La terra padre

2 giugno 2005
Pubblicato da

di Roberto Saviano

bimbomitra.jpg

ad H., al nodo che ci lega

Ci avevo passato le dita sopra. Avevo anche chiuso gli occhi. Facevo scivolare il polpastrello dell’indice sull’intera superficie. Dall’alto in basso. Poi quando passavo sul buco, mezza unghia si arenava. Lo facevo su tutte le vetrine. A volte nei fori entrava l’intero polpastrello, a volte mezzo. Poi aumentai la velocità, percorrevo la superficie liscia in modo disordinato come se il mio dito fosse una sorta di verme impazzito che entrava ed usciva dai buchi, superava gli avvallamenti, scorazzando sul vetro. Sin quando il polpastrello mi si tagliò di netto. Continuai a strisciarlo lungo la vetrina lasciando un alone acquoso rosso porpora. Aprii gli occhi. Un dolore sottile, immediato. Il buco si era riempito di sangue. Smisi di fare l’idiota ed iniziai a succhiare la ferita.

I fori dei kalashnikov sono perfetti. Si stampano violenti sui vetri blindati, scavano, intaccano, sembrano dei tarli che mordicchiano e poi lasciano la galleria. I colpi di mitra visti da lontano danno un’impressione strana, come decine di bollicine formatesi nel cuore del vetro, tra le diverse patine blindate. Quasi nessun commerciate dopo una sventagliata di kalashnikov sostituisce le vetrine. Qualcuno spreme dentro i fori la pasta di silicone, qualcun’altro li copre con nastri adesivi neri, la parte maggiore lascia così com’è il tutto. Una vetrina blindata di un negozio può costare anche cinquemila euro, meglio tenersi quindi, queste decorazioni violente. E poi in fondo, magari divengono anche attrattiva per gli acquirenti che si fermano con curiosità, chiedendosi che cosa è successo, intrattenendosi con il proprietario dell’esercizio, insomma magari comprano anche qualcosa in più del dovuto. Piuttosto che sostituire i vetri blindati si aspetta magari che lo facciano implodere con la prossima raffica. A quel punto l’assicurazione paga, perché se si arriva la mattina presto e si fanno scomparire i vestiti, la raffica di mitra viene rubricata come rapina. Sparare sulle vetrine non è sempre un gesto di intimidazione, un messaggio da veicolare con le pallottole, quanto piuttosto una necessità militare. Quando arrivano nuove partite di kalashnikov bisogna testarli. Vedere se funzionano, notare se la canna è ben messa, prenderci confidenza, verificare che i caricatori non si inceppino. Potrebbero esercitare i mitra in campagna, sui vetri di vecchie auto blindate, comprare lastre da sfasciare in tranquillità. Non lo fanno. Sparano invece sulle vetrine, sulle porte blindate, sulle saracinesche, un modo per ricordare che non c’è cosa che non possa esser loro e che tutto in fondo è una concessione momentanea, una delega di un economia che solo loro distribuiscono. Una concessione, null’altro che una concessione che in ogni momento potrebbe esser revocata. E poi c’è anche un vantaggio indiretto poiché in zona, le vetrerie che hanno i migliori prezzi sui vetri blindati sono tutte legate ai clan, quindi più vetrine rovinate, più danaro per vetrerie. La notte precedente erano arrivati una trentina di kalashnikov dall’est. Dalla Macedonia. Skopije – Gricignano d’Aversa, un viaggio veloce, tranquillo che aveva riempito i garage della camorra di mitra e fucili a pompa. La camorra appena cadde la cortina socialista incontrò i dirigenti dei partiti comunisti allo sbando. Al tavolo della trattativa si sedettero rappresentando l’occidente potente, capace e silenzioso. Sapendo della loro crisi i clan acquistarono informalmente dagli stati dell’est: Romania, Polonia, ex Jugoslavia, interi depositi di armi, pagando per anni gli stipendi ai custodi, ai piantoni, agli ufficiali addetti alla conservazione delle risorse militari. Insomma una parte della difesa divenne mantenuta dai clan camoristici. Il miglior modo in fondo per nascondere le armi è tenerle nelle caserme. Così negli anni, nonostante gli avvicendamenti dei capi, le faide interne, e le crisi i boss hanno avuto come riferimento non il mercato nero delle armi ma i depositi degli eserciti dell’est a loro completa disposizione. I mitra quella volta li avevano stipati in camion militari che ostentavano sui fianchi la traccia della NATO. Tir rubati dai garage americani, e che grazie a quella scritta potevano girare tranquillamente per mezza Italia. A Gricignano d’Aversa la base NATO è un piccolo colosso inaccessibile, come una colonna di cemento armato piazzata in mezzo ad una pianura. Non si vedono quasi mai gli americani. I controlli sono rari. I camion della NATO hanno massima libertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fermati in piazza, hanno fatto colazione, hanno spugnato il cornetto nel cappuccino mentre chiedevano in giro per il bar di poter contattare “un paio di neri per scaricare roba, velocemente”. E il termine “velocemente” tutti sanno cosa significa. Le casse di armi sono solo un po’ più pesanti delle casse di pomodori, i ragazzi africani che vogliono fare dello straordinario dopo aver lavorato nelle campagne, prendono due euro a cassa, il quadruplo di una cassetta di pomodori o mele. Una volta lessi su rivista della NATO – dedicata ai familiari dei militari all’estero – un articoletto dedicato a chi doveva venire a Gricignano d’Aversa. Tradussi il brano e me lo scrissi su un’agenda. Per ricordarlo. Diceva : “per capire dove state andando ad abitare, dovete immaginarvi i film di Sergio Leone. E’ come il far west, c’è chi comanda, ci sono sparatorie, regole non scritte e inattaccabili. Ma voi non preoccupatevi. Verso i cittadini ed i militari americani ci sarà il massimo rispetto e la massima ospitalità. In ogni caso uscite solo se necessario dal comprensorio militare.” Mi aiutò quell’articolista yankee a capire meglio il posto dove abitavo.

Quella mattina Mariano aveva una strana euforia. Stava dinanzi al bancone del bar eccitatissimo. Si caricava di Martini a prima mattina.

– Cos’hai?

Glielo chiedevano tutti. Persino il barista si rifiutò di riempirgli il quarto bicchiere. Ma lui non rispondeva, come quando non si risponde perché chi pone la domanda ha in qualche modo già la capacità di capire da se e non lo fa solo per pigrizia.

– Io lo voglio andare a conoscere, mi hanno detto che è ancora vivo. Ma è vero?
– Cosa è vero?
– Ma come ha fatto. Io mò mi prendo le ferie e lo vado a conoscere..
– Ma chi? Cosa?
Era completamente in estasi.
– Ti rendi conto, è leggero, preciso, poi spari venti, trenta colpi, e non sono passati neanche cinque minuti…è un’invenzione geniale!

Il barista lo guardò come chi guarda un ragazzino che ha penetrato per la prima volta una donna, e porta sul volto un’espressione decifrabile, la medesima di Adamo. Un gesto che ogni essere al mondo ha fatto e farà ma che ognuno vivrà come pioniere. Il barista capì da cosa proveniva l’euforia, rivide nel ragazzo la sua faccia e forse la medesima eccitazione di quando era giovane. Subito versò il quinto Martini, questo però lo offrì alla salute del ragazzo. Mariano aveva provato per la prima volta un kalashnikov ed era rimasto così favorevolmente impressionato dall’aggeggio che voleva incontrare il suo inventore, il tenete Mihail Kalashnikov. Non aveva mai sparato a nessuno, nel clan era entrato per seguire la distribuzione di alcune marche di caffè in diversi bar del territorio. Ogni bar si rivolgeva ad agenti commerciali affiliati alle famiglie che proteggevano alcune marche precise di caffè e Mariano, che si era laureato in Economia e Commercio, aveva il compito di trattare con gli agenti delle aziende che volevano mettersi in affari con il clan ed aumentare il loro guadagno. Aveva una rete di commercio dal basso Lazio alla Lucania. Giovanissimo aveva responsabilità di decine di milioni di euro poiché erano centinaia i bar e le aziende di caffè che volevano entrare nella rete commerciale del clan. Il capozona però non voleva che i suoi uomini laureati o no, soldati o dirigenti commerciali, non fossero capaci di sparare e così gli aveva dato il mitra in mano. Di notte Mariano aveva scaricato un po’ di pallottole su diverse vetrine, scegliendo i bar a caso. Non era un avvertimento, ma insomma anche se lui non sapeva il reale motivo per cui sparava su quelle vetrine, i proprietari sicuramente un motivo valido l’avrebbero trovato. Una causa per sentirsi in errore c’è sempre. Mariano chiamava il mitra con tono truce e professionale: AK 47. Il nome ufficiale della mitragliatrice più celebre al mondo. Un nome piuttosto semplice, dove AK sta per “avtomatni kalashnikova”, ovvero “l’automatica di Kalashnikov”, e dove 47 si riferisce all’anno della sua selezione come arma per l’esercito sovietico. Le armi spesso hanno nomi cifrati, lettere e numeri che dovrebbero celare la loro potenza letale, simboli di spietatezza. In realtà sono ridicoli, banali nomi dati da qualche sottoufficiale incaricato di rubricare in deposito nuove armi come nuovi bulloni. Kalashnikov2.jpg L’ultima volta che avevo sentito dei colpi di mitra era stato qualche anno fa. Vicino all’Università di Santa Maria Capua Vetere, non ricordo bene, era un quadrivio però, ne sono certo. Quattro macchine bloccarono l’auto di Sebastiano Caterino, un camorrista da sempre vicino ad Antonio Bardellino il capo dei capi della camorra casertana negli anni ’80 e ‘90, e l’hanno massacrato con un’orchestra di kalashnikov. Quando Bardellino scomparve e la dirigenza cambiò, Caterino riuscì a scappare, a sottrarsi alla mattanza. Per tredici anni non era uscito di casa, aveva vissuto nascosto, metteva il naso fuori di notte, camuffandosi, uscendo dal portone della sua masseria in auto blindate, trascorrendo la vita fuori dal suo paese. Pensava di aver trovato una nuova autorevolezza dopo tanti anni di silenzio. Credeva che il clan rivale ormai dimentico del passato, non avrebbe attaccato un vecchio leader come lui. E così si era messo a tirar su un nuovo clan a Santa Maria Capua Vetere, la vecchia città romana era diventata il suo feudo. Il maresciallo di San Cipriano d’Aversa, il paese di Caterino, quando è arrivato sul luogo dell’agguato, ha avuto un’unica frase: l’hanno fatto male proprio! Qui infatti dipende da quanti colpi ricevi per valutare come sei stato trattato. Essere ucciso non è condizione oggettiva di per se di condanna spietata. In fondo la sola morte non concede la misura del dolore. Se ti ammazzano con delicatezza, un colpo alla testa o alla pancia, viene letta come un operazione necessaria, chirurgica, senza rancore. Ficcare oltre duecento colpi nell’auto e oltre quaranta nel corpo è invece un modo assoluto di cancellarti dal fegato della terra. La camorra ha una memoria lunghissima e capace di pazienza infinita. Tredici anni, centocinquantasei mesi, quattro kalashnikov, duecento colpi, una pallottola per ogni mese d’attesa. Le armi in certi territori hanno anche la traccia della memoria, conservano in loro stesse con livore, una condanna che poi sputano al momento giusto.

Quella mattina passavo le dita sulle decorazioni da mitragliatrice con lo zaino indosso. Stavo per partire, dovevo andare da mio cugino a Milano. E’ strano come con chiunque parli, qualunque sia l’argomento, appena dici che stai per andartene via ricevi auguri, complimenti e giudizi entusiasti: è così che si fa. Fai benissimo, lo farei anch’io. Non devi aggiungere dettagli, specificare cosa andrai a fare. Devi soltanto dire che partirai. Già di per se, indipendentemente da cosa andrai a fare, partire sarà cosa buona e positiva. Migliore che vivere qui. Qualunque sia il motivo sarà più importante di quelli che troverai per continuare a vivere in queste zone. Quando mi si chiede di dove sono, non rispondo mai. Vorrei rispondere del sud, ma mi pare troppo retorico. Quando poi me lo si chiede su un treno, mi fisso i piedi e fingo di non aver sentito, poiché mi viene in mente Conversazioni in Sicilia di Vittorini, e rischio, se solo apro la bocca, di cantilenare la voce di Silvestro Ferrato. E non è il caso. I tempi mutano, le voci sono medesime. In viaggio però mi capitò di incontrare una signora grassona ficcata a malo modo nel sediolino dell’Eurostar. Era salita a Bologna con una voglia incredibile di parlare per ingolfare anche il tempo oltre che il suo corpo. Insisteva per sapere da dove venivo, cosa facevo, dove andavo. Avevo voglia di rispondere mostrandole la ferita al polpastrello, e basta. Ma lasciai perdere. Risposi: sono di Napoli. Una città che lascia parlare talmente tanto che basta pronunciarla per emanciparsi da ogni tipo di risposta. Un luogo dove il male diviene tutto il male, ed il bene tutto il bene. Mi addormentai.

Mio cugino m’aspettava alla stazione. Lavorava in una grossa impresa di costruzioni la CostruGe fondata con capitali delle nostre parti. Aveva chiesto un permesso di un’ora per venirmi a prendere e subito ritornò in ufficio. Il palazzo della CostruGe svettava imponente. Si affacciava con la sua scritta al neon sulla sfera della fontana di San Babila. Quello che a sud rapinavano, quintali di sabbia raccolta dalla costa domitia, materiale inerte estratto dalle cave abusive, finiva nelle villette costruite in Lombardia e Veneto. CostruGe era l’impresa edile più veloce di Milano. Manodopera qualificata a basso costo, operai a lavoro ultimato si infognavano di nuovo a sud, scomparendo velocemente. Assicurazioni finte, prezzi bassissimi, qualità esponenzialmente brillante. Mio cugino lavorava nei loro uffici. Avrebbe voluto presentarmi il suo capoufficio. Era di Varese ma sapeva di dover trattare bene le persone compaesane di coloro che gli davano il suo stipendio e conterranee delle migliori maestranze della sua azienda. Non entrai. Rimasi fuori. Un passo prima di essere identificato dalla fotocellula che avrebbe fatto aprire le porte, capii che non avrei neanche voluto guardare quel dirigente di Varese. Lasciai mio cugino entrare a lavoro. La prima cosa che mi venne in mente fu di chiudere gli occhi e passare il polpastrello sui vetri blindati dell’entrata dell’azienda. Lo feci. Nessun foro. Avrei avuto voglia la notte stessa di ripartire. Il neon di piazza San Babila mi rimbalzava sulle palpebre. Tutto medesimo. Avevo cambiato luogo, non era mutato nulla. Il mio desiderio di andarmene fu accontentato presto. La mattina dopo, prestissimo Mariano mi chiamò ansioso. Servivano un po’ di contabili ed organizzatori per un’operazione molto delicata che alcuni imprenditori delle nostre zone stavano facendo a Roma. Giovanni Paolo II stava male, forse era persino morto ma ancora non avevano ufficializzato la notizia. Negozi, alberghi, ristoranti, supermercati, avevano bisogno in pochissimi giorni di enormi e straordinari rifornimenti di ogni tipo di prodotto. C’era da guadagnare un mare di danaro, milioni di individui in brevissimo tempo si sarebbero riversati sulla capitale, vivendo per strada, trascorrendo ore lungo i marciapiedi, dovendo bere, mangiare, in una parola comprare. Si potevano triplicare i prezzi, vendere ad ogni ora, anche di notte, spremere profitto da ogni minuto. Mariano fu chiamato in causa, mi propose di fargli compagnia e per questa gentilezza mi avrebbe passato qualche danaro. Nulla, è gratuito. Anche l’amicizia, quando sentita, viene ripagata con una mazzetta riconoscente. A Mariano era stato promesso un mese di ferie così da poter realizzare il sogno di andare in Russia ad incontrare Mihail Kalashnikov; aveva avuto persino garanzie da un uomo delle famiglie russe amico di Don Mezzanotte, che aveva giurato di conoscere Kalashnikov. Mariano avrebbe potuto così incontrarlo, fissarlo negli occhi, toccare le mani che avevano inventato il potente mitra. Don Mezzanotte invece voleva una sua foto autografata. Con dedica ovviamente. In meno di due settimana la camorra era riuscita ad organizzare a Roma un piano economico che qualsiasi impresa avrebbe raggiunto soltanto dedicando un piano biennale di pianificazione. Centinaia di camion usati in tutt’Italia per distribuire prodotti tecnologici, cemento, cassette di frutta, divennero in una notte tir da trasporto alimentare. In poche ore i clan avevano dirottato sulla capitale tutti i camion che dovevano arrivare ai supermarket della loro rete in mezza Italia. Chi in altre parti del paese attendeva rifornimenti si vide costretto ad attendere. Ma i tir non bastavano, una decina bisognava sequestrarli, insomma rapinarli. Troppo pochi uomini erano dislocati sulle strade del nord pronti per rapine e così scattò il solito gioco. I camorristi mandarono loro uomini a casa di alcuni camionisti di Formia, Latina che telefonarono ai cellulari degli autisti in viaggio dal telefono fisso delle loro famiglie. Gli autisti andavano a rispondere al cellulare vedendo la scritta “casa” sullo screen saver ma quando rispondevano ascoltavano la voce degli “amici” piuttosto che quella delle mogli. A quel punto per gli uomini del clan non serviva fare altro che dare indicazione di un indirizzo dove scaricare la roba, non più quello per cui erano stati ingaggiati, ma quello a cui la camorra aveva deciso di dover dislocare i prodotti. Una rapina senza pistole, senza minacce, una rapina senza neanche palesare l’intenzione di rapinare. Mariano a Roma aveva il compito assieme ad altri funzionari economici del clan di incontrare agenti e proprietari di negozi per proporgli i prodotti straordinari. I prezzi che la camorra proponeva erano convenienti e potevano contare sul valore aggiunto dell’immediatezza della distribuzione. Uno però era il prodotto maggiormente richiesto, l’acqua. La domanda di bottiglie d’ acqua sarebbe stata enorme ed ancor più i controlli dei nuclei antisofisticazione sarebbero stati nulli. Il guadagno, con un po’ di spirito imprenditoriale poteva essere sterminato. Così migliaia di bottiglie vuote accatastate per il riciclo della plastica, da Aversa a Torre del Greco, furono fatte gonfiare, se accartocciate, sterilizzate e riempite d’acqua non delle fonti ma dei rubinetti. Migliaia di bottiglie sigillate negli stabilimenti di imprenditori vicini ai clan, contenevano acqua di rubinetto pagata dai comuni campani e venduta come acqua liscia in bottiglie usate. Un guadagno del 500%. Ma non bastava la vendita legale, anche quella abusiva bisognava controllare. Così racimolati i venditori ambulanti sui treni, furono spediti a Roma ma non erano abbastanza. I clan dovevano far concorrenza ai negozi a cui loro stessi avevano venduto all’ingrosso la merce. Così vennero coinvolti i pusher che smisero di spacciare e tasformandosi in ambulanti abusivi, venditori di panini, ciambelle, acqua e birre. Una trasformazione che tutti i servizi sociali e di recupero della nazione non sarebbero riusciti a fare in anni i clan l’avevano fatto in pochi attimi. La camorra in quarantotto ore aveva messo su la sua macchina imprenditoriale pronta ad accogliere i fedeli come portatori di contante e di bisogni. Adam Smith sarebbe stato fiero del clan delle mie parti.

Roma il giorno dei funerali del Papa era un carnaio. Impossibile riconoscere i volti delle strade, i percorsi dei marciapiedi. Un unica pelle di carne aveva rivestito il catrame, le entrate dei palazzi, le finestre, una colata che si incanalava in ogni possibilità di spazio. Una colata che sembrava aumentare il proprio volume sino a far esplodere i canali in cui confluiva. Ovunque essere umani. Ovunque. Un cane terrorizzato si era nascosto sotto un autobus tremante, aveva visto ogni suo spazio vitale violato da piedi e gambe. Io e Mariano ci fermammo su un gradino di un palazzo. L’unico a riparo da un gruppo che aveva deciso di cantare come voto per sei ore di seguito una canzoncina ispirata a San Francesco. Ci sedemmo a mangiare un panino. Ero esausto. Mariano invece non si stancava mai, ogni energia gli veniva pagata e questo lo faceva sentire perennemente carico. Notai una ragazza in un gruppo di fedeli, credo libanesi. Ho la mania di fotografare visi, di prender ritratti. Ma solo per caso. Odio impostare le scene. La ragazza aveva dei tratti complicati. Un viso carnoso, dove gli occhi ed i fori del naso sembravano risultati di qualcuno che aveva tolto dei pezzi di materiale, dalla pasta della faccia. Capelli nerissimi e labbra spesse. Dovevo fotografarla. Tentati di farlo, cacciai la macchinetta, ma non feci in tempo. Il traffico umano era troppo complesso. Si ficcò in qualche fila di fedeli ed io mi trovai a procedere contromano. La persi. Ma mentre cercavo di tornare da Mariano mi sentii chiamare. Avevo ancor prima di voltarmi di chi si trattava. Era mio padre. Da due anni non ci vedevamo, avevamo vissuto nella stessa città senza mai incontrarci. Incredibile trovarsi nel labirinto di carne romano. Mio padre era imbarazzatissimo. Non sapeva come salutarmi e forse neanche se poteva farlo come avrebbe voluto. Ma era euforico come in quelle gite dove sai che in poche ore ti capiranno cose belle, le stesse che non potranno ripetersi per i successivi tre mesi almeno, e quindi vuoi berle tutte, sentirle sino in fondo, velocemente però, per paura di perdere le altre felicità nel poco tempo che ti rimane. Aveva approfittato che una compagnia rumena di volo aveva abbassato i costi dei voli verso l’Italia per via della morte del Papa, e così aveva pagato il biglietto a tutta la famiglia della sua compagna. Tutte le donne del gruppo avevano un velo sui capelli ed una corona di rosario arrotolato intorno al polso. Impossibile capire in quale strada ci trovavamo, ricordo solo un enorme lenzuolo che campeggiava tra due palazzi. Undicesimo comandamento: Non spingere e non sarai spinto. Scritto in 12 lingue.
Erano contenti i nuovi parenti di mio padre. Contentissimi di partecipare ad un evento così importante come la morte del Papa. Tutti sognavano sanatorie per gli immigrati. Soffrire per lo stesso motivo, partecipare ad una manifestazione così immensa e universale era per questi rumeni, il miglior modo di prendere cittadinanza sentimentale e oggettiva con l’Italia, ancor prima che quella formale. Mio padre adorava Giovanni Paolo II, il fascino di quest’uomo che faceva baciare a tutti la sua mano lo esaltava. Come era riuscito senza palesi riccati e chiare strategie a raggiungere quel potere immenso d’ascolto, lo intrigava. Tutti i potenti si inginocchiavano dinanzi a lui. Per mio padre questo bastava per ammirare un uomo. Lui stesso lo vidi inginocchiarsi assieme alla madre della sua compagna per recitare un rosario improvvisato per strada. Dal mucchio di parenti rumeni, vidi spuntare un bimbo. Capii subito che era il figlio di mio padre e di Micaela. Sapevo che era nato in Italia per poter avere cittadinanza, ma che per esigenze della madre aveva sempre vissuto in Romania. Cercava di tenersi ancorato alla gonna della madre. Non l’avevo mai visto ma conoscevo il suo nome. Stefano Nicolae. Stefano come il padre di mio padre, Nicolae come il padre di Micaela. Mio padre lo chiamava Stefano, sua madre ed i suoi zii rumeni Nico. In breve sarebbe stato chiamato Nico, ma mio padre non aveva ancora avuto il tempo d’essere sconfitto. Ovviamente il primo dono che aveva ricevuto dal padre appena sceso dalle scalette dell’aereo, era un pallone. Mio padre vedeva per la seconda volta il figlioletto ma lo trattava come se fosse sempre stato dinanzi ai suoi occhi. Lo prese in braccio e mi si avvicinò.
– Nico adesso viene a vivere qui. In questa terra. Nella terra del padre.
Non so perché ma il bimbo si intristì nell’espressione, lasciò cadere il pallone per terra, riuscii a fermarlo con un piede prima che si perdesse irrimediabilmente tra la folla. Mi venne d’improvviso in mente l’odore mischiato di salsedine e polvere, di cemento e spazzatura. Un odore umido. Mi ricordai di quando avevo dodici anni sulla spiaggia di Pinetamare. Mio padre venne nella mia stanza, ero appena sveglio. Forse di domenica:
– Tuo cugino ti rendi conto già sa sparare e tu? Sei meno di lui?
Mi portò al Villaggio Coppola sul litorale domizio. La spiaggia era una miniera abbandonata di utensili divorati dalla salsedine e avvolti in croste di calce. Sarei stato a scavare per giorni interi, trovando cazzuole, guanti, scarponi sfondati, zappe spaccate, picconi sbeccati ma non venivo portato lì per giocare nella spazzatura. Mio padre passeggiava cercando i bersagli, quelli che preferiva erano le bottiglie. Quelle Peroni, le predilette. Non so perché. Mise le bottiglie sul tetto di una 127 bruciata, ce n’erano molti di scheletri d’auto. Le spiagge di Pinetamare erano usate anche per raccogliere tutte le macchine bruciate usate per rapine o agguati. La Beretta 92Fs di mio padre me la ricordo ancora. Era tutta graffiata sul corpo, sembrava brizzolata, una vecchia signora pistola. Tutti la conoscono come M9 non so perché. Ma la sento sempre citare con questo nome: ti metto un M9 tra gli occhi, devo cacciare l’M9? Cavolo mi devo prendere un M9. Mio padre mi mise in mano la Beretta. La sentii pesantissima. La cosa più pesante che avessi tenuto in mano assieme ad una giara di olio bellissima che tentai di sollevare qualche anno prima. Il calcio della pistola è ruvido, sembra di carta vetrata, ti si appiccica nel palmo e quando ti sfili la pistola di mano sembra quasi che ti graffi con i suoi microdenti. Mio padre mi indicava come togliere la sicura, armare la pistola, stendere il braccio, chiudere l’occhio destro se il bersaglio era a sinistra e puntare.
– Robbè il braccio morbido ma tosto. Insomma tranquillo ma non flaccido…usa le due mani..

Prima di tirare il grilletto con tutta la forza dei due indici che si spingevano a vicenda, chiudevo gli occhi, alzavo le spalle come se volessi tapparmi le orecchie con le scapole. Il rumore degli spari ancora oggi mi da un fastidio terribile. Devo avere qualche problema ai timpani. Resto stordito per mezz’ora dopo uno sparo. A Pinetamare i Coppola, famiglia di imprenditori molto potenti e ben alleati, costruì il più grande agglomerato urbano abusivo d’occidente, il Villaggio Coppola, appunto. Non fu chiesta autorizzazione, non serviva, in questi territori le gare d’appalto ed i permessi sono modi per aumentare vertiginosamente i costi di produzione poiché bisogna oleare troppi passaggi burocratici. Così si va direttamente con le betonerie. Quintali di cemento armato presero il posto di una delle pinete marittime più belle del mediterraneo. Furono edificate torri di palazzi dai cui citofoni si sentiva il mare. Ora sono state abbattute, il rinascimento meridionale si è fatto con la dinamite. Pinetamare ora è una costa di macerie, prima verticali ora orizzontali. Il cambiamento di direzione è l’obiettivo raggiunto. Quando centrai finalmente il primo bersaglio della mia vita provai una sensazione mista di orgoglio e senso di colpa. Ero stato capace di sparare, finalmente ero capace. Nessuno poteva più farmi del male. Ma ormai avevo imparato ad usare un arnese orrendo. Uno di quelli che una volta che lo sai usare non puoi più smettere di usarlo. Come imparare ad andare in bicicletta. Una volta che hai preso l’equilibrio non riuscirai mai più a perderlo. La bottiglia non era esplosa completamente. Anzi era persino rimasta in piedi. Sventrata a metà. La metà destra. Mio padre si allontanò verso la macchina. Io rimasi lì con la pistola, ma è strano non mi sentii solo, nonostante fossi circondato da spettri di spazzatura e metallo. Tesi il braccio verso il mare e tirai altri due colpi nell’acqua. Non li vidi schizzare, né forse raggiunsero l’acqua. Ma colpire il mare, mi pareva una cosa coraggiosa. Mio padre arrivò con un pallone di cuoio, sopra l’effige di Maradona. Il premio per la mira. Poi si avvicinò come sempre alla mia faccia. Sentivo il suo alito di caffè. Era soddisfatto, ora quantomeno suo figlio non era da meno del figlio di suo fratello. Facemmo la solita cantilena, il suo catechismo:

– Robbè, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?
– Uno stronzo con la pistola.
– Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?
– Uno stronzo con la laurea…
– Bravo. Cos’è uno con la laurea e con la pistola?
– Un uomo, papà!
– Bravo Robertino!

Nico camminava ancora incerto. Mio padre gli parlava a raffica. Non capiva il piccolo. Per la prima volta sentiva parlare in italiano anche se la mamma era stata abbastanza furba da farlo nascere qui.
– Ti somiglia Roberto?
Lo guardai a fondo. E fui felice, per lui. Non mi somigliava per nulla.
– Per fortuna non mi somiglia!
Mio padre mi guardò con la solita delusa espressione, come dire che ormai neanche scherzando mi avrebbe sentito dire ciò che avrebbe voluto ascoltare. Avevo sempre l’impressione che mio padre fosse in guerra con qualcuno. Come se dovesse svolgere una battaglia con alleanze, precauzioni, macchinoni. Andare in un albergo di due selle per mio padre era come perdere prestigio verso qualcuno. Come se dovesse rendere conto ad un entità che l’avrebbe punito violentemente se non avesse vissuto nella ricchezza e con un atteggiamento autoritario e buffonesco.
– Il migliore Robbè, non deve avere bisogno di nessuno, deve sapere certo, ma deve anche fare paura. Se non fai paura a nessuno, se nessuno guardandoti non si mette soggezione, allora in fondo non sei riuscito ad essere veramente capace.

Quando andavamo a mangiare fuori, nei ristoranti si sentiva infastidito dal fatto che spesso i camerieri servivano, anche se entravano un’ora dopo di noi, alcuni personaggi della zona. I boss si sedevano e dopo pochi minuti ricevevano tutto il pranzo. Mio padre li salutava. Ma tra i denti strideva la voglia di avere il loro medesimo rispetto. Rispetto che consisteva nel generare eguale invidia di potenza, eguale timore, medesima ricchezza.
– Li vedi quelli. Sono loro che comandano veramente. Sono loro che decidono tutto! C’è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sempre sapere la verità in copro a te. Comanda veramente solo chi comanda le cose.

I comandanti delle cose, come li chiamava mio padre erano seduti al tavolo. Antonio Bardellino, Mario Iovine, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti. Avevano deciso della sorte di queste terre da sempre. Fatturavano con le loro aziende capitali enormi che poi si piantavano in Veneto, in Baviera, in Provenza, a Londra, in Brasile, lasciando nei loro paesi solo cemento, abusivismo, e soldataglia. Mangiavano assieme, sorridevano. Negli anni poi si sono scannati tra loro, lasciando scie di migliaia di morti, come ideogrammi dei loro investimenti finanziari. Don Antonio però sapeva come rimediare allo sgarbo d’esser servito per primo. Offriva il pranzo a tutti presenti nel locale. Ma solo dopo essersene andato, temendo di ricevere ringraziamenti e piaggerie. Tutti ebbero il pranzo pagato tranne due persone. Il professore Iannotto e sua moglie. Non avevano salutato don Antonio, e lui non aveva osato offrirgli il pranzo. Ma gli aveva fatto dono, attraverso un cameriere di una bottiglia di limoncello. Un camorrista sa che deve curarsi anche dei nemici leali poiché son sempre più preziosi di quelli nascosti. Quando dovevo ricevere un esempio negativo mio padre portava quello del professor Iannotto. Erano stati a scuola insieme. Iannotto viveva in fitto, cacciato dal suo partito, senza figli, sempre incavolato e mal vestito. Insegnava al biennio di un liceo, lo ricordo sempre a litigare con i genitori che gli chiedevano a quale suo amico mandare i figli a ripetizione privata per farli promuovere. Mio padre lo considerava un uomo condannato. Un morto che camminava.

– E’ come chi decide di fare il filosofo e chi il medico, secondo te chi dei due decide della vita di una persona?
– Il medico!
– Bravo. Il medico. Perché puoi decidere della vita delle persone. Decidere. Salvarli o non salvarli. E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fallito, un buffone, uno che non fa nulla. Allora puoi fare solo il bene, ma quello è volontariato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male.

Io non rispondevo. Non riuscivo mai a capire cose volesse realmente dimostrarmi. E in fondo non riesco nemmeno ora a capirlo. Sarà anche per questo che mi sono laureato in filosofia, per non decidere al posto di nessuno. Mio padre aveva fatto servizio nelle ambulanze, come giovane medico, negli anni ’80. Quattrocento morti l’anno. In zone dove si ammazzavano anche cinque persone al giorno. Arrivava con l’autoambulanza, quando però il ferito era per terra e la polizia non ancora arrivata non si poteva caricarlo. Perché se la voce arrivava, i killer tornavano indietro inseguivano l’autoambulanza la bloccavano entravano nel veicolo e finivano il personaggio sul lettino. Era capitato decine di volte, e sia i medici che gli infermieri sapevano di dover star fermi dinanzi ad un ferito ed attendere che i killer tornassero per finire l’operazione. Una volta mio padre però arrivò a Giugliano, un paesone tra il napoletano ed il casertano, feudo dei Mallardo, uno dei clan più potenti e capaci del mezzogiorno. Il ragazzo aveva diciotto anni, o forse meno. Era stato sparato al torace ma una costola aveva deviato il colpo. L’autoambulanza arrivò subito. Era in zona. Il ragazzo rantolava, urlava, perdeva sangue. Mio padre lo caricò. Gli infermieri erano terrorizzati. Tentarono di dissuaderlo, insomma si vede che i killer hanno potuto sparare poco perché messi in fuga da qualche pattuglia, ma sicuramente sarebbero ritornati. Gli infermieri provarono a rassicurare mio padre:

– Aspettiamo. Vengono, finiscono il servizio e ce lo portiamo.

Mio padre non ce la faceva. Insomma, anche la morte ha i suoi tempi. E diciotto anni non gli sembrava il tempo per morire, neanche per un soldato di camorra. Lo caricò, lo portò all’ospedale e fu salvato. La notte, andarono a casa sua i killer che non avevano centrato il bersaglio come si doveva. Io non c’ero, abitavo con mia madre. Ma mi fu raccontata talmente tante volte questa storia, troncata sempre nel medesimo punto, che io la ricordo come se a casa ci fossi stato anche io e avessi assistito a tutto. Mio padre credo fu picchiato a sangue, per almeno due mesi non si fece vedere in giro. Per i successivi quattro non riuscì a guardare in faccia nessuno. Non me l’ha mai detto. Ne qualcuno mi ha mai insinuato alcunché, ma io sono certo che dopo averlo pestato per l’azzardata decisione di salvare quel ragazzo, gli chiesero di ammazzarlo lui stesso. Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché qui con la volontà non si muta nulla. ammazzato.jpg Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che davvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine. Non ho mai saputo mio padre cosa abbia deciso di fare. Non voglio saperlo. Ma forse so cos’ha fatto. E va bene così.

Il piccolo Nico era tornato a ridere. Chissà come crescerà, come verrà addestrato alla vita, a quale scuola andrà, le estati in Romania, i villaggi di miseria. L’iniziazione sessuale accompagnato dal padre con le migliori mignotte, o forse suo padre non ce la farà più. Neanche con la moglie, che cercherà di consolarsi altrove, mentre il marito la tampinerà, la farà seguire, la osserverà. Micaela ha più o meno la stessa mia età. Anche lei quando confessava di andare in Italia, di andarsene via, avranno fatto gli auguri senza chiederle nulla, senza sapere se andava a far la puttana, la sposa, la colf, o l’impieagata. Non sapendo altro che andava via. Condizione sufficiente di fortuna. Nico però ovviamente non pensava a nulla. Serrava la bocca all’ennesimo frullato che Micaela gli dava per ingozzarlo ora che poteva farlo. Mio padre per farlo mangiare gli pose il pallone vicino ai piedini, Nico lo calciò con tutta la forza. La palla rimbalzò su ginocchia, tibie, punte di scarpe, di decine di persone. Mio padre iniziò a rincorrerla. Sapendo che Nico lo guardava, finse goffamente di dribblare una suora, ma la palla gli scappò nuovamente dai piedi. Il piccolo rideva, le centinaia di caviglie che vedeva distendersi dinanzi agli occhi lo facevano sentire in una foresta di gambe, gonne, caviglie, scarpe e sandali. Gli piaceva vedere, il padre, nostro padre, affaticare la sua pancia per prendere quel pallone. Cercai di alzare la mano per salutarlo, ormai un muro di carne l’aveva bloccato. Sarebbe rimasto ingorgato per una buona mezz’ora. Inutile aspettare. Era davvero tardi. La sagoma non si intuiva neanche più, ormai era stata inghiottita sin nello stomaco della folla.
– Addio papà.

________________

Pubblicato sul numero 30 Aprile/Giugno 2005 di NUOVI ARGOMENTI

12 Responses to La terra padre

  1. marco v il 2 giugno 2005 alle 21:16

    ..per la miseria: ma chi sei Saviano? Non hai neppure 30 anni (se non erro), ma porcamiseria .. ;( ora non scriverò più per almeno un mese ..
    “E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fallito, un buffone, uno che non fa nulla. Allora puoi fare solo il bene, ma quello è volontariato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male …” è da merditarci un pò su.
    Torno un’altra volta.

  2. platone il 3 giugno 2005 alle 09:29

    se non conosci socrate e un pò di filosofuccia non è colpa di nessuno, caro marco v.

  3. red il 3 giugno 2005 alle 09:39

    Era Schopenhauer, non Socrate.

  4. andrea barbieri il 3 giugno 2005 alle 11:25

    Intanto saluto i troll che si manifestano nel colonnino, poi preciso che Saviano è del ’79. Lo dico con allegria perché vuol dire che c’è gente in gamba in circolazione. Non saranno in tanti ma esistono.
    Quel vecchione di Piero Sorrentino è invece del ’78, se non sbaglio.

    OFF TOPIC
    volevo chiedere se non è possibile rilanciare un’iniziativa bellissima di Tiziano Scarpa (che su NI si è sempre espresso nella dimensione della genialità): “la lista della spesa” in cui si segnalano opere di autori italiani (tutti i medium sono consentiti) dal 2000 in poi, o per aggiornarla, non so, dal 2003 in poi… Era un bel modo di combattere i “mediatori” rincoglioniti perché da un lato informava su cosa c’era di buono in circolazione e dall’altro mostrava senza affondi impossibili la demenza precoce di certe tastiere (penne è superato) del giornalismo ufficiale.

  5. marco v il 3 giugno 2005 alle 13:44

    .. sì, è vero, se non conosco Schopenhauer è solo colpa mia .. è che al liceo adoravo la storia, all’Università ho un pò barato (Filosofia morale su Freud; Filosofia moderna su Leibniz e Locke.. e poi basta), ed ora eccomi qui.
    Posso giocare lo stesso..?..;)

  6. rita pavone il 3 giugno 2005 alle 15:32

    Barbieri se non lustra ogni volta le scarpe a qualcuno non è contento.

  7. elos il 3 giugno 2005 alle 15:42

    Non lo so.Ho ancora gli occhi fissi sulle parole e non mi viene da dire quasi nulla, ogni commento arriverebbe come un togliere, che non potrebbe aggiungerebbe alcunchè. Solo questo: che a leggere i pezzi di saviano ogni volta la sensazione è quella di stare proprio là, dentro i negozi coi vetri forati,abituati alla perfezione senza macchia dei buchi(nel vuoto) dei kalashniKov e poi spalanchi gli occhi, perchè al posto di buchi vuoti o vetri distrutti ci vedi delle dita,carne che s’insinua, sporca di sangue -ma sangue vero,senza aggiunte inutili nè tantativi seduttivi- una carne che picchia,scuote,che mostra senza dover dimostrare un bel niente. Sta lì, pesa un quintale ma non affonda. Uno “stronzo senza pistola”, come diceva il padre -però ,cazzo se riesce a farle a saltare in aria ,le cose e le testa, con la sua penna.

    ot. andrea,ottimo consiglio, la nuova lista della spesa!

  8. Franz Krauspenhaar il 3 giugno 2005 alle 20:12

    Questo è veramente un pezzo forte.

  9. piero sorrentino il 3 giugno 2005 alle 21:52

    è un racconto potentissimo, che corrompe gli stili e macera la coscienza, fittissimo di grovigli di immagini raggelanti, la cosa più bella finora, e sottolineo finora, firmata da Roberto Saviano.

    (Andrea, sì, sono del ’78. Vecchio sul serio! :))

  10. andrea barbieri il 4 giugno 2005 alle 00:42

    Vorrei rispondere a Rita Pavone che se non ci fossero i troll e le trollesse a schizzare di merda le scarpe, non ci sarebbe bisogno di lustrarle.

  11. marco rovelli (alderano) il 5 giugno 2005 alle 23:10

    Potente, davvero, mi pare la descrizione migliore.

  12. Ferdy il 6 giugno 2005 alle 11:23

    Chi l’ha detto che Nazione Indiana è finita? Bastano pezzi come questo a dimostrarlo. Eppure in giro nella rete non sono mancati gli avvoltoi che gongolano di immaginari de profundis, i soliti mangiatori di carogne: Bocuzzi si romanzieri.com, e lo spregevole Gustavo Paradiso, disgustoso pseudonimo di zibaldoni.it.



indiani