Trilogia delle consapevolezze e dei sorrisi #3 e fine

di Giorgio Vasta

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Conclusione con sorrisi
Tre consapevolezze, tre sorrisi. Due, quello di Platini e quello di Zidane, espliciti. Uno, quello di Maradona, immaginato, immaginabile, che forse sono io a imporgli ma che suppongo fisiologico, inevitabile, affiorargli alle labbra appena colpito il pallone che supererà Shilton. Più almeno un altro sorriso, quello disperato del coyote che scopre di essere, con tutta la sua consapevolezza, troppo pesante per il vuoto.
La consapevolezza che emerge in forma di sorriso.

Mi vengono in mente altri due sorrisi, entrambi cinematografici, sensibilmente diversi tra loro ma entrambi intensissimi e rivelatori.

Il primo è quello di Jack Nicholson/Jack Torrance nel finale di Shining. Si tratta di un sorriso raddoppiato, declinato due volte, in due forme leggermente diverse. La prima forma è il sorriso ghiacciato, il ghigno mineralizzato di Nicholson nel labirinto di neve, dopo l’inseguimento di Danny. È un sorriso aspro, furioso, sulfureo, dal basso verso l’alto, sostenuto dai contrafforti delle sopracciglia inarcate, circonflesse, le tracce bianche di brina sugli zigomi, sul mento. Il sorriso di chi ha compreso perfettamente che dal labirinto, anche quando si viene fuori, non si viene fuori, che tutta la vita – le paure, le ambizioni – altro non era se non una trappola cordiale, un reticolo di abbagli, di esaltazioni e di crolli. Essere questo, questo sorriso, è la fine ma era l’inizio.
La seconda forma è invece quella del sorriso, sempre di Nicholson/Torrance, nella fotografia su una parete dell’Overlook Hotel, un sorriso immerso in mezzo ad altri sorrisi in bianco e nero, un coro di volti felici che guarda verso l’alto, verso l’obiettivo della macchina fotografica, uno scatto che interrompe per un momento la festa, il sorriso dei morti che ci guarda. È la vertigine del senso, dell’intelligibilità, una condizione analoga, mutatis mutandis, a quella già descritta di Zinedine Zidane. Quando la consapevolezza satura se stessa, quando non c’è più niente da comprendere, nessuno spazio, nessun tempo, allora si sorride così.

Il secondo sorriso cinematografico è quello di Robert De Niro nell’ultima scena di C’era una volta in America, quando Noodles è nella fumeria d’oppio, semidisteso sul fianco destro al centro della stanza, e a un certo punto guarda verso la macchina da presa che gli si avvicina – l’inquadratura è schermata da un velo chiaro che opacizza l’immagine – lo prende in un primo piano, gli occhi stretti dai quali proviene un baluginio incerto, frammentato, un sorriso umido (anche in questo caso si vira verso il ghigno, ma senza l’asprezza di Nicholson), spaesato, oscillante, incapace di darsi un baricentro e costretto ancora a vagare, a cercare, gli occhi sempre più piccoli e bagnati, due miniature di acqua scura lampeggiante che paradossalmente danno un senso di cecità, di qualcuno che vedendo non vede, che non vedendo vede. È come se due constatazioni diverse coincidessero in quel sorriso: un “Ecco!” perentorio, la presa di coscienza che di questo, proprio di questo si trattava, e un “Tutto qui!?”, si trattava soltanto di questo?, di nient’altro che questo?

In Intermission, un pezzo contenuto in Paura e desiderio, Enrico Ghezzi descrive più volte, quasi ossessivamente, questo sorriso di De Niro: “… il primo piano estenuato di Robert De Niro che ride inebetito nella fumeria d’oppio, inebetito e estatico, inconsapevole schiavo di una storia liberato nel sorriso stanchissimo e profondo di chi sta sognando in una tutte le storie, con l’impassibile compassione di un buddha (un buddha statua assisteva, nella fumeria)”, “… l’invito a immergersi nel gorgo fisso del sorriso finale di De Niro…”, “… il sorriso in macchina di De Niro è la spaventosa e affascinante consapevolezza e compassione che ci prende alla fine di qualunque cosa, quando è infine finita. Disperata serenità, e un’ironia inevitabile, la sola che permette di ricominciare il circuito.”, “… il sorriso madre di tutte le storie…”, “Quel sorriso è un falso movimento”.

Inebetito ed estatico. Stanchissimo e profondo. La consapevolezza alla fine di quel che ha una fine.

La consapevolezza è un dubbio. Un dubbio che sorride.

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7 Commenti

  1. Superbo questo pezzo (una domanda ai responsabili: siete sicuri che questo sistemare gli interventi spezzettati partendo dal basso sia utile alla fruizione?).

    Aggiungerei che la consapevolezza “bendata” di Maradona, l’ironia bonaria di Platini e la rassegnazione serena di Zidane sono profondamente Zen.

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