Tanto si doveva

10 dicembre 2007
Pubblicato da

di Andrea Bajani

(Ripropongo qui, oggi, un racconto scritto per la campagna dell’Inail “Diritti senza rovesci”. Perché non vorremmo più assistere all’ennesima anonima replica dello stesso copione di morte sul lavoro. E all’ennesimo esercizio delle retoriche della costernazione. AB)

Quando muoiono, gli uccelli cadono giù. Non se ne accorge quasi nessuno, di solito, salvo il cacciatore che l’ha colpito e il cane che deve dargli la caccia. Il cacciatore ne segue la parabola in cielo, e il cane gli prende dietro scartando tra i rovi. Quando saltano in aria sopra le nuvole, gli aerei cadono giù. All’inizio non se ne accorge nessuno, salvo qualche uomo radar che in qualche torre di controllo lontana vede un puntino di luce impazzire sul monitor. E qualcuno che poi vede l’aereo bucare le nuvole e spegnersi in terra con grande fragore e con tutti i passeggeri con sé. Anche le stelle quando muoiono cadono giù. Se succede di giorno non se ne accorge nessuno, se succede di notte c’è sempre qualcuno che vede uno spillo di luce staccarsi dal buio e poi infilare il buio da qualche parte più in giù. Tu invece sei morto restando a nove metri dal suolo, in un punto che non è né cielo né terra. Ti hanno trovato così, accasciato dentro il carrello elevatore, ancora attaccato ai fili della tensione come un pugile aggrappato alle corde. E ci sono volute le braccia dei vivi, per riportarti di peso da dov’eri venuto.

Quindicimila volt di corrente, e sei diventato un caduto sul lavoro anche tu. Quando si cade sul lavoro dicono che si muore, come fosse una mina, il lavoro, e bastasse finirci sopra per non esserci più. Ora sei anche tu nel novero dei caduti, prima morti e poi lanciati nella fossa comune di chi muore così, nell’esercizio delle proprie funzioni. In Italia ne muoiono più di quattro ogni giorno, ogni sei ore un corpo nuovo dondolato sul ciglio e poi gettato nella fossa comune dei caduti morti per sbaglio. Giovedì 6 luglio 2006 è toccato a te, e da allora chissà quanti corpi ti sono finiti sopra, quanto è cresciuta quella montagna. Tu sei lì sotto, sepolto, un nome e un cognome come hanno un nome e un cognome i miliardi di anonimi vivi di cui non frega niente a nessuno. Tu te ne stai lì sepolto. Ma senti come il ritmo è rimasto lo stesso, anche un anno dopo, un giorno che passa e quattro corpi che ti cadono sopra, un altro giorno che passa e altre quattro mine che saltano in aria. È il metronomo del progresso, puoi sentirlo battere il tempo, correre a rotta di collo verso il futuro.

Io di te non so nulla, ti conosco solo per una foto, qualche ansa battuta di fretta un anno fa, e soprattutto una perizia che parla di te. La tua morte mi arriva così, con l’igiene obitoriale delle notizie d’agenzia, dove tu sei solo un Operaio imbianchino, la tua morte è un Decesso avvenuto per via di una scarica elettrica che ti ha investito. All’inizio si muore così, cristallizzati in referti medici o dispacci d’agenzie, impacchettati in parole che dicono solo come funziona il corpo dell’uomo, e qual è il punto in cui poi non funziona più. Io li ho tutti davanti, questi scampoli di vocabolario, queste parola confezionate per non avere emozioni. È con questi pochi pezzi e con queste parole che io scrivo di te. Ed è come tirare a indovinarti, come se tu fossi un nuovo inquilino dall’altra parte del muro, e io, da dentro il mio appartamento, azzardassi ipotesi, tentassi congetture su te senza averti mai incrociato per le scale, in ascensore, o di passaggio nell’androne. Io posso farlo solo restando da questa parte del muro, scommettendo sui movimenti che fai, sui rumori che sento nel tuo appartamento, sulle serrande tirate su e giù, la musica, il numero delle voci nella tua cucina, il telefono che suona, le litigate che si spostano in casa. Lo faccio con la certezza di sbagliarmi, ed è l’unico privilegio che ho.

Tu sei morto per sbaglio, ma morire si muore sempre per sbaglio, nessuno è mai morto a ragione. Quando qualcuno muore, c’è chi dà le colpe e chi spalanca le braccia, c’è chi non si rassegna e chi si rimette alla volontà del Signore. E poi c’è chi fa l’autopsia degli errori e stabilisce le responsabilità. Tu sei morto per sbaglio, tagliavi i rami di un albero, issato sopra un cestello a nove metri da terra. Eri un imbianchino, per l’esattezza un Operaio imbianchino, quando sei morto tagliando i rami di un albero, lo leggo sulla perizia. Eri nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino, un carrello elevatore, una motosega, un albero e i cavi elettrici che ti passavano sopra la testa. Poi è successo qualcosa, nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino che taglia i rami di un albero. C’è stato un Contatto del corpo con la linea elettrica transitante in quel punto. Morire d’altra parte si muore sempre per sbaglio, e le cose succedono anche quando si è nell’esercizio delle proprie funzioni. E così è successo qualcosa, c’è stato un Contatto, e tu nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino hai sentito una scarica di 15 mila volt farti il giro del corpo. È successo all’improvviso, mentre stavi appollaiato là in cima dentro il cestello, né in cielo né in terra. Per fortuna sei morto sul colpo, come hanno scritto i giornali, un colpo di 15 mila volt e sei finito aggrappato alle corde, un pugile attaccato a tradimento dietro la nuca.

Hai fatto pure spaventare il ragazzo che era con te, te l’avevano mandato insieme perché ti alleviasse il lavoro. Mandarti a tagliare i rami da solo, a te che eri Operaio imbianchino, avevano paura, meglio se c’era qualcuno a darti una mano. Bisogna capirli dai, non si sentivano sicuri su quelle cose, sono corsi ai ripari. Sulla perizia sta scritto che l’oggetto sociale della tua azienda dice che loro si occupano (dovrei dire che voi vi occupavate?) di Attività di ristrutturazione di beni immobili, Esecuzione di lavori edili in genere, Lavori di decorazione e tinteggiatura. Bisogna capirli, che coi rami degli alberi da tagliare, con le piante da buttare giù nei cortili dei condomini si facevano dei problemi, mandarti da solo. A te, che eri un Operaio imbianchino inquadrato al secondo livello. Avranno riletto il loro oggetto sociale, si saranno guardati negli occhi, si saranno stretti dentro le spalle, e si saranno detti che mandarti da solo proprio non se la sentivano, a fare una cosa che nel loro oggetto sociale nemmeno era scritta. L’avranno detto come fanno una padre e una madre, che si guardano negli occhi, si stringono le spalle, e poi non fanno tornare a casa da sole le figlie la notte, vanno a prenderle in discoteca. Così avranno pensato di darti un aiuto, per andare a tirar giù gli alberi nel cortile del condominio. Per questo c’era un ragazzo con te, il giorno in cui è avvenuto l’Infortunio sul lavoro con esito mortale, come sta scritto con igiene obitoriale sulla perizia. Per questo avevi uomo in più, accanto a te, quel giorno. A darti manforte così ti hanno messo un ragazzo che la perizia descrive come Tirocinante con contratto di formazione lavoro, uno che forse aveva seguito un corso della Regione, e che poi si è trovato col naso all’insù a guardarti tirare giù gli alberi nel cortile di un condominio. Un tirocinante è uno che non c’entra niente, in fin dei conti. Ma a pensarci bene: per eseguire un lavoro che non c’entrava niente con l’oggetto sociale dell’azienda che ti aveva mandato lì, che non c’entrava niente con la tua qualifica di Operaio imbianchino, a pensarci bene uno che non c’entrava niente era la persona perfetta.

E tu l’hai pure fatto spaventare, il tirocinante. Non c’entrava niente, lui, e si è preso una paura che non se la scorda per anni, se mai se la scorda. Sulla perizia la paura non c’è, perché le perizie, i dispacci, i referti registrano solo i fatti che sono successi, oppure al limite dicono com’è che funziona il corpo dell’uomo, e qual è il punto in cui poi non funziona più. Ma quei fatti per me sono come i tuoi rumori dall’altra parte del muro, gli starnuti, la musica accesa, la gente in cucina, le litigate, e da quei rumori io faccio congetture su te. E così io credo che tu l’abbia fatto spaventare per bene, il ragazzo tirocinante che era con te. La perizia dice che avevate Effettuato la pausa pranzo, e che lui aveva Finito di raccogliere le ramaglie degli alberi appena tagliati. La perizia in realtà non dice proprio così, non dice che Aveva finito di raccogliere le ramaglie. La perizia dice Avrebbe, perché anche la perizia a suo modo sta dall’altra parte del muro, e i tuoi rumori passano prima da lì, e poi arrivano a me. La perizia dice che poi il ragazzo tirocinante Alzava lo sguardo verso di te, che te ne stavi a nove metri d’altezza dentro il cestello a tagliare i rami dell’albero. E così l’hai fatto spaventare. Eri lassù, accasciato dentro il cestello, e lui ti ha chiamato più volte per nome, da sotto, e tutte le volte che lui ti ha chiamato per nome, tu da lassù non gli hai risposto.

La perizia stabilisce com’è che funziona il corpo dell’uomo, e stabilisce quand’è che poi non funziona più. Stabilisce anche l’ora, in cui tutto s’inceppa. A te il corpo si è inceppato alle 13, 36 minuti e 21 secondi, che sembra il tempo di una gara, il momento in cui qualcuno taglia un traguardo e qualcun altro ferma un cronometro. Chissà quant’era passato, da quel momento, quando il ragazzo ha alzato lo sguardo e ti ha visto lassù, dentro il carrello come un pugile contro le corde. La perizia non lo dice, perché la perizia registra i fatti, non i pensieri che fa una persona, e quei pensieri si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno, per farsi pensare. Ma poi ti ha visto, ti ha chiamato per nome ma tu non hai risposto. Stavi dentro il cestello, accasciato a nove metri da terra, e sopra di te passavano i fili dell’alta tensione. La perizia dice i fatti, e tra i fatti che dice c’è anche il nome del Mezzo meccanico su cui ti avevano issato. Sta scritto che era un Mezzo meccanico tipo “ragno”, scritto virgolettato. Tu il ragno lo sapevi usare, lo usavi quando eri nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino e imbiancavi i muri delle case. Per questo avevano mandato proprio te, e poi con te quel ragazzo che non c’entrava niente e che quindi era perfetto per darti manforte. Per questo sei tu che sei salito sul Mezzo meccanico e sei andato su con la motosega costeggiando il tronco dell’albero fino all’altezza desiderata, otto o nove metri da terra. E quando poi forse hai toccato i fili dell’alta tensione, sopra di te, lassù siete rimasti tu e il ragno, tutti e due in un’immobilità che soltanto nel tuo caso era contro natura. E considerando tutto: considerando la tua qualifica di Operaio imbianchino, considerando il ragazzo tirocinante che raccoglieva le ramaglie poco più sotto, considerando l’oggetto sociale dell’azienda che vi aveva mandato lì, considerando tutto, il ragno, in quanto ragno, era l’unico che con gli alberi c’entrasse qualcosa.

Tu sei morto per sbaglio, ma poi alla fine non c’è nessuno che muoia a ragione. Se consideri le colpe, ha detto forse il prete nel corso del tuo funerale, e poi si sarà fermato a guardarti. Se consideri le colpe, avrà ripetuto di fronte alla tua bara arenata in mezzo alla chiesa, chi potrà sussistere. Però il prete non si occupa dei fatti, bisogna dire. Non si occupa né dei fatti né di come funziona il corpo dell’uomo e qual è il punto in cui poi non funziona più. Il prete si occupa di come funziona l’anima, e l’anima per lui continua a funzionare per sempre, nel bene o nel male. Non c’è il momento in cui poi si inceppa. Per le cose che s’inceppano ci sono i dispacci, i referti, le perizie, e la tua perizia dice che il tuo corpo si è inceppato alle 13, 36 minuti e 21 secondi, mentre la tua anima continuava ad andare. E poi dice delle altre cose, la perizia. Dice che la tua azienda aveva anche Prodotto un Piano operativo di sicurezza. Ma la tua azienda cosa c’entrava alla fine, se nell’oggetto sociale aveva scritto Attività di ristrutturazione di beni immobili, l’esecuzione di lavori edili in genere, lavori di decorazione e tinteggiatura. Loro non c’entravano niente, bisogna ammetterlo. Nel loro Piano operativo di sicurezza, dice la perizia, c’era scritto che era vietato Utilizzare attrezzature e macchinari con sviluppo in altezza, perché sopra passavano i fili della corrente. E nonostante tutto, tu sei salito sul ragno, sei andato su e sei finito contro quei fili. E poi sei morto per Folgorazione, come scrive con igiene obitoriale il Verbale di riconoscimento, visita esterna e descrizione di cadavere, con Ustioni sulla cute definiti “marchi”, derivanti dal contatto del corpo con la linea elettrica transitante in quel punto. Così sta scritto nella perizia, e le perizie si occupano di come funziona il corpo dell’uomo. Di come funziona l’anima si occupa il prete.

Gli uccelli quando muoiono cadono giù. Tu invece sei morto restando a nove metri dal suolo, in un punto che non è né cielo né terra. Ti hanno trovato così, accasciato dentro il carrello elevatore come un pugile aggrappato alle corde. Tagliavi i rami di un albero nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino, sotto c’era un ragazzo tirocinante che raccoglieva ramaglie. E questo è tutto quello che so di te, stando fermo in ascolto nel mio appartamento, da questa parte del muro, cercando di capire che faccia ha chi sta dall’altra parte di questa stanza. Il resto, tutto il resto, sono mie congetture. La perizia consegna i fatti, li fa succedere di nuovo mondati di tutto, impacchettati dentro parole che non hanno emozioni, con igiene da obitorio. Li mette tutti in fila sul tavolo della cucina. Io quei fatti li rivedo succedere confezionati dentro buste di nylon, e così li interpreto come fossi nell’appartamento di fianco, come se quei fatti fossero rumori, gente che parla, litigate. Faccio congetture su te. Dopo averli fatti succedere di nuovo, i fatti, la perizia si ritira perché non ha più niente da dire. Chiude la valigia come fosse una bara, ci inscatola i fatti, li consegna a chi ha chiesto di far succedere tutto di nuovo con parole sterilizzate. E così alla fine della perizia, in chiusura, sta scritta una formula di commiato. Sta scritto, in calce, Tanto si doveva. Tanto si doveva e tanto si è prodotto. Adesso si può anche chiudere la valigia dei trucchi, l’armamentario delle repliche obitoriali. Tanto si doveva e tanto si è prodotto. Il resto sono congetture. Perché poi cosa c’è da dire su uno che muore. Morire si muore sempre per sbaglio, nessuno è mai morto e aveva ragione.

11 Responses to Tanto si doveva

  1. sara il 10 dicembre 2007 alle 10:43

    Bajani è sempre una sicurezza. Scritto necessario, grazie.

  2. mario il 10 dicembre 2007 alle 11:13

    I critici scrivono meglio degli scrittori, parola di Filippo La porta (ieri sul Corriere). Ma insomma, nessuno ha qualcosa da ribattere su N.I. E’ un argomento che dovrebbe esserci, no?

  3. lunkhead il 10 dicembre 2007 alle 11:24

    Bellissimo scritto che mi ha fatto un po’ di compagnia in questi giorni di dolore e di rabbia: a me, torinese a tempo determinato, torinese per sbaglio. E nonostante il tempo determinato e nonostante lo sbaglio, io ci ho pensato a quei morti della ThyssenKrupp. Ci ho pensato sotto le luci di Natale volgarmente e inumanamente accese per tutto il fine settimana. Ci penso questa mattina, nel giorno del lutto cittadino, quando quelle luci resteranno spente in segno di cordoglio. Un cordoglio ridicolo e ritardatario. Come se una madre aspettasse il giorno del funerale per piangere il proprio figlio.

  4. simona baldanzi il 10 dicembre 2007 alle 12:51

    quando non si vuol fare morire gli uccelli, si vieta la caccia (ma poi tanto si allevano in batteria e si ammazzano in altro modo).
    quando non si vuol fare saltare donne e uomini sulla mina-lavoro basta disinnescare le mine?o si vuol fare davvero finire la guerra? e questa guerra chi la tiene in mano? chi la finanzia? chi l’appoggia?chi fa finta di combatterla col volto triste e poi firma (solo uno sputo di esempio) protocolli dove si detassa lo straordinario?
    non siete stufi anche voi di raccontare con qualcuno (sindacati, imprenditori, giornalisti…) che vi da la pacca sulla spalla dicendovi bravo, hai detto cose buone, ma il giorno dopo non cambia nulla?
    che le cose che diciamo siano ancora non troppo scomode perchè non smuoviamo di una virgola l’opinione pubblica che su questo rimane agghiacciata, ma non scandalizzata?
    scusate, ma sarà che somno tanto stanca.
    e tanto, troppo incazzata.

  5. simona baldanzi il 10 dicembre 2007 alle 12:56

    Andrea, Marco, altri… togliamo un po’ di veli, facciamo aderire, proviamo a smuovere.
    ma qualcosa che vada anche ai sindacati, ai giornali che titolano sulla sicurezza, ma quella sugli stranieri-nemici, non sulle fabbriche-assassine…a Montezemolo che dice che lui lavora come chi va in fabbrica tutte le mattine.

  6. le luci della centra il 10 dicembre 2007 alle 14:25

    “chi muore al lavoro” come diceva rino gaetano trentadue (32) anni fa

  7. nino auden il 10 dicembre 2007 alle 15:19

    Grazie.

  8. sparz il 10 dicembre 2007 alle 19:28

    grazie Andrea, così, e molto più di così.

  9. georgia il 11 dicembre 2007 alle 09:34

    beh, bajani, scusa se te lo dico ma … avrei apprezzato di più che tu avessi dedicato qualche ora a scrivere qualcosa sul presente invece di riciclarci uno scritto precedente, che in questa luce acquista un gusto un po’ retorico. meglio di niente ma … mi lascia l’amaro in bocca
    geo

  10. elena il 12 dicembre 2007 alle 03:28

    Sono d’accordo con Georgia.



indiani