La vita dura

28 settembre 2005
Pubblicato da

di Stefano Zangrando

1
Il verbo resistere (composto da re- con valore intensivo e dal latino sistere, stare) coniuga in sé due dominî semantici tutt’altro che complementari, quello del verbo opporsi e quello del verbo durare. Ci si può opporre a una qualsiasi alterità per un solo brevissimo istante e poi subito arrendersi o cedere, come il cranio di un pacifista sedizioso colpito dal proiettile ottonato di una Beretta P-92. Allo stesso modo, si può durare molto a lungo senza per questo opporsi ad alcunché, come un pianeta ignorato dalle traiettorie delle meteoriti e anche, possibilmente, disabitato. Resistere significa invece opporsi a lungo e, nel caso degli esseri viventi, attivamente. Perciò ogni forma di resistenza, lungi dall’esprimere una semplice passione, è un’azione per la quale ci vuole, se non coraggio, almeno una buona dose di paura.

2
Mio nonno paterno finì di morire un venerdì sera di febbraio. (L’agonia subentrata alla perdita di coscienza durò poco meno tre ore, ma la morte aveva cominciato a lavorarlo da ben più tempo. La morte naturale è un processo, non soltanto il suo compimento. Se poi vogliamo che essa riguardi il morente e non chi gli sopravvive, se non vogliamo defraudarlo del suo ultimo, immeritato diritto al travaglio, dobbiamo ammettere che si tratta di un processo fisico molto più che di un fatto sociale.) Il giorno prima ero andato a trovarlo in ospedale, dove sua moglie lo assisteva ormai senza pause. Appena arrivai, mio nonno ebbe una crisi respiratoria: la morte incalzava. Sollevando a stento le braccia al di sopra delle transenne del letto, strinse una mano a mia nonna, che lo fissava con gli occhi colmi di angoscia, e l’altra a me. Durò pochi minuti. Stringendo le nostre mani, affondava nel vuoto lo sguardo spaurito e gridava: “Mamma! Mamma!”. Gli dissi: “Non avere paura”. Replicò in dialetto: “Eh, ho paura mi!”.

Me ne andai mezz’ora dopo quell’attacco. Lo baciai, strinsi ancora la sua mano e lo accarezzai sul capo. Gli dissi: “Cerca di riposare”, e infine: “Riposa”. (Arriviamo a un certo punto a desiderare la morte dei nostri cari, anche a dispetto dell’energia residua che ancora sprigiona il loro istinto di sopravvivenza.) Il suo ultimo sguardo per me mi parve stanco, non lucido, e tuttavia presente (o forse aveva afferrato il senso recondito del mio invito e quella non era stanchezza, ma la fiacca reazione di una consapevolezza ferita: nella situazione in cui si trovava “non poteva darmi torto”, nondimeno esprimeva il dolore, l’offesa e la resistenza all’affronto della mia superiorità biologica). Poi, la notte seguente, si incattivì – il sangue cominciava ad arrendersi e, dopo le gambe e le mani, abbandonava il cervello (ma in quel delirio mio nonno si sentiva lucidamente beffato: sentiva e sapeva che tutti ormai aspettavamo la sua fine, era solo contro di noi che rimanevamo vivi e non voleva, non poteva darci questa soddisfazione). Il giorno dopo lo colse un’infinita stanchezza. Non mangiava né dormiva più da giorni: li aveva passati unicamente a resistere, aggrappato alle transenne del letto. Mio padre, che assistette alla sua agonia, mi raccontò che, prima di perdere coscienza, mio nonno rivolse un ultimo sguardo a sua moglie e che lei, dopo la fine, non pianse ma invocò: “Ciàmame presto”.

3
Ogni volta che ripenso alla fine di mio nonno mi accorgo che il mio ricordo, tra le righe della sua morte (tra le parentesi che essa apre in me), si ostina a lasciar trapelare un aspetto dell’esistenza che non mi dà pace: la resistenza della vita biologica, la sua sovrumana ostinazione a durare, una volontà che, pur servendosi degli uomini per realizzarsi, rimane totalmente indifferente a ciò che provoca in loro: solitudine, dolore, pietà, cinismo, rabbia, delirio – e morte. Paradossalmente, la morte di mio nonno sarebbe un ottimo inizio per una storia che, tra le righe della quotidianità più anonima, negli anditi dell’esistenza più lontani e trascurati dal palcoscenico della Storia, volesse interrogare la forza più indifferente e disumana che gli uomini abbiano mai conosciuto: la forza della vita.

L’interrogazione dell’esistenza è tra le principali prerogative della prosa romanzesca. Questa, lungi dal costituire una semplice manifestazione dell’indole affabulatoria degli uomini, si avvale di una loro facoltà ulteriore, quella di organizzare le cose in una struttura concettuale ordinata che, mettendole in relazione l’una con l’altra, dia loro un senso più o meno compiuto. Servendosi di questa facoltà come la vita si serve di noi, il romanzo, quest’arte parassita del pensiero, dà forma alle nostre esperienze e fantasie e, così facendo, ci salva. Salvare, infatti, nel dominio dell’arte non significa tanto perpetuare, rendere durevole (solo la vita dura ad libitum, nient’altro), quanto piuttosto dare un senso – una forma – all’esistenza: il più bel senso, la più bella forma possibile. Milan Kundera: «Tutti gli aspetti dell’esistenza scoperti dal romanzo sono scoperti come bellezza».

4
L’opera romanzesca di Danilo Kiš (Subotica 1935 – Parigi 1989) è governata da un imperativo etico di salvazione e da un imperativo estetico di disciplina e innovazione formale che non hanno eguali nella prosa europea della seconda metà del XX secolo. In particolare Clessidra (1972), terzo romanzo di una trilogia autobiografica che Kiš chiamò del «Circo di famiglia», è l’opera che più di ogni altra sembra reggersi miracolosamente in equilibrio sull’abisso del nulla, dell’oblio al quale la Storia e la morte condannano tutti coloro che ne subiscono l’azione schiacciante, e dove a venir salvato dalla grazia della forma è il personaggio più bello e importante che Kiš abbia creato: l’ex-funzionario delle ferrovie jugoslave Eduard Sam, alter ego del padre dello scrittore, l’ebreo errante inghiottito dal lager, autore folle e lucidissimo di un improbabile Orario delle comunicazioni tranviarie, navali, ferroviarie e aeree nonché della «lettera o indice» che costituisce l’ultimo capitolo del romanzo.

Il lettore che si immerge nel vertiginoso mondo di Clessidra si trova di fronte a una lenta successione di elementi sdoppiati, riecheggiati, variati, che attraversano senza posa i piani del racconto, dalla storia alla narrazione e viceversa, dalla realtà alla finzione e viceversa, sorretto a malapena da un succedersi di metafore che a loro volta sembrano travasarsi l’una nell’altra, vicendevolmente, e tutto ciò si svolge davanti ai suoi occhi secondo un’alchimia compositiva per cui nessun elemento e nessuna metafora potrebbe esistere se non esistesse anche, a distanza di qualche pagina, prima o dopo, il proprio doppio, la propria eco, la propria variazione – e questo finché, nell’ultimo capitolo, la «lettera o indice» di Eduard Sam suscita in lui, nel lettore ormai assorto e vagamente turbato, la sensazione improvvisa di un’epifania di senso grazie alla quale “tutto torna” – o quasi, perché in effetti, come ha osservato il critico francese Guy Scarpetta, il romanzo riduce «a poco a poco la frammentazione del senso, ma non del tutto, come per suggerire che la “verità” a cui mira la finzione è sempre improbabile, o inaccessibile».

Questa imperfetta illusione di senso finale si configura così come un doppio fittizio della cosiddetta ispirazione poetica, ossia come un riflesso metaforico, nel tempo della lettura, del processo creativo del romanziere: nella mente del lettore artificialmente “ispirato”, investito metaforicamente di un ruolo creativo, Eduard Sam si rivela come creatore en abyme dell’opera sulla quale si fonda l’opera del creatore reale Danilo Kiš. Grazie a questo artificio, che unisce le tre figure fondamentali del processo artistico del romanzo – personaggio, autore e lettore – in un unico evento demiurgico, si compie la salvazione artistica dell’esistenza che ogni membro di questa stessa “trinità” estetica ha contribuito a creare – vivendola, trasfigurandola nell’opera, vivificandola nuovamente attraverso la lettura.

5
Tre giorni dopo la scomparsa di mio nonno mi chiamò mio fratello dall’ospedale di Innsbruck: mia cognata aveva partorito una bambina, la seconda. Mio fratello, che era rientrato solo il giorno prima dal funerale di nostro nonno in Sudtirolo e che d’ora in poi sarebbe stato accerchiato da ben quattro donne (la suocera vive con loro), commentò: «Non so se ridere o piangere». Non seppi consigliarlo. Invece mi tornò in mente quella commedia di Kundera, basata su un romanzo di Diderot, in cui la nascita di un bambino viene definita, con sublime ironia, come «la conclusione più terribile che una storia possa avere». Ma non dissi nulla a mio fratello, la cui esistenza tra le donne era solo all’inizio.

Ripenso alla nascita della mia nipotina e mi dico: no, non c’è proprio modo di opporsi. La vita si fa un baffo delle storie e della Storia, resiste bellamente agli attacchi della forma e della morte e, servendosi di un nuovo pargoletto, continua a durare. Che cosa possiamo contro una forza del genere? Niente. E alla prosa romanzesca, che ama flirtare tanto con la vita quanto con la forma, non rimane che interrogare – con coraggio, senza paura – avvenimenti come la nascita di una nipote e, mettendoli in relazione con altri avvenimenti (come la morte di un nonno o la lettura di un buon romanzo), dare loro un senso: il più bel senso possibile.

4 Responses to La vita dura

  1. gabriella il 30 settembre 2005 alle 14:50

    In questi giorni non ho tempo di lasciare riflessioni che questo scritto mi ha stimolato, però voglio dire all’autore che mi è piaciuto moltissimo!!!

  2. Wovoka il 30 settembre 2005 alle 19:51

    Concordo, fa riflettere su cose cose che non ammettono risposte affrettate.

  3. effeeffe il 1 ottobre 2005 alle 11:04

    nel segno, Stefano, hai colto nel segno
    effeffe

  4. zangrando il 3 ottobre 2005 alle 12:15

    Grazie di questi commenti.
    StZ



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