Quando università fa rima con precarietà

15 ottobre 2005
Pubblicato da

di Andrea Bajani

Quando hai vinto il Dottorato di Ricerca in Storia economica hai fatto festa con i tuoi amici per tutta la notte. Hai bevuto, cantato, ballato e quando alle otto del mattino sei rientrato in casa non ti sei nemmeno sdraiato sul letto. Hai alzato il telefono, hai chiamato tuo padre e gli hai detto Dovresti essere fiero di me. Quando hai vinto il Dottorato di ricerca in Storia economica erano tre anni che provavi a vincerlo. Compilavi le domande, prendevi il treno, andavi a Bari, provavi il concorso e non lo passavi. Compilavi le domande, prendevi il treno, andavi a Firenze, provavi il concorso e non lo passavi. Compilavi le domande, prendevi l’aereo, andavi a Palermo, provavi il concorso e non lo passavi.

Quando hai vinto il Dottorato di Ricerca erano tre anni che tuo padre pagava l’affitto del tuo alloggio a Torino. Tu giravi per la città e pensavi al giorno in cui avresti vinto il tuo Dottorato di Ricerca e avresti potuto restituirgli finalmente i suoi soldi col tuo stipendio di 830 € al mese. Per questo dopo una notte passata a ballare l’hai chiamato e gli hai detto Dovresti essere fiero di me. Per questo il giorno dopo tuo padre ti ha telefonato di nuovo per complimentarsi con te. Quando ti ha chiesto Ma di preciso, cos’è che adesso studierai?, e tu gli hai detto Le oscillazioni del prezzo dei cereali nella Toscana del Seicento, tuo padre ha detto Ah. Poi ha messo giù la cornetta.

Quando hai finito il Dottorato di Ricerca hai telefonato a tuo padre e gli hai chiesto un aiuto per pagare le bollette. Erano tre anni che ti sentivi una persona normale, che pagavi gli affitti, che mangiavi la pizza, che andavi al cinema il lunedì. Erano tre anni che tuo padre ti chiamava e ti diceva Ripensandoci, non è mica male questa cosa dei cereali del Seicento. Quando hai finito il Dottorato di Ricerca, tuo padre ha ricominciato a darti la paghetta mensile nonostante i tuoi trentadue anni compiuti. Tu ogni sera lo chiami e gli dici che appena vincerai il concorso da Ricercatore gli restituirai fino all’ultimo euro. Adesso hai un po’ di spese, però. Compilare domande, prendere il treno, andare lontano, provare il concorso è una cosa che costa.

(Pubblicato su Torino Sette, supplemento settimanale de La Stampa, il 7 luglio 2005)

One Response to Quando università fa rima con precarietà

  1. Martina il 25 marzo 2006 alle 21:11

    ..mi sono quasi commossa, quanto sono vere le tue parole. Sono laureata da un anno e due mesi, ho fatto due stage all’estero. Fino ad un anno fa non sapevo realmente cosa fosse un dottorato di ricerca, poi in pochi mesi dopo la laurea questo nome ha cominciato ad essere ripetuto decine e decine di volte. Nonostante l’omertà e l’ostruzionismo che regna a riguardo, ho conosciuto una serie di persone che mi hanno aperto gli occhi..poi ho pensato: mi è sempre piaciuto studiare, mi piace informarmi, mi piace leggere e approfondire, mi piace insegnare, mi piace scrivere..ho trovato la mia strada! Quel giorno è iniziato l’incubo, è iniziata la mia gavetta per entrare. Proprio oggi ho deciso di battere a tappeto tutti i concorsi indetti nelle mie materie in qualsiasi regione, mentre all’inizio, ingenuamente, ho sperato riuscissi a farcela a Roma dove vivo..so già che anche se l’utopia divenisse realtà dopo tre anni sarei di nuovo precaria..per ora il mio pensiero fisso è compiere questo primo passo..ho già un treno che mi aspetta..grazie per il tuo articolo: quando ho detto ai miei amici che sarei andata a Modena dove non conosco nessun professore e non sono mai stata per provare ad entrare in un dottorato mi hanno presa per matta..evidentemente funziona così..meno male che c’è intenet e persone che hanno voglia di condividere..
    Martina



indiani