In ricordo di Sandro Onofri

5 settembre 2004
Pubblicato da

di Massimiliano Governi

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Roberto, cinque anni fa, a settembre, è morto Sandro Onofri. A te ho parlato spesso di lui – via email, e anche l’unica volta che ci siamo visti – e non so perché. Forse perché collabori a quello che era il suo giornale, il giornale che lui, insieme ad altri, ha fondato. Ti ho raccontato anche quella mia assurda avventura ospedaliera.

Di quando, l’estate del ’98, andai al pronto soccorso del San Camillo (l’ospedale dove morì Sandro l’anno dopo) per una fastidiosa febbriciattola che non andava più via, e il medico di guardia mi fece fare una lastra ai polmoni e subito dopo averla esaminata mi ricoverò urgentemente alle tre di notte nel reparto pneumologia (c’era una macchia bianca sul polmone destro, o sinistro, non ricordo).

Ti ho anche confidato quella strana e raggelante sensazione che ho avuto dopo che seppi della malattia di Sandro (cancro al polmone). La sensazione che la morte fosse venuta a cercare me, l’anno prima, e poi, inspiegabilmente, avesse ripiegato su di lui. Ti ho detto un sacco di cose, ti ho anche spedito una sua email che ho ritrovato nel vecchio hard disk del computer – nella quale, al solito, mi sfotteva. Era un romanista fracico, come si dice a Roma, e io sono laziale. Cinque anni sono passati. Nel frattempo io ho conosciuto sua moglie, Marina, ho guardato negli occhi la sua bambina e subito ho distolto lo sguardo – come Vivian Lamarque in quella bellissima poesia: è uguale a te, uguale, mi fa troppo male. Cinque anni, e sembra una vita. Con i miei amici – che poi erano anche i suoi – non parlo mai di lui, chissà perché. Ho anche fatto in modo di perdermi il numero di telefono di sua moglie. Sandro è un’ombra per me. Mi sento in colpa ogni volta che ci penso. Tutto questo è assurdo, lo so. Un giorno di giugno di tre anni fa, il giorno in cui la Roma aveva vinto il suo terzo scudetto, mi sono fatto forza e sono andato a trovarlo, al cimitero Flaminio. Al solito mi persi. Chi mi conosce sa che io mi perdo sempre, ho una specie di malattia o, come diceva la mia psicanalista, un gusto perverso. Con un cappelletto da baseball in testa e un mazzo di fiori incelophanato sotto al braccio, alle due di un pomeriggio torrido, mi misi a cercarlo, riquadro dopo riquadro, tomba dopo tomba, cippo dopo cippo. Ma niente. Mi ricordo di un uomo che svicolava tra le lastre marmoree in motorino, ostentando una eccessiva familiarità con il luogo. Mi ricordo che stavo per avere un attacco di panico. Mi veniva in mente l’ufficietto in cui ero entrato poco prima, l’ufficio anagrafe del cimitero, il librone dei morti dell’anno 1999 che l’impiegato grondante di sudore mi aveva dato da consultare, il nome di Sandro e la data della sua morte scritti in fretta con una biro blu (da suo padre? da sua moglie? da un amico d’infanzia?), e avevo voglia di scappare, di chiamare l’uomo in motorino e farmi dare un passaggio fino all’uscita del camposanto, che da solo non avrei ritrovato mai. Poi, proprio quando il panico gelido e tentacolare cominciava a salirmi su per lo stomaco, la vidi.

La tomba di Sandro. Semplice, spoglia. Sul marmo c’era solo il suo nome e cognome, e l’età: 44 anni. Nella foto aveva il solito caschetto di capelli grigi, una polo blu con il colletto bianco e la scritta NewZealand. Era seduto su un grande prato verde e guardava l’obiettivo, non rideva. Volevo parlargli, dirgli qualcosa di sincero, ma non sapevo cosa. Avrei potuto dirgli che ho tentato di andarlo a trovare al San Camillo, nei giorni in cui lottava con la malattia, ma non ce l’ho fatta, mi fermavo sempre sull’uscio di casa e poi tornavo indietro. Che l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, la sua voce era diventata un soffio, e io non lo riconoscevo più, e quando ho messo giù il ricevitore sono scoppiato a piangere. Oppure, indicando il mio ridicolo cappello da baseball, avrei potuto dirgli soltanto, perdonami questo cappello, citando Garden Party della Mansfield, ma all’epoca non avevo ancora letto quel racconto. Mi ricordo che, a un certo punto, con il cuore che mi picchiava nel petto e il sudore che mi colava negli occhi, mi sono piegato sulle ginocchia e ho sistemato i miei fiori nel vaso di vetro. Erano margheritine olandesi, gialle e rosse, i colori della sua Roma.

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4 Responses to In ricordo di Sandro Onofri

  1. Franz Krauspenhaar il 5 settembre 2004 alle 13:33

    Commovente.

  2. Gershom il 5 settembre 2004 alle 19:32

    Bellissimo pezzo! Sandro Onofri era un intellettuale di grandissima qualità e forte, fortissimo impegno. Una voce narrativa di qualità capace di raggiungere scopi di denuncia senza privare la prosa della sua meravilgiosa bellezza menzognera.

  3. gabriella fuschini il 6 settembre 2004 alle 12:16

    La sensibilità struggente che pervade questo pezzo tocca aspetti di vita/morte profondi, grazie
    Governi!

  4. helena il 12 settembre 2004 alle 07:41

    Sapevo che mi sarebbe venuto il magone leggendo questo pezzo, mi è venuto il magone più del previsto. Sandro aveva scritto la prima recensione (bellissima) del mio primo libro: gli era finito in mano per sbaglio, per via del mio nome straniero. Mi ha commissionato il mio primo racconto. Sandro era limpido, vero, lo capivi la prima volta che lo vedevi, magari persino parlandoci al telefono. Quindi grazie, Massimiliano, per questo pezzo davvero bello che sarebbe piaciuto anche a lui.



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