GLI UCCELLINI MIGRATORI #2

8 luglio 2004
Pubblicato da

di Antonio Moresco

flock 3.jpgAnche nel giochino della “letteratura” succede la stessa cosa. Anche qui ci sono griglie interpretative e piccoli sistemi che tengono fuori tutto il resto, autorappresentazioni antropocentriche che vorrebbero stabilire ciò che “sta dentro” e ciò che “sta fuori”, anche se, a ben vedere, quello che sta fuori sembra proprio la parte più grossa. Nelle settimane scorse, ad esempio, c’è stato un articolo scritto da un umano scrittore di nome Covacich e apparso su “L’espresso”. Il solito refrain sugli scrittori italiani che non sarebbero in grado di parlare della realtà e di fare quello che fanno invece gli scrittori umani di altri paesi, che abbiamo letto già tante volte – declinato in modi e forme diverse – sui nostri giornali. «Ragazzi, perché non riusciamo a suonare?» si domanda Covacich. «Perché la musica ci resta sempre lì, sul tavolo della pizzeria?» Ecc… «Parla per te!» verrebbe da rispondere, e la cosa sarebbe finita lì. Invece c’è qualcos’altro da dire. Sulla “realtà”, per esempio.

C’è qualcuno che evidentemente ritiene di avere il possesso esclusivo della definizione di cosa è “realtà” e di cosa non è. E, sulla base di questo, anche di essere autorizzato a dare pagelle sul tasso di “realtà” presente nei libri, come se questa fosse una materia codificata una volta per tutte e una cosa sola e non ci fossero invece mille modi diversi di intercettarla e stanarla e di farla esplodere e di sbudellarla. Come se questa cosa che non abbiamo trovato di meglio che chiamare “realtà” la si potesse intercettare solo dentro un unico orizzonte e un pensiero unico e fuori di esso ci fosse solo… a proposito, chissà che cosa, ma comunque qualcosa d’altro, e allora quella che si diceva essere tutta la “realtà” finisce per essere solo una parte di essa, addirittura una piccola parte. Perché tutto questo? Forse per un bisogno di autorappresentazione e autoposizionamento, di mettere sotto controllo ciò che è incontrollabile, che ci scavalca, che ci scavalcherà sempre, persino in quella piccola cosa umana che è stata chiamata stupidamente “letteratura” e che sta venendo sempre più allo scoperto, in modi e forme diverse, in questi anni. Un bisogno di normalizzare, di controllare, da parte di élite intellettuali in perdita verticale di ruolo, di far stare giù, alla stanga, all’interno di leggi e mansioni codificate e dei bisogni dell’industria dell’intrattenimento e del libro, alla fin fine, in una piccola lotta darwiniana per la sopravvivenza, in cambio di piccole gratificazioni per gli umani scrittori di cui, solo da qui a un po’, non resterà traccia nell’immensità dello spazio cosmico e dei suoi movimenti.
Cosa avrebbero detto figure analoghe se fossero vissute a metà dell’Ottocento negli Stati Uniti oppure in Russia, ad esempio, dei libri di scrittori come Dostoevskij, Melville…? Che non affrontavano la realtà, che non parlavano del piccolo gioco umano, storico, sociologico, religioso istituzionale e dei “veri” problemi ma che deliravano di enormi pesci e di leviatani, mettevano in scena solo dei filosofi semifolli ecc…? Che poi è esattamente quello che è stato davvero detto anche allora. Sentite, ad esempio, cosa scriveva proprio Dostoevskij nel 1877 nel suo Diario di uno scrittore: «A proposito: scrivo ormai da trent’anni e durante questi trent’anni mi è capitato molte volte di fare una divertente osservazione. Tutti i nostri critici, sia i defunti sia gli attuali, tutti, in una parola, quelli almeno che io ricordo, appena cominciavano un qualsiasi racconto sulla letteratura russa corrente, adoperavano, più o meno, ma con grande amore, sempre la stessa frase: “Al tempo nostro, in cui la letteratura è in un tale ristagno”, oppure “In questo tempo così povero di letteratura”, oppure “Vagando nei deserti della letteratura russa” ecc. ecc. Una stessa idea in mille forme. E pure in questi quarant’anni sono uscite le ultime opere di Puškin, ha cominciato e ha finito Gogol’, c’è stato Lèrmontov, sono apparsi Ostrovskij, Turgenev, Goncàarov e almeno un’altra decina di scrittori di grande ingegno. Si può positivamente dire che quasi mai e in nessuna letteratura, in così breve periodo, sono apparsi tanti scrittori d’ingegno come da noi, e così uno accanto all’altro, senza intervalli. E intanto perfino adesso, un mese fa circa, ho letto di nuovo intorno alla stagnazione della letteratura russa, dei “deserti della letteratura russa”…»
(E Dostoevskij tralascia di nominare se stesso e Tolstoj!)

Insomma, sarà vero che le cose stanno come dice Covacich o non sta forse avvenendo proprio sotto il suo naso qualcosa che lui non vede, si è predisposto a non vedere?
Per quanto mi riguarda, la frase che mi è stata dedicata è questa: «C’è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere». Per non farsi leggere… Anche qui, come per la “realtà” – dove si vantava un possesso esclusivo su cosa è e cosa non è la “realtà” – si vanta un possesso esclusivo su ciò che sarebbe leggibile e cosa no. Ma allora, ancora, cosa avrebbe detto Covacich di Kafka, ad esempio, i cui libri pubblicati in vita vendevano duecento copie mentre, negli stessi anni, scrittori come Werfel avevano ben altro riscontro di pubblico? Che i suoi libri “non prendevano il mondo per le corna”, che non davano un’idea di quello che stava succedendo “veramente”, che avrebbe dovuto parlare di altre e più concrete cose per farsi leggere, scrivere come scrivevano altri scrittori tedeschi a lui contemporanei?
Non voglio naturalmente, facendo gli esempi che ho fatto, paragonare il mio lavoro e quello del tal scrittore del passato o del tal altro. Voglio solo evidenziare certi meccanismi di pensiero e certe coercizioni mentali. Dopo di che ciascuno continui a pensarla come vuole!

Nei mesi scorsi c’è stata l’orribile disputa sul crocefisso nelle scuole. Se tenere o no attaccato al muro il pupazzo di plastica di questo indimenticabile condannato a morte, per ragioni di pura potenza istituzionale terrena e strumentalizzazione di potere. Nell’orrore generale di questa disputa, io mi immaginavo che questo povero pezzetto di plastica stesse intanto pensando tra sé: «Avete giustificato con la mia morte un’istituzione secolare che si è macchiata di ogni genere di crimini. Avete caricato sulle mie spalle il peso di smembramenti di altri corpi umani, di persone arse vive, e di ogni genere di corruzione, di stragi, di genocidi. In nome mio avete mentito, condannato, massacrato. Avete gettato l’anatema contro chi mi aveva crocefisso, mentre mi avreste crocefisso anche voi come loro, mi avrebbero crocefisso e mi crocefiggeranno tutti quelli simili a loro e a voi, fino alla fine del tempo. Avete trasformato la mia morte in pretesto per altre morti, annichilimenti, condanne. Per sete di dominio sugli altri uomini avete sostenuto istituzioni umane spaventose, marce, criminali, corrotte, genocide, torturatrici. Ora persone mosse solo da avidità e vanità personali, che solo il giorno prima invocavano le cannonate contro gli emigranti disperati che si mettono in mare, si sono distinte nel proclamarsi dalla mia parte e nel volermi tenere attaccato qui a tutti i costi alla croce di questo muro. Io non voglio stare qui. Tiratemi via di qui! Il mio posto non è qui. Io non sono mai stato qui».

Prima delle feste, in un buio pomeriggio d’autunno, mentre stavo seduto dietro la piccola porta-finestra del mio abbaino e guardavo senza pensare a niente il cielo nero e pieno di nubi plumbee sopra tetti e camini della casa vicina, in una giornata piovosa e senza speranza, d’un tratto qualcosa di indescrivibilmente emozionante è successo.
Il cielo si è aperto di colpo, si è squarciato. Ha cominciato improvvisamente a pulsare, hanno cominciato a pulsare dentro di esso migliaia e migliaia di puntini neri in movimento esplosivo. Le rose delle esplosioni nascevano continuamente, da tutte le parti, irrompendo da punti sempre diversi della visione, dal basso, dall’alto, da sinistra, da destra. Guardavo senza fiatare per l’emozione, dietro il vetro bagnato, mentre continue cannonate di uccellini esplodevano senza soluzione di continuità dentro il cielo.
Sono andati avanti per ore, per giorni. «Ma quanti uccellini c’erano qui in città, vicino a noi, che nessuno vedeva?» mi dicevo. «E dove andranno adesso, dopo essersi comunicati l’un l’altro in un fremito percettibile solo a loro nelle vibrazioni dell’aria l’inizio di questa sbalorditiva migrazione che capovolge lo spazio? Cos’è accaduto, cosa starà accadendo in questo momento in quei loro minuscoli cervelli di pochi grammi? Da quale esplosione sono attraversate quelle piccole materie cerebrali in volo che sono uscite da loro stesse dando vita a questa monumentale esplosione di spazi che fa esplodere il cielo e lo spazio, connettendo in una serie di vortici senza fine minuscole creature fino a un istante prima isolate tra i rami e che nessuno vedeva, che conducevano la loro vita invisibile ai nostri occhi umani e che ora hanno messo al mondo questa colossale esplosione di traiettorie e di sogni, un secondo prima sconosciuti gli uni agli altri e adesso tutti dentro la rosa di queste esplosioni che capovolgono il cielo? Da cosa nascono queste continue, commuoventi esplosioni che mandano in frantumi il piano conosciuto dello spazio e del cielo e si inventano un nuovo cielo? Che cosa ne sapevamo noi – che sappiamo tutto – un secondo prima, che ci sarebbero state queste esplosioni? Da quante cose siamo tagliati fuori, ci siamo tagliati fuori con le derive delle nostre piccole storie e interpretazioni umane! Succederà qualcosa di simile anche a noi, a un certo punto? Succederà anche a me? Per dove partirò, quando verrà il momento? Perché anche i miei pochi grammi di cervello sono in questo istante così attraversati dalle stesse traiettorie e dagli stessi sogni e dalle stesse esplosioni anche se non riesco a sollevarmi fisicamente da terra per gettarmi anch’io a capofitto nella rosa non umana di quell’esplosione?»

(Fine)

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Pubblicato su “Fernandel” 2/2004 – aprile/giugno 2004.

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24 Responses to GLI UCCELLINI MIGRATORI #2

  1. Gianni Biondillo il 9 luglio 2004 alle 00:39

    Che dire? Non fa neanche un plisset.
    G.

  2. Sal il 9 luglio 2004 alle 12:22

    MA PER CASO QUALCUNO HA LETTO LA BELLISSIMA RECENSIONE CRITICA A MORESCO SU ZIBALDONI (WWW.ZIBALDONI.IT – IL PEZZO SI INTITOLA, NELL’ULTIMO NUMERO, “ESERCIZI DI CONSAPEVOLEZZA”), CHE FINALMENTE DICE TUTTA LA VERITA’ SULLA VERA SOSTANZA DI QUESTO NOSTRO SCRITTORE? POSSIBILE CHE NESSUNO SE NE SIA ACCORTO? E’ UNA GRANDE RECENSIONE, CON DENTRO TANTE VERITA’!!!

  3. gabriella fuschini il 9 luglio 2004 alle 14:05

    Ecco che torniamo alle griglie interpretative e alle piccole verità… le critiche a Moresco mi interessano fino a un certo punto, mi interessa leggere Moresco e quello che scrive mi fa riflettere sulla nostra realtà e il vivere. Sempre grata a chi ama parlare della vita vera e a quella si appassiona.

  4. andrea barbieri il 9 luglio 2004 alle 15:57

    Sal, non è una recensione critica ai lavori di Moresco, è una recensione alla sua persona, infatti si intitola “Contro Moresco” (Esercizi di consapevolezza è la rubrica). Non sono riuscito a finirla perché oltre a recensire la personalità di Moresco recensisce anche quella del lettore, cioè io, e non ci prende. Ciao.

  5. peppe fiore il 9 luglio 2004 alle 19:18

    grande, sempre, straordinario moresco.

  6. Sal il 10 luglio 2004 alle 11:00

    A ME PER LA VERITA’ QUELLA RECENSIONE SU ZIBALDONI SEMBRA UNA COSA PROFONDA. “CONTRO MORESCO”, BARBIERI, E’ STILEMA CRITICO NOBILISSIMO, PROUSTIANO SE VUOI (“CONTRO SAINT-BEUVE”), NON PERSONALE. FUSCHINI CARISSIMA, MICA LA VITA VERA STA SOLO IN QUELLO CHE SCRIVE MORESCO; ANCHE QUELLO CHE SCRIVE VIRGILIO SU MORESCO E’ DI ALTISSIMO LIVELLO, QUINDI PULLULA DI VITA (A MIO GIUDIZIO MOLTO PIU’ DI QUELLO CHE SCRIVE MORESCO, CHE INVECE PULLULA PIUTTOSTO DI MORTE). (SCUSATE SE SCRIVO MAIUSCOLO, MI SI E’ INCEPPATA LA TASTIERA)

  7. salvatore ditaranto il 10 luglio 2004 alle 11:12

    due cose mi preme scrivere:

    – quando Pasolini pubblicò “le ceneri di gramsci” Calvino scrisse una lettera al Contemporaneo per criticarne i redattori i quali avevano completamente ignorato il libro proprio mentre continuavano a dire che gli intellettuali italiani non proponevano niente di nuovo… può darsi che questo sia un difetto dei critici italiani e di tutto il mondo…

    -per chi come me studia scienze della comunicazione il concetto di REALTA’ è qualcosa di talmente complesso che certo non è facile esprimere una vera e propria definizione. Con la sovrabbondanza di Media la Realtà viene completamente e continuamente “rimediata” è quello che è realtà per alcuni, per altri è pura fantasia ma su questo bisogna fare un approfondiemento serio…

    Per concludere: La metamorfosi di Kafka ha come protagonista un uomo che diventa insetto (dov’è la realtà?). Uno scrittore sa trovare delle METAFORE appropriate che parlano della realtà pur usando elementi di finzione, altrimenti che scrittore è?

  8. andrea barbieri il 10 luglio 2004 alle 13:00

    Sal, siamo nel 2004, Gianluca Virgilio non è Proust: si possono trovare stilemi critici più efficaci. Anzi, forse sarebbe meglio non usare proprio stilemi.
    Poi ti ripeto, quella recensione parla anche del mio (in quanto parla del lettore) modo di leggere Moresco, che secondo Virgilio sarebbe “passivo”: non è così e non capisco che ne sa Virgilio del mio modo di leggere. Fine della lettura della recensione.

    ps per quelli di passagio, l’abbonamento a Fernandel costa meno di un cd dei Pearl Jam e non è che valga meno…

  9. Sal il 10 luglio 2004 alle 14:36

    Scusa Barbieri, come vedi ho messo a posto il pc. Però tu sei un bel tipo, sai? Sei capace di banalizzare un discorso critico profondissimo, oltre che di capovolgere quello che avevi appena detto, cioè che quel pezzo di VIRGILIO era “contro una persona”. Io ti ho solo fatto notare una tua definizione superficiale, tu invece, che non hai nemmeno finito di leggere la recensione, te ne esci adesso a dire che VIRGILIO parla di te. Invece V. parla di un certo tipo di “lettore”, che “consuma” libri tipo quelli di Moresco, etc. Insomma, lui parla di IDEE GENERALI, e quindi da filosofo, tu parli in PARTICOLARE, banalizzando tutto. Prova a leggere meglio le cose e a ragionare di più prima di scrivere. En passant, dico solo che ognuno di noi quando parla o scrive usa stilemi piò meno cristallizzati. Quindi non ti scandalizzare troppo, Barb.

  10. andrea barbieri il 11 luglio 2004 alle 01:20

    La recensione di Gianluca Virgilio è contro la persona di Moresco, definito “l’olio lubrificante dei meccanismi del potere”, mentre di me (lettore) Virgilio scrive “Il lettore di Moresco riceve scariche di adrenalina a bizzeffe per tenere gli occhi aperti”: ti ripeto Sal che a me questo non capita, trovo altre cose nella scrittura di Moresco, il suo lavoro mi piace molto, e questo modo di leggerlo lo condivido con altri.
    E se vogliamo continuare sull’argomento cattive recensioni, la settimana scorsa Quaranta su TTL recensiva l’ultimo libro di Gianluca Morozzi definendolo “esordiente”. Il problema è che prima di quello aveva scritto altri 5 libri. E le note di copertina ne citavano almeno 4. Un esempio di malafede ai danni delle piccole case editrici che scoprono e promuovono gli autori italiani. Certo Sal se preferisci parlare di stilemi cristallizzati fai pure…

  11. Howard G. il 11 luglio 2004 alle 10:16

    La recensione di Virgilio è uno studio critico serio, mentre le parole di Barbieri non saprei definirile altrimenti che reazioni emotive. Barbieri scrive: “trovo altre cose nella scrittura di Moresco, il suo lavoro mi piace molto, e questo modo di leggerlo lo condivido con altri”. Ma quali siano queste “altre cose”, che cosa significhi “mi piace molto” eccetera, non è dato sapere. Mentre dallo scritto di Virgilio si capisce bene a che cosa serve e che funzione abbia la scrittura di Moresco. Capisco che nei COMMENTI di un forum non si possa parlare di critica letteraria seria, ma almeno chi non vuol parlarne non arrivi a banalizzare tutto dicendo: “mi piace”, “non mi piace”…
    HG

  12. cristiano prakash il 11 luglio 2004 alle 10:30

    quei momenti di risveglio, di lettura nitida della “realtà”. la realtà passa attraverso la soggettività ma, in quei momenti, ci appare cristallina, bella. poi torniamo nel caos e ci chiediamo quanti abbiano visto e sentito, in vita sua, quei momenti.
    la testimonianza di quei vissuti ci riporta all’addormentamento attraverso cui, di solito, filtriamo il nostro tempo.
    a me basta come punto di partenza su cui riflettere. checché ne dicano critici e anti-critici.
    cristano prakash

  13. andrea barbieri il 11 luglio 2004 alle 10:59

    Se dire di Moresco che è “l’olio lubrificante dei meccanismi del potere” è fare uno studio critico serio…
    Guardate, per me la discussione può fermarsi qui.
    State bene.

  14. dario il 12 luglio 2004 alle 00:03

    Non voglio minimamente mettermi a difendere Moresco (o Scarpa o Nove) rispetto all’intervento di Gianluca Virgilio apparso su “Zibaldoni e altre meraviglie”, perché inevitabilmente mi muoverei in un’ottica di gruppi contrapposti eccetera eccetera, cosa che non mi può interessare di meno. Voglio solo segnalare che Virgilio in un paio di occasioni dice che nei Canti del caos si narra di una campagna pubblicitaria per vendere il mondo a Dio. Invece è il contrario: è Dio che vuol vendere il mondo, e il mercato è appunto in fermento. Chi lo comprerà? Insomma, è esattamente l’opposto, relativamente a questo singolo punto. Ma non è un punto poco importante, mi pare.

  15. nicodemo il 12 luglio 2004 alle 10:11

    che discorsi oziosi! ma avete letto cosa scrive covacich su “l’espresso” ultimo??
    è il classico scrittore trendy che racconta senza anima i suoi viaggi! e questo scrittore ha avuto pure la faccia di lamentarsi, ma si interessi di cose serie!! roba da matti

  16. Gianluca Virgilio il 12 luglio 2004 alle 12:20

    In una “economia … diventata teologia” (p. 305), che cos’è il mercato, se non una creatura di Dio? E difatti Dio deve “credere nel mercato, che esista il mercato. Altrimenti a chi vende?”. In definitiva Dio “deve credere che il mercato possa comperare se stesso!” (p. 305). Non a caso egli è “il cliente”. “E che cliente! Il cliente di tutto quanto, il mio vecchio Dio…” (p. 306). Insomma, Moresco, da buon teologo, sa bene che Dio non può vendere il mondo senza acquistarlo, Dio è venditore e compratore al tempo stesso.
    Grazie a Dario per la segnalazione imprecisa dell’imprecisione espositiva di questo passaggio della mia recensione ai Canti del caos. Rimedierò.
    Gianluca Virgilio

  17. dario il 12 luglio 2004 alle 13:02

    Caro Gianluca, grazie per l’attenzione. Io non sono Moresco, quindi parlo senza cognizione di causa, tuttavia ho l’impressione che questa cosa di Dio acquirente/compratore non sia ancora così pacifica. In altre parole, fa parte delle cose che l’autore deve risolvere nel terzo volume. Questa è la mia sensazione. Saluti.

  18. donato il 12 luglio 2004 alle 23:09

    al di là dei giudizi sull’opera di Moresco, sto leggendo i primi canti del caos e non posso perciò esprimere una giusta opinione in merito a ciò che viene scritto su zibaldoni… leggo da zibaldoni:

    “Quale concezione della letteratura emerga, dunque, da questa narrazione, è presto detto. Si tratta di una concezione paradossale della letteratura, nella quale lo scrittore, mentre denuncia i meccanismi perversi del potere, ne rimane schiavo egli stesso e anzi diventa di essi l’olio lubrificante. Moresco è davvero la rappresentazione vivente della contraddizione insita nella letteratura odierna, nella quale ogni denuncia, ogni espressione di libertà, ogni critica, si trasforma in fiore all’occhiello di un’editoria divenuta asfittica, eppure ancora molto vitale grazie all’enorme potere economico di cui dispone.”

    bene, dire queste cose in mezzo a tutta una serie d’analisi molto interessanti è sconfessare tutte le premesse di metodo fatte poco prima…
    cioè, si cita foucault all’inizio del pezzo:
    “Come Foucault ha insegnato, la critica non può consistere che in un esercizio di consapevolezza.”, eppoi invece di fare solo un esercizio di consapevolezza, ovvero analizzare il testo e poi dire in quali punti funziona e in quali no, deterritorializzarlo, analizzarne le fratture, porne in rilievo le strutture(profonde e non) e compagnia bella… si fa una professione di fede verso un certo tipo di idee che si hanno in fatto di letteratura e di potere, non facendo altro che esercitare a vostra volta una forma di abuso( avrei detto oltranzismo, se non mi sembrasse un termine un pò forte)- di potere- e vi autonominate come unici detentori di verità su ciò che dev’essere e non essere la letteratura… cioè già farlo con un testo di un qualsiasi scrittore potrebbe irritare, ma poi prendersela proprio con Moresco che ha fatto della sua integrità artistica, e a quanto ho letto nelle sue interviste anche della sua vita, una forma di resistenza mi sembra esagerato… dirlo a chi scrive facili “cento colpi di spazzole” o “Harry Potter” o gialli a buon mercato o liale della letteratura che vincono lo streg(O)Zzz, con ciò che rappresenta giocoforza il mainstream di riferimento, ancora ancora avrebbe un senso, ma così non va…
    prima dite (e sono parole vostre):

    “la critica ha una funzione compensativa, che consiste nel comprendere come funziona un racconto. La critica – quando non scavalca il testo – non dice mai nulla di più di quanto dice il racconto, ma dice queste cose in modo diverso, parlando di esso in maniera direi impudica, mettendo a nudo i suoi ingranaggi, illuminando le zone che lo scrittore aveva lasciato in ombra. Lo scrittore racconta, il critico cerca di capire che cosa e come lo scrittore abbia raccontato, tutto qui.”

    eppoi date dei giudizi di valore pesantissimi su un autore in questi termini:

    “Essere contro Moresco, allora, significa scegliere un diverso rapporto con la letteratura, in cui la narrazione sia apertura sul mondo, espressione del rapporto tra lo scrittore e il mondo, rappresentazione del mondo, attesa dell'”altro”, che è l’unico nutrimento dell’opera avvenire.”

    ma vi rendete conto che esercizio di supponenza fate, che tono autoritario c’è in questa frase…

    “Essere contro Moresco significa immaginare un’opera che non si nutra di se stessa, espandendosi per virtù propria in un “deragliamento” che ha tutto il sapore del delirio di onnipotenza (il che equivale a dire di impotenza), e sia invece il frutto di un instancabile rielaborazione letteraria, da maturare giorno dopo giorno, nella molteplicità delle relazioni umane che costellano l’esperienza dello scrittore, e non in un artefatto universo chiuso dove solo un editore mercante, o chi per lui, ha il diritto alla parola.”

    per quello che ho letto, i canti del caos somigliano tanto a questa cosa che augurate “all’opera avvenire”( una volta erano i sol dell’avvenire, segno che i tempi danno ben poco per sognare):”sia invece il frutto di un instancabile rielaborazione letteraria, da maturare giorno dopo giorno, nella molteplicità delle relazioni umane che costellano l’esperienza dello scrittore”… i canti del caos, mi sembrano la cosa più simile a questo “monito augurale”, poi non lo so finirò di leggerlo e la penserò come voi, non si sa mai… ma ciò che ho trovato fuori luogo nel vostro pezzo, che per certi versi non è male, è l’accostamento brutale di metodi e presupposti più che condivisibili ad affermazioni che poi vanno da tutt’altra parte… tutto qui…

    e porca miseria!!!… sempre che voglio scrivere solo due parole due e mi ritrovo a scrivere i trattati… e dimenticavo di dire l’unica cosa che m’interessava scrivere nel messaggio: gli uccellini migratori #1 e #2 sono dei gran bei pezzi…
    ebbasta.

    poi scusate: angolo dei cazzi miei:
    titonco, titonco
    stai bene solo in congo,
    if u remember(and if are u), i’m glauber

  19. Ferdinando Scopellitti il 13 luglio 2004 alle 18:50

    Insomma, il pezzo di Virgilio sembra dare un po’ di fastidio.Già un bel gruppetto di indiani è stato mandato all’attacco: carne da macello! I capi si torcono le dita, dilatano le froge, strabuzzano gli occhi e non sanno che pesci pigliare. Perché Virgiglio ci ha proprio azzeccato, ha detto quello che pensava e, secondo me, le sue pensate non sono malvagie. Io ci trovo non supponenza o cose del genere, come dice Donato, ma solo un discorso bene fondato, che non lascia spazio a dubbi: ha tutto il sapore dello smascheramento. D’ora innanzi, scrittori miei, quando scrivete, sappiate quello che fate se non volete essere sputtanati. Questo io penso.
    Ferdinando S.

  20. andrea barbieri il 13 luglio 2004 alle 21:58

    Caro Ferdinando Scopellitti,
    ti vorrei dire, anche se non ci crederai, che nessuno mi ha mandato all’attacco di niente.
    Ciao
    andrea

    Ps, Quella di Quaranta è stata una svista quindi non è giusto avere scritto nel mio post la parola malafede. In realtà già prima non pensavo veramente che fosse stata una cosa premeditata, ero più che altro un po’ deluso, come consumatore di libri, che il giornale che mi informa lo facesse in modo approssimativo. Ma forse essere delusi e incavolarsi è un segno di attenzione di cui i recensori hanno bisogno per sentire che c’è qualcosa in movimento. Chissà che qualcuno non esponga la mail di fianco al nome proprio per questo motivo. In fondo l’unico codacons quasi inesistente è quello dei lettori, e allora diamoci sotto…

  21. Giovanni Senzaterra il 14 luglio 2004 alle 10:14

    E’ sempre un piacere leggere il Barbiere di Siviglia che, senza che nessuno glielo abbia chiesto (almeno a suo dire), scende nell’arena a difendere a spada tratta (e, NOTA BENE, senza argomenti) qualsiasi indiano “vittima” di attacchi più o meno proditori, più o meno legittimi (e questo di “zibaldoni” è legittimo, eccome!!!). Secondo me, lo pagano, e profumatamente. Non necessariamente in danaro.
    GIO

  22. andrea barbieri il 14 luglio 2004 alle 11:43

    Va bene, è ora di scoprire le carte.
    Nazione Indiana è un kommando militare klandestino, la sede è nel magazzino di Spidypizza in piazza del Duomo a Milano. I redattori sono tutti ex nazisti con facce rifatte da un chirurgo che collaborava con Menghele e che poi ha stirato anche Berlusconi. Io partecipo al KMK in qualità di fiankeggiatore, sono stato investito di questa karica durante una notte di luna piena, subito dopo ho dovuto offrire tre giri di birra ai redattori.
    Ma veniamo al sodo.
    Il 9.7.04 mi arriva il seguente dispaccio:

    “Attakkato Herr Moresken uber NazInd,
    innezkare zubito polemika al gaz nerfino.
    firmato: Furer Foltolinen”

    Come potete leggere su questo colonnino, mi sono attivato, e gli amici di kommando non hanno tardato a farsi sentire:

    “Ottimo arbait, kontinuare zu questa linea.
    firmato: Koppelfurer Zkarpa”

    Certo, a volte ci sono momenti morti, nessuna barricata da impilare, allora ci facciamo una pizzata.

  23. Giovanni Senzaterra il 14 luglio 2004 alle 17:00

    Hai voglia di scherzare, Barbiere, la tua condizione è davvero penosa.
    GIO

  24. Luciana Andreis il 17 luglio 2004 alle 01:17

    Sono andata nel sito zibaldoni.it, ma non si può postare, non si può discutere, non si può fare nulla. Sono molto colpita dall’atteggiamento di questa persona che viene qui a parlare di “sputtanare” gli scrittori e altre cose simili, in un sito come questo, che accoglie qualsiasi discorso, critica, segnalalazione dei visitatori, mentre nel sito di zibaldoni.it non si può commentare o segnalare un bel niente. Questo mi dà molto da pensare sul tipo di persona che deve essere questo Gianluca Virgilio, che può permettersi tranquillamente di venire qui a segnalare le sue recensioni (evidentemente perché non le legge nessuno; e ci credo, visto come scrive), ma non consente di fare altrettanto a nessun altro nel sito in cui lui scrive. Che cos’ha, paura di essere commentato, criticato o “sputtanato” a sua volta?



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