha e soffre nel vedere lo scempio in cui siamo precipitati (e ne soffre a tal punto da fare di un barone universitario, senza nessuna originalità di pensiero (tutta una rimasticatura, questa volta davvero mal digerita, di Bataille, Blanchot, Nancy, Agamben, ecc.), un modello culturale, una auctoritas). Secondo me, caro Andrea, le lettere finiscono nei cestini, perché a scriverle restano solo gli ingenui, quelli che non contano nulla. Se qualcuno (e Moresco senz’altro l’ha fatto con le sue “Lettere a nessuno”) iniziasse di nuovo a scriverne, e molte e incazzate, forse i cestini sarebbero così pieni che sulla scrivania ne resterebbe qualcuna e qualcuno dovrebbe essere obbligato a leggerle e a confrontarcisi. E se poi fossero davvero tante le lettere, così tante da riempire i loro ariosi uffici, gli editor rimarrebbero schiacciati sotto una tale mole di carta e di parole che ci si potrebbe liberare di loro senza nemmeno commettere un reato. Anche questo sarebbe un modo per far sentire l’”aria” e per far capire loro che siamo stufi della loro “asfisiante cultura”, per citare un autore a te caro. Allora sì, la letteratura diverrebbe un’arma impropria.

    P.S. Al volo, sono d’accordo con Savelli e, soprattutto, con Kafka.

  36. Raul Montanari il 23 agosto 2003 alle 13:56

    Scusatemi per la brevità di queste righe, davvero sono un po’ in crisi di tempo (e di energia). Gentile Gabrielli, o non avevo capito io (facile) o lei non si era spiegato bene nella prima lettera in cui mi chiedeva, in un modo che a me era sembrato solo provocatorio nel tono, di fare presente all’Einaudi l’errore citato in quarta di copertina. La sua seconda lettera è molto più chiara, e molto competente e interessante, come lo è la precisazione di Andrea e l’approfondimento di Savelli. Provo a dare una risposta semplice.
    Sapete perché è perfettamente inutile che io telefoni a Bersani (il suo parere vale quello di Franco, ma con Bersani sono amico) e gli dica che nella quarta di copertina di quel libro c’è, a dir poco, una leggerezza, un’etimologia di seconda mano non controllata?
    Perché il discorso di Gabrielli sulla decadenza è verissimo, e va molto, molto più in là del problema dell’etimologia di communitas, su cui ormai credo che tutti sorridiamo tranne i due imbufaliti. Rispetto alle cose spesso inesatte e spessissimo esagerate o fuorvianti che si scrivono nelle quarte di copertina (o che si permette agli autori di scrivere: è vero, di solito è così), ci sono almeno due azioni che pertengono strutturalmente a una casa editrice, e che sono molto più centrali per una valutazione delle stesse: la scelta dei libri che vengono pubblicati, e la spinta (pubblicità, iniziative dell’ufficio stampa, pressione sulla forza vendita, ecc.) che si dà a questi libri. Ora, è evidente che 1. si pubblicano moltissimi libri inutili, dannosi, stupidi; 2. si spingono molto spesso questi libri a detrimento di libri che meriterebbero molta più attenzione.
    Io ho pubblicato testi di narrativa e poesia con Leonardo, Feltrinelli, Marcos y Marcos, Rizzoli, Einaudi, Baldini & Castoldi; ho fatto traduzioni letterarie per Leonardo, Feltrinelli, Einaudi, Mondadori, Bompiani, Adelphi. Tutte le volte che incontravo gli editor e in certi casi i massimi dirigenti di queste case editrici, a seconda del grado di confidenza che avevo con loro, ho criticato le loro scelte di catalogo. Mi è capitato spesso di dire: “Ma scusa, veramente a gennaio pubblicate Coso? Ma è valsa la pena di sputtanare una collana per vendere quattro copie in più mettendoci dentro Cosaltro, e pure con la prefazione di Tizio, e pure facendo pubblicità sul Corriere e su Repubblica?”. Loro rispondevano, a volte mi davano ragione sorridendo, a volte si nascondevano dietro i numeri, a volte litigavamo e trovavo un interlocutore appassionato, onestamente convinto che Caio fosse un autore importante e degno di uscire nei Supercoralli o nei Narratori Feltrinelli (questo per ricordare a me stesso e a tutti noi che, naturalmente, nel giudizio di valore dell’opera letteraria c’è una componente soggettiva molto forte, e l’errore di Pontiggia su Moresco lo dimostra; come sarebbe tutto più semplice se parlassimo del salto in alto! Ah, hai fatto 2,42? Eh, però sono 2,42 minimalisti, però sono 2,42 troppo di rottura, troppo di destra, troppo di sinistra, troppo tristi, cupi… Per fortuna, nell’atletica al massimo si può contestare la pedana o il fotofinish, ma grosso modo sui valori di base si è tutti d’accordo). Ora, a cosa può servire che un autore dica a un editore: “Guarda che stai pubblicando dei libri davvero schifosi”? E’ difficile dirlo. Certo, se Alberto Rollo, responsabile della UE Feltrinelli, incontra Tiziano e me a una festa e tutti e due in coro gli diciamo che siamo sbalorditi per l’acquisizione in casa editrice di quel certo narratore, e se questo nostro parere espresso da amici suoi quali siamo (Rollo è una persona meravigliosa, una delle pochissime che ho incontrato nel mondo editoriale) si combina con quello che un mese fa gli ha detto Tabucchi, con le smorfie che gli ha fatto Benni quando l’ha incontrato a Bologna la settimana scorsa, forse, dico forse, questo rafforzerà il margine di dubbio che Rollo poteva già avere su quel certo autore (come su tutti!), e lo aiuterà, nella prossima riunione editoriale, a combattere con più convinzione la sua personale battaglia, quella di tutti gli editor, contro l’anima commerciale della casa editrice, la terribile legge dei numeri, i responsabili dell’Ufficio Commerciale, con i loro dati e le loro previsioni.
    E’ possibile fare di più? Boicottare?
    Mah! Prendete in mano i cataloghi degli ultimi 5 anni di tutte le case editrici maggiori, quelle con cui è logico si confronti un autore che ha voglia, come tutti, che quello che scrive sia letto, incida sul reale e non finisca infilato chissà dove. Quanti titoli indecenti ci sono in questi cataloghi? Moresco critica giustamente Adelphi per la santificazione di Simenon. Vogliamo dire qualcosa di alcuni autori italiani pubblicati di recente da questo editore? Del caso Ferrandino di qualche anno fa, il primo della lunga serie di “migliori scrittori italiani viventi” sponsorizzati da D’Orrico nella sua influentissima e obiettivamente vivace rubrica letteraria su “Sette”?
    Cosa si può fare? Aiutare case editrici minori a emergere, premiandone la qualità delle scelte? Certamente! Dario Voltolini ha pubblicato per queste case minori anche quando i suoi contratti per Einaudi e Feltrinelli gli consentivano di dare la massima visibilità ai propri libri. Io ho fatto con un mio amico un libro di racconti per Literalia, la casa editrice di Giuseppe Granieri, che però purtroppo è naufragata sotto le difficoltà logistiche bestiali che incontra chi vuol fare l’editore a Potenza (nomen omen, ominous name). Ci sono state altre iniziative di questo genere, alcune abortite in partenza, come l’antologia di racconti a cui Tiziano Scarpa ha lavorato, tempo fa, per Fernandel.
    Pensare a un attacco frontale al mondo editoriale e alla sua sempre maggiore sudditanza verso le vendite (i comici, ecc.) è difficile, e l’ironia surreale di Andrea sulle iniziative che si dovrebbero prendere è totalmente giustificata. In teoria, dovrebbero essere anche (soprattutto?) i critici e i lettori a premiare e punire, nel modo giusto; ma a un certo andazzo si fa presto l’abitudine. Vi ricordate lo scandalo che ci fu quando Einaudi pubblico le Formiche di Gino e Michele? Per diverso tempo, nelle pagine letterarie dei quotidiani, si parlò con indignazione di questi due bravi autori comici messi in catalogo insieme a Calvino e a tutti gli altri (in pratica, a tutti i maggiori nomi della lettaratura mondiale). Adesso, qualcuno si stupisce?
    Non ho nessuna soluzione da proporre, nel rapporto con gli editori, sul problema della visibilità, dell’attenzione critica, delle scelte di fondo. Vi espongo la mia personale “etica del successo”, e accetto qualunque critica.
    1. Come ogni scrittore, io desidero essere letto dal maggior numero possibile di persone. Non date retta a quelli che dicono che non voglio avere successo di pubblico: sono balle. Non esiste nessuno che non sogni di vendere non un milione, ma un miliardo di copie. Non solo per diventare famoso e avere la foto sui giornali, è ovvio, anche se la vanità è un dato costante di qualsiasi uomo, pure dei Santi e dei Giusti: molto di più, per provare, davvero, a cambiare il mondo con le proprie parole, e sentire di avere la forza di farlo.
    2. Qual è allora la differenza fra me e uno scrittore “commerciale”? Semplice: che io non sposto di una virgola le mie tematiche (disturbanti) e la mia ricerca formale (elaborata)per andare incontro a questo potenziale miliardo di lettori, per rendere più commestibile il mio prodotto. Sogno di vendere un miliardo di copie, ma di libri MIEI, interamente miei, senza compromessi. Sogno di condividere la mia visione del mondo (disturbante) con un miliardo di persone, di cambiare la testa a quelli che secondo me (posso sbagliare!) stanno facendo scelta sbagliate, stanno pensando la realtà in modo sbagliato: ma il passo devono farlo loro. Se la storia che sto scrivendo non richiede un amore infelice, be’, non ce lo metto, anche se so che un amore infelice (specie se a lieto fine) è un buon “ingrediente” per un romanzo e mi farebbe vendere dieci o ventimila copie in più. Se invece la storia me lo chiede, ce lo metto. E’ tutto qui. Sono al servizio del mondo, e al servizio della storia che racconto.

    E’ poco? Non lo so. E’ qualcosa, e guardandomi intorno, al di là degli amici di NI per i quali ho una stima enorme (con Tiziano e Aldo Nove abbiamo anche fatto un libro di poesie insieme, per esempio), vedo alcuni autori mossi dalla stessa onestà (forse, credetemi, più di quanti si pensi di solito); ne vedo altri che questa onestà non perseguono (i soliti nomi, più i casi penosissimi di quelli che ad avere successo con le “ricette” ci provano, e manco ci riescono!).

    Be’, per fortuna, che dovevo scrivere poche righe…
    Un abbraccio a quelli che se lo meritano. Si riconoscono subito, perché sono quelli che non si ritraggono inorriditi vedendomi avanzare a braccia aperte, dicendo che si capiva benissimo che non era un abbraccio ma un tentato omicidio, l’imitazione di uno spaventapasseri, una citazione cristomorfica, un caso di sonnambulismo (“cammino del figlio”: “son” + “ambulare”, la enne in più, boh, sarà caduta dentro così).

  37. Gustavo P. il 23 agosto 2003 alle 18:51

    Egregio signor Montanari,
    dal momento che la sua prosopopea non ha limiti e che è giusto che qualcuno la castighi, ho deciso di perdere un po’ di tempo e di consultare i vocabolari che ho sotto mano, giusto per acclarare l’etimologia della parola “commmunitas” e per evitare che altri la seguano troppo ciecamente sui sentieri dell’errore. Ed ecco che cosa ho trovato:

    DIZIONARI ITALIANI
    De Mauro
    Comunità: dal lat. communitate(m). V. anche comune.
    Comune: dal lat. comune(m) comp. di con- “assieme con” e munus “incarico, ufficio”.

    Zingarelli 2002
    Comunità: voc. Dotta, lat. Communitate(m), da communis “comune”.
    Comune: lat. Comune(m) “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”.

    Dir Dizionario italiano ragionato della Casa editrice D’Anna
    Comunità in comune: lat. communitas.
    Comune: lat. commune(m), comp. di cum “con” e di un derivato di munus “incarico, compito” e pertanto “che svolge il proprio compito insieme con altri”.

    Devoto-Oli
    Comunità: dal latino communitas –atis “comunanza”, der. di communis “comune”.
    Comune: lat. commmunis “ che partecipa a una carica insieme” comp. di com- e munus “carica ufficio”.

    Cortellazzo-Zolli
    Comunità in Comune: Vc. dotta, lat. comune(m), propr. “che compie il suo incarico (munis) insieme con (cum) altri”.

    Lessico Universale Italiano V, Istituto dell’Enciclopedia Italiana 1970
    Comunità: dal lat. Communitas a-atis “comunanza”, der. di communis “comune.
    Comune: lat. Communis “comune; mediocre, affabile”, comp. Di cum e munus “carica, ufficio”, propr. “che compie il medesimo ufficio”.

    Grande Dizionario della lingua italiana UTET 1964
    Comunità: voce dotta, lat. Communitas –atis “comunanza” da commmunis “comune”.
    Comune: Deriv. Dal lat. Comune (neutro sostant, dell’aggettivo communis) “possesso, bene comune; repubblica, stato”.

    Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio, vol. II 1951
    Comunità: v. dotta, lat. Communitas –atis “comunanza” (communis).
    Comune : (arc. commoinis), composto con munis « che compie il suo incarico o il suo dovere (munus in origine ufficio).

    DIZIONARI LATINI
    Calonghi, 3° edizione rifusa ed aggiornata del dizionario Georges-Calonghi 1999
    Communitas: da communis.
    Communis: (arc. commoinis ; cfr. munia, arc. moenia e im-munis).
    Munia, ium (munis, e) “doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)”.
    Munis, e (munus), “obbligato, riconoscente”.
    Moenia, arcaico = munia
    Im-munis, e: (arc. Immoenis, da in e munis, cfr. munus e munia)”immune, esente, libero da prestazioni, pubblici servizi”.

    Castiglioni-Mariotti
    Communis: cfr. moenia, munus.
    Moenia :, ium (cfr. munio) mura, baluardi.
    Munus, -eris, ufficio, dovere.

    NOTA BENE: il Calonghi distingue moenia –ium (arcaico = munia (V.) “doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)” da moenia –ium = mura della città, mentre Castiglioni e Mariotti riportano solo moenia –ium (da munio) = “mura, baluardi”. Gli altri dizionari in mio possesso, cioè il Campanini-Carboni e il Conte-Pianezzola-Ranucci non aggiungono nulla d’altro.

    Ora, che cosa mi risponde? Che tutta la cultura italiana è impazzita e che nelle scuole circolano solo vocabolari redatti da ignoranti?
    Non farebbe meglio, giusto per salvaguardare il suo rapporto con il miliardo di suoi lettori, che ammettesse di aver preso un granchio? Già ha chiesto scusa per il tono; faccia un altro passetto: chieda scusa per il merito della sua fallace etimologia.
    A presto
    Gustavo P. (cioè Paradiso – nome malinconico, ma vero)

  38. andrea il 23 agosto 2003 alle 19:50

    1)Zibaldoni e altre meraviglie:
    La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno “munus”, dono, insieme a quello di altri (comunità = “cum” “munus”) nella nostra stessa condizione.
    2)Montanari:
    Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava “chi svolge una carica”. Quindi communis sta per “chi è partecipe di una carica”.
    Scusa Paradiso, tutti gli esempi che porti parlano di “carica” non di “dono”, e tutti scrivono comunità da communis.
    Magari si può dire, non so, che Esposito partendo da quell’etimologia svolazzante costruisce comunque una feconda teoria “de iure condendo”, che magari riesce a mettere in luce un aspetto donativo, ma allora appunto poteva ispirarsi anche alle macchie sul muro.
    Se andiamo avanti così la terza Lettera da Leuca Moresco la infila direttamete in una bottiglia e la tira in mare, tra i barracuda.

  39. Giuliana il 23 agosto 2003 alle 20:15

    Buongiorno e scusate l’intrusione.
    Mi è stato segnalato da un mio ex studente, grande fan di questo sito, che c’era una discussione in corso sull’etimologia delle parole “comunità”, “comune”, e così via.
    Sono insegnante di materie classiche da più di trent’anni, e ho collaborato con varie università fra Milano e Pavia; non lo dico per “mettere i documenti avanti”, ma semplicemente per presentarmi, visto che mi intrometto in una discussione che, a quello che vedo, è molto accesa e tocca argomenti anche molto importanti e lontani dal problema etimologico.
    L’etimologia addotta da R. Montanari è quella corretta, comunemente accettata dai linguisti. Non so quanto valga la mia auctoritas (lo dico con un sorriso), ma vi assicuro che è così.
    La ricerca del signor Paradiso, che vedo ora, non è sbagliata in sé, anche se per la verità non so quale edizione del Devoto-Oli abbia consultato, dato che la mia (Le Monnier 1971) riporta l’etimo esatto di communis = cum + munis,e, come sostenuto da Montanari, e non cita “munus”. Ma questa può essere una svista; il vero punto non è questo. La ricerca, dicevo, e anche la parte della discussione precedente che riguarda la parola in oggetto, è viziata da un errore di tipo storico. L’aggettivo munis,e non deriva dal sostantivo munus, anche se le due parole sono certamente imparentate, ma lo precede storicamente. Ora, il fatto che a un certo punto munus si sia aggiunto alla famiglia che si stava creando intorno alla radice *moin- e alle sue varianti apofoniche, non significa che “communis” venisse sentito come legato a munus, perché questa parola, communis, era nata prima di munus. Faccio un esempio, scusandomi se fatico a spiegarmi bene, perché questi sono argomenti un po’ tecnici. L’esempio mi viene proprio dal nome dello scrittore che partecipa al dibattito, il nome “Raul” (questa è la grafia corretta, non Raoul che è la variante francese). E’ un nome che conosco bene perché è più… comune di quanto si pensi: ho avuto familiarità con più di una persona che lo portava. Tutti costoro erano infastiditi dal fatto che qualcuno pensava che Raul fosse il diminutivo di “Rudolf”, Rodolfo, al punto che uno dei “Raul” da me conosciuti era addirittura chiamato “Rodolfo” dai suoi amici. In realtà sia Raul che Rudolf (o Rudolph) derivano dall’antico nome germanico Rudewolf (“lupo selvaggio”). I due nomi, Rudolf e Raul, hanno avuto una storia del tutto indipendente, pur avendo sicuramente una radice comune, ed è sbagliatissimo sostenere che quello più breve sia derivato da quello più lungo.
    Quindi è senz’altro vero che c’è “aria di famiglia” fra i vari munis, munus, communis, communitas, ma è linguisticamente inesatto affermare che l’etimologia di communis sia cum + munus. Aggiungo che molto probabilmente, quando i latini dicevano communitas, “sentivano” nella parola soprattutto la presenza e l’assonanza di moenia (mura), di munio (fortificare), e simili, e quindi connotavano il termine in senso fortemente difensivo: communitas = tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura.
    In ogni caso, quindi, l’idea di communitas come “partecipazione di dono”, che mi sembra sia stata avanzata in modo molto preciso dai signori De Vivo e Virgilio nell’intervento all’origine di tutta la questione, è senz’altro sbagliata. Si tratta proprio del tipo di errore in cui può incorrere una persona colta, una persona che “mastica latino” (come i due autori osservano in un intervento successivo), che viene sedotta da un’etimologia che sembra quasi suggerirsi da sé, e che invece è una sorta di “falso amico”, ingannevole.
    Sono d’accordo con Montanari e con alcuni degli intervenuti, come il signor Andrea e il signor Gabrielli, anche sul fatto che è normale che i filosofi forzino il linguaggio. Basta saperlo!
    Grazie per l’attenzione e scusatemi ancora per la mia pedanteria da latinista inveterata… e ormai anche “vetula”, purtroppo!

  40. Raul Montanari il 23 agosto 2003 alle 21:00

    Scusate, io sto ridendo perché qui sta succedendo una cosa veramente curiosa. Cerco di tenerla brevissima non solo per la tiritera sul mio lavoro, che ormai sarete stufi di sentirmi ripetere, ma perché davvero ha ragione Andrea a dire che se Moresco sta leggendo questi commenti ormai deve avere le mani nei capelli. D’altra parte, nell’ultimo intervento cercavo proprio di riportare il discorso su Moresco, com’è giusto.
    La cosa curiosa è che Gustavo P., di cognome, fa Paradiso.
    Quando è morto Pontiggia, io ho scritto un breve pezzo per ricordarlo, e soprattutto per ricordare una peculiarità del nostro rapporto, il fatto che Pontiggia amava la mia scrittura e in più occasioni mi aveva sostenuto, benché noi non ci fossimo mai conosciuti personalmente. Questo necrologio molto personale ha avuto due commenti, uno diretto e uno indiretto. Quello diretto era piuttosto sferzante, sarcastico, o almeno così è parso a me e a Tiziano Scarpa; io ci ero rimasto molto male, e Tiziano addirittura l’aveva cancellato, perché non riteneva che fosse giusto fare una polemica sul modo di commemorare un morto. Credo infatti che non sia più leggibile.
    Quello indiretto è uscito in seguito, quando su NI è stato pubblicato un pezzo di Diego De Silva, ugualmente commemorativo di Pontiggia. Il commento rilevava, più con indignazione che con sarcasmo, una certa retorica “peppologica” nelle parole di De Silva; l’autore del commento si stupiva del fatto che il pezzo fosse stato pubblicato su NI, vista la pioggia di encomi pontiggeschi che aveva invaso la stampa nazionale in quei giorni, e contrapponeva a una certa qual tendenza allo sbrodolamento da parte di De Silva proprio il mio pezzo, elogiandone la misura e lo stile con parole molto simpatiche.
    Inutile dire che avevo preso mentalmente nota dei due nomi, mettendo, più o meno, quello del primo commentatore fra i miei disistimatori (anche perché avevo riconosciuto nel suo indirizzo mail quello di un partecipante a un forum Fernandel nel quale se ne erano dette di cotte e di crude su di me), quello del secondo fra i miei estimatori.
    Insomma, vabbè, con voi non c’è gusto perché avete già capito: il disistimatore del necrologio era Andrea, l’estimatore era Gustavo Paradiso.

    La vita è strana, e disegna strane geometrie, strani chiasmi. Oggi con Andrea siamo prossimi alla proposta di matrimonio, credo, e non per i complimenti che gli faccio o la difesa che gradualmente lui ha cominciato a fare delle mie ragioni, ma perché sono molto stupito e commosso nello scoprire certe affinità profonde che ci legano (pure quel Tricky…). Con Paradiso (non so perché definisca malinconico questo bellissimo cognome: la P. era centomila volte più malinconica!) siamo arrivati ai coltelli per gli stessi motivi, cioè per mancanza di affinità. Anche se gli riconosco volentieri intanto l’impegno della ricerca (peraltro confutata in modo garbatissimo e spero definitivo dalla professoressa Giuliana), in secondo luogo l’avere accettato, diversamente da altri, le mie scuse per il tono, senza ipotizzare che facessero parte di chissà quali manovre. Le sue per avermi dato del servo le sto ancora aspettando, ma se non me le fa pazienza. Quando sulle pagine culturali di un quotidiano mi hanno dato del pedofilo è stato peggio. A me basta che il tono generale si sia abbassato, e che magari ora si possa parlare di Moresco e della situazione dell’industria culturale in Italia, se volete.

  41. Sal. il 23 agosto 2003 alle 21:31

    Son d’accordo, Montanari. Facciamola finita con le etimologie, e lasciamo questi discorsi ai pedanti o per l’appunto ai professori di latino. Ma non è questo che stanno cercando di fare gli “Zibaldoni”, fin dal primo momento? Lo hanno anche detto, nell’ultima lettera mi pare, che a loro non interessano le etimologie, anche perché gli scrittori delle etimologie se ne fregano, e le parole ognuno se le fa e se le prende come gli pare, le “forza”, come dice la PROF, a modo suo e per is uoi scopi. Altrimenti, che scrittore sarebbe, se non avesse questa capacità di sentire e anche stravolgere le parole in modo particolare? Però a me pare che le questioni serie, poste da “ZibaldonI” (e solo da loro), qui dentro nessuno abbia voglia di affrontarle. O fate i PROF, o vi incazzate, o fate gli sproloqui intellettuali come quelli di Gabrielli, Savelli e… come si chiamano.
    Svegliatevi! come direbbero i testimoni di Geova.
    Sal.

  42. andrea il 24 agosto 2003 alle 03:18

    Nel pezzo su Pontiggia avevo letto un atteggiamento, non so, come certi articoli di Genna, nonostante tutto un po’ spaccone, ma era la prima cosa che leggevo e ci si può sbagliare (anche con Carla Benedetti il primo approccio è stato un equivoco). Mi pareva di aver scritto una cosa tipo “anche lui è umano” e poi c’era il link della discussione su Fernandel che era soprattutto divertente. Comunque non era assolutamente una cosa “cattiva”. Mi spiace anche per Scarpa perché ho una stima smisurata nella sua moralità (nella qualità della scrittura è ovvio). Il primo incontro con Scarpa fu un’intervista pubblicata in rete, ne veniva fuori un’idea forte della letteratura, qualcosa che può servire perché racconta il mondo e per la quale vale la pena tenere comportamenti non mercificanti (le sue difese appassionate di Moresco e ritrovarlo due anni dopo su NI dimostra che ci credeva). Ora non saprei trovarla, ma forse lui la ricorda, diceva anche che Contro-passato prossimo di Morselli era un libro bello e importante (forse lui aveva detto libro coi controcazzi o una parola simile). Invece la difesa dell’autore di Il buio divora la strada e Che cosa hai fatto è dovuta alla giustezza dell’etimologia, al discorso sulla matericità, e al fatto, bisogna ammetterlo (anche voi De Vivo e Virgilio), che sono libri coi controcazzi. (E non li avrei scoperti senza questa finestra di commenti).
    Per il futuro sarà difficile anche litigare con Gabrielli che con un colpo basso cita Asphyxiante culture.

  43. Gustavo P. il 24 agosto 2003 alle 13:09

    Chiedo scusa ai lettori di Nazione Indiana se sono costretto a intervenire di nuovo sulla questione etimologica sollevata da Montanari, ma non mi è possibile tacere davanti alla distorsione di ogni discorso che sia fondato sulla verità dei fatti. Dice Andrea a proposito della mia ricerca etimologica sui dizionari: >. Allora, io vorrei ricordare ad Andrea, come agli altri, che fare una ricerca etimologia vuol dire ricercare l’origine della parola, non la semplice derivazione, risalendo fin dove è umanamente possibile risalire. Ora, se io trovo che comunità deriva dall’aggettivo communis, non ho ancora rinvenuto l’etimologia, poiché a sua volta communis deriva da cum + munus, oltre il quale termine non è possibile andare, almeno allo stato attuale degli studi. Se io mi fermassi a communis, avrei trovato l’immediata derivazione della parola comunità, ma non l’etimologia. Non so se mi sono spiegato. Inoltre, caro Andrea, se ti prenderai la briga di consultare qualsiasi vocabolario di latino, scoprirai (ma già lo sai, credo) che sotto la voce munus-eris vengono sempre riportati due significati: incarico e dono, i quali significati, dal punto di vista antropologico, non hanno avuto mai una vita autonoma, poiché ogni incarico comporta un dono, come potrai scoprire leggendo un po’ di letteratura antropologica a partire da Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, per arrivare a J. T. Godbout, “Lo spirito del dono” e ancora dello stesso autore “Il Linguaggio del dono” (per agevolarti, aggiungo che il primo lo pubblica Einaudi, gli altri due li pubblica Bollati Boringhieri). Ricevere un incarico significa sentirsi obbligato a ricambiare i vantaggi che da esso derivano. E come? Con un dono, naturalmente; sicché il pubblico funzionario (ma non solo lui, se allarghiamo il discorso) è colui che è in debito perenne con la comunità, così come lo è ciascun membro di essa, poiché tutta la vita comunitaria si regge su questo continuo scambio di doni. E’ vero, oggi la ragione utilitaristica sembra negare tutto ciò. E per questo anche dicevo che gli zibaldoniani sono degli idealisti, ma non dei bugiardi o degli incapaci, anzi. Leggi il saggio che Marco Aime premette a Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, pubblicato l’anno scorso dall’Einaudi, leggilo, magari insieme al libro di Esposito, che queste e molte altre letture presuppone, e ne riparleremo, se vuoi.
    Detto questo, vengo all’insegnante Giuliana, la quale si definisce “vetula”, ed infatti lo è perché possiede un Devoto-Oli di trentatré anni fa. Consulti l’edizione del 2000-2001 e vedrà che non mento sull’etimologia di comunità che deriva da cum + munus, come ho scritto a chiare lettere e senza “sviste” nella scorsa lettera. Ma se questa è questione minore, la questione nella quale la professoressa Giuliana va a impelagarsi verte sulla dimostrazione che “l’aggettivo munis, e non deriva dal sostantivo munus … ma lo precede storicamente”. Ecco, io mi metto nei panni di quel suo alunno, fan di Nazione Indiana, che le ha fatto la soffiata, il quale a questo punto chiederebbe alla sua insegnante: “Mi spieghi, professoressa Giuliana, su quale base non dico scientifica, ma di buon senso, lei può dire che “questa parola, communis, era nata prima di munus”?
    Io credo che quell’alunno aspetterebbe un bel pezzo d’eternità prima d’avere una risposta; perché, in realtà, risposta la nostra buona donna non può darla. E poi, con quale faccia tosta può misconoscere i risultati inoppugnabili della mia ricerca? Geoges e Calonghi, Devoto e Oli, Zingarelli, De Mauro, che non sono solo pagine di vocabolari, ma sono persone che hanno studiato e qualche autorità in materia ce l’hanno, tutti costoro avrebbero solo detto delle corbellerie, mentre la professoressa Giuliana, bazzicante tra le università di Milano e Pavia, avrebbe ragione? Ora capisco perché costei non si è qualificata in modo completo, in modo da assumersi la responsabilità dei suoi assunti; non lo ha fatto perché si sarebbe squalificata nel mondo accademico italiano, e non solo, ecco la ragione della sua reticenza.
    A proposito, invece, della proposta della professoressa Giuliana, secondo la quale communitas vale “tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura” (cum + moenia “mura” da munio “fortificare”), la mia ricerca già vi faceva cenno. Infatti, e scusate se mi cito, nella precedente lettera scrivevo: “Calonghi distingue moenia –ium (arcaico = munia (V.) “doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)” da moenia –ium = mura della città, mentre Castiglioni e Mariotti riportano solo moenia –ium (da munio) = “mura, baluardi”.
    Risultato: nessun vocabolarista si assume la responsabilità di far derivare comunità da cum + moenia. Vi allude solo il Mariotti, senza convalidare l’argomento in modo chiaro e preciso. Personalmente, io non mi sento di escludere questa possibilità etimologica, ma sono convinto che, se fosse accertata, essa rischiarerebbe ulteriormente le mie (e non solo le mie) tesi. Infatti, se si va al fondo della questione si trova che “tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura” sono gli stessi “che compiono il loro incarico” nell’ambito della “communitas”, entro la quale il dono circola come cemento che tiene insieme gli individui.
    Sic stantibus rebus, cara professoressa Giuliana, le raccomando di aggiornare il suo bagaglio culturale, di svecchiarlo, perché è giusto che i nostri figli abbiano almeno all’università qualche insegnante competente e non solo dei fan di Montanari; e soprattutto, si procuri una versione più aggiornata del Devoto-Oli!
    Quanto a lei, Montanari, secondo il quale la ricerca etimologica di Paradiso sarebbe stata “confutata in modo garbatissimo e spero definitivo dalla professoressa Giuliana”, ebbene, mi dispiace profondamente deluderla, ma ancora dovrà fare un po’ di lavoro per convincere il suo miliardo di lettori di avere ragione. In realtà, si rassegni: l’etimologia di communitas è da cum + munus, come sostengono quelli di “Zibaldoni” e tutta una tradizione culturale, e, soprattutto, come sostiene il valente Esposito.
    Suvvia, cosa le costa, faccia questo passetto: chieda scusa e non se ne parli più.
    A presto.
    Gustavo Paradiso

    P.S.: Adesso Montanari si è anche accorto di quel mio commento che riconosceva il suo modo sincero di ricordare Pontiggia. Questa è l’ennesima dimostrazione, se ancora ce n’era bisogno, che io non ho mai parlato, né parlo, perché odio qualcuno per partito preso, ma solo per confermare o smentire tesi e discorsi che mi convincono o non mi convincono.

  44. andrea il 24 agosto 2003 alle 14:02

    Getto la spugna. I vocabolari etimologici registreranno una certa etimologia di communis fino a uno stravolgimento di quella etimologia dovuta a un evento storico inatteso e dirimente, una rasoiata dirompente dentro la finestra di commenti alla Lettera da Leuca. La storia si sa a volte volta pagina.

  45. Gustavo P. il 24 agosto 2003 alle 16:48

    C’è un errore nel mio testo, chiedo scusa. E’ saltata questa frase: “Scusa Paradiso, tutti gli esempi che porti parlano di carica non di ‘dono’, e tutti scrivono comunità da ‘communis'”. E’ una citazione da un intervento di Andrea, che va dopo: “Dice Andrea a proposito della mia ricerca etimologica sui dizionari:”. A presto. GP.

  46. Raul Montanari il 24 agosto 2003 alle 18:58

    Adesso non è più divertente, solo noiosa.

    Caro Paradiso, mi sembra un po’ eccessivo che lei definisca “fan di Montanari” (tacciandola quindi di partito preso a priori) una persona che in tono serio, senza nessun sarcasmo, ha voluto dire la sua sulla questione etimologica, con molta chiarezza e fra l’altro osservando che se il vostro è un errore non si tratta di un errore triviale, ma di un errore “nel quale può incorrere solo una persona colta”. Perché non definisce fan di Montanari anche Andrea, Savelli, Gabrielli? Non conosco affatto questa professoressa Giuliana, ma a giudicare dalla timidezza del tono con cui è intervenuta immagino che non si farà più né vedere né sentire, visto come è stata accolta! La professoressa ha avuto l’autoironia amabile di definirsi pedante e vetula; qui, a mo’ di benvenuto, viene messa in dubbio la sua professionalità, la si chiama con sufficienza “la nostra buona donna”, la si invita ad aggiornarsi, e perfino il povero allievo ci va di mezzo perché si dice di lui che “ha fatto la soffiata”. Caspita, che scelta di termini! Insomma, guai a chi si intromette! Particolarmente comico il momento in cui si dice che la professoressa non si è “qualificata in modo completo”. Ma lei, Paradiso, che mestiere fa? Quanti anni ha? Che titoli ha? Cominci a qualificarsi lei, prima di chiedere che lo facciano persone che alzano la voce meno di lei. O tutti o nessuno, non le pare?
    Io non intervengo più su questa faccenda dell’etimo. Gli argomenti in campo sono chiari. Lascio che i lettori giudichino non solo chi ha ragione o torto, ma anche chi è intollerante e chi non lo è.
    Non ho nulla di cui scusarmi sui contenuti, sul tono mi sono scusato a sufficienza. Le scuse di chi mi ha dato del mafioso e del servo penso che le aspetterò per l’eternità a cui allude il suo bel cognome e a cui è consegnato l’unico Zibaldone vero, quello di chi l’ha scritto.
    A proposito: io non mi sono “accorto” del suo commento. Me n’ero accorto subito e mi aveva fatto piacere, come ho scritto. Quando finalmente lei ha riacquistato il suo cognome e deposto la P., ho potuto fare due più due e riconoscerla come l’autore. E non ho mai detto di avere un miliardo di lettori, come lei ha già detto due volte: ho fatto un atto di modestia e, pure io, autoironia, caduto evidentemente nel vuoto, attribuendo a me stesso un desiderio iperbolico di essere letto e ascoltato, cioè facendo ancora una volta un discorso da scrittore molto terra terra in mezzo ai platonici e ai neoplatonici. Non forzi sempre il linguaggio altrui.
    Adesso, per l’ennesima volta, vi va di parlare di Moresco?

  47. Gustavo P. il 24 agosto 2003 alle 22:39

    Montanari delle mie argomentazioni etimologiche non dice niente perché, appunto, non può dirne niente, essendo esse inoppugnabili. Questo è un buon segno, è segno forse che si sta ravvedendo e sta capendo l’errore commesso, ma c’è ancora qualcosa che lo frena, forse una comprensibile, quanto inammissibile questione di orgoglio, non saprei. Da questo ginepraio, se dio vuole, stiamo per uscire, a fatica, ma probabilmente anche grazie alla mia modesta ricerca tra dizionari e libri vari. Forse stiamo per arrivare a una minima verità. Manca però un ultimo passo: l’ammissione esplicita da parte di Montanari di aver commesso un errore, ovvero di essere stato superficiale nella considerazione della parola “communitas”.
    Per il resto, aggiungo solo che il mio modo di rivolgermi alla “timida” (Montanari la definisce “timida”, quando è chiaramente una incompetente) professoressa di “materie classiche” (!!!), si giustifica con lo stupore che ha in me suscitato con le sue infondate pretese “scientifiche”.
    Quanto alla mia identità, io non avrei problemi a rivelarla per esteso (indirizzo, etc) a chi me la chiedesse mostrandomisi come persona fidata, scrivendomi in privato all’indirizzo che ho sempre messo in calce ai miei interventi, a differenza di tanta gente che parla esibendo solo “carte” e “distintivi”, sputando veleno e diffamando le persone gratuitamente, nascosta magari dietro un bel nick o, peggio, dietro una istituzionalità che dovrebbe sempre richiedere la visibilità e la chiarezza assolute, non l’anonimato. È innanzitutto per una questione deontologica che la “timida” Giuliana dovrebbe obbligatoriamente rivelare la sua identità, perché lei, a differenza di me, che non ho bisogno di vantare alcun titolo, ha parlato in qualità di professoressa. Ma siamo in Italia, purtroppo, e in Italia nessuno mai paga per gli errori che commette, figuriamoci una “timida” professoressa che strafalciona in una finestrella di Nazione Indiana…
    Detto questo, se Montanari, come dice, tacerà, cioè non addurrà nuovi argomenti che confutino la mia ricerca etimologica, io mi riterrò soddisfatto e non infierirò più di tanto per avere ulteriore soddisfazione. Tuttavia continuo a ritenere che sarebbe per Montanari veramente liberatorio, deposto ogni inutile orgoglio, ammettere di aver sbagliato (chi non sbaglia nella vita?). In questo modo significherà a tutti che è veramente pronto per riprendere, senza equivoci e senza falsa coscienza, la discussione sulla comunità da costruire, dal punto in cui l’ostacolo etimologico, che lui stesso aveva frapposto, l’aveva interrotta. Se farà ciò, questa discussione non sarà stata vana, ma sarà servita a tutti noi per guardarci dentro, e per capire che, a volte, siamo noi stessi che, senza volerlo veramente, ma per una inconscia costrizione, miniamo le basi di ogni vera comunità.
    Un’ultima cosa tengo a precisare: se ho definito Montanari servo, non l’ho fatto per lanciare un attacco ad personam, ma per esemplificare nei comportamenti di Montanari un costume morale che mi sembra invalso ormai da troppo tempo nei comportamenti degli intellettuali italiani, quello di attestarsi sulle proprie posizioni acquisite, paghi del proprio rapporto col potente di turno che ne tutela gli interessi. Secondo questa logica, chiunque dica qualcosa di nuovo (penso agli zibaldoniani) va censurato e respinto, anche con una capziosa stilettata etimologica. E invece, poverini, avevano ragione loro!
    Se questa polemica sarà servita a impedire per il futuro il ripetersi di questi comportamenti, allora, anche per questo, avrà avuto un senso, io avrò raggiunto il mio scopo e sarò lieto, lietissimo di ritornare alle serissime e profonde questioni poste da Moresco, da quelli di “Zibaldoni” e da Carla Benedetti.
    Cordialmente come sempre,
    Gustavo P.

  48. sorcionario il 24 agosto 2003 alle 23:33

    Parlare di Moresco.
    Questo thread è veramente indecoroso. Visto che non ci si schioda, riporto tramite copia incolla dal thread “Lettera da Leuca 2”
    Parlare di Moresco.

    Comments: Lettera da Leuca #2

    Dopo aver letto le due lettere e alcuni commenti, mi accodo.
    Bene!
    Penso sia chiaro a tutti i frequentatori di N.I. che l’unico vero scrittore in questa riserva-setta(ma anche in Italia tutta) sia Antonio Moresco.
    Moresco crea “vera inquietudine, tormento, lucidità”.Però… Moresco parla e si preoccuppa del “pubblico”, francamente mi lascia perplesso.
    Del pubblico credo non dewbba preoccuparsi, a preoccuparsi del pubblico ci sono già i vari Scarpa, Nove, Montanari ecc.
    Moresco parla di conoscenza e ricerca, sono curioso di leggere la seconda parte de i “Canti”. Somma allegoria, pornografia allo stato puro, e brado, fusione, quindi visione, nella prima parte.
    All’inizio (“La buca”), ok…ma bisognerà chiedersi quanto pensiero di “proposizione”(che è sempre di vista e costruzione!) sia capace di far passare una simile scrittura!
    Voglio dire: quanto è grande il mondo di Moresco? o forse stanno per imprigionarlo in una rete?
    A volte penso che Moresco non sappia gridare, non sappia bene modulare la voce per tutta l’estensione dei suoi 56 anni(cfr. tirata anti-simenon); tempesta poi di livore Pontiggia, ma ammetta Moresco di essere un “evaporato”(come ogni grande e vero scrittore),la smetta però di illivorirsi, non è da uomo grande e buono! Piuttosto dica sinceramente che Pontiggia era una merda, perche proprio ora sta a sfoderare bon ton?!
    A 56 anni non ci si può “angelicare”, la sua parola non è angelica, se no sarebbe morto a quest’ora!
    Apra il suo mondo, la faccia uscire veramente dalla patta e avremo un Hugo o un Dostoevskij!
    Come si può reclamare pubblico quando si hanno uscite del genere:”Qui di fronte alla scogliera, un po’ più in là, a 35 metri di profondità, sono stati avvistati dei barracuda. “E’ per il caldo!” spiega ancora la donna “I mari si sono riscaldati troppo. Sono arrivati fin qui da lontano. Ma sono piccoli! Si è no un metro di lunghezza!”

    Non c’è problema, signora. I bagnanti non mancano. Se devono crescere, cresceranno!”

    Proprio non capisco come resista ancora in Moresco questo illegittimo desiderio di vamopirizzazione. Voglio dire: chi ha orecchie per sentire sente, se si grida, invece, bisogna stare attenti e guardarsi dalla moda, che è forse quella cosa che più sta “avvicinandosi” a Moresco, proprio come nel Salento i barracuda!!

  49. Giulio Savelli il 24 agosto 2003 alle 23:38

    Basta cosi’. La rasoiata, per quanto mi riguarda, e’ stata inferta a questa finestra di commenti, sfregiandola, dall’ultimo intervento di P. Avevo voglia di commentare il testo di Moresco, di leggere punti di vista altrui: stringati, chiari, possibilmente precisi, con cui ci si potesse confrontare. Ormai la voglia di stare qui mi e’ passata. Non solo per la discussione infinita, purtroppo, sull’etimologia, ma perche’ non e’ di Moresco che si parla, ne’ di cio’ che lui sostiene, ma di cio’ che sostiene P. e che hanno sostenuto gli Zibaldoni. Se considerassi le loro argomentazioni interessanti rimarrei anche se si parla d’altro. Ma lo stile argomentativo tanto di P. quanto degli Zibaldoni non lo apprezzo. Dato che di loro bisogna parlare – e solo di loro – osservo che questo stile possiede unicamente due registri: o il dolce procedere in una cappa fumosa di sentimentali vaghezze, oppure la polemica piu’ risentita e offesa verso chi, come Montanari, avverte con fastidio quanto una simile marmellata appiccichi. Ovviamente io sono un venduto, un clone del servo Montanari, uno che fa sproloqui intellettuali. Pazienza. Saluto e lascio il campo a chi ha voglia di restare.

  50. andrea il 25 agosto 2003 alle 00:07

    C’è una cosa bella della lettera di Moresco, una specie di rapporto stretto col lettore, come se ti facesse entrare a casa sua per spiegarti qualcosa che gli sta veramente a cuore. Ne Il Vulcano (magari qualcuno l’ha letto) la porta si apriva alla fine, come per dire, Chi mi ha seguito fino a qui, e ti rendeva partecipe nelle ultime tre pagine di un ricordo doloroso legato al padre.

  51. Zibaldoni e altre meraviglie il 26 agosto 2003 alle 18:37

    “… e l’astio rovinoso… e la concordia conciliatrice…”
    (Empedocle, ‘Poema fisico’, 1)

    “… Da quella materia, mescolantesi alla rinfusa, molti elementi permangono distinti:/ tutti quelli che l’astio, sollevato in alto, ancora tratteneva; e strenuamente, giacché/ non è rimasto, verso gli estremi confini dell’orbita, al di fuori del tutto,/ ma dentro rimaneva in una parte dei componenti, e dall’altra era uscito;/ e di quanto volta a volta gli avveniva di cedere, di tanto subentrava, volta a volta,/ il benigno slancio inestinguibile della strenua concordia./ E ben presto i corpi che si generavano, impararono d’essere mortali, già elementi immortali/ e distinti, prima di essersi mischiati deviando dai propri cammini;/ ma poi, quando vanno frammisti, si spandono innumerevoli stirpi di corpi mortali,/ compatte in molteplice forme, che danno stupore alla vista”.
    (Empedocle, ‘Poema fisico’, 6)

    Cari amici di Nazione Indiana, redattori e lettori,
    il demone della disunione, che negli ultimi tempi aveva assunto la guida dei nostri discorsi, generando incomprensioni e dando luogo a duri giudizi, esasperando gli animi e inasprendo i toni di chi pure si riprometteva una discussione serena, sembra aver abbandonato questo luogo. Ora è il momento della concordia, che succede sempre alla discordia nell’eterno circolo della vicissitudine universale.
    Ma che cosa è accaduto in questi due mesi? Forse è accaduto che siamo riusciti a parlare, a comunicare, a vasocomunicare; nel bene e nel male, poco importa. Lo spirito della discordia ci ha indotti al dibattito e, malgrado certe durezze, ha favorito una più o meno franca discussione su temi per noi di grande interesse.
    Caro Moresco, non se l’abbia a male se noi non ci siamo limitati a tessere l’elogio delle sue opere, ma l’abbiamo interrogata a partire dalle cose che ci ha scritto da Leuca. Noi crediamo davvero che le opere siano solo il punto di partenza di un discorso che coinvolge tutti e che conduce ad altre opere, e non alla vetta irraggiungibile di una montagna oltre la quale c’è solo il cielo o l’abisso. Perciò, se l’abbiamo interrogata, è con questo fine, mai con quello di innescare inutili tensioni.
    A Montanari diciamo che bisogna abituarsi a pensare che i mali non vengono per nuocere, e che la nostra durissima, ma crediamo sempre corretta polemica nei suoi confronti, è valsa a definire meglio il nostro (lato sensu) modo di vedere le cose. Dalla polemica, infatti, nascono solo cose buone, per chi sa vederle, e alla fine anche le allucinazioni e gli incaponimenti etimologici favoriscono la verità.
    Vogliamo ringraziare anche Gustavo Paradiso, che si è tanto prodigato in nostra difesa, armandosi di vocabolari e analisi antropologiche, sebbene gli contestiamo il fatto che ci ritenga degli idealisti e degli illusi. I fatti la smentiscono, signor Paradiso, perché alla fine si è giunti, tutti insieme, a capire come stanno le cose e perlomeno a discuterne. In fondo non è questa la comunità di cui da tempo andiamo parlando? Certo, sarà piena di difetti, di narcisismi, di esibizionismi, e di altri ‘ismi’ uno peggiore dell’altro, ma è anche vero che al di là di tutto questo è possibile scorgere qualche verità che diriga il nostro cammino nel mondo. Altrimenti, lei che cosa propone? Di starcene ognuno a casa sua, in solitudine, in silenzio? No, non può essere questa la soluzione. Allora non rimane che parlare, scriversi, comunicare, e sia se tutto questo porta con sé talvolta qualche parola grossa e qualche giudizio più duro di quanto non si richieda nella civile conversazione. Forse per troppo tempo ci siamo disabituati a parlare insieme ed ora che questo finalmente accade, o comincia solo ad accadere, tutti noi siamo come un fiume in piena che porta con sé tanta acqua, ma anche fango, ghiaia, alberi sradicati: non sappiamo più trattenerci (i blog e in genere i luoghi internettiani, poi, sembrano fatti apposta per rompere ogni argine) e ce ne diciamo come dio comanda. Ma tutto questo non è negativo, non è semplicemente il “male” che va rimosso o colpevolizzato. È bene che la campagna si allaghi, perché al rifluire delle acque l’humus la fecondi di nuovo e il raccolto del contadino sia più ricco.
    Ringraziamo anche i lettori e gli altri commentatori perché siamo convinti che abbiano compreso tutto questo e lo abbiano seguito con attenzione e con perspicacia, al di là di quella che sembrava essere una oziosa questione etimologica – e invece era anch’essa una tappa del ciclo universale delle cose comuni, mortali.
    A tutti diciamo che siamo fermamente intenzionati a riprendere quanto prima questo dibattito sulle pagine di “Zibaldoni e altre meraviglie”, e ad esso inviteremo tutti coloro che hanno partecipato alle discussioni in NI. Purtroppo la nostra rivista è trimestrale e quindi i tempi non saranno brevi, ma che importa; non bisogna avere nessuna fretta in questo genere di cose. La comunità da costruire, ogni giorno, con ogni intervento, con ogni commento, semplicemente leggendo e scrivendo, è tema troppo importante per essere esaurito nello spazio di un dibattito estivo.
    Buon lavoro a tutti.
    Con il solito affetto,
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

  52. Raul Montanari il 26 agosto 2003 alle 19:32

    Ragazzi, io rispetto e ammiro il vostro entusiasmo. Diversamente da quello che fa Gustavo Paradiso con me, non ho dedotto dal vostro silenzio che vi foste ritirati dandovi per vinti sui temi in questione; pensavo che continuaste a essere della stessa opinione, e vedo che non mi sono sbagliato.
    Per quanto mi riguarda, purtroppo, devo dirvi che continuo a pensare tre cose:
    1. Che quell’etimologia è errata, e la consultazione di 24.000 vocabolari italiani e di un vocabolario latino per le medie superiori non vale la ricostruzione precisa della storia della parola che si trova in uno dei due soli dizionari etimologici del latino usati in tutte le università del mondo, e che la povera professoressa intervenuta ha provato, con molta chiarezza, a ricostruire. I vocabolari bisogna anche saperli leggere. I lettori di NI hanno dimostrato di averlo capito, infatti nessuno ha dato ragione alle follie di GP; tutti hanno compreso come stanno le cose, molti si sono ritratti annoiati da quelle che giustamente definite allucinazioni e incaponimenti (non miei, però: basta leggere per capire, e chi ha letto ha capito).
    2. Che communitas, qualunque sia il suo etimo, in ogni caso non vuol dire “mettere in comune il dono della solitudine”. Il punto di partenza della querelle, come Andrea ha sintetizzato bene, è stato questo.
    3. Che al di là dell’entusiasmo (sempre Andrea, simpaticamente, vi aveva definiti i Simon & Garfunkel della letteratura) c’è nei vostri discorsi un difetto di concretezza.
    Non si capisce bene cosa vogliate fare, non rimane in mano niente.
    Volete fare la vostra rivista, la state facendo? Va benissimo: sul web c’è posto per tutto e per tutti. I discorsi sulla communitas, su Socrate, sull’Eros platonico ecc. io non li ho visti sostanziarsi in mezza riga di proposta concreta.
    Cosa volete fare? Un supersito in cui entriamo tutti, per esempio? Se ne potrebbe parlare! Azioni di boicottaggio contro l’editoria ufficiale su carta? Si può parlare anche di questo. Che altro? Smettere di leggere i libri stampati? Chiedere agli scrittori di pubblicare solo e-books? Chiedere agli scrittori di smettere di scrivere per gli editori e dedicarsi solo ai blog e alle riviste on line? In realtà, si può parlare anche di questo. Basta che la richiesta o proposta venga concretizzata.
    Volete una prova di questo disiniteresse che suscitano i vostri discorsi troppo astratti? Carla Benedetti ha pubblicato su NI, proprio prima delle lettere di Moresco, la vostra lettera aperta ai lettori del blog. Quanti commenti, quante reazioni ci sono state? Una: quella comicissima di GP che stava postando dappertutto la sua polemica contro di me. Che è come dire: nessuna.
    Questo mica vuol dire che siate scemi o antipatici: vuol dire che forse nel vostro argomentare, come osserva Savelli, c’è un qualcosa di fumoso, di centripeto, per cui in pratica uno non sa bene come mettersi in relazione con voi, come creare una dialettica.
    Io, e molti con me, ho letto nelle vostre parole solo, o quasi solo, un curioso odio verso il libro (curiosissimo perché poi non fate che citare da libri, e tutto lo sforzo di GP è avvenuto con un grande spostamento di enormi tomi di carta scritta), una notevole antipatia verso gli scrittori attuali, e per andare sul concreto di questa pagina di commenti una sostanziale incomprensione del lavoro di Moresco, che si è manifestato in quell’apostrofe incredibile (“Ma lei cosa ha fatto? Ha scritto libri? Ma milioni di persone scrivono libri!”).
    Può darsi che milioni di persone scrivano o più esattamente scrivano testi che aspirano a diventare libri, ma solo pochissime migliaia di persone pubblicano questi libri e danno quindi un senso dialettico, ripeto, alla loro scrittura, e solo pochissime decine (o piuttosto unità) di persone scrivono libri rischiosi e potenti come quelli di Moresco.
    Questa sottovalutazione è nelle vostre parole, e ve lo dico con la massima pacatezza, la stessa con cui mi sono scusato di cuore per avere trasceso di molto nei toni. Continuo, rassegnato, ad aspettare le scuse altrui.
    A questo punto proporrei di spostarci altrove, magari nella Lettera da Leuca numero II (ormai sembriamo i commentatori del Vangelo…), giusto per non rendere illeggibile questa finestra.

  53. andrea il 26 agosto 2003 alle 21:52

    Sento anch’io lo stesso difetto di concretezza. Anzi con l’ultimo intervento mi viene in mente una cosa che dice Mozzi, che lui ha imparato a scrivere lavorando nell’ufficio stampa di un sindacato di artigiani. Lì il suo mestiere era precisamente scrivere “gestendo l’ambiguità del linguaggio”: dire e non dire nel migliore dei casi, raccontare balle per conti terzi nel peggiore. Mozzi ha sviluppato la gestione dell’ambiguità linguistica nei suoi lavori, è una delle sue fissazioni, ma non scrive mai cose teoriche dove dice e non dice. Leggete Vibrisse, la sua rivista in rete, è sempre chiaro, concreto, perché un’altra sua fissazione è l’insegnamento, e a cosa serve un insegnante che dice cose ambigue? Allora, per favore, Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio, fatemi cambiare idea sui vostri interventi.

  54. Vincenzo il 27 agosto 2003 alle 14:24

    Montanari, adesso la pianti!
    Non sto scherzando: se la becco ancora una volta a dare corda a quei tre imbecilli io do le dimissioni da suo lettore ed estimatore e le mando a casa un pacco bomba! Prosegua con la discussione sulla lettera numero 2, che è stata impostata benissimo, e smetta di contraddire questa gente!
    Ma non ha ancora capito con chi ha a che fare? Paradiso è un mentecatto, e dà ragione a chi si augura un innalzamento dell’età pensionabile: così avremo meno gente che ha tempo per trastullarsi con i vocabolari e con l’interpretazione della volontà di dio; e i due di zibaldoni (mi fa perfino orrore accostare questa parola a personaggi del genere) sono due finti idealisti, in realtà molto furbi, che usano una tattica di vampirizzazione vecchia come il mondo: attaccare un nome famoso per farsi pubblicità, per piazzare dappertutto il loro http://www.zibaldoni.it, che solo a vederlo mi fa venire la nausea.
    Questa discussione doveva finire esattamente il giorno 22-08, quando i due, in vena di modestia, ci sono così autodefiniti: “Noi che ci occupiamo seriamente di letteratura”.
    Fantastico! Dopo aver trattato in modo assurdo Moresco, questi si rivolgono con tale arroganza a uno scrittore che se anche non avesse pubblicato uno solo dei suoi romanzi, racconti o poesie verrebbe stimato e amato da tutta la comunità letteraria per le sue straordinarie traduzioni letterarie dal greco di Sofocle, dal latino di Seneca, dall’inglese di Wilde, Roth, McCarthy (quanto ci manca!), Frazer, Styron, dallo spagnolo di Borges e Vargas Llosa, dal tedesco di Schnitzler. Macché, quelli che si occupano seriamente di letteratura sono loro, con le loro cazzate da ginnasiali invecchiati, mica Montanari e gli altri!
    Ma non vede che questi due non fanno altro che parlare di sé, della loro ridicola rivista? Non ha notato che Andrea (complimenti: bravissimo!) ha fatto almeno 4 interventi secchi, precisi, sulla questione dell’etimologia, tutti interventi in suo appoggio, ed è stato ignorato? Certo: Andrea ha il “difetto” di non essere uno scrittore che ogni settimana viene intervistato dai quotidiani, perciò non “merita” le attenzioni di questi idioti, anche se dice esattamente le cose per le quali i due furbastri più il mentecatto schiumano rabbia e stillano veleno contro di lei.
    Ma perché gli dà retta? La sostanza della questione etimologica e di tutte le altre messe in campo, le persone intelligenti l’hanno capita, i cretini e quelli in malafede no; a lei con chi interessa misurarsi? Di chi le interessa il giudizio?
    Sia all’altezza dei suoi libri, se ne sbatta di questa gente e delle loro trappole, rinunci all’orgoglio dell’ultima parola, altrimenti correrà davvero il rischio che ventilava Giovanni, di essere preso per cretino a furia di litigare coi cretini. E, soprattutto, le arriverà il pacco bomba a casa!

  55. Salvatore Settis il 27 agosto 2003 alle 20:28

    Ma io non lo so se vi rendete conto di quello che sta succedendo qua dentro. C’è un imbecille che si crede un grande scrittore e un grande latinista che non la smette di dire la sua su tutto, perfino sulle più grandi cazzate. Uno che non riflette nemmeno un secondo su quello che dice e basta guardare gli orari dei suoi interventi, sempre scritti di getto dopo pochi secondi, perché è un paranoico, un grafomane. E un servitore, gliel’ha detta giusta quel Gustavo. Un servitore dei suoi padroni, c’è poco da dire o da fare, uno che aspetta il direttore che lo chiama per scrivere il pezzo: “Scrivi!”, e lui scrive. Ma che può capire uno così della letteratura? Può darsi tutte le arie che vuole, può chiamare a intervenire tutti i suoi fans, le professoresse asine e i rottinculo che dicono parolacce, ma lui resta un servitore, basso e meschino. È uno sfacciato, scostumato, inurbano, un coglione che se si permettesse di dirle in faccia quelle cose che dice, lui come tutti i suoi fans, o nick che si crea lui stesso, avrebbe tanti di quei cazzotti da sputare la dentiera. Invece si siede sulla poltrona e scrive. Si sente scrittore, il giovanotto. Lui come questi rottinculo che gli reggono il moccolo e dicono le parolacce. E la cosa bella è che tutto questo succede mentre tutti fanno finta di dormire, compresi i redattori di nazione indiana, questi begli addormentati nel bosco. Ma che cazzo fate? Non vedete che questo qui vi sta rovinando il look? Non gli dite una parola per zittirlo? Portatelo da uno psichiatra, dategli una fica, masturbatelo. Ma toglietecelo di torno. Uno apre questo sito per leggere, e gli tocca invece subire uno squilibrato mentale. Non gli piacciono zibaldoni e tutto il resto, se ne stia zitto. Ci faccia leggere a noi. Parli solo se interrogato. E poi questo libro che deve finire, perché non lo va a finire? Chi è l’editor, che gli parlo io, gli faccio abbassare la paga, così certamente si smuove e si mette a lavorare. E che palle!!
    Salvatore Settis

  56. andrea il 27 agosto 2003 alle 21:05

    Tutti mi pare hanno detto le loro ragioni, adesso fa’ che t’nabi, e si continua come suggerito da Montanari nella seconda Lettera da Leuca con commenti pertinenti.

  57. Franck il 27 agosto 2003 alle 21:18

    Ci sarebbe qualcuno in grado di pubblicare su Nazione indiana l’intervista di Ciprì e Maresco pubblicata oggi da l’Unità? Si tratta di una cosa rara, in cui due persone serie parlano anche dei problemi che si stanno dicsutendo qui. Molto interessante. Pubblicatela, per favore.
    Franck

  58. Zibaldoni e altre meraviglie il 27 agosto 2003 alle 21:55

    Caro Andrea,
    se per te tutto questo è fumoso, vuol dire che non ti è chiaro di cosa stiamo parlando. Ebbene, stiamo parlando di qualcosa che non esiste mai in forma definitiva, di qualcosa che non si tocca e nemmeno si vede, e dunque neppure può essere fumoso. Stiamo parlando della comunità avvenire, che tuttavia noi, dico noi due, ma anche tu e gli altri, stiamo costruendo con la discussione quotidiana, pur senza conoscerci personalmente, ma fidando nel mutuo scambio di idee e di esperienze. Molti pagherebbero perché ciò non accadesse, perché nel mondo regnasse il silenzio. Non dimenticare che Montanari, solo qualche giorno fa, preso dall’ira, aveva minacciato di chiudere la finestra dei commenti! Ora certamente si è ricreduto, ma il pericolo è quello: tacere perché non ne vale la pena, perché ognuno può dire la sua, perché nessuno ti sta ad ascoltare o perché qualcuno vuole censurarti. Noi, al contrario, speriamo vivamente che la parola possa tenere sempre desto il discorso comunitario e ci adoperiamo perché il silenzio, magari ironico, non cali sulla comunità. E’ questo il nostro contributo alla comunità avvenire. Che cosa c’è di fumoso in tutto ciò?
    Con affetto
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

  59. Zibaldoni e altre meraviglie il 27 agosto 2003 alle 21:59

    Caro Montanari,
    noi per la verità non siamo per nulla stufi di aver condotto con te e con altri questa disputa etimologica. Non ci riteniamo dei pedanti e le etimologie le andiamo a ricercare solo perché ci fanno meglio capire le cose, non per utilizzarle in esibizioni da erudito. E mai come in questo caso andare all’origine della parola ci è sembrato importante per impostare nel migliore modo possibile il dibattito, per centrare l’argomento, per non divagare. E difatti non abbiamo divagato. Mentre discutevamo su che cosa significava in origine la parola “communitas”, noi abbiamo formato una “communitas”, obbligandoci reciprocamente e donandoci le nostre parole reciprocamente (e tu non te ne sei nemmeno accorto!).
    Ebbene sì, per noi il termine comunità significa proprio questo, “mettere in comune il dono della solitudine”, la tua e la nostra e quella di tanti lettori e commentatori che si sono ritrovati nelle giornate del solleone a discutere su questioni che evidentemente li riguardavano profondamente e intensamente. Non si spiegano altrimenti i 53 interventi destinati al commento dell’articolo di Antonio Moresco. E se questi interventi non riguardavano direttamente l’articolo di Moresco, è altresì vero che tutto partiva da lì e dalle domande rivolte da Gustavo P. a lui, in primo luogo. E dopo, ricordi cosa è accaduto? Dopo un nostro intervento, sei intervenuto tu per dirci che sbagliavamo, che eravamo degli ignoranti et similia. Non siamo offesi, per carità, non lo siamo mai stati. Ma ora notiamo che sei tu ad interrogarci, ancora con una certa ironia, e con qualche burbanza e supponenza, anche. Ma non importa. Ci chiedi che cosa vogliamo fare e ci rimproveri che nei nostri discorsi mancano le proposte concrete. Tranquillo, non vogliamo proporvi un supersito, magari all’insegna del “vogliamoci tutto bene”, e neppure vogliamo boicottare l’editoria e gli scrittori moderni. Mai sostenute queste cose. Ognuno deve seguire fino in fondo la sua strada ed inoltre, lo abbiamo scritto a chiare lettere, noi non siamo contro l’editoria moderna, anche se certe concentrazioni ci spaventano. Ma questo è un altro discorso.
    Quello che noi vogliamo è semplicemente quello che stiamo facendo e continueremo a fare, ovvero fondare e costruire nel tempo, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione, in luoghi anche diversissimi e con persone anche diversissime una dall’altra, una vera comunità, cioè quello che in Italia, e forse anche altrove, manca, perché questo mercato delle lettere ha diviso ciò che doveva essere unito, respingendo nella solitudine chiunque azzardi un discorso comune. E tu, nei tuoi primi interventi, e un po’ anche adesso, hai fatto proprio questo nei nostri confronti, hai tentato di respingerci nel silenzio dal quale eravamo venuti, e in parte, ma con qualche titubanza, ci respingi anche ora, quando dici che “sul web c’è posto per tutto e per tutti”, sottintendendo con questo che è inutile che ci dimeniamo tanto, perché il nostro angolino ci è riservato e, dunque, possiamo stare tranquilli. Comprendi, caro Montanari, che queste tue parole, interpretate nel loro significato migliore non vogliono dire altro che: “avete una rivista, statevene lì dentro e non rompete i coglioni”? Certo che abbiamo una rivista, ma non ci interessa coltivare il nostro orticello, se abbiamo tutt’intorno il deserto. Vuoi una proposta concreta? Essa arriverà al momento giusto, quando saremo in grado di stabilire un contatto più vero, quando ognuno di noi avrà riconosciuto la ragione dell’altro, ma, prima di tutto, avrà messo da parte ogni pretesa da prima donna, da grande scrittore o grande intellettuale che ha dei precisi interessi privati da tutelare e scrive solo con questo fine, quando le tue domande saranno senza l’ironia che ora le contraddistingue e chiederanno non avendo già pronta una risposta che elude quella dell’interlocutore e, quindi, le sue ragioni. Allora potremo davvero incontrarci e vasocomunicare. Ma ora, in questa fase preliminare, in cui dobbiamo rintuzzare i tuoi continui attacchi delegittimanti, le tue etimologie, la tua supponenza, come possiamo pensare a un colloquio sincero e a un progetto comune, cosa vuoi che venga fuori di “concreto” dall’associazione, che risulterebbe certamente forzosa, di persone che non si rispettano? Se tu ti affidi solo a un vocabolario in circolazione nelle università, senza capire che le parole non hanno solo un passato, ma anche un avvenire, come puoi fidarti di una proposta tesa a immaginare una nuova comunità? Ci puoi dire tu che cos’è per te, se esiste, una comunità? E non venirci a dire che i nostri discorsi suscitano disinteresse. Ammetterai che non avete avuto mai un numero simile di commenti prima che noi prendessimo la parola (e se Gustavo P. è l’unico commentatore del nostro articolo postato da Benedetti è perché la discussione è avvenuta altrove, non ti pare?). Ammetterai che, prima dei nostri interventi, il dibattito non era mai uscito dalla ristretta cerchia dei collaboratori della vostra rivista e da pochi, pochissimi commentatori fin troppo beneducati o fin troppo maldicenti. In realtà, noi comprendiamo bene i motivi “per cui in pratica uno non sa bene come mettersi in relazione” con noi. E’ semplice, noi non amiamo gli esibizionismi, le pose da star della cultura e della letteratura, i narcisismi, e tutto quanto il gran varietà delle lettere contemporanee che Costanzo invita nel suo salotto. Chiunque comprenda tutto ciò, non avrà difficoltà a parlare con noi.
    E veniamo alla questione Moresco. E’ la seconda volta, caro Montanari, che cerchi di metterci contro di lui, e per la seconda volta dobbiamo pubblicamente smentirti. Se noi abbiamo interrogato e in qualche modo polemizzato con Moresco, ciò è accaduto perché ci interessavano le sue risposte e consideravamo utili le sue reazioni, che in parte sono venute e in parte ancora attendiamo. E poi non è vero che tutti noi abbiamo postato sotto Moresco dei commenti che non lo riguardavano. Moresco, qui si è parlato anche di te, in effetti, ma non solo di te! Noi ripetiamo a Moresco una cosa che riteniamo ancora valida, che nel dibattito che noi auspichiamo sulla moderna comunità, non basta mettere innanzi la propria opera, ma bisogna “esordire” ogni volta insieme con gli altri, mettendosi sempre in gioco, in modo tale che la nostra voce si faccia voce dell’intera comunità e non diventi il lamento sulla propria esistenza. Se per te, Montanari, questo significa non capire Moresco, allora noi non lo abbiamo capito. Ma capire Moresco per noi, significa aprire la porta del futuro e andare al di là di Moresco, nel luogo comunitario dove tutti noi, insieme, “vogliamo esordire”.
    Con affetto
    Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
    http://www.zibaldoni.it

    Primo poscritto sull’AUDIENCE.
    Tu dici, caro Montanari, che intorno ai nostri interventi c’è disinteresse perché hanno ricevuto un solo commento. Bene. È vero. Però se tu leggi il blog sul quale scrivi, cioè NI, ti accorgi che la quasi totalità dei pezzi pubblicati dai suoi redattori (non da noi quindi) riscuote una media di ZERO commenti. Cinque pezzi su sei scritti da te, ad esempio, hanno avuto ZERO commenti; una buona decina di pezzi di Moresco, ZERO commenti; idem i pezzi di Voltolini e di altri: o nessun commento o 1-2 commenti. Ci sono commenti vivaci, e in quantità superiore allo ZERO (ma sempre in una media tra l’1 e il 6-7) soltanto in pochissimi pezzi di Carla Benedetti e di Scarpa. Infine, soltanto in 3 occasioni si registrano commenti che vanno oltre la diecina. Vediamo quali sono queste occasioni.
    La prima è quella della discussione sui BLOG, provocata da Scarpa e Benedetti, che ha suscitato una sessantina di interventi in tutto, per lo più di bloggers incazzati, ma anche di gente che esponeva le proprie idee. La seconda è stata quella provocata dal tuo pezzo sul sesso: 36 interventi, quasi tutti contrari allo spirito del tuo testo, che possiamo ben dire non è piaciuto che a sparutissimi lettori. La terza è quella del commento alla lettera di Moresco: 54 interventi, fin qui. Ripetiamo: in tutte le altre occasioni, gli altri pezzi dei redattori di NI riscuotono invece, in media, un numero di ZERO commenti. Ma torniamo alle tre occasioni di dibattito che fin qui hanno avuto anche un successo di pubblico. Se leggi bene, caro Montanari, ti accorgi che in tutte e tre le occasioni, e non parliamo per vanteria, la nostra presenza è stata fondamentale, rilevantissima, orientando l’interesse del cosiddetto pubblico, sia nei commenti positivi che in quelli negativi. Anche quando il dibattito si è spostato dal tuo pezzo sul sesso a quello su Moresco, è stato perché noi abbiamo chiesto di spostarlo, prontamente seguiti dai lettori, i quali ci son venuti dietro, per criticarci o contestarci, non perché ci amano particolarmente, ma perché vogliono sentir parlare delle cose di cui noi parliamo, ossia della comunità che manca. E sono le stesse cose di cui, se guardi ancora meglio, avevano scritto anche Benedetti, a proposito dei bloggers, e Scarpa, definendo gli stessi bloggers peggio di Liala. Anche il tuo pezzo sul sesso, come ricordi, ha suscitato una “sommossa popolare” (ricordi i toni non proprio felici con cui ti sei rivolto ai lettori?) proprio in nome della “serietà” e contro ogni “ironia”, concetti espressi da Benedetti ancora a proposito del suo intervento sui bloggers e ripresi da noi nel nostro primo intervento pubblicato su NI a cura di Scarpa e della stessa Benedetti. Difatti, partendo dal tuo articolo, ancora una volta sùbito la discussione si era spostata sulla “comunità”, e da lì è poi continuata su questi stessi temi, non sul “sesso parlato dagli uomini”, che in effetti non interessava a nessuno. D’altronde, nessuno dei redattori di NI è intervenuto a parlare di sesso, ma solo di comunità (vedi Moresco, ma anche Inglese, Voltolini e altri, per vie diciamo indirette).
    Questo per dire, o meglio per ripetere, a te e agli altri, la seguente osservazione, che avevamo già fatto (ma qui si fa presto a dimenticare, ecco un’altra cosa da analizzare): oggi l’isolamento di chi parla, a qualsiasi titolo, da qualsiasi pulpito che non sia ufficiale e allineato, è totale, globale, paragonabile a niente che storicamente si sia visto fin qui a livello di organizzazioni sociali e comunitarie. I pezzi di Moresco, i tuoi, quelli nostri cadono nello stesso vuoto – ZERO commenti – in cui cade tutto ciò che è frutto di pensiero e di sangue: in un dimenticatoio indefinibile, in un isolamento assoluto che, questo è il paradosso, ha le belle sembianze della “comunicazione globale”. Alle volte è interessante leggere dei commenti scritti da certi lettori in una lingua nettamente chiusa, autistica, che non comunica niente, si avvolge solo su stessa o sproloquia in deliri offensivi e turpiloqui, senza provocare reazioni di sorta: sono i tipici commenti di chi ormai per mettersi in relazione usa solo internet e non sa dove andare a sbattere la testa per incontrare due occhi e una voce viva che risponda. “Viva” non nel senso di reale, ma che sappia prendere in considerazione l’”altro”, che “risponda” alle tue domande profonde.
    La lingua dei nostri interventi, invece, questo devi riconoscerlo, ti fa smuovere il culo dalla sedia, ti fa sobbalzare, almeno ti fa andare in cerca dei libri di latino che avevi abbandonato da anni, e forse a qualcuno fa anche venir voglia di uscire e di abbandonare questi schermi luminosi. Vedi, Montanari, è “difficile mettersi in relazione” con noi anche perché la nostra lingua e la nostra voce sono aperte sull’esterno e sugli altri, a dispetto della loro natura internettiana (il nostro, se vuoi, è un paradosso al contrario): sono una lingua e una voce che rifuggono l’isolamento e il narcisismo, e ricercano l’”altro” a costo della propria morte. Sono una lingua e una voce che ambiscono a fondersi con quelle di altri, non a dettare proclami da giustapporre a quelli di milioni di disperati. Non essere superficiale: qui non si sta facendo una questione di audience, né crediamo che Scarpa e Benedetti abbiamo postato i nostri scritti sperando di smuovere le masse. Lasciamo queste diatribe ai curatori dei palinsesti tv. Pensiamo alla sostanza, almeno qui dentro. E la sostanza della “verità” riguarda sempre poche persone, non dimenticarlo.

    Secondo poscritto sull’ ATTIVITA’ LETTERARIA.
    Per noi, dunque, almeno per il momento, l’unica concretezza possibile sta nella nostra proposta letteraria, consistente in un progetto di rivista che, a differenza di altri, parla chiaramente agli scrittori interessati a una comunità diversa da quella attuale, in cui il vizio della menzogna domina come una bestia immonda. Il nostro modo di fare letteratura ricerca la dimensione comunitaria, prima di quella individuale: ci ispiriamo allo zibaldone anche per questo, etc. E perciò cerchiamo contatti anche con gente diversissima da noi, perché siamo convinti che prima delle “nostre idee” sia necessario tenere sempre desta quella che tu chiami “dialettica” con le “idee degli altri”, e rinnovare perciò sempre le occasioni di incontro, a maggior ragione in una situazione come quella attuale.
    Per noi l’attività letteraria deve servire a far stare insieme le persone, non ad isolarle, magari in luccicantissimi progetti poetici stilati da editors mezzo sapientoni; a costruire una comunità che persegua la verità in tutti i campi del sapere e della conoscenza; a dare sollievo e a far pensare. Per questo riteniamo che le “opere” e gli “autori” siano secondari: nel senso che “vengono dopo”. Se infatti non esiste una comunità fondata sulla condivisione di un sapere, oppure, se non c’è la possibilità, per una comunità, di comunicare liberamente il sapere e le conoscenze, o ancora, addirittura, se la ricerca della verità, in una comunità, è continuamente inficiata da un uso surrettizio di tutti i mezzi e i linguaggi a disposizione (letteratura compresa): a che cosa servono gli scrittori e le opere? È ancora possibile, in queste condizioni, parlare di comunità? In chiusura di uno scritto che sarà pubblicato prossimamente in occasione della presentazione a Venezia di un suo documentario, Gianni Celati dice: “Ormai l’obbligo principale in tutte le attività è quello di fare dei prodotti di consumo e di facile smercio. Il che vuole dire che non può esserci alcuna ricerca se non nella direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura sta accadendo lo stesso e i libri diventano sempre più tutti uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati, ancora un terreno di ricerca, con una straordinaria fioritura di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà”.
    Noi riteniamo che oggi ci troviamo in una situazione grave, in una situazione in cui tutte le forme e i linguaggi sono facilmente “devastati e devastabili” dal marketing e dalla produttività industriale, al di là, spesso, anche dei più eroici tentativi “individuali” di resistenza. Perciò concordiamo con le analisi di Benedetti e Moresco, perciò siamo fissati con l’idea di comunità. Per tali motivi stiamo qui a discutere queste cose e, soprattutto, facciamo il tipo di rivista che facciamo, con le intenzioni che abbiamo illustrato (molte) altre volte, e in compagnia di persone che, sia detto per inciso, quanto ad autorevolezza e autorità (se è questo che ti interessa sapere) nei campi del sapere e della letteratura, non hanno niente da invidiare a nessuno, nonostante tu ti affanni ogni volta, dall’alto della tua burbanza pretenziosa, a definirci velleitari, ingenui e folcloristici.

    P.S.: Postiamo questo intervento anche in “Lettera da Leuca 2”.

  60. Raul Montanari il 28 agosto 2003 alle 16:33

    Ragazzi, adesso basta.
    1. Grazie a De Vivo e Virgilio per avere risposto alla mia richiesta di chiarimenti. Avrei qualcosa da dire su alcuni dettagli. Per esempio, pubblicare una lettera aperta ai lettori di NI implica un’aspettativa di risposta un po’ diversa rispetto a pubblicare un necrologio su Pontiggia, e anche il grado di feedback che queste due diverse comunicazioni sollecitano andrebbe ponderato di conseguenza. Inoltre non ho capito perché avete postato le vostre precisazioni anche nei commenti della II lettera di Moresco, dove stava partendo tutt’altra discussione. Comunque, ognuno la pensa a modo suo sulla maniera migliore di farsi capire. Io ho capito meglio quello che volete fare, i vostri intendimenti, quindi ripeto: grazie, e auguri per il vostro lavoro. Le osservazioni di prima sono davvero dettagli.
    2. Sono completamente in disaccordo con Vincenzo, e il fatto che si definisca mio lettore non mi commuove affatto. Sto cercando da giorni di abbassare i toni di questa discussione, non c’era bisogno che arrivasse lui a dare patenti di imbecillità e di idiozia a dritta e a manca. Quanto all’argomento centrale del suo intervento, è molto debole, per non dire altro: qualsiasi comunicazione implica un’affermazione dell’Io, un “farsi pubblicità” come dice lui. Anche la sua, se è per questo.
    3. Quanto a Settis, che dire? Forse solo che in un dibattito pubblico si sarebbe ben guardato dal pronunciare oscenità del genere (pure monotone: rottinculo, rottinculo…), per paura dei “cazzotti” o della querela che si sarebbe beccato al volo. Purtroppo, come giustamente osservano De Vivo e Virgilio, sul web c’è l’immunitas, o l’effetto parabrezza di cui parlava Dogana: sulla mia auto insulto, appena scendo e vedo com’è alto l’altro mi tremano le gambe. Se hai i coglioni, Settis, dammi un recapito così lo posso girare al mio avvocato; oppure dimmi dove e quando, e la facciamo fuori a cazzotti. Ma non mi sembri uno che ha i coglioni, mi sembri solo un infelice.

    A questo punto credo sia chiaro a tutti che i commenti non possono andare avanti così come sono organizzati adesso. Una cosa è la libertà di parola, un’altra è il teppismo. Una cosa è l’ospitalità, un’altra far entrare in casa gli hooligans o i facoceri. Il post di Settis non è solo di un livello di volgarità mai neanche sfiorato prima, ma è privo di qualsiasi tentativo di ragionare. Con i due di zibaldoni e con Paradiso ce ne siamo dette di tutti i colori, ma stavamo ragionando; abbiamo alzato la voce e detto le parolacce, ma c’era un tema. Qui invece si insulta a ruota libera, si scaricano le proprie frustrazioni sessuali e si scade al di sotto dell’homo erectus: la redazione di NI non ha voglia di dare ospitalità a esemplari del genere. Alla prossima riunione, a metà settembre, decideremo cosa fare in termini pratici, per non essere – noi e voi – ostaggio di personaggi del genere.
    Intanto io chiudo qui. A rileggerci altrove.

  61. Ant. Mart. il 28 agosto 2003 alle 19:49

    Rispetto al repertorio di offese utilizzato da Montanari (vedi sotto alcuni stralci dai suoi recenti intereventi), Settis di originale, se così si può dire, ha solo l’epiteto “rottinculo”. Per il resto, non vedo una gran differenza, e nemmeno l’occasione per scandalizzarsi eccessivamente. In giro c’è di peggio, molto peggio. È il web che è condannato a questa volgarità generale. E se Nazioneindiana deciderà qualcosa di nuovo, tenga presente anche questo, cioè che non si può lanciare la pietra e nascondere la mano, non si può lasciar parlare a ruota libera e offensiva un Montanari con un certo lessico, e poi scandalizzarsi per un “rottinculo”. Alla fine, quando si è sparlato troppo, non serve nemmeno scusarsi, oppure dire che “si stava ragionando”, e allora tutto era ammesso, anche le parolacce. Perché chi di spada ferisce, di spada perisce.
    Saluti.
    Ant. Mart.

    Ecco il repertorio di offese di Montanari:
    – Cara Corti un pochino indegna del tuo cognome
    – io non mi sognerei mai di scrivere che tu sei una cretina per quello che hai detto nei tuoi interventi (affermazione ampiamente contraddetta, naturalmente, ndr, perché lo stesso Montanari, come si può leggere qui sotto, apostrofa in tantissimi modi offensivi le persone solo per quello che scrivono o addirittura solo per il nome che portano)
    – costume talmente sciocco e da ignoranti
    – 4 gatti che si scrivono addosso

    – De Vivo e Virgilio (con un nome simile, poi…)
    – l’effetto “Ora del dilettante” si attenua
    – controllare il rubinetto del bidet

    – gente come voi e il vostro amico P., creature che immagino allignino solo nella fauna virale del web
    – la vostra cialtroneria
    – quel tipo di dilettante che poi preme il pulsante sbagliato e fa partire l’atomica
    – il vostro affannoso contorcervi
    – Tanti auguri, e tutta la mia solidarietà ai vostri psichiatri, per non parlare delle mogli e dei condomini
    – voi continuate pure a tenere come colonna sonora il vostro gran rosicare, perché solo di questo si tratta, ahivoi

    – imbecillità artistica

    – Quanto a P., se vuole decidersi a levarsi dai piedi e andare a parlare con dio e con il suo neurologo di fiducia
    – per colpa di quattro somari in cerca di emozioni

    – le accuse di mafia, censura ecc. ve le infilate dove potete intuire che vadano messe
    – difficile da capire per dei testoni, ma è così. Se un imbecille entra in casa mia e comincia a orinare per terra, ho diritto di sbatterlo fuori a calci
    – Il fatto che l’imbecille si sia presentato travestito da persona compos sui
    – la vostra inesistente propensione alla dialettica vi rende adatti a scrivere sui blog, sul muro del cesso e sulla carta da parati con uguale efficacia e soddisfazione
    – far ragionare gli asini comincia a sembrarmi noioso
    – vomitare scemenze a raffica
    … e così via…

  62. Federica il 29 agosto 2003 alle 15:41

    Il Jerry Springer Show ha trovato la sua proiezione radical-chic-maccheronica… signorine Rottermeyer cresciute col mito dell’erezione amoris causa, i Gianni e Pinotto dello scibile universale, un essere che ritengo potenzialmente disoccupato o redditiero o semplicemente munito di tanto tempo da perdere che si aggira armato di dizionario a mollare schiaffi etimologici a chicchessia mentre la moglie gli urla da mezz’ora che la cena è pronta, e infine il Paladino del Parlar Forbito dell’Ordine del Porgi l’Altra Guancia – che fino ad oggi, viste quelle che lui considera offese, penso abbia vissuto a Pleasantville o più verosimilmente nel paese dei Teletubbies…
    Terapeutico, nel senso che nei momenti di sconforto basta leggere certi commenti per rendersi conto che nell’emisfero c’è gente messa peggio di te. Preoccupante, invece, per il fatto che tutto questo casino sia scaturito da un semplice confronto. Orbene:
    1. Trattavasi solo di una discussione, ergo di uno scambio di opinioni, condivisibile o no. Vi dà fastidio che la gente pensi? Siete sempre in tempo per fondare la vostra personalissima Thule come friends & relatives di quel signore austriaco con i baffi di cui ahimé mi sfugge il nome. Male che vada, il meeting di CL è ancora in corso, magari lì potreste trovare qualcuno più affine al vostro modus cogitandi. Per la birra potrei darvi qualche indirizzo io.
    2. Da semplice essere umano che passa 8 ore della sua giornata seduta dietro una scrivania a trattare di argomenti molto più terreni dell’epistemologia – semantica – semiotica e che cacchio, mi permetto di dire che questo genere di diatribe sono più deprimenti di una domenica pomeriggio di fronte alla tv, il che è tutto dire.
    3. Approvo non solo le opinioni espresse dal grande Raul Montanari, ma anche il suo relazionarsi nella discussione, perché, se è vero che il rispetto è alla base di ogni rapporto, non sempre una certa semplicionaggine (ops, mi è arrivato un colpo di vocabolario sul cranio….) può essere tollerata – specialmente, ribadisco, viste le cause da cui è partito questo simpatico ambaradàn da stadio.
    Eh, sì, per l’ascolto di Webern qualche applauso ci starebbe bene, soprattutto in questo milieu socioculturale di chihuahua e capitani. Ah, poi vorrei vedere cosa farebbe Ant.Mart. se uno gli orinasse in casa… gli chiederebbe l’autografo? Mah. Dipende da chi pulisce, forse….

  63. Alex il 29 agosto 2003 alle 20:53

    Federica, fai la modella? La tua è una scrittura da esibizione in passerella… Calmati, calmati… sei anche tu sulla terra negra…

  64. Federica il 29 agosto 2003 alle 21:17

    Se facessi la modella avrei luoghi economicamente più proficui in cui andare a pavoneggiarmi della costruzione dei miei periodi. Sarò anch’io sulla terra negra, ma se posso levare un pò di polvere dai miei pochi metri quadri di spazio vitale… Con rispetto.

  65. Gustavo P. il 29 agosto 2003 alle 21:38

    LA VERA “COMUNITA’”… ECCOLA QUA!

    Avrei preferito tacere per sempre, se avessi sentito il silenzio di Montanari da me richiesto per por fine alla ormai oziosa discussione. Ma dal momento che questo silenzio non c’è stato, d’accordo, aprirò anch’io il tanto invocato e sbandierato (e mal letto…) “Dizionario etimologico” Ernout-Meillet, retirage de la 4e édition augmentée d’additions et de corrections par Jacques André, Klincksieck, Paris 2001 [1985], giusto per ristabilire, spero in via definitiva, la verità. Anche i dizionari, infatti, hanno un’anima, e bisogna saperli leggere fino in fondo, studiarli e citarli per esteso, non solo per la parte che ci serve per fare bella figura. Bisogna sempre cercare la verità, non la ‘propria ragione’.
    Ma, prima di venire ai fatti, ecco, ad uso dei lettori, un riepilogo delle posizioni differenti che si sono affrontate fin qui a proposito dell’etimologia del termine ‘communitas’; poi, aggiungerò alcune mie note frutto delle mie ricerche e delle mie riflessioni.

    SCRIVONO DE VIVO E VIRGILIO: “La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno “munus”, dono, insieme a quello di altri (comunità = “cum” “munus”) nella nostra stessa condizione”.

    SCRIVE MONTANARI: “Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava “chi svolge una carica”. Quindi communis sta per “chi è partecipe di una carica”. A me sembra anche più impegnativo del romantico e floreale “partecipe del dono della solitudine”…”.

    SCRIVONO ANCORA DE VIVO E VIRGILIO: “… “communitas”, la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe neppure necessario, perché chi mastica un po’ di latino e legge con attenzione e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo (“sente”) che l’origine di ‘munis’ è ‘munus’ – “communitas”, dunque, la quale ha a che fare con un “dono” (“munus”) che non si può non fare (la “doverosità”) alla pari con gli altri (“cum”)…”.

    Allora, apro l’Ernout-Meillet alla parola “munis” (p.421) e… che cosa trovo? Trovo sotto l’aggettivo ‘munis, -e’ questa bella definizione latina: “munem significare certum est officiosum; unde e contrario immunis dicitur qui nullo fungitur officio”, che nella traduzione francese e poi nella mia vuol dire “è certo che munem indica “qui accomplit sa charge ou son devoir”, cioè “chi compie il proprio incarico o il proprio dovere”; da cui al contrario si dice “immunis” chi non ricopre alcun incarico. Trattasi, aggiunge l’Ernout-Meillet, di un “adjectif rare et refait secondairement sur les composés du type normal immunis, communis (de munus, cfr. barba/imberbis)”, cioè questo ‘munis, -e’ è un “aggettivo raro e rifatto secondariamente sui composti del tipo “immunis” e “communis”, i quali derivano da ‘munus’”. È l’Ernout-Meillet che lo dice, non io (e non l’aveva detto neanche Montanari… chissà perché…). Quindi all’origine vi è “munus”, sostantivo la cui radice è sempre “muni”, tant’è vero che i composti di “munus”, che si leggono sotto questa voce (p. 422), e cioè ‘municeps’, ‘munidator’, ‘munifex’, ‘munificus’, presentano tutti la medesima radice “muni”. È vero, “communitas” è un derivato di “communis”, ma si è già detto che “communis” deriva a sua volta da “munus” (‘de munus’, è scritto nell’Ernout-Meillet). Qual è la conclusione? Nel caso in cui qualcuno stentasse a vederla, la conclusione è che l’origine latina di “communitas” è nella parola “munus”. E allora, mi si dirà, in che rapporto è ‘munis, -e’ con ‘munus, -eris’? È molto semplice: sono in realtà la stessa parola con due funzioni diverse, la prima è un aggettivo e la seconda è un sostantivo. Come dire in italiano ‘solare’ e ‘sole’, caritatevole e carità, piacevole e piacere.
    Se poi vado a cercare i significati delle parole, trovo che il significato di “communis” (de munus) “devait etre “qui partage les charges”, mais ce sens n’est pas attesté, et ‘communis’ ne signifie que “commun” (par opposition à ‘proprius’)”. Insomma, il significato antico, che doveva essere “chi condivide gli incarichi”, non è attestato da nessuna parte, e ‘communis’ non significa che ‘comune’ (in opposizione a ‘proprio’). Allo stesso modo ‘immunis’ significa “exempt de charge: quelquefois synomyme de ‘ingratus’ (à cause du double sens de ‘munus’ “charge” et “présent””, ovvero immunis significa “esente da incarico”: qualche volta sinonimo di “ingratus” (a causa del doppio significato di “munus” “incarico” e “dono”). Cosicché, quando trovo ‘munus –eris’, l’Ernout-Meillet mi dà questo significato: “significat (officium) cum dicitur quis munere fungi. Item donum quod officii causa datur”, cioè, traduco, ”significa (incarico) quando si indica chi ricopre un incarico. Allo stesso modo (significa) dono che si dà per un incarico” (la noterella storica spiega che i doveri di un magistrato consistono come si sa nell’offrire spettacoli al popolo, eccetera).
    Che cosa si vuol concludere? Che nella parola ‘munus’, presente, come si è dimostrato, in ‘communitas’, si deve avvertire questo duplice senso che riporta alla responsabilità dell’individuo che svolge un incarico e nello stesso tempo alla sua munificenza. Egli ottiene un incarico, ma dà un dono, compensando il suo status con una parte di sé che la comunità gli chiede e che egli deve dare “obbligatoriamente”. Chi ha letto il ‘Saggio sul dono’ di Marcel Mauss conosce l’importanza che riveste questo avverbio nella questione del dono.
    Il fatto che il ‘munus’ sia costitutivo della ‘communitas’, quindi, oltre che non essere assolutamente una ‘insensatezza etimologica’, come affrettatamente e superficialmente sostenuto da Montanari, conferma in pieno tutti gli studi sul ‘dono’ che ho citato anche l’altra volta e in particolare le indagini di Roberto Esposito, che forse su questo punto dell’etimologia non sono proprio del tutto chiare, ma certamente consentono di intuire, a chi ne è capace, tutto quello che De Vivo e Virgilio hanno intuito senza bisogno di vocabolari, solo grazie alla loro spiccata sensibilità linguistica e letteraria. Ma le indagini di Esposito risultano interessanti soprattutto perché mettono in rilievo come oggi il senso di ‘comunità’ sia legato piuttosto al ‘proprio’ che al ‘comune’. È paradossale, dice Esposito, ma è così. Oggi le ‘comunità’ vogliono ciascuna la ‘propria’ autonomia, la ‘propria’ bandiera, il ‘proprio’ statuto, la ‘propria’ sicurezza; insomma: la ‘propria’ ‘immunitas’. Scardinare questa vera e propria tendenza ideologica (e politica) contemporanea significa affidarsi a un senso del tutto opposto della ‘communitas’, che poi, come abbiamo visto ed è stato più volte detto qui, è il suo senso più profondo, che ha a che fare con il ‘munus’, quindi con l’altro, non con il ‘proprio’.
    E diversamente, cari tutti i miei affezionati lettori, non potrà essere, se vogliamo sopravvivere. La natura umana, il cosiddetto individuo si caratterizza per il suo ‘mettersi in relazione’, prima che per il ‘proprio’, e il rovesciamento oggi vigente a livello ‘globale’ in favore di quest’ultimo (condivido le analisi di Carla Benedetti) non può essere che una perversione di questo stato di cose originario, o, se si vuole, più naturalmente umano. Anche Nazioneindiana, a volte, sembra una ‘comunità’ troppo moderna o postmoderna, cioè un gruppo chiuso, troppo chiuso, o con logiche troppo ambigue per accogliere chi è diverso fino in fondo da essa – e che infine, ne sono sicuro, potrebbe essere il solo a poterla salvare con il suo ‘munus’, con il dono della sua ‘solitudine’ o della sua ‘disperazione’, come dicono quelli di Zibaldoni.
    Con questo credo di aver concluso. Dica pure ora Montanari quello che sa e può. Stavolta sarò io a tacere. Intelligenti pauca.
    Vale.
    Gustavo Paradiso

    PS: Saluti alla signorina Federica. Mi scriva, mi piacerebbe conoscerla; ma non per sbatterle dizionari in testa, è ovvio.
    PPS: Una parola anche sul turpiloquio in rete: penoso e che richiede contromisure, d’accordo con Montanari su questo.

  66. Raul Montanari il 30 agosto 2003 alle 12:05

    Caro Gustavo, sono contento di rileggerti. Dopo lo scadimento di livello che c’è stato ultimamente, rimpiangevo le nostre schermaglie etimologiche.
    Sono felicissimo che tu abbia messo le mani sul meraviglioso Ernout-Meillet. Ti dico solo una cosa: per capirci sul benedetto munus/munis dovremmo essere fianco a fianco, sfogliarlo insieme, vedere com’è organizzato il lemma, discutere. Io resto della mia idea ma mi arrendo, nel senso che non ce la faccio a scrivere un post chilometrico per controargomentare, specie ora che la discussione si è spostata ad altro. Ho consegnato l’altro ieri il famoso romanzo su cui si informava con amorosa sollecitudine Settis, e adesso me ne vado due settimane in vacanza con una bella teutone.
    Chissà che un giorno non ci capiti davvero di incontrarci; io vivo a Milano.
    Tu sei un gentiluomo: sono sicuro che dopo queste parole mi manderai una stretta di mano senza suonare la tromba. La povera e bistrattata professoressa Giuliana aveva già riconosciuto la serietà della tua ricerca, io non posso che essere d’accordo, qualunque opinione abbia del suo punto di arrivo.
    Grazie di avere smesso di darmi del servo, e a presto.
    PS Federica ci ha sbalorditi tutti con il suo linguaggio strepitoso; dev’essere davvero una donna affascinante. Io me la immagino una specie di dark lady coltissima. Se la incontri, metti una buona parola per me!

  67. Ant. Mart. il 31 agosto 2003 alle 01:04

    Ci ha messo una buona dozzina di giorni per ammettere che aveva sostenuto una mezza corbelleria, ma alla fine Montanari lo ha ammesso. Non è tanto, però è già qualcosa. Federica, io qui dentro non ho mai visto nessuno andare in giro ad orinare, né in casa propria né in casa altrui. Non sarà che hai le allucinazioni coprofobiche? Non cercare le spiritosaggini dove non c’è nulla da scherzare. Scrivere non è una cazzata.

  68. Federica il 31 agosto 2003 alle 13:25

    Si riferiva a una delle presunte volgarità citate nel Suo precedente post, per cui scardinerei l’ipotesi delle allucinazioni coprofobiche in favore di quella di una semplice, normalissima ed empiricamente appurabile citazione (perché complicarsi la vita in questo modo? mah!!!)… Mi scuso se ho offeso la Sua sensibilità, e Le chiedo perdono se oso fare quella cosa chiamata Ironia in questo circolo di padreterni: tirerò a lucido il mio piedistallo e vedrò di adeguarmi, se le cose stanno così… Che scrivere non sia una cazzata non c’è bisogno che venga Lei ad insegnarmelo; e, idem come sopra, alla forma tramite la quale esprimere le mie opinioni ci penso io – che Le possa risultare gradita o no. La maniera certosina in cui ha stilato quell’elenco di volgarità (vuole fare un giro con me in macchina all’ora di punta per carpirne il vero significato?)era spettacolare, troppo per non farci qualche battuta sopra. E, poiché credo di essermi già ampiamente meritata l’inferno per un’infinità di altre ragioni, una in più, specie per una “giusta causa” (siamo nel 2003, pare, non vedo in giro nessun essere vivente che si sia formato sui manuali di Donna Betta!),non fa molta differenza. Con rispetto, sempre.

    P.S: Gustavo, provi a scrivermi Lei: il mio Outlook ha seri problemi di socializzazione!!!

  69. Ant. Mart. il 31 agosto 2003 alle 18:25

    Dunque, Federica, se capisco bene, lei citava una uscita coprofobica del “grande scrittore” Montanari, facendola sua, perché la condivideva, a me era sembrato di capire, e, di conseguenza, “ci credeva” che qualcuno qui dentro è andato orinando, etc. Altrimenti perché l’aveva citata? Così, tanto per citare? Ma non sarebbe stato meglio citare Proust o Kerouac, allora? Avrebbe fatto più bella figura. O mi sbalgio?
    Sempre con il massimo rispetto, magari baciando le mani (o i piedi).
    Ant. Mart.

  70. Federica il 31 agosto 2003 alle 20:22

    (In prima elementare mi davano da scrivere pagine intere di a,b,c,d… non di puntini sulle i…).
    Lei no, non ha capito bene. Stando alla Sua logica, per gettare acqua sul fuoco dovrei per forza essere una piromane, e così via. Se avessi citato Proust o Kerouac (che tra l’altro, mea culpa, non mi piace)sarei stata fuori contesto, e l’unica figura che avrei fatto è quella della saccentina che si bea della sua cultura per non cammuffare la sua povertà di spirito. La citazione che ho fatto è, a mio parere, ironicamente esemplificativa di ciò che Montanari (e, specifico, non credo che sotto casa sua viva un incontinente che lo prega di farlo salire)voleva dire, condivido, approvo, stop: nulla di più semplice. La sega mentale non è il mio sport preferito, ahilei.
    I piedi? Ho gli anfibi addosso da due ore, non so fino a che punto le converrebbe.
    P.s: ha una tenaglia per levarmi questa fastidiosissima trave dall’occhio???

  71. Blasius il 31 agosto 2003 alle 21:20

    Ecco, “ironicamente esemplificativa”… brava, Federica… continui così, sulla scia del “grande scrittore” Montanari. “Ironicamente”… si va lontano…

  72. Federica il 1 settembre 2003 alle 22:51

    … ha notato che nel dirmi “brava, continui così”, anche lei, signor Blasius, stava facendo dell’ironia? Diversamente, ritengo abbia un modo piuttosto originale di farmi i complimenti…
    Ah, la questione del “grande scrittore” l’ha tirata in ballo lei. Ci sono metodi migliori per impiegare il tempo libero che mettere in bocca agli altri cose che non hanno mai detto – il fatto che io le pensi davvero oppure no, poi, è un particolare secondario.Mi pento di aver rinunciato anni addietro a fare quell’esame di sociologia: avrei avuto di che argomentare…



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