I “misteri” di Piazza Fontana

13 febbraio 2005
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Intervista al giudice Guido Salvini
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Il 12 dicembre 1969, l’esplosione di una bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provocò diversi morti e cambiò la storia d’Italia. Fu una “strage di stato”, come venne immediatamente definita dalla sinistra extraparlamentare. Grazie a un lavoro efficace di controinformazione, che sfociò nel libro “Strage di stato” (vedi qui), nacque nel paese una controspinta rispetto ai disegni occulti di strategia della tensione, il cui intento era di incolpare dell’attentato gruppi anarchici o maoisti e decretare lo stato d’emergenza.
In vista dell’incontro “Giornalismo e verità ” che si terrà sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano (via Gaudenzio Ferrari 11) pubblichiamo un’intervista al giudice Guido Salvini, il magistrato che dal 1989 al 1997 ha indagato nei misteri della strage di piazza Fontana e degli altri attentati del ’69.

D: A quali risultati hanno portato le sue indagini, quali le novità di questo processo?

SALVINI: Le indagini condotte in questi ultimi anni hanno consentito, inizialmente, di riannodare i fili di indagini più vecchie e di mettere alla luce, con nuove testimonianze, degli episodi emblematici che erano di collegamento con i più gravi episodi di strage. Siamo partiti dal mettere a fuoco episodi che costituivano il prodromo dei fatti di strage. Ne cito rapidamente alcuni.

Ad esempio sono stati acquisiti i nastri, sino a quel momento occultati, sul golpe Borghese e sul tentativo di golpe della “Rosa dei Venti” che solamente nel 1992 il capitano Labruna del SID ha consegnato alla magistratura, in forma integrale e con i nomi che nel ’74 la direzione del SID aveva cancellato. È stato possibile mettere a fuoco episodi di collegamento, ad esempio la vicenda dell’arsenale di Camerino. Un arsenale con armi ed esplosivi che fu scoperto nel 1972, fu attribuito subito a gruppi di estrema sinistra e invece abbiamo scoperto che era stato preordinatamente allestito da personale del SID e dei Carabinieri. Abbiamo potuto approfondire altri episodi importanti quali la fornitura di armi, da parte di esponenti del Comando Divisione Pastrengo dei Carabinieri, al gruppo MAR, Movimento di Azione Rivoluzionaria, di Carlo Fumagalli che operava, all’inizio degli anni ’70, per un progetto di colpo di stato, di intesa e con la collusione di parte del mondo militare.

Quindi siamo partiti da episodi emblematici che ci hanno consentito poi, progressivamente, di arrivare al cuore dei fatti più gravi, e cioè, le stragi.

D: Come si inserisce l’attentato di Piazza Fontana nella strategia della tensione?

SALVINI: È il punto culminante di una strategia che si è concretizzata prima con gli episodi minori che ho citato e che si è sviluppata poi con gli attentati ai treni che hanno preceduto Piazza Fontana, nell’agosto del 1969: dieci bombe collocate su treni nel pieno periodo delle ferie estive per creare un clima di terrore. Certamente la strage che poi seguì non era solo il gesto di qualche neofascista o neonazista più esaltato di altri, ma aveva un progetto politico di fondo: se non direttamente un golpe, sicuramente la creazione di una situazione di governo forte, di governo autoritario. Parallelamente alle stragi che vi sono state, da Piazza Fontana al colpo di coda di Brescia, vi sono stati progetti di svolte autoritarie o golpiste che man mano nel corso delle indagini sono venute alla luce. Quindi le stragi all’interno di un progetto politico di cui comunque bisogna ancora definire molti contorni.

D: Qual è il significato della sentenza di condanna recente per la strage di Via Fatebenefratelli?

SALVINI: È quasi passato sotto silenzio che per uno degli episodi di strage, e mi riferisco alla strage dinanzi alla Questura di Milano, del 17 maggio 1973, quando una bomba fu lanciata da Gianfranco Bertoli contro la folla che assisteva ad una manifestazione, presente l’On. Rumor, si è avuto un primo positivo riscontro processuale con una condanna pronunziata dalla Corte d’Assise nel marzo 2000. Ciò è molto importante perché quando iniziammo queste indagini vi era un forte scetticismo. L’opinione pubblica, sovente era stata portata a pensare: “tanto anche questa volta le indagini, anche se condotte con impegno, finiranno in niente”.

Così non è stato e per quella strage vi sono state quattro condanne all’ergastolo e altre condanne minori, pronunziate dalla Corte d’Assise di Milano nei confronti di elementi di Ordine Nuovo o collegati ad Ordine Nuovo, individuati come i mandanti e gli organizzatori della strage materialmente commessa da Gianfranco Bertoli. Quindi un primo risultato che sicuramente dà il senso del valore del lavoro che si è fatto fra tante difficoltà e che contribuisce ad aprire uno squarcio di verità non solo giudiziaria ma anche storica su un pezzo della nostra storia.

D: Quali furono le dinamiche di infiltrazione e strumentalizzazione degli anarchici di Milano e di Roma?

SALVINI: Dobbiamo fare un passo indietro. Abbiamo appena parlato della strage del 1973, ma Piazza Fontana è di quattro anni prima, è del 1969. Ma dagli atti emerge che il progetto di strage, o comunque il progetto di una serie di attentati gravi a catena, da attribuire a gruppi maoisti o anarchici, era un progetto iniziato ancora parecchi mesi prima. Tanto è vero che sia Avanguardia Nazionale sia Ordine Nuovo infiltrarono loro elementi nei gruppi di estrema sinistra, soprattutto anarchici a Roma, ma anche filocinesi a Milano e in Veneto, con la precisa finalità di studiarne i movimenti, facilitando il lavoro di controllo della polizia giudiziaria, e parlo soprattutto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni.

In questo modo questi uffici divennero in grado di dirigere, conoscendo dall’interno come si muovevano questi piccoli gruppi spesso con scarso controllo sui propri militanti, immediatamente la magistratura sull’ipotesi di colpevolezza di questi gruppi che erano i capri espiatori della strategia. Vi fu ad esempio un fatto singolare: in un piccolo gruppo, come il “22 Marzo“, che si formò a Roma pochi mesi prima della strage, sia Avanguardia Nazionale sia l’ufficio Affari Riservati, avevano collocato dei loro uomini in quanto ciò serviva a seguire le mosse di coloro che poi avrebbero dovuto essere consegnati alla magistratura, nonostante la loro non colpevolezza.

D: Molti, non solo la sinistra extraparlamentare, hanno parlato di strage di Stato. In che modo le sue indagini avvalorano questa tesi o la contrastano?

SALVINI: La strage di Stato è il titolo del lavoro di controinformazione che uscì già pochi mesi dopo la strage di Piazza Fontana. Io credo che, pur nella sua incompletezza, questa espressione abbia comunicato molto di vero, proprio alla luce di quello che ho appena detto. Quando si collocano all’interno di gruppi che poi devono essere colpiti dalle indagini, degli infiltrati che devono seguire le mosse delle future vittime delle indagini stesse, non si può dire che non ci siano responsabilità istituzionali. E lo stesso quando si fanno scomparire testimoni importanti.

Abbiamo parlato poco fa del capitano Labruna. Il capitano Labruna, ebbe l’incarico, quando le indagini, fallite quelle sugli anarchici, alla fine si portarono decisamente nel 1972, sui gruppi di estrema destra, grazie al lavoro dei colleghi Calogero e Stiz, ebbe l’incarico dai suoi superiori, di far espatriare Marco Pozzan di Ordine Nuovo e Guido Giannettini agente del SID, affinché fossero sottratti agli interrogatori dell’autorità giudiziaria.

Per questo episodio vi è la condanna definitiva della Corte d’Assise di Catanzaro. In generale quando noi possiamo inanellare decine di episodi simili che sono emersi nel corso delle nostre indagini e hanno spesso aggiunto pezzi di verità a quello che era emerso dalle vecchie, è difficile negare che sia anche strage di Stato. Nel senso che lo Stato invece di reprimere, con buona parte dei suoi apparati, ha colluso con chi stava progettando le stragi, ha difeso chi le aveva compiute dal pericolo di essere incriminati e ha fatto fuggire, quando necessario, i testimoni. Quindi l’espressione, anche se può apparire molto forte, e se poteva sembrare una forzatura politica all’epoca, è in fondo confermata da tanti nuovi elementi. E quindi sul piano storico politico ha un senso profondo di verità.

D: Ci sono state piste false e depistaggi fin dall’inizio. Come sono state ostacolate le indagini nel corso del tempo dalla classe politica?

SALVINI: Io voglio ricordare che i nastri che il capitano Labruna ci ha consegnato solo nel 1992, non erano ignoti alla classe politica. Tanto è vero che furono ascoltati e commentati in buona parte in uffici di ministri di allora. In questi nastri c’erano i nomi di militari di alto livello, esponenti anche del mondo industriale e della massoneria, coinvolti in tentativi come il golpe Borghese, che non erano tentativi da operetta come si è voluto far credere.

Eppure questi nastri sono stati occultati nonostante che il mondo politico li conoscesse. Lo stesso vale a dire per operazioni come la fuga di Giannettini, lo stesso vale a dire per tanti altri episodi, quali l’occultamento di corpi reato che si è scoperto solo recentemente. Presso il ministero dell’Interno vi erano centinaia di faldoni addirittura parti di corpi di reato utili per la magistratura, che non sono arrivati se non pochi anni fa, all’autorità giudiziaria. Quindi è difficile pensare che il mondo politico non fosse al corrente del compromesso che era avvenuto, un compromesso di cui era oggetto anche la non perseguibilità di fatto degli autori delle principali stragi. Purtroppo su questo versante sono stati fatti pochi passi.

Abbiamo avuto nuovi testimoni di Ordine Nuovo, abbiamo avuto testimoni, anche se a livello medio basso, dei Servizi di allora come il capitano Labruna, ma nessuna voce di verità da quella parte del mondo politico che ancora oggi è vivente e che potrebbe testimoniare sui compromessi di allora. Non abbiamo avuto nessun uomo politico come testimone di rilievo nell’aiutarci a proseguire lungo la strada della verità. Ci siamo fermati a livello operativo o a livello militare. Il compromesso politico di quegli anni è un argomento ancora largamente insondato e che potrà forse essere oggetto di analisi nelle relazioni della commissione stragi.

D: Come mai l’ambiente politico, che era almeno apparentemente più interessato, alla verità sulle stragi oggi invece ostenta indifferenza verso le sue indagini?

SALVINI: Le indagini del mio ufficio sono forse arrivate politicamente in ritardo, e vorrei spiegare quale può essere la ragione. Se avessimo svolto questo lavoro dodici; quindici anni fa sarebbe stato seguito con impegno, con simpatia da quell’ opposizione che aveva sempre fatto della denunzia delle collusioni e complicità un cavallo di battaglia e un argomento forte di critica alle forze che in Italia avevano governato per quarant’anni. Oggi non è più così.

Nelle ultime indagini si è messo a fuoco il ruolo delle basi americane in Veneto della NATO, che sono coinvolte nei fatti più importanti della strategia della tensione, in particolare addirittura che elementi di Ordine Nuovo entravano e uscivano dalle basi, svolgendo con una doppia veste attività di informazione, mentre si stavano preparando gli attentati. Recentemente l’ordinovista Carlo Digilio ha parlato di rapporti diretti fra suo padre, anch’egli agente americano e il capo dell’OSS in Italia, James Angleton. Notizie di questo tipo, cioè che gli agenti americani e ordinovisti agissero in sintonia, dodici o quindici anni fa, avrebbero provocato un terremoto. Interpellanze parlamentari, richieste di chiarimento al governo alleato degli Stati Uniti, campagne di stampa. Invece non è accaduto nulla a mio avviso per un motivo molto semplice.

Quando le forze di opposizione, nel 1996 e cioè nel momento del primo sviluppo di queste indagini si sono legittimate al governo, probabilmente non intendevano disturbare, creare problemi, rimestare avvenimenti considerati vecchi e ormai superati, davanti al principale alleato dell’Italia rispetto al quale bisognava mostrarsi comunque come una forza di governo “responsabile”. Così è accaduto che su queste novità che riguardano in particolare il ruolo della NATO nella strategia della tensione è caduto un assoluto silenzio e se noi pensiamo a quello che sarebbe avvenuto invece in passato, è veramente sconcertante il fatto che nessuno abbia fatto nemmeno la più limitata protesta davanti a queste emergenze veramente impressionanti. Solo recentemente qualcosa in termini di interesse a quanto si è scoperto sembra essere nuovamente cambiato. Mi riferisco, ad esempio, alla relazione del gruppo DS della Commissione Stragi presentata nello scorso giugno.

D: In relazione alla polemica relativa all’apertura degli archivi del Viminale, l’allora ministro degli Interni Napolitano venne accusato di voler coprire gli informatori coinvolti nella strategia della tensione, quale è stata all’epoca la sua esperienza diretta?

SALVINI: Il ministro degli Interni viene scelto per una serie di intese politiche, spesso, come sappiamo cambia rapidamente, e difficilmente può impadronirsi di una situazione che si è stratificata negli anni, perché esiste una burocrazia, esiste un sistema di gestione di notizie e di archivi che certamente il ministro, in pochi mesi, non è nemmeno in grado di percepire. Si poteva fare forse qualcosa di più, anche da parte del ministro che lei ha citato, ma certamente si è trovato di fronte a qualcosa che era sedimentato in quasi trent’anni di voluta non informazione degli avvenimenti più gravi che sono oggetto di queste indagini.

È stato necessario il lavoro di un perito, il dottor Aldo Giannuli, che ha esplorato per noi negli archivi del ministero degli Interni, per far venire alla luce tanti faldoni, tanti documenti per scoprire parti sin ora inesplorate di quelle che erano le attività informative dell’epoca. Ed è proprio qui fra l’altro che sono emersi gli atti relativi a quell’opera di infiltrazione negli ambienti anarchici e di direzione delle indagini su quegli ambienti. In sostanza la polizia sapeva che gli anarchici non c’entravano e aveva manovrato infiltrati all’interno di essi, per colpirli e quei documenti sono rimasti sepolti fino a pochi anni fa.

Vi ricordo un altro episodio paradossale. In questi archivi il nostro perito quattro anni fa ha trovato addirittura alcune parti di un ordigno, che faceva parte di una di quelle dieci bombe deposte nell’agosto 1969 in altrettante stazioni o treni. Quella parte di ordigno che invece di essere consegnata alla magistratura era rimasta in un faldone del ministero degli Interni. È evidente che allora, se la magistratura avesse avuto allora questi reperti, facendo delle comparazioni avrebbe potuto raggiungere qualche risultato in più. Oggi è ormai troppo tardi anche se deve farci porre tante domande il fatto che sulla scrivania dei magistrati pezzi di una bomba collocata trent’anni fa siano arrivati nel 1996.

D: Qual è stato l’atteggiamento dell’ex ministro della Giustizia Diliberto nei confronti della sua inchiesta e della sua persona?

SALVINI: Lei mi pone una domanda difficile. Io posso dirle che l’indagine del mio ufficio ha avuto una serie impressionante di ostacoli dovuti a ragioni in relazione ai quali forse altri un giorno riusciranno a capire, se si sia trattato di motivazioni soggettive o di una vera e propria strategia politica. Sta di fatto che il mio ufficio dal 1995, per anni, mentre stava svolgendo gli interrogatori più importanti e irripetibili, è stato bersagliato letteralmente da esposti, azioni disciplinari, interventi del Consiglio Superiore della Magistratura o della Procura generale presso la Cassazione, che hanno rischiato di paralizzare il lavoro che stavamo svolgendo.

È chiaro che quando ti devi difendere da falsità, calunnie, vere e proprie manipolazioni di documenti, resta pochissimo tempo per condurre gli interrogatori e svolgere gli accertamenti e le perizie prima che scada il termine per le indagini. È stato uno stillicidio, letteralmente, che abbiamo dovuto subire e forse i prossimi anni daranno una risposta anche alle ragioni di ciò.

Certamente avrei sperato che la presenza del nuovo ministero ponesse fine a questa attività di disturbo, quasi di sabotaggio nei confronti delle indagini sulle stragi. Ma ciò non è avvenuto ed anzi in buona parte è proseguito. Tanto che il ministro personalmente ha impugnato in Cassazione, la mia assoluzione dalle accuse che erano state mosse contro di me presso il CSM. Un’impugnazione simile non avviene quasi mai, la Corte di Cassazione mi ha dato ragione, la richiesta del ministro, in ottobre, è stata completamente respinta, ma a causa di ciò ancora per mesi e mesi, il dibattimento in corso è stato esposto a possibili utilizzi strumentali di tale iniziativa da parte dei difensori degli ordinovisti.

D: Dunque lei viene da alcune parti ostacolato. Lei stesso quando il procuratore generale della Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca ha promosso l’azione disciplinare contro di lei, ha dichiarato al Corriere della Sera: “L’hanno fatto per affossare definitamente le mie indagini”, chi l ‘ha fatto e perché?

SALVINI: Io posso solo risponderle con parole che non sono mie, ma sono le parole di Delfo Zorzi e di un altro militante di Ordine Nuovo intercettati nei giorni in cui, nel ’97, era uscita sulla stampa la notizia delle azioni disciplinari della Procura Generale della Cassazione contro di me. Le precise parole fra colui che è indicato come il presunto autore materiale della strage di Piazza Fontana, e il suo interlocutore del suo stesso ambiente, nel commentare l’azione della Procura Generale, sono state: “È roba da leccarsi i baffi”.

Ciò che è avvenuto è qualcosa di sconcertante: una buona parte della magistratura invece di sostenere chi stava svolgendo un’azione investigativa difficile, che non era stato possibile portare a termine trent’anni prima, ha cercato in tutti i modi di colpire con azioni del tutto infondate, chi stava impegnandosi per poter raggiungere la verità.

Faccio solo un esempio fra i moltissimi possibili, che ritengo giusto sia conosciuto. Nel ’95, quando stavamo giungendo al cuore delle cellule eversive, un capo di Ordine Nuovo, il dottor Carlo Maria Maggi, per allentare la pressione presentò un esposto, sostenendo di essere stato sottoposto dai miei investigatori a pressioni o abusi. Ma contemporaneamente vi erano delle intercettazioni, svolte dalla Procura di Milano, da cui emergeva che l’esposto era fasullo, un inganno suggerito a pagamento da altri militanti che stavano all’estero al fine proprio di mettere in difficoltà chi stava indagando. Nelle intercettazioni era quindi chiarissimo che fosse un esposto strumentale. Ebbene queste intercettazioni non furono mai trasmesse né a chi, a Venezia, aveva aperto le indagini contro di noi, né alla Procura Generale, in modo tale che noi fossi per anni delegittimati da questo sospetto. Ci sono voluti più di tre anni, anche per colpa delle omissioni altrui, perché questo procedimento si disintegrasse, ma ormai il danno era fatto.

Ora io mi chiedo: è possibile che la magistratura, scoprendo di essere caduta nel tranello di un elemento ordinovista che stava cercando di colpire un magistrato, che era vicino a simili risultati, abbia potuto tenere in un cassetto la prova della manovra contro di lui. È un episodio sconcertante. All’interno della magistratura non c’è stata collaborazione, favorendo in questo modo i presunti autori delle stragi, che speravano di restare impuniti.

D: C’è stata una fuga di notizie che le ha creato notevoli difficoltà. Chi ha avuto interesse a farlo?

SALVINI: Effettivamente la scelta di collaborazione di Martino Siciliano e il fatto che Delfo Zorzi fosse indagato per la strage sono stati resi anticipatamente noti dalla stampa di Venezia fra l’ottobre e il novembre ’95, quando le indagini erano ancora segrete e in pieno svolgimento. Il danno è stato enorme e chi aveva a cuore queste indagini, soprattutto i parenti delle vittime, deve sapere che questa operazione ha impedito in modo irreversibile il raggiungimento di molti risultati.

La fuga di notizie è avvenuta certamente nell’ambiente giudiziario veneziano, insofferente per le indagini del mio ufficio che stava seguendo una pista autonoma rispetto a quella di Gladio e per di più le notizie sono state fornite in modo manipolato e tale da delegittimare agli occhi dei possibili testimoni le indagini che stavamo conducendo.

Se ne deve trarre un’amara conclusione: se la ragione dell’istituzione della Commissione Stragi è scoprire perché vi è stata per anni la mancata individuazione degli autori delle stragi una parte della risposta a questa domanda di verità deve essere cercata per i tempi recenti anche all’interno della magistratura. Bisogna laicamente disfarsi del pregiudizio secondo cui il ruolo della magistratura, in questo settore, è stato sempre immune da vizi e la colpa dei mancati o solo parziali risultati è solo dei poteri occulti o comunque di altri.

Non vi sono stati solo situazioni di “concorrenza” tra uffici ma anche, più frequentemente, disinteresse e sottovalutazione dei possibili risultati di queste indagini soprattutto da parte dei capi degli uffici. Vi farò solo un brevissimo esempio di quanto si è verificato nel mio stesso ufficio a Milano.

Ho avuto la netta percezione che la mia indagine non interessasse a nessuno, benché proprio Milano fosse la città colpita dalla strage e che si preferisse che l’indagine fosse lasciata morire in modo indolore. Forse, anche per questo, in quegli anni si è avuto cura di riempirmi di altri processi, come se l’indagine sulla strage non esistesse. Voi potete immaginare che se hai centinaia di casi da trattare, un lavoro approfondito e continuativo come richiede l’indagine su un fenomeno eversivo con alle spalle un contesto istituzionale, diventa quasi impossibile. Cercare di impedire materialmente ad un giudice di avere lo spazio per lavorare porta oggettivamente al rischio di insabbiamento di un’indagine.

D: Lei critica il ruolo fondamentale che ha attribuito la maggior parte dei suoi colleghi alla struttura Gladio, nelle indagini, mirate a scoprire la verità sulla strategia della tensione. Perché, secondo lei, questa pista non ha portato alla verità sulle stragi?

SALVINI: Io voglio premettere che ho ritenuto sempre molto importante svolgere un’attività di indagine completa sull’organizzazione Gladio, che non era nota fino al 1990 e di cui i cittadini italiani non conoscevano l’esistenza. Ritengo però che forse uno degli errori di fondo del metodo delle indagini sulla destra eversiva, sia stata un’eccessiva sovradeterminazione dell’ipotesi Gladio. Nel senso che è stata giusta una messa in chiaro completa di un’organizzazione ufficiale ma occulta che non rispondeva al Parlamento ma nello stesso tempo, trascinati da una sorta di entusiasmo, vi è stato un grave errore di impostazione, quando si è pensato che indagando su Gladio si sarebbe arrivati alla verità sulle stragi.

Questo non poteva essere vero perché la struttura Gladio non ha avuto alcuna diretta interessenza con gli episodi di strage. È questo l’errore in cui sono caduti alcuni magistrati quando hanno a lungo ipotizzato che addirittura l’attentato di Peteano fosse stato commesso con l’esplosivo di un Nasco.

In realtà solo le cellule di Ordine Nuovo, con un diverso tipo di appoggi, potevano essere state le cellule operative degli attentati e, seguendo l’ipotesi Gladio molte indagini sono finite in un vicolo cieco.

Soprattuto l’errore maggiore è stato ipotizzare che Vincenzo Vinciguerra, autore dell’attentato di Peteano, potesse essere un gladiatore o comunque un esecutore al servizio di apparati dello stato, dimenticando che quella di Vinciguerra è stata un’azione autonoma, una sorta di azione di guerra, non assimilabile alle stragi e proprio per questo egli ha voluto rivendicarla con le sue dichiarazioni e i suoi scritti, svelando anche la strategia dei “camerati” che avevano invece agito in collusione con lo stato.
Qualificando Vinciguerra come un “gladiatore”, si è rischiato di perdere una voce importante per la ricostruzione della storia di quegli anni e non si è reso omaggio alla verità.

Anche in questo senso l’indagine del mio ufficio che non ha cercato di appiccicare a Vinciguerra etichette improprie e non ha perso così il suo contributo alla ricostruzione dei fatti, non è stata molto gradita e le conseguenze si sono viste.

D: Parliamo di Zorzi. In questo quadro ostile, come valuta che l’ex ministro Diliberto abbia chiesto l’estradizione di Zorzi?

SALVINI: Voglio ricordare che si è pervenuti a questa richiesta solo perché il problema è stato posto all’attenzione non solo del mondo giapponese ma anche del nostro mondo politico da un singolo giornalista, il quale, come talvolta avviene, è riuscito a far riemergere la questione.

Il giornalista del Manifesto, corrispondente dal Giappone, il quale è riuscito a fare qualcosa che in piccolo ricorda altre situazioni di giornalismo di indagine, come in alcuni casi nella stampa americana. Si deve a lui, dopo due anni di silenzio, nei confronti di Delfo Zorzi, raggiunto da un ordine di custodia ineseguito perché si trova in Giappone ed è cittadino giapponese, il nostro ministero ha infine inoltrato un dossier completo di richiesta di estradizione.

Quindi l’iniziativa dell’ex ministro è stata molto importante, perché poteva mettere in luce ad esempio il fatto che forse Delfo Zorzi aveva ottenuto la cittadinanza giapponese con dichiarazioni non corrispondenti a verità e quindi questa cittadinanza poteva essere revocata e forse l’estradizione concessa. Ma, anche se importante, tale richiesta è giunta molto tardivamente e se un giornalista non avesse da solo acceso i riflettori sul caso in Italia e in Giappone, probabilmente di una richiesta di estradizione non avremmo mai sentito parlare neanche nel momento in cui il processo per Piazza Fontana si apriva davanti alla Corte d’Assise di Milano.

D: Ci può spiegare quale fu il ruolo di Zorzi nella strage di Piazza Fontana?

SALVINI: Devo premettere per correttezza che la magistratura milanese ha rinviato a giudizio Delfo Zorzi, Carlo Maggi, Giancarlo Rognoni e il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, per concorso nella strage di Piazza Fontana e negli attentati che sono avvenuti quel giorno anche a Roma. Però si tratta di rinvii a giudizio, per cui non vi sono affermazioni di colpevolezza che potrebbero giungere solo dalla Corte di Assise di Milano al termine di un dibattimento che si preannuncia molto lungo e ricco di testimoni.

Fatta questa premessa, per cui non c’è nulla che possa oggi essere affermato in termini di certezza giudiziaria, il ruolo di Delfo Zorzi così come delineato dalle indagini, è quello di essere uno degli esecutori materiali della strage. Cioè uno di coloro che materialmente giungendo a Milano dal Veneto, e ovviamente in accordo con i camerati milanesi, entrò nella banca per deporre l’ordigno che poi esplose nel pomeriggio del 12 dicembre. Quindi un ruolo prettamente operativo. Digilio invece ha ammesso di aver partecipato alla preparazione degli ordigni e nel contempo di aver svolto un ruolo di informatore per le basi americane. Poi, risalendo nella scala delle responsabilità, si è arrivati al dottor Maggi che invece in quanto capo di Ordine Nuovo per tutto il Veneto, avrebbe avuto un ruolo di organizzatore. Di sopra e più in alto, per il momento non si è andati.

D: In che modo Zorzi è riuscito a rimanere intoccabile in Giappone in questi anni e che cosa è cambiato oggi?

SALVINI: Un elemento che posso riferire perché è stato poi oggetto del dibattito che vi è’ stato nel Parlamento giapponese quando il caso è stato posto all’attenzione grazie all’impegno del giornalista Pio D’Emilia, è questo. Voi sapete che il Giappone è un paese molto chiuso, molto geloso della propria identità, in cui raramente e solo con procedure molto lunghe, lo straniero, anche europeo, ottiene la cittadinanza giapponese. Dal dibattito del Parlamento, quando vi sono state interrogazioni parlamentari sul caso Zorzi, è emerso invece che la sua cittadinanza giapponese è stata acquisita con una pratica, una procedura , molto rapida di pochi mesi e senza grosse difficoltà, nonostante che Zorzi avesse avuto anche una condanna definitiva ad esempio, per detenzione di armi ed esplosivi. Questo dato, che è emerso, ripeto, da interrogazioni parlamentari, fa pensare certamente a coperture non indifferenti che questi possa aver avuto.

D: Comunque c’è una cosa che accomuna tutti i processi sulla strategia della tensione: i mandanti politici italiani non sono mai stati sul banco degli imputati. Non crede che anche i risultati delle sue indagini rechino pochi elementi su questo piano?

SALVINI: Indubbiamente è stata scarsa di risultati la piena comprensione del progetto politico sottostante le stragi. Però vi è stata ugualmente una grossa novità. Abbiamo parlato dell’attentato commesso da Bertoli nel ’73 dinanzi alla Questura di Milano e l’obbiettivo di questo attentato avrebbe dovuto essere il ministro Mariano Rumor, che stava uscendo in quel momento dalla Questura dopo una cerimonia. Per l’organizzazione di questo attentato sono stati condannati alcuni elementi di Ordine Nuovo, i quali sarebbero stati i mandanti di Gianfranco Bertoli, aiutandolo nell’addestramento, nell’acquisizione della bomba a mano e nel viaggio a Milano. Si è scoperto che questo episodio si collega in modo molto netto con la strage di Piazza Fontana, perché, come ha raccontato Digilio, si confidava che l’onorevole Rumor, allora presidente del consiglio, dopo la strage del 12 dicembre, avrebbe decretato lo stato d’emergenza e quindi dare un obiettivo sbocco politico agli attentati.

Tuttavia di fronte alla grande reazione che ci fu, dopo la strage, soprattutto il giorno dei funerali delle vittime con una grande mobilitazione sindacale e popolare, la decretazione dello stato d’emergenza divenne impossibile e il presidente del consiglio non adottò alcun provvedimento. Probabilmente per questa ragione l’onorevole Rumor fu poi l’obiettivo del fallito attentato del ’73 che fece comunque vittime tra le persone che erano presenti alla cerimonia.

Questo collegamento dà il senso del magma politico sottostante gli attentati e probabilmente, si fronteggiavano un’ala che intendeva direttamente passare a un giro di vite autoritario nel sistema politico italiano; e un’ala più moderata che pensava ad una soluzione più cauta: niente stato di emergenza ma neanche l’immediata evidenziazione dei veri colpevoli collocati a destra e di chi aveva inteso proteggerli. Quest’ala in quel momento fu costretta forse ad un compromesso con le forze dell’opposizione, che all’epoca erano rappresentate dal partito comunista. Vi è forse qualcosa di non detto, che non è mai venuto alla luce, nei convulsi incontri politici di quei giorni, ad altissimo livello e sarebbe molto importante che qualcuno di coloro che ne sono stati protagonisti parlasse, ma purtroppo da parte del mondo politico non è venuta nessuna testimonianza.

D: Come si pone lei nei confronti della gestione del segreto di stato da parte del governo?

SALVINI: Vede, quello del segreto di stato è un falso problema. È un ritornello che spesso anche in comizi e commemorazioni che ricordano fatti di strage, viene agitato e sempre ottiene il facile applauso perché tutti sono contro il segreto di Stato, ma in realtà è un modo non corretto di informare l’opinione pubblica.

Il segreto di stato in realtà non esiste, nel senso che già da vent’anni, nel 1977, una legge ha impedito di opporre ai magistrati il segreto di stato in materia di reati di strage o di eversione ed effettivamente come tale non è più stato opposto. Non essendo più opponibile, i magistrati non possono più sentirsi dire: “questo documento, questo reperto, questa fonte informativa non ve la diamo perché c’è il segreto di stato”. Il problema semmai è un altro, cioè la vigenza una sorta di segreto di fatto. Nel senso che non viene detto: “questo materiale non te lo consegno”, ma la situazione degli archivi, il voluto disordine, la confusione e il disinteresse, impediscono di trovare quel materiale, sempre che non sia stato dolosamente distrutto in passato, che sarebbe ancora utile alle indagini e che è stato disperso magari in, venti o venticinque anni fa luoghi periferici e che quindi di fatto non è possibile né trovare né consultare. Ho ricordato nel corso di questa conversazione che solamente quattro anni fa il perito nominato dal mio ufficio, insieme ai faldoni in cui si parlava dell’infiltrazione da parte dell’Ufficio Affari Riservati nel mondo anarchico, trovò fra l’altro anche una parte dell’ordigno deposto in una stazione di Pescara nell’agosto 1969. Questo materiale era abbandonato in un deposito periferico in modo che di fatto fosse segreto, perché non era possibile trovarlo con la probabile volontà, quindi, di rendere non raggiungibile del materiale utile e chi aveva operato in quel senso lo aveva fatto con una precisa volontà: rendere non raggiungibile del materiale utile.

Quindi il problema è semmai, svolgere un’attività di indagine approfondita, un setaccio completo del materiale documentale disponibile, come noi abbiamo tentato di fare in questi anni, in tutti gli archivi pubblici e privati. Sarebbe stato importante seguire questa linea e invece non limitarsi a ripetere ritornelli inutili come quelli del segreto di Stato o della sua abolizione. È già abolito.

D: Cosa ci può dire su Pinelli?

SALVINI: Nelle nostre indagini non è emerso nulla di nuovo, sulla morte di Giuseppe Pinelli, in questura il 15 dicembre del 1969. Si può fare solo una riflessione, che è una riflessione al contrario, cioè dare una risposta e tirando una conclusione su non è stato trovato sul suo ambiente, cioè sull’ambiente anarchico. Vi spiego meglio, interrogando centinaia di imputati, sentendo testimoni, esaminando migliaia di documenti, non è stato trovato un solo documento, né acquisita una sola testimonianza che portasse o riportasse le indagini nella direzione della pista anarchica che era la prima che era stata seguita, per volontà del ministero degli Interni. In sostanza si è trovato un’infinità di elementi di prova sul mondo dell’estrema destra, su Ordine Nuovo, su Avanguardia Nazionale che la Corte d’Assise dovrà considerare sufficienti o non sufficienti, ma che comunque ancorano quei fatti, appunto, a quell’area. Pur avendo svolto attività di setaccio, nulla, nessun elemento è emerso che portasse ad una responsabilità di gruppi anarchici, eppure gli elementi nuovi trovati sono, lo ripeto, moltissimi, come moltissimi i documenti che prima non era stato possibile esaminare. Il che ci fa concludere che, anche se nulla di nuovo è stato trovato sulla morte di Pinelli, che tutte le emergenze sono nell’univoca direzione: che quella pista iniziale fosse sbagliata, fosse una pista fatta seguire volutamente alla magistratura e che i gruppi anarchici, per primi oggetto delle indagini, non avessero alcuna responsabilità in quei fatti.

D: Deve ammettere che, se hanno cercato di ostacolarla, è anche vero che non sono riusciti a toglierle l’inchiesta e che ha trovato appoggi da più parti e soprattutto nella commissione stragi. Dunque questo vuol dire che lo schieramento a lei ostile non è stato così compatto.

SALVINI: Sì, si è verificato un paradosso. Mentre buona parte della magistratura, come vi ho accennato, ha mostrato ritardi culturali nello svolgimento di queste indagini, vi è stato chi ha voluto dare un sostegno, anche morale e portare attenzione a quello che il mio ufficio stava cercando di fare. Mi riferisco alla Commissione stragi e al suo presidente il senatore Giovanni Pellegrino, il quale ha subito intuito l’importanza degli squarci di verità che si stavano aprendo, ha recepito molte delle risultanze dei nostri atti e ha contribuito in modo decisivo a far superare questi ritardi culturali.

L’interpretazione complessiva delle stragi fra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, come eventi collegati ad una pluralità di tentativi golpisti e con alle spalle un forte interessamento del mondo del patto atlantico, se verrà riversata, come sembra, in alcune relazioni della commissione, sarà il segno di un lavoro indipendente ma nello stesso tempo parallelo e con risultati comuni che in questi anni vi è stato fra il nostro ufficio e la commissione. Devo dire che senza questo sostegno non saremmo arrivati alla fine di queste indagini.

Trascrizione dell’intervista video al giudice GUIDO SALVINI, realizzata il 18 aprile 2000 (testo rivisto dallo stesso Salvini il 27 novembre 2000), parti della quale compaiono nel documentario “12 dicembre. Critica allo Stato dei misteri” prodotto da SUTTVUESS.

2 Responses to I “misteri” di Piazza Fontana

  1. Vincenzo Garzillo il 15 febbraio 2005 alle 13:00

    Alcune osservazioni personali, stimolate da questa lettura.
    Proprio l’altro giorno passavo da piazza Fontana e mi rendevo conto di non ricordare più il nome della banca in cui era esplosa la bomba. Mi sembrava la Banca Nazionale dell’Agricoltura, ma vedendola ancora lì al suo posto mi son detto, irrazionalmente: “Beh, se è ancora in piedi vuol dire che non era quella”. Come se non fossero passati più di trent’anni, (in trent’anni si fa in tempo a riparare i danni). O come se dovesse esserci per forza un “Ground Zero” per ogni attentato. Oggi mi dico che purtroppo il vero Ground Zero non l’hanno fatto i “terroristi” sui bersagli degli attentati, ma qualcun altro sulle indagini che riguardavano gli attentati.
    La storia si ripete ogni volta, tristemente identica. La verità, storica o giuridica, arriva, se arriva, dopo decenni, quando ormai i fatti hanno assunto i tratti nebulosi di antiche leggende e le persone coinvolte non sono più che vaghi nomi, gente già morta o comunque fuori dai giochi politici e dal coinvolgimento penale. Gli esempi sono infiniti, tanti a destra quanti a sinistra. Per dirne uno, sempre in questi giorni va in scena la ricoperta delle foibe. Che dire della “Ragion di Stato” invocata da DC e PCI? Che dire della strumentalizzazione della destra attuale? Mi viene da dire solo che siamo in una democrazia. Che la gente dovrebbe essere informata, sapere, conoscere le cose. E saperle in tempo, naturalmente, perché abbia senso uno dei pilastri della democrazia, ossia il voto. Sento a volte denunciare il fatto che siamo in una “democrazia formale, non reale”. Io la chiamerei invece “democrazia reale” proprio perché questo che stiamo vivendo, e solo questo, è l’esito storico, fattuale, della Rivoluzione Francese.
    E allora mi chiedo: di chi è la colpa? Di chi è la responsabilità? Di tutti, di nessuno, dei pochi?
    Personalmente, ho deciso di guardarla in faccia questa famosa democrazia.
    Per questo sto seguendo con grande interesse gli interventi su “Giornalismo e Verità”. Mi sembra un tassello irrinunciabile nel quadro di riflessioni che intitolerei “Democrazia e Verità”, oppure, ancora più su: “Potere e Verità”.
    Aggiungo che sempre oggi sta accadendo un’altra cosa che mi fa interrogare sulla reale gestione del potere in democrazia. E’ in atto una guerra (anzi, più di una) i cui responsabili sono e resteranno impuniti. Non gli succederà nulla. Niente Norimberga. O forse succederà fra 100 anni, come episodio di una Saga, o di una fiction?

  2. Vincenzo Garzillo il 15 febbraio 2005 alle 15:29

    Dimenticavo. Ho due cose da chiedere. Che cosa rappresenta la sigla SUTTVUESS, che ha prodotto il documentario “12 dicembre”? E se e dove è possibile vederlo.



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