Pipistrelli

4 settembre 2004
Pubblicato da

di Sergio Nelli

bat.jpgOrmai da tre anni una coppia di pipistrelli torna ad abitare una delle finestre della mia casa nell’oltrarno fiorentino. Vivono una parte della stagione nella zona di scorrimento di persiane incassate che si sono bloccate da tempo e che io lascio fare perché si tratta di una stanza in cui non si dorme. E’ la finestra di fronte al mio tavolo da lavoro e vicina all’apparecchio televisivo.
Tutti noi, mio figlio, M. e io, ci siamo abituati a questa presenza estiva, che ci rivela il guano sul davanzale e gli svolazzi crepuscolari e notturni.
La sera spesso guardiamo la televisione e mentre siamo lì sul divano, illuminati dal lucore del video, i pipistrelli vanno e vengono secondo tempi per noi imprevedibili e misteriosi. Sembrano concentrare la loro attività in momenti di caccia frenetica per poi scomparire come felini sazi dopo un abbondante banchetto.
A volte non si vedono per giorni, per settimane, come se avessero una seconda dimora.

Che tutti i nostri film, questi filmetti spesso insulsi e di puro intrattenimento, che ci godiamo storditamente, che altri programmi di sport o naturalistici siano consumati mentre questa presenza distoglie qualche onda della nostra percezione, lo considero un fatto positivo, soprattutto per mio figlio, che ha otto anni.
Sì, mio figlio si vede La stella di latta, Billy Elliot, Sfida all’Ok Corral, La città incantata, La principessa Mononoke, I magnifici sette, Vogliamo vivere, A Bug’s life, Il monello ecc. ecc., insieme ai nostri film noleggiati, di ben altro calibro; si vede lo sport e Quark o Super Quark o Geo e altri documentari naturalistici o qualche video musicale che ha già cominciato ad apprezzare, mentre alcune delle sue cellule registrano le partenze e i ritorni di questi pipistrelli cittadini. Non è una buona palestra di percezione, per lui, per tutti noi? Non predispone a un esercizio di pensiero?

L’altra sera, il giorno 14 luglio alle ore 21.30, mentre guardavamo un film marinaresco con Russel Crowe, mio figlio ha intravisto dal divano una cosa che si arrampicava sulla costura di una delle nostre persiane. Ha pensato che fosse un grosso ragno.
C’era un suo amico, che era restato a cena.
“Babbo, mamma, Cosimo, venite!” ha detto.
Ci siamo affacciati e a dieci centimetri dai vetri che teniamo chiusi proprio per loro c’era un piccolissimo pipistrello che cercava inutilmente di risalire in alto verso il nido. Le sue zampette lo tenevano al legno rugoso e senza smalto della persiana, ma non ce la faceva a procedere e si arrovesciava per poi rialzarsi in uno sforzo verosimilmente immane.
Mi è sembrato un momento stranamente denso, perché nel film il capitano Jack il Fortunato stava arrivando alle Galàpagos.
Abbiamo messo in pausa il DVD.
Ci affascinava vedere questo corpo in miniatura colto da uno spasimo vitale; ci dispiaceva perché pensavamo in cuor nostro che soccombesse. In effetti, il minuscolo pipistrello è caduto presto sul davanzale punteggiato dal guano.
“Che facciamo?” ha detto M.
“Non facciamo niente” ho detto io. “I piccoli uccelli quando cascano dal nido muoiono e se lo tocchiamo o cerchiamo di rimetterlo su in alto vicino al nido magari lo uccidiamo noi oppure loro non se lo riprendono più.”
“Non facciamo niente” ho ripetuto e mi sono sentito come un piccolo capo che ha almeno una sua visone delle cose.
Anni fa, cercai di salvare un passero di nido che dopo una settimana morì stecchito.
Abbiamo distolto lo sguardo da quell’esserino e ci siamo rimessi a vedere il film dall’arrivo alle Galàpagos.
Stava esplodendo il conflitto tra il naturalista della nave Surprise e la brama guerresca del capitano Jack (la vicenda si svolge in epoca napoleonica), che invasato nella sua caccia al vascello francese predatore di quel mare, voleva privare l’amico dell’approdo e della possibilità di visitare quelle isole, le Encantadas (meravigliosamente raccontate peraltro da Melville), quando ci siamo accorti di uno svolazzare concitato.
L’amico di mio figlio, Cosimo, ha fatto due passi verso la finestra e ha detto festoso:
“Non c’è più, l’hanno salvato.”
“Siamo sicuri che non sia cascato giù sulla strada?”
“No, no,” ha detto mio figlio “l’hanno proprio ripreso.”
“Bene! Bene!”
M. ama questa immagine della natura che cura se stessa. Hanno guardato su nell’incasso della persiana dove si annidano i pipistrelli, senza notare nulla.
Io continuavo a guardare il film.
“Sono mammiferi” ho detto. “Ecco perché l’hanno salvato. Sono mammiferi, hanno denti e sono dotati di radar. Abbiamo fatto bene a non toccarlo.”

Non sono andato in pellegrinaggio di fronte al davanzale vuoto, e comunque l’immagine di quel pipistrello minuscolo che cercava di arrampicarsi su una persiana e ricadeva indietro restando aggrappato con le zampette mi accompagnerà ben oltre le immagini del film.
Guardandolo mi è venuto in mente Darwin alle Galàpagos. Mentre, rivedendo mentalmente quella specie di embrione (il pipistrellino) ho pensato anche alla querelle sei-settecentesca tra epigenisti e preformisti, tra coloro cioè che pensavano all’embrione animale o umano come a un filamento di materia informe in via di sviluppo e di formazione e quelli invece che sulla linea biblica della fissità delle specie credevano che l’embrione fosse un animalino o un omuncolo già bell’e fatto e contenuto nell’ovulo (ovulisti) o nel seme spermatico (spermatisti).
E’ un episodio di storia della scienza che qualche volte ricordo a scuola nelle lezioni di filosofia.

Ma il pipistrello ha reclamato un di più di attenzione e qualche giorno dopo ha dato l’avvio a una nuova concatenazione.

I bambini sono stati sollecitati, ci hanno pensato. Cosimo ha a più riprese raccontato la cosa ai genitori. Mio figlio ha sentito il bisogno di scrivere una poesia intitolata Pipistrello caduto, ma gli ce ne sono volute altre quattro, tutte scritte in cinque minuti, per liberarsi completamente dello sgorgo emotivo e immaginativo. In una, chissà se per compensazione o per euforia dopo “Il pipistrellino stanco e preoccupato”, ha messo insieme le seguenti parole evocando la primavera: “le foglie sempre più verdi e molto profumate come la vita bella, pulita e gentile”.

Quanto a me, ho considerato la prossimità letterale del fatto avvenuto con la televisione. Guardavamo le testuggini e le iguana delle Galapagos mentre un pipistrellino in carne e ossa rischiava di morire lì a due metri dal video sul nostro davanzale. Il giorno precedente avevamo visto gli squali a Super Quark. La televisione, anche quando non presenta programmi sulla natura insopportabilmente esclamativi e idioti, come se fossimo tutti bambini di fronte a uno zoo ideale, anche quando dice la verità sul mondo, ce lo offre comunque come spettacolo pastorizzato. La televisione, quella scatola d’immagini, quella macchina catturasogni, spargisogni, quell’elettrodomestico, è il nostro schermo appunto, l’interfaccia, un cannocchiale che avvicina e allontana lo spettacolo del mondo e della natura.
E se un pipistrello o più pipistrelli entrassero nella nostra stanza invadendo il nostro campo, che faremmo, senza lo schermo della finestra, senza tutti gli schermi che distanziano, separano, difendono, preservano e permettono il fluire dell’emozione, della simpatia, e finanche della compassione, della pietà? So di gente che, senza pensarci un attimo, automaticamente ha preso a granatate i pipistrelli entrati in casa.
A me, i pipistrelli, un po’ “fanno senso”, come si dice con un’espressione toscana.

Sono andato ancora per associazioni.
Mi è venuto in mente il micidiale banchetto dei mendicanti nella casa padronale, nel film di Bunuel, Viridiana, quando la carità cristiana liberando dagli schermi di una morale di conservazione finisce per liberare insieme la brutalità e la violenza dei bisogni e di una compulsività onnivora e orgiastica.
Mi è venuta in mente anche una poesia di Landolfi, che qui trascrivo. Si intitola Lodi della Televisione, compare nella sua ultima opera Il tradimento (1977) e mi sembra perfetta per il nostro ordito.

L’Italia di Mussolini
Era un luogo incantevole e felice,
Solo a non essere italiani:
E incantevole il mondo –
Ma solo in quanto spettacolo.
Chiuditi dunque, amico,
Col tuo televisore; altri ha solcato
Per te gli oceani, le terre
Esplorato, trascorso fino il cielo,
E tu t’affacci sulla varia vita
Dal tuo balcone d’ombra,
Come se ciò fosse per il tuo piacere,
Come non complottasse la tua morte
L’ultimo filo d’erba.

Ho voglia di ripetere: 1) Come se ciò fosse per il tuo piacere, 2) Come non complottasse la tua morte / L’ultimo filo d’erba.

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