Trilogia delle consapevolezze e dei sorrisi #1

28 ottobre 2004
Pubblicato da

di Giorgio Vasta

foto zidane.jpgCirca un anno fa, ai primi di novembre del 2003, si è tenuto a Torino, presso la Scuola Holden, una giornata seminariale promossa da Enrico Palandri. All’incontro di Torino ne sono seguiti altri tre, a Bologna, Milano e Venezia. Ogni volta l’obiettivo è stato quello di far convergere la riflessione su un aspetto specifico del narrare. A Torino si è parlato di consapevolezza. A me era stato domandato di ragionare sulla consapevolezza nei laboratori di scrittura. Ho recuperato e provato a riordinare quanto avevo detto a suo tempo.

Premessa
La consapevolezza come controllo (la consapevolezza come metodo suicida)

Leggendo un racconto, in un contesto laboratoriale o fuori di esso, si legge – insieme a una storia, a una lingua, a un’immaginazione – anche la presenza o meno di una consapevolezza. La presenza o meno di una consapevolezza perché così come non è semplicemente la storia, la lingua o l’immaginazione a rendere buono un racconto, allo stesso modo non è la quantità di consapevolezza, nonostante le prescrizioni spesso vigenti nei laboratori di scrittura, a conferirgli un carattere decisivo.

Con questo voglio dire che sarebbe ingenuo pensare che a un grado elevatissimo di consapevolezza corrisponda una narrazione di altrettanto elevatissima qualità. Anche per la consapevolezza, così come per altri elementi che intervengono nella scrittura di un racconto, vale il principio dell’equilibrio, la logica del bilancino del farmacista. L’esatto grado di consapevolezza necessario a quel racconto, il quantum che si combina con gli altri elementi senza esserne sopraffatto e senza sopraffarli.

Così come ci sono testi – ed è in proporzione molto frequente – nei quali a emergere non è né una storia né una lingua né un’immaginazione, ma soltanto il tentativo (e la fatica) di mettere insieme una storia e una lingua e un’immaginazione, ugualmente, ma in una direzione opposta, ci sono testi caratterizzati dalla violenza del controllo, scritture che traboccano coscienza (magari vorrebbero anche espellerla ma non ci riescono). Accade quindi, in un laboratorio di scrittura, di trovarsi davanti un testo nel quale si legge soltanto, o soprattutto, la consapevolezza, il grado di controllo del testo stesso, la capacità (o la condanna) dell’autore di scegliere ogni singola sillaba del suo scritto. È questa per tanti versi un’attitudine virtuosa. La consapevolezza, dopotutto, è qualcosa di inestricabilmente connesso alla responsabilità. Vale l’esortazione a essere consapevoli di ogni elemento del testo e ad assumersi la responsabilità anche della sillaba più irrilevante, dell’articolo negletto, della preposizione marginale. Sapendo che il testo è una sfida vivente a questa assunzione di responsabilità e che farà di tutto per frustrare il nostro progetto di consapevolezza. Il testo è un organismo ironico, se non addirittura cinico, e reagisce in maniera vitale, critica, ridicolizzando i nostri tentativi di controllo, esasperando.
Può però capitare che questa attitudine virtuosa, per la quale l’esigenza di controllo dovrebbe essere strumentale al testo, collassi, imploda, degenerando in un’esigenza di controllo che a quel punto prescinde dal testo, che addirittura abolisce il testo stesso, lo elimina. A imporsi è adesso una forma di consapevolezza che si è degradata a polizia della scrittura, a coercizione, che si è interpretata come tale, un testo del quale percepisci l’ostinata determinazione a sapere tutto di se stesso, ad autoimporsi baconianamente una tortura che dovrebbe condurre a una confessione totale e irreversibile (il fantasma delirante della consapevolezza come eccesso che caccia l’io fuori dal testo, il paradosso omeopatico dell’io che spinge la propria presenza nel testo all’estremo per scomparirne del tutto); invece, quello davanti a cui ci si trova è un testo nel quale la consapevolezza non è messa al servizio della pagina ma, al contrario, è la pagina a essere al servizio della consapevolezza. La pagina serve da supporto, da cornice, da occasione formale per lo scatenarsi della consapevolezza. Il consapevolezza show (ma, e lo vedremo, la consapevolezza non è obbligatoriamente puro e semplice e rabbioso controllo di qualcosa, uno strumento costrittivo della propria scrittura, il carceriere della pagina).

Ancora una considerazione sulla consapevolezza aggressiva, disillusa, delusa, su quella consapevolezza che si apre totalmente al nichilismo. A parte il ricordarmi certe posizioni liquidatorie, di uomini e donne, in campo sentimentale (sono talmente consapevole da sapere che non esiste una storia d’amore reale e di conseguenza preferisco rinunciare a qualunque eventuale storia d’amore, tirarmi fuori da questo giochino illusorio); a parte questo, la consapevolezza nichilista mi fa venire in mente un frammento di Kafka sul nuotare.

So nuotare come gli altri, solo che ho una memoria migliore degli altri, per cui non ho dimenticato il tempo in cui non sapevo nuotare. E poiché non l’ho dimenticato, il fatto che sappia nuotare non mi serve a nulla e io, perciò, non so nuotare.
[Franz Kafka, Frammenti e scritti vari, Oscar Mondadori, pp.130-131]

Quando la consapevolezza come controllo, come regime, come metodo concentrazionario raggiunge questo punto di non ritorno, saturando se stessa fino all’auto-abolizione, allora il testo ha serenamente suicidato se stesso, nel senso che si percepisce come morto. Attenzione: non vuole morire – perché questo presupporrebbe un vivere – ma vuole solo stare, restare fermo, cosciente di sé fino alla pietrificazione.
Una condizione, questa, che riscontriamo in quegli scrittori-non scrittori potenzialmente dotati di uno sguardo visionario ma a tal punto assediati dalla consapevolezza da non potere mai neppure prendere in mano la penna, limitandosi a immaginare reiteratamente questo gesto, immobilizzati dalla propria coscienza di sapere nuotare fino al punto di non sapere nuotare. Pronti, dunque, all’annegamento.

La consapevolezza come vulnerabilità
In questa prospettiva acquista senso anche quanto ci viene insegnato dalla logica narrativa di alcuni cartoon, nei quali la consapevolezza è spesso quello che innesca la possibilità di patire il male. coyote200_150.jpgIl coyote che insegue Bip Bip per i canyon è un personaggio in questo senso esemplare. Il coyote ha una volontà predatrice, un’intenzione ben precisa, catturare Bip Bip. È puro genio delirante, febbrile, invaso dal suo stesso desiderio. Tutto questo, questa densità di coscienza, lo espone al male. Quando durante l’inseguimento lungo i tornanti delle montagne rocciose, all’ennesima curva il coyote esce fuori strada, non precipita subito di sotto. Gli sceneggiatori gestiscono la sua piccola morte (comunque sempre reversibile) in maniera accurata, utilizzando una tecnica chiamata “take”. Il coyote esce fuori strada, continua a correre nel vuoto, rallenta, cammina sospeso, a quel punto guarda in basso, il vuoto sul quale procede, risolleva lo sguardo verso lo spettatore, si ferma, sorride e precipita. Essere diventato cosciente della sua vulnerabilità lo ha zavorrato talmente da farlo crollare. Del resto “take” è inteso come presa di coscienza, consapevolezza. Una variante del “take” è il “double take”. Semplicemente, dopo aver guardato di sotto una prima volta e avere poi risollevato lo sguardo, il coyote continua a camminare nel vuoto, facendo finta di niente; dopo qualche passo, come colto all’improvviso da una sensazione strana, guarda di nuovo di sotto, ha conferma del suo presentimento, risolleva lo sguardo, sorriso, caduta. Diventare consapevoli del male rende vulnerabili. La consapevolezza produce il male.

Agli antipodi del coyote c’è Mister Magoo, l’omino in cappotto bombetta e bastone reso invulnerabile dalla potente miopia. Mister Magoo, affidandosi soltanto alla sua fiducia “cieca” nelle cose e nelle persone, attraversa un intero cantiere edile passando da un’impalcatura a un carico mobile a un asse trasportato da una gru, senza mai un’oscillazione o un cedimento, senza mai un’esitazione, posando sempre il piede sul pieno, incapace di cadere tanto quanto è incapace di essere consapevole. La sua inconsapevolezza costitutiva lo rende l’idiota perfetto, intatto, sostanzialmente “estraneo”. Essere consapevoli significa pretendere di stare dentro, rischiare di restare fuori, di cadere giù, di essere disarcionati dalla scrittura che indocile non sopporta un morso troppo stretto.

Al di là di queste considerazioni iniziali legate alla pratica dei laboratori di scrittura, vorrei adesso spostarmi in un’altra “zona” del ragionamento e parlare di alcuni modi concreti nei quali secondo me la consapevolezza può manifestarsi come evento dinamico e a suo modo rivoluzionario, un evento che prevede “anche” il controllo senza in nessun modo ridursi a esso.
Scelgo questo cambio di rotta perché un conto è, nei laboratori, provare a ricostruire, a partire da alcune tracce, l’esistenza e la consistenza di una consapevolezza (è un lavoro discutibile, opinabile, fragilissimo, come quello del paleontologo che ricostruisce la morfologia di un dinosauro a partire dai resti delle sue ossa pleistoceniche); un’altra cosa è provare a ragionare sulla consapevolezza nel suo accadere, nell’atto della scrittura. O, meglio, più che di ragionare si tratta di immaginare.

E da adesso in avanti preferisco mutare la desinenza e passare dal singolare al plurale. Al singolare, il termine (e la relativa condizione) assume subito un che di ideologico, sembra un regime, un elemento statico, definitivo, definitivamente raggiunto. Mutando la desinenza da -a ad -e, ragionando sulle consapevolezze, allora mi sembra di avere a che fare con un’esperienza davvero umana, perché il plurale moltiplicando relativizza, aumentando il numero dei riferimenti possibili toglie al contempo loro peso, permette il passaggio da una percezione dell’essere consapevoli come stasi a una percezione dinamica, in divenire.
La consapevolezza infatti non è istituibile, non può cioè venire intesa come insieme di norme e di regole da applicare sistematicamente a ogni scrittura. Se così fosse, una consapevolezza del genere, questa consapevolezza-regime, omologherebbe qualsiasi eterogeneità tra i testi, ricoprirebbe del medesimo monocromo, del medesimo mono-tono, le diverse scritture. Mi sembra quindi preferibile dire che ci sono tante consapevolezze quanti sono i testi scritti. Che ogni testo tende a produrre la consapevolezza che gli è necessaria, sistematica, selvatica, gelida, urente, ortogonale, paludosa, solidissima o del tutto mancante.

Desidero quindi parlare della consapevolezza “in azione”, provando a descrivere tre modi nei quali la consapevolezza si manifesta come epifania, affiorando e dispiegandosi dentro di noi.

(continua)

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2 Responses to Trilogia delle consapevolezze e dei sorrisi #1

  1. riccardo il 30 ottobre 2004 alle 13:20

    “Una condizione, questa, che riscontriamo in quegli scrittori-non scrittori potenzialmente dotati di uno sguardo visionario ma a tal punto assediati dalla consapevolezza da non potere mai neppure prendere in mano la penna, limitandosi a immaginare reiteratamente questo gesto, immobilizzati dalla propria coscienza di sapere nuotare fino al punto di non sapere nuotare. Pronti, dunque, all’annegamento”.

    A volte più semplicemente si è assediati dalla tradizione, che è stata talmente interiorizzata da trasformare la lotta in autolesionismo.
    L’ultimo traguardo dell’autolesionismo è il ritirarsi superbamente:sopravvalutarsi.
    Ma da questa situazione è possibile uscire?

  2. g-host il 11 novembre 2004 alle 16:38

    A parte i complimenti per il pezzo scritto benissimo (se una critica si può fare è forse l’utilizzo di un Baricco/Pickwick-style fin troppo evidente: certo si anticipa che il pezzo è stato preparato per la Scuola Holden e questo rende comprensibile la scelta stilistica), resta il rammarico per il fatto che l’autore non abbia proseguito il filo delle riflessioni accennate inizialmente sul tema “consapevolezza-amore/sua impossibilità”. Se è vero che, come capita a will coyote, raggiungere la consapevolezza, la consapevolezza razionale, dell’impossibilità dell’amore fa precipitare nel baratro del nichilismo (cfr. la morale del film, peraltro bellissimo, 2046: l’amore viene troppo presto -quando non si è preparati per assumersene le responsabilità e i rischi- o troppo tardi -quando siamo pronti noi ma non c’è più o non è pronta l’altra persona che vorremmo amare; l’amore perfetto è qualcosa che riguarda un futuro utopico ed è qualcosa di non accessibile agli esseri umani – l’amore è possibile solo nel 2046 e solo con degli androidi; ecc.); sarebbe interessante capire se e come è possibile “correre sul vuoto”, riuscire cioè a continuare a correre sul baratro del sentimento amoroso pur essendo in qualche modo consapevoli di stare appunto sospesi sul nulla, di stare correndo dei rischi mortali, come ad esempio l’annullamento della propria personalità nel tentativo di fondersi con quella di un’altra persona, tentativo peraltro statisticamente destinato al fallimento, così come era statisticamente improbabile che maradona riuscisse a fare il suo famoso gol agli inglesi.Che tipo di esitazione occorre sperimentare per poter continuare ad amare o almeno a credere nella possibilità dell’amore? Che ci permette di evitare di non ripetere gli errori del passato, di sbagliare il gol per pochi millimetri o mancare all’appuntamento amoroso per una qualche insignificante minuzia o equivoco o falso problema, e trovare una strada diversa, non fallimentare? C’è un sorriso che non è il sintomo della consapevolezza della fine, ma il segno che l’impossibile talvolta è possibile? Non so se mi sono spiegato.



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