Naso impolitico

16 aprile 2005
Pubblicato da

di giuliomozzi

naso.JPGAndrea Inglese, rivolgendosi a me e a Helena Janeczek nei commenti al mio intervento Preterizione (che è una reazione all’indiscutibile profezia di Antonio Moresco La restaurazione), scrive:

Helena e Giulio, è una domanda senza ironia e sincera che vi faccio; e non dovete per forza rispondermi subito, o qui; siete nell’editoria, siete in qualche modo quei personaggi “ibridi” di cui parlavo (di cui si parla); ovviamente non so se abbiate mai ammazzato dei capolavori; ma credete, voi, dal di dentro, eppur ancora marginali rispetto al funzionamento della macchina, ma certo molto meno marginali di me, ebbene… Credete che vi sia un nemico della letteratura radicale (della grande letteratura, come diavolo vogliamo chiamarla…)? C’è o non c’è? Avete almeno dei sospetti? Oppure c’è, ma non è identificabile? O è una somma di gesti o dimenticanze, che migrano da uno all’altro, o ancora, come direbbe Musil, è il risultato globale nefando di tanto individuale e volonteroso agire? Davvero, fino in fondo senza ironia. Secondo voi c’è un nemico? Mi interessa il vostro personale parere.

Dall’intervento di Andrea Inglese Lettera a Carla sul combattimento e sul sogno:

Ma il peggior nemico di tutti, è quell’essere ibrido, a cavallo tra cultura e azienda, tra scrittura e management, tra cattedra universitaria e consulenza editoriale, che decide della pubblicazione e della non pubblicazione. Che decide, insomma, di cosa entrerà a far parte dell’universo letterario, e di cosa ne resterà fuori, ai margini, nel limbo. (È chiaro che il nemico, in questo senso, è colui che svolge questo suo ruolo contro la letteratura radicale).

Sono d’accordo: il peggior nemico è quell’essere ibrido; e, come ho già detto in Preterizione, quell’essere ibrido sono io. Il peggior nemico sono io.

[Ora, una cosa va messa in chiaro. Io non sono capace di guardare al di là del mio naso. E il mio naso, ahimè, è di sua costituzione un naso assai impolitico. Perciò, di tutto questo discorso, m’interessa solo ciò che riguarda me, il mio lavoro, ciò che faccio ogni giorno. Questo è il mio limite].

Caro Andrea, a me sembra notevole che tu abbia definito l’essere ibrido come il peggior nemico: e che solo tra parentesi, dopo, tu abbia spiegato che naturalmente ci sono certi esseri ibridi che sono il peggior nemico, e altri esseri ibridi (quelli che non si oppongono alla “letteratura radicale”, e addirittura agiscono in suo favore) che non lo sono.
Anche Antonio Moresco, nella sua profezia La restaurazione, forse accenna (nel penultimo paragrafo) a questi esseri ibridi “buoni”:

Persone che – ciascuna a suo modo – scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione.

Bene. Io ho l’impressione che mentre ciascuno di noi saprebbe scrivere ottime pagine (profetiche o analitiche, politiche o esperienziali, ecc.) sul conto degli esseri ibridi “cattivi”, ciascuno di noi avrebbe invece qualche difficoltà a dire qualcosa sul conto degli esseri ibridi “buoni”.
Ad esempio. Ben venga la lode ai librai “che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette”. Ma come fa, un libraio che non accetta di trasformarsi in venditore di saponette, a non andare in fallimento? Come fa in pratica? In che modo deve organizzare la sua piccola azienda? Come fa a ottenere dai fornitori condizioni di pagamento adeguate? Come fa ad attirare clienti nel suo negozio?
Ben venga la lode agli “editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade”: ma come fanno questi editori ad almeno sopravvivere in questa economia di mercato? Come fanno in pratica? Come fanno a far sì che i loro libri siano effettivamente esposti nelle librerie, reperibili per i compratori? Come fanno ad attirare l’attenzione del pubblico sulla loro produzione?
Ben venga la lode alle “singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione”: ma come fanno, queste persone, a non farsi licenziare? Come fanno non dico a imporre, ma almeno a proporre, nelle aziende dentro le quali lavorano, scelte radicali? Come fanno in pratica?
(Devo correggermi. No, Antonio Moresco, scrivendo le parole che ho citate, non pensava a esseri ibridi “buoni”. Pensava a degli esseri puri. Ma degli esseri puri, per mia inadeguatezza, non intendo parlare).

Sì, caro Andrea, io sento la presenza di un nemico. Non lo identifico. Sì, questo nemico è, come tu hai scritto, “una somma di gesti o dimenticanze, che migrano da uno all’altro, o ancora, come direbbe Musil, è il risultato globale nefando di tanto individuale e volonteroso agire”.
A questo punto, però, io non ho niente da dire. Mi trovo, nel mio lavoro editoriale, continuamente a confronto con questo che tu chiami nemico, e che io chiamo in un altro modo: il possibile. Naturalmente so che sto mettendo in piedi una retorica dell’alibi. Nel mio lavoro editoriale io faccio il possibile. Quotidianamente alterno azioni radicali e compromessi, guizzi di purezza e atti di ruffianamento. Lavoro per un’azienda. Lo scopo di questa azienda è: produrre profitto. La cosa è esplicita. Io non ho lo scopo di far produrre profitto a questa azienda; il mio scopo è: pubblicare libri di “letteratura radicale”. Tuttavia so che, se non tenessi sempre presente lo scopo dell’azienda, e se non accettassi di perseguirlo in una certa misura, perderei la possibilità di pubblicare libri di “letteratura radicale”. E’, appunto, l’alibi di cui parla Antonio Moresco: io posso esibire “qualche buon libro che pure ho pubblicato”. Tuttavia so che se questo è un alibi, il valore dei libri pubblicati non per questo si perde. Tuttavia so che se il valore dei libri pubblicati non per questo si perde, il mio lavoro nel suo complesso potrebbe essere, o è in effetti, un contributo alla Restaurazione…

La ragione per cui respingo con forza, dichiaro inutile e dannosa, vorrei non fosse mai stato pubblicata la profezia di Antonio Moresco La restaurazione, è che quella profezia mi immobilizza. (Avevo anche scritta una controprofezia – ma a che serviva? A che serve dire che ogni mito di purezza è introdotto nel mondo dal Demonio? A che serve scambiarsi smarameamenti? A che serve ricordare ad Antonio Moresco che il mio intervento Preterizione non sollevava “questioni di forma”, come ha voluto chiamarle lui nelle sue paternalistiche scuse, ma mostrava come la sua profezia La restaurazione, pubblicata come “contributo iniziale alla discussione”, è invece – difatto, a prescindere dalle intenzioni – un tentativo di impedire ogni discussione?).

Concludo questo intervento provvisorio con una proposta. Così come siamo in grado di produrre dettagliate descrizioni degli esseri ibridi “cattivi”, siamo forse in grado di produrre descrizioni, più o meno dettagliate, di esseri ibridi “buoni”? A chi lavora nell’editoria in condizioni non ideali, a chi affronta ogni giorno problemi pratici (cioè: etici), possiamo dire qualcosa che gli sia utile?

10 Responses to Naso impolitico

  1. un fake di angelini il 16 aprile 2005 alle 12:03

    Anch’io potrei parlare da ex addetto ai lavori. Dopo aver pubblicato vari volumi come autore per ragazzi (soprattutto con EL/Emme/Einaudi Ragazzi + Flammarion), tradotto oltre un centinaio di opere letterarie (digitare il mio nome in http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame per verificare) e litigato, malgrado la mia notoria e disarmante mitezza, con tutto il FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi) un bel giorno presi una solenne decisione: fondare una piccola, combattiva casa editrice alternativa che producesse opere del tutto speciali per ragazzi e giovani adulti. La chiamai, naturalmente, Edizioni Libri Molto Speciali. Uno dei titoli pubblicati fu, per esempio, “Pietà di me…” di Edgar Allan Poe, ovvero le disperate lettere del giovane Edgar al padre adottivo John Allan.
    Benché nessun DISTRIBUTORE NAZIONALE avesse accettato di prendere in carico un micro-editore come me, capace di garantire appena una manciata di titoli l’anno (= intralciare i lavori), riuscii comunque a creare una rete di distributori regionali e pluriregionali in grado di coprire tutto il territorio nazionale. Era il marzo del 1999. Ebbene… oggi quella mia candida, delicata creatura non esiste più, se non come mio web-sito personale, con la carrellata dei titoli prodotti e, in aggiunta, le copertine dei libri da me pubblicati in precedenza con altri editori, compresi quelli che la mia ex talent-scout, poi talent-killer, Orietta Fatucci ha cancellato dai suoi cataloghi per rappresaglia.

    Le cause della morte delle Edizioni Libri Molto Speciali?
    Be’, diverse. Compresa, non lo escludo, la mia scarsa attitudine ***imprenditoriale***… (vedi Mozzi).
    Ma mi auguro che non vorrete ch’i’rinnovelli
    disperato dolor, che’l cuor mi preme
    giá pur pensando, pria ch’i’ne favelli, vero?
    E poi, si sa, a Nazione Indiana della letteratura per ragazzi non frega un cazzo:-)

  2. massimo il 16 aprile 2005 alle 12:17

    Caro giulio, vorrei aggiungere un mattoncino alla costruzione del tuo alibi: come sarebbe “la letteratura radicale” in un mondo di esseri puri? ci sarebbero ancora i guizzi senza i compromessi? Ora, Antonio Moresco o Carla Bendetti, se ne avessero voglia, potrebbero obiettare subito: e questo è un compromesso. E invece no: PER ME è un guizzo. Più precisamente: PUO’ essere compromettente pensare che i compromessi sono inevitabili (se si vuole: la si può sempre mettere così: una simile indiscutibile profezia è sempre possibile), ma PUO’ anche non esserlo: basta guizzare (e così, caro Giulio, ci si disimmobilizza).

  3. andrea inglese il 16 aprile 2005 alle 12:54

    grazie giulio per la riposta; e spero che davvero altri si espongano direttamente come hai fatto tu, con argomenti e retoriche, ma che si espongano; perché questo davvero serve a capire meglio sia la “cosa” (c’è un nemico, che volto ha? – e quello dell’amico?) e le nostre “retoriche”.

    Ma voglio dirti la mia su un punto. Come sai non credo alle profezie. E penso che la “restaurazione” di Antonio Moresco non lo sia, e non lo voglia essere. Non penso neppure che sia un’analisi sociologica, di quelle che in Italia purtroppo latitano, con tanto di dati, grafici, ecc.

    Credo che sia un’immagine del potere che restaura e blocca all’interno dele istituzioni letterarie e delle realtà produttive legate ad esse (c’è anche un potere che scioglie e mette in movimento). Un’immagine di tipo allegorico, con quel tanto di congelato e astratto che hanno questo tipo di immagini. E nel contempo è un’immagini nitidissima, perché in qualche modo cattura (quasi) tutti ad ampio raggio (come tu stesso hai riconosciuto).

    Tu dici che è un discorso che blocca la discussione. Non lo credo. E la prova ne è che, che essa ha messo REALMENTE in moto, in movimento. Ma tra l’immagine allegorica e la realtà storica, c’è una quantità di passaggi da fare, di questioni da porsi, di idee da verificare, dati da raccogliere, nomi “storici” da formulare, anche sfumature da riconoscere, ecc.

    Io credo che l’immagine, in qualche modo allegorica della “Restaurazione”, sia un cuneo forte in quella quotidianità a volte narcotica, dietro a cui movimenti di soffocamento reale possono mettersi in moto. Poi so che, quasi sempre, anche se mai con facilità, sul terreno dello conflitto politico (e ideologico) un nemico c’è, oggettivamente, e si riesce a volte a identificarlo (soggettivamente).
    Non so invece quanto questo sia possibile nell’ambito delle istituzioni letterarie. Per questo ascolto e cerco di capire.

  4. elio il 16 aprile 2005 alle 17:13

    L’intervento di Giulio Mozzi ha contribuito grandemente a chiarire la natura dell’equivoco nel quale ero incorso, e che probabilmente mi ha fatto generare molto rumore per nulla.
    Avevo infatti interpretato l’appello di Moresco come rivolto “urbis et orbis”, ovvero come una questione di carattere “culturale”, mentre si tratta, oramai con tutta evidenza, di una faccenda di pressioni e riequilibri all’interno di un limitato segmento dell’ “industria culturale”.
    A fuorviarmi, aveva probabilmente contribuito l’intervento di Carla Benedetti sul Corriere della Sera del 9 febbraio, nel quale mi aveva fatto una splendida impressione parlando di “macchine di ottundimento delle menti” dispiegate nel pianeta, e di “forze” che “non producono solo funzionari e strutture gregarie, ma anche strutture mentali, ideologie, luoghi comuni e anche qualche controargomento ad hoc. Per esempio che descrivere il comportamento delle macchine di potere nel mondo contemporaneo significhi essero vetero-francofortesi.”.
    Argomenti, come ben si vede, di grande respiro culturale, che ritenevo dovessero per forza agganciarsi ad una visione e ad una linea di azione alternativa “completa”, dai forti risvolti sociali (fantasticavo di nuove forme e percorsi di emanciazione offerti alle povere masse instupidite, magari attraverso Internet, e così via). Un “respiro” d’altra parte, che mi sembrava assolutamente necessario per attribuire un significato non demagogico a queste parole di Tiziano Scarpa: 

    >Queste figure (artista, intellettuale, scrittore, scrittrice) hanno un ruolo spirituale e civile irrinunciabile.

    Bene, mi son detto, sebbene io non sia uno scrittore, qui stan trattando degli argomenti che riguardano anche me (se non come intellettuale almeno attraverso il ruolo di riserva dell’artista). Forse però avrei dovuto porre più attenzione alle parole immediatamente precedenti:

    >Ci vuole vocazione, talento, ostinazione, fortuna. Ci vogliono tutte e quattro queste cose.

    Accidenti! Ma io di “fortuna” ancora non ne ho avuta, quindi potrei anche rinunciare a ogni “ruolo spirituale e civile”? Ho preferito pensare che Tiziano Scarpa la stesse buttando un po’ così, alla buona, e ancora questa mi sembra un’interpretazione preferibile all’altra ipotesi, davvero cervellotica, che egli volesse attribuire al “successo” (anche “relativo”) un carattere “essenzialista”, come dire: quelli che non hanno ricevuto la “certificazione” di un’ombra di successo se ne stiano cortesemente zitti, che c’è già abbastanza confusione qua dentro.

    Comunque sia, evidentemente mi sbagliavo: agli artisti, per esempio, mi pare proprio che tutto sto’ discorso abbia ben poco da dire, trattandosi di tutt’altro segmento “economico”. Ecco il punto: mi si dica di cos’altro si tratta – in pratica – se non di infiltrare, nella consueta macchina, persone, autori, gusti e preferenze che si ritengono “superiori” (la giustificazione di questa superiorità non è ovviamente all’ordine del giorno, in quanto viene determinata sempre altrove, dai giochi delle reputazioni e dei riconoscimenti incrociati, dalle affinità elettive, dalle cordate dell’amore ecc. – insomma di “criteri” inter-soggettivi mi sa tanto che qui non se ne parlerà mai).
    In pratica dovremmo credere, sulla simpatia, che una volta “alimentata” diversamente quella stessa macchina diventerebbe meno cattiva (ecco “il possibile” di Mozzi!) con grandi benefici per tutti: un po’ di più sale in zucca nella mente delle genti (ma non troppo, perché un po’ di ottundimento “buono” è bene che ci rimanga) ed i sacrosanti “guiderdoni” nelle tasche degli autori. Beh, un poco deludente come rivoluzione …

    Dunque uno come me, al quale non importa nulla delle classifiche di vendita prossime venture, può guardarsi tranquillamente lo spettacolo senza intervenire ulteriormente, perché evidentemente quei messaggi avevano in realtà dei destinatari più specifici, come sarebbe ben testimoniato dalla mappa del “chi parla con chi” che chiunque potrebbe costruirsi tracciando delle linee fra i “nodi” rappresentanti tutti gli interlocutori di questa grande discussione. Si scoprirebbe allora una configurazione non proprio così “rizomatica” quale la vorrebbe la retorica di Internet.

    Insomma quale “elio di turno” impegnato “a spiegare a tutti quanti che si tratta del solito assalto alla visibilità del gruppuscolo di scribacchini affamati di posticini al sole”
    chiederei soltanto: non si tratta forse ANCHE di questo?
    Non c’è mica niente di male ad ammetterlo!
    Io poi sono anche sicuro che c’è dell’altro, peccato che sia così difficile dipanarlo dalla retorica e da una serie di autorappresentazioni un pochino troppo interessate.

  5. un fake di angelini il 16 aprile 2005 alle 20:56

    Elio, c’è del sale (e del sole) nella tua zucca. Belle anche le foto.

  6. Bartolomeo Di Monaco il 16 aprile 2005 alle 23:14

    “A Montuolo, poco distante dal bar di Franco, c’era una piccola libreria. Lazzaro, di cui ci accingiamo a fare la conoscenza e che avrà presto gran parte nella vita di Cencio Ognissanti, l’aveva messa su sperando di poterci sbarcare il lunario, ma da essa, purtroppo, non ricavava gran che. Come in città, a maggior ragione in campagna, la gente non dedicava molto tempo ai libri, anzi: punto. Ma era la sua passione, e aveva voluto provare lo stesso. La sua giovane moglie, Elvira, lo aveva incoraggiato. Una libreria speciale, però, assai diversa dalle altre; vi teneva solo i libri che reputava degni di essere letti. E in più una civetteria: vi metteva in mostra anche i suoi, di scrittore dilettante. Non gli interessava la vicenda narrata, ma lo stile dell’autore. I libri che esponeva in negozio, ovviamente, li aveva letti tutti. Non ne teneva più di 200/250. Vi aveva impiegato il capitale dei suoi genitori, morti lasciandolo unico erede di una fortuna discreta, che però in parte se ne stava andando, per via delle spese del negozio e delle tasse, fattesi insostenibili.
    Scarsi i lettori, ridicolo il guadagno, perciò. C’erano dei mesi che riusciva a pareggiare, ma erano più i mesi in cui chiudeva in perdita. Sapeva far fruttare il capitale accumulato dai suoi, invece, ed erano gli interessi degli investimenti finanziari che gli consentivano di sopravvivere. In negozio, si era fatta una piccola clientela fissa – un po’ il suo orgoglio – che si fidava del suo giudizio. I rappresentanti delle case editrici, agli inizi, passavano continuamente, cercando di forzarlo all’ordinazione, ma lui rifiutava i libri spazzatura, quelli scritti da personaggi e anche giornalisti continuamente alla ribalta. Li aveva letti una volta sola, e gli era bastato, anche se con quelli avrebbe potuto raddoppiare e forse triplicare le vendite. Ma sosteneva che un vero libraio non si comporta come un supermarket, e deve fare lui argine al diluvio, visto che gli editori non sono più quelli di un tempo, e si adattano a spacciare per letteratura quella che è, al contrario, una vera schifezza, pur di arraffare il guadagno. Elvira faceva alcune traduzioni, soprattutto dall’inglese e dal francese, ma non di romanzi, purtroppo, bensì di materie tecniche e commerciali, e con il lavoro arrotondava le entrate alla fine del mese.”
    (da “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, 2001)

    Può essere una risposta, Giulio?

    Una domanda ad Angelini: sono curioso di sapere perché ti firmi un fake di Angelini, e non Angelini o Lucio Angelini, o Lucio, o Lucangel, che è il nick con il quale ti conobbi ormai tante lune fa.

    Bart

  7. sergio garufi il 17 aprile 2005 alle 02:36

    Il grande assente di questa discussione pare essere uno degli attori principali: il lettore. Forse è proprio a causa di questa assenza, cioè dell’esiguo numero di persone che acquistano e leggono libri nel nostro paese, che discendono a cascata molti dei problemi e delle storture qui
    evidenziati. Se sono convinto che esista la
    volontà, da parte di alcune strutture di potere, a mantenere questo status quo, cioè far sì che si legga poco o si leggano solo ‘libri leggeri’ perché ciò assicura un più facile condizionamento delle masse (chi legge e s’informa si dota di maggiori strumenti per esprimere le proprie scelte); allo stesso tempo non credo che di questo siano responsabili i funzionari editoriali, che considero delle figure neutre, il cui unico interesse è il profitto dell’azienda per cui lavorano. Nel senso che mi sembrano evidenti alcune politiche di indirizzo culturale volte a orientare o suggerire al pubblico il modo con cui impiegare il tempo libero – come per esempio quella per cui in quasi tutte le città italiane la domenica si possono trovare centri commerciali aperti e biblioteche chiuse -; ma non penso che queste possano essere addebitabili a chi (o nell’interesse di chi)dirige una casa editrice. E userei pure una certa cautela nell’estendere questo discorso fuori dai nostri confini nazionali, perché i dati di molti altri paesi non coincidono minimamente coi nostri. Al di là della nostra cronica scarsità di clienti di librerie, anche il confronto con le statistiche di altre nazioni sulla frequentazione e il numero di libri presi in prestito nelle bibloteche pubbliche rivela delle abitudini profondamente diverse e radicate; e non mi riferisco in particolare agli esempi scandinavi, da cui siamo lontani anni luce, ma a situazioni più vicine a noicome quella spagnola. Senza rifugiarsi nelle solite cifre, già di per sè eloquenti, basti sapere che non poche biblioteche nazionali, come la Sormani di Milano, rifiutano da alcuni anni le donazioni, a prescindere dal fatto che siano composte da cinquecentine o tascabili, e questo perché non avrebbero più spazio a disposizione nei loro magazzini (e mentre all’estero ne costruiscono di giantesche come quella di Parigi).
    La mia impressione è che qualche tentativo
    privato (editori o librai) si sia fatto per invertire la tendenza (librerie aperte anche nei festivi),ma che non abbia sortito lo stesso alcun effetto per la ragione che erano provvedimenti tampone, perché una lettura assidua e non occasionale esige profondi cambiamenti nelle abitudini della gente e conseguenti sacrifici. Mi spiego meglio: se è stato possibile invertire la tendenza nel campo dell’arte, facendo affluire molta gente alle mostre evento, è perché questo tipo di fruizione è sentito come molto meno impegnativo. Una mostra la si può visitare in un’ora, un film al cinema ti prende due ore, la lettura di un libro di media ampiezza (cioè non “Infinite Jest” di Wallace) richiede più tempo e più attenzioni. Per cui o vedi un po’ meno tivù, o esci meno spesso la sera con gli amici, o ti addormenti più tardi. Scorciatoie non ce ne sono. Ed è da questo stallo che derivano le storture del sistema giustamente segnalate (le marchette, i bee-jay al posto dei critici, la creazione di casi editoriali, la monocultura dei best seller, le collaborazioni gratuite o sottopagate, le raccomandazioni ecc); non viceversa. Arrivo a pensare che in fondo in fondo, il non lettore (o lettore occasionale) resti comunque avido di blasoni culturali, ma che finisca per cercarli altrove perché meno impegnativi. Le mostre d’arte ti assicurano questa patente di nobiltà e possono essere anche un pretesto per prendere aria o fare una gita fuori porta. Poi magari si acquista il catalogo e lo si ripone intonso sul tavolino del salotto come un soprammobile di pregio. E così si arriva al paradosso di Busi per cui questo “è un paese in cui si legge tutto: quadri, edifici, stoffe, segni; tutto tranne i libri”. A questo punto mi verrebbe da pensare che forse l’unica soluzione possibile sia la capitolazione, arrendersi all’evidenza. Prendere alla lettera la definizione di Larbaud (o era Mallarmé?), e trattare la lettura come un vizio impunito,
    qualcosa da proibire o disincentivare. Considerare
    insomma i lettori come dei drogati da recuperare, provare col proibizionismo di questi
    “stupefacenti” e vedere se l’abitudine rinasce sotto forma clandestina. Oppure con prescrizioni
    più blande: vietarne la pubblicità, proibirla nei luoghi pubblici, far apporre sui volumi la dicitura “la lettura danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”, o la scritta “provoca astenia sessuale”, corredata da una foto con lui a letto che legge e lei a fianco imbronciata e con le braccia conserte. Chissà mai che,come i tabù sessuali, non finisca per esasperarne il desiderio.

  8. un fake di angelini il 17 aprile 2005 alle 08:40

    Per Bartolomeo. Mi firmo ‘Un fake di Angelini’ per oggettivarne l’enorme, imbarazzante statura intellettuale:-)

    Per Garufi. Vedi Elio-c e le sue storie distese.

  9. la mosca il 19 aprile 2005 alle 13:27

    caro bartolomeo di monaco, ma allora sei tu quello che scrive fluviali recensioni a tutti i narratori italiani (sempre strapositive) su internet bookshop? Ma con tutto quello che scrivi (hai scritto un sacco di libri pure) dove lo trovi il tempo per leggere e per vivere? Dammi retta, riposati!

  10. antonio il 28 aprile 2005 alle 10:07

    io devo dirlo, anche a distanza di tempo, adesso che nessuno più capiterà sui commenti, lo devo dire: questo intervento di Giulio è il più bello, a colpo d’occhio, prima ancora di leggerlo, quello che guardi e non puoi non sentire che gli darai ragione. intanto c’è l’immagine – un’immagine che a pelle infastidisce, poco seria, non adatta al tenore della discussione: mica si sta scherzando qui! -, e poi è l’UNICO a scrivere su internet usando il mezzo che sta usando. questo è rivoluzionario.



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