Accattone, forse un autoritratto

2 novembre 2005
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

( Approfitto cinicamente (?) del trentennale per pubblicare poche righe su di un film che mi è piaciuto… F.K.)

Accattone fu girato da un dilettante. Pasolini nel 1961 aveva già scritto delle sceneggiature (come quella de La notte brava, il miglior film di Bolognini) ma, per la prima volta davanti alla macchina da presa, non sapeva esattamente che pesci prendere, o meglio: sapeva bene quello che voleva ma non sapeva bene come usare i pennelli per il suo quadro. Girò alcune scene ritenute insensate, la produzione non ne volle sapere, il film non si sarebbe fatto più: la sua carriera cinematografica finiva ancor prima di iniziare. Il poeta voleva farla finita, sul cinema aveva puntato tutto. Il cinema è alimentare ma non è elementare. Il cinema bisognerebbe saperlo fare, prima di farlo. Con le dovute eccezioni…

Fu il produttore Alfredo Bini che rintracciò Pasolini, disperato: voleva gettarsi nel Tevere. Bini gli chiese soltanto se aveva mangiato, l’altro gli rispose di no. Il produttore portò l’amico in una trattoria e gli promise di produrre lui stesso il film. Gli mise a disposizione una troupe di grandi professionisti, alcuni tra i migliori di quel periodo, ma con poca spesa.

Quel film d’esordio è la prosecuzione per immagini dei due romanzi sui ragazzi di vita. Il sottoproletariato delle borgate raccontato col sottofondo musicale di Bach, il compositore preferito. E’ il terzo “volume” della trilogia, e ne è l’ unica tragedia.

In quell’esordio Pasolini dimostra quanto il cinema d’autore (il “cinema di poesia”, per lui) possa anche essere – seppure con la rarità dei pezzi unici- una prosecuzione della letteratura, e un modo di scrivere e di leggere diversi. All’immaginazione del lettore egli sostituisce brutalmente e totalmente in questo suo terzo “volume” (tra poesia e prosa) l’immaginazione sua personale, o meglio il suo sguardo poetico. Nei romanzi è il lettore che ricrea in sé le proprie immagini; in Accattone la lunga prosa poetica filmata è totalmente nelle mani dell’autore. E attraverso le “sue” immagini ci fa leggere il suo “terzo romanzo” sui ragazzi delle borgate senza possibilità di scampo per noi spettatori: questo film è scritto e anche letto dall’autore soltanto. Lo spettatore non immagina nulla, è come legato e imbavagliato dalla visione pasoliniana, è passivo, arreso a quest’ evidenza soggettiva, con le spalle al muro. Rilegge con gli occhi del poeta, non puo’ fare altro. E il bianco e nero contrastato di Tonino Delli Colli è il “nero su bianco” che Pasolini mette firmando il suo nuovo “volume”. Che però è cinema allo stato purissimo.

E’ tutto vero, il suo è uno sguardo vero perché completamente suo, l’autore è lì, nel bel mezzo, che guarda raccontando ciò che la sua mente vede. Nel solco del Neorealismo ma ciononostante con uno scarto tremendo: del Neorealismo Accattone si serve degli ingredienti primari, ma la “cottura” del romanzo per immagini è di cucina più che altro surrealista, perché il poeta vede e mostra soltanto la sua inconsolabile, personalissima verità; e dunque il Neorealismo a mio avviso lo scavalca.

Nella bruttezza famelica di questi personaggi stracciati che noi vediamo con gli occhi di Pasolini, quindi, noi vediamo in ultima analisi il suo occhio sofferto e senza speranza. Il film non è una rappresentazione per quanto autoriale – come in molte opere di Fellini; quindi non è rappresentazione dello sguardo allucinato di un pittore di quadri mobili e parlanti e musicali. In Accattone vediamo ad occhi sbarrati la grande e tremenda pietà del suo autore, soprattutto.

Pasolini fu un cineasta totalmente immerso nella propria visione delle cose, e soprattutto per quanto riguarda questo film. Il poeta fa autobiografia del proprio occhio, del suo sentimento, del suo credere di capire, della sua dolorosa purezza, delle sue umanissime contraddizioni, della sua disperazione. Noi assistiamo all’ essenza dell’essere umano Pasolini attraverso tutta la visione del film, vediamo la sua scrittura e il suo sentire impietosamente pietosi, vediamo la sua nostalgia per un mondo che non ha futuro perché è appena finito o forse non è mai iniziato, vediamo alla fin fine il suo terribile presentimento che agisce da totalizzante sentimento.

L’autore vede con rigore quel mondo all’ultimo stadio, lo vuole a tutti i costi filmare con filologica esattezza per fissarlo, per immortalarlo mentre si sta disfacendo. Vuole vedere gli ultimi momenti – quelli dell’agonia – di un mondo da sempre trafitto. E’ come se avesse scattato centinaia di migliaia di foto a un condannato alla massima pena prima dell’esecuzione.
Accattone, forse, è anche l’autoritratto della sua fine dipinto con quattordici anni di anticipo.

31 Responses to Accattone, forse un autoritratto

  1. Bartolomeo Di Monaco il 2 novembre 2005 alle 18:14

    “quell’esordio Pasolini dimostra quanto il cinema d’autore (il “cinema di poesia”, per lui) possa anche essere – seppure con la rarità dei pezzi unici- una prosecuzione della letteratura, e un modo di scrivere e di leggere diversi”

    Mi sto sempre più convincendo che non ci sia separazione tra cinema e letteratura. Di più: le immagini di un film sono capaci, oltre che di trasferirci le proprie intrinseche emozioni, di sollecitarne di ulteriori dentro di noi, allo stesso modo delle parole.

    Il cinema è la letteratura che sceglie come strumento l’immagine, in luogo della parola.

    Bart

  2. F.K. il 3 novembre 2005 alle 08:59

    Soprattutto, a quei tempi, per Pasolini si trattava, io credo, non solo di un problema estetico, cioé di ricerca di dire le cose che gli premeva artisticamente dire con una “lingua” diversa, ma anche pratico. Perchè è fin troppo facile chiedersi: in quanti lessero i suoi romanzi? E viceversa: in quanti videro Accattone? Non ho stime, ma posso facilmente pensare che i “fruitori” del film furono molti di più. (Se qualcuno ha dei dati sarebbero graditi).
    Pasolini fu anche, a mio avviso, il primo grande intellettuale mediatico italiano. Fu un incursore a tutto campo. Bucava il video.

  3. gianni biondillo il 3 novembre 2005 alle 10:32

    De Mauro scrisse che fu il primo intellettuale multimediale italiano.

  4. tashtego il 3 novembre 2005 alle 10:39

    Questo è un brano de Una vita violenta trovato nel web, che metto qui per pro-memoria.
    Non ho mai più riletto il libro dai primi anni sessanta.
    Accattone invece l’ho rivisto due o tre volte.
    Direi che Pasolini dal primo romanzo, Ragazzi di vita, fino ad Accattone, procede per una progressiva asciugatura di linguaggio e contenuti.
    Dai primi patetismi – quelli sì, forse, neo-realisti – di Ragazzi di vita e dei racconti iniziali, che si mescolano, talvolta in modo intollerabile, all’indagine e alla definizione di un mondo – sconosciuto ai più – mediante scrittura, Una vita violenta costituisce una sorta di ulteriore messa a fuoco di quel mondo e una messa a registro – non perfetta, certamente – della scrittura.
    Detta alla grossa, Pasolini è uno scrittore novecentesco, in ogni senso, formatosi in un clima culturale che ha origine tra le due guerre e sfocia nella fioritura post bellica, ma sempre mantenendo quell’imprinting iniziale: questo secondo me nei due romanzi si vede bene.
    Stop, mi fermo qui sui romanzi, che restano ciò che più ho amato di Pasolini, ciò che mi ha più segnato, che in qualche modo ha preparato il terreno (emotivo?) per le successive svolte della mia vita.
    Accattone non è a mio avviso la prosecuzione della scrittura di Pasolini con altri mezzi, come qui sembrate pensare: voglio dire che non mi sembra sia così.
    Forse non è mai così, forse mai il cinema “prosegue” davvero la scrittura.
    Quello che mi colpisce ogni volta che rivedo il film è un’asciuttezza di linguaggio e di resa dei contenuti che manca ai libri, che è nuova rispetto a quelli.
    Il film è un passo in un altro territorio linguistico, dove ciò che Pasolini poteva scrivere nei libri non può – non deve – essere filmato o trasposto in termini analoghi: per questo quel tanto di neo-realismo presente forse nei libri (mi ci vorrebbe una definizione di neo-realismo, che invece mi manca), non c’è nel film, dove le figure si muovono, almeno così le percepisco, in modo del tutto straniato, al punto da sembrare ombre, archetipi, pupazzi nemmeno poi così tragici.
    Doppio stop.

  5. tashtego il 3 novembre 2005 alle 10:40

    il brano, che non mi ha copincollato, è questo:
    “Tommaso, accodato ai pompieri, s’arrampicò affondando nella fanga, aranfandosi ai resti delle fratte, a qualche ramata, a qualche alberello frollo, e raggiunsero quasi la parte più alta, a mezza costa, dove c’era una specie di spiazzo. Lì s’era messa della gente, scappata dalle baracche, vestita come si trovava, qualcuno addirittura in camicia, con le creature in braccio e i ragazzini che piangevano.”

  6. rangun il 3 novembre 2005 alle 11:28

    “Qui non c’è differenza di classe. Ed una è cosa meravigliosa. Malgrado tutti gli errori e le involuzioni, malgrado i delitti politici e i genocidi di Stalin (di cui è complice l’intero universo contadino russo), il fatto che il popolo abbia vinto nel 17, una volta per sempre , la lotta di classe e abbia raggiunto l’uguaglianza dei cittadini, è qualcosa che dà un profondo, esaltante sentimento di allegria e di fiducia negli uomini. Il popolo si è infatti conquistato la libertà suprema: nessuno gliel’ha regalata. Se l’è conquistata.”
    pier paolo pasolini in scritti corsari (sic), al ritorno da un emozionante viaggio in russia, il paese della gioia della libertà e dell’allegria, nel 1974 eh, non come da noi che si vivevamo gli anni bui di… Carosello, l’infernale macchina di propaganda, il meccanismo del “potere più violento e totalitario che ci sia mai stato” che ci plasmava tutti omologati. questo sì che è parlar franco! ma davvero volete mettere le purghe staliniane col confetto falqui? basta la parola.

  7. F.K. il 3 novembre 2005 alle 11:39

    @Tash. Intendevo che il cinema puo’ essere prosecuzione della letteratura in certi casi, ovvero: nella trasposizione. Quando cioè passiamo al trattamento di un’opera letteraria riscrivendola dentro una sceneggiatura. Spesso, come sai bene, da un cattivo romanzo puo’ venir fuori un ottimo film (prosecuzione migliorativa, quindi); è molto più raro che da un grande romanzo si abbia, dal cinema, una “buona prosecuzione”. Abbiamo esempi infiniti, su questo punto.
    Oppure, come nel caso del PPP di Accattone, abbiamo la prosecuzione di un discorso letterario nel cinema, con una svolta. Accattone secondo me -come ho scritto in questo pezzo- è il terzo “volume” di una trilogia, “scritto” su pellicola. A mio avviso la maggiore forza d’urto del terzo “volume” rispetto ai primi due è enorme. Anche grazie a quell’asciuttezza di forma e contenuti di cui tu giustamente parlavi, ma anche perchè è cinema. Con questo non voglio dire che il cinema è generalmente più immediato ed efficace, nell’esprimersi, della letteratura. Spesso è esattamente il contrario, soprattutto (dico alla grossa) negli ultimi tempi.
    Nel caso di Pasolini, però, senz’altro. La sua filmografia è interessante perché vi si notano continui e naturali, direi coerentemente ovvi (per lui) spostamenti dalla letteratura al cinema, spostamenti di linguaggio ma non certo di poetica. Il cinema è lingua affine. Nel 1961 questa lingua era popolare come era popolare la lingua delle canzoni. Oggi non è più così, purtroppo. Oggi ci restano solo le canzoni.

  8. tashtego il 3 novembre 2005 alle 14:21

    Quanto riferisce Rangun, con palese (e condivisibile) ironia, è indicativo del clima in cui si visse quei decenni.
    Aggiungo che Pasolini, sorprendentemente, tornò entusiasta anche dagli Stati Uniti, che descrisse come il regno delle libertà individuali.
    Ancora un paio di considerazioni.
    Ragazzi di vita è del 1955, Una vita violenta del ‘59, mentre Accattone è del ’61.
    I due romanzi sotto-proletari non avevano, che io sappia, precedenti.
    È vero che la cosiddetta vita degli umili era stata indagata, descritta, narrata molte volte, da molti scrittori diversi in tempi diversi – al contrario di ciò che accade oggi, dove tutte le figure dei romanzi rispecchiano tristemente i loro autori nella loro piccolo-borghesità – , ma mai era accaduto che ciò accadesse nei termini crudi e diretti, nonché epici e volgari, poetici, di Pasolini.
    Non solo, ma anche quel mondo lì, scaturito dai processi di inurbamento selvaggio del dopoguerra italiano, non era mai stato descritto, perché esistette solo in quella stagione, cioè né prima né dopo.
    Per questo motivo l’impatto dei romanzi di Pasolini fu fortissimo, provocando reazioni furiose, processi, et cetera.
    Lo stesso non si può dire del bellissimo Accattone, perché c’era il precedente dei film neo-realisti che in qualche modo, con strumenti diversi, avevano descritto mondi disperati e marginali.
    Non so se Accattone subì denunce per oscenità, in effetti, ma fu metabolizzato con più facilità.
    Nell’opera di Pasolini, si possono distinguere alla grossa, due fasi: quella analitica dei primi romanzi e dei primi film e quella sintetica degli anni settanta, in cui Pier Paolo tira, per così dire, le somme della sua esperienza vitale, di artista e di intellettuale, mettendola a confronto con i mutamenti epocali in atto e tirando le somme.
    Il vero oggetto di culto è in realtà quest’ultima fase “profetica” che saldata al mito maudit della sua morte (o assassinio) ha colpito le immaginazioni più recenti, di quelli nati dopo il settantacinque.
    Il Pasolini a cui sono più legato, che pochi credo leggano ancora, è quello che arriva fino a La ricotta, Mamma Roma compreso, cioè quello più analitico, nel senso di un apprendimento esistenziale di modalità vitali a lui (a noi) estranee all’origine.
    Pasolini si inoltrò in territori alieni, dai quali (in quanto piccolo borghesi) ci tenevamo lontani, e costruì una specie di ponte tra noi e “loro”.
    Anche solo per questo, la cultura italiana dovrebbe essergli grata in eterno.

  9. tashtego il 3 novembre 2005 alle 14:23

    scritto in fretta.
    lo so.

  10. F.K. il 3 novembre 2005 alle 14:48

    Quel film ebbe non pochi problemi con la censura.
    Secondo me, al di là dell’anagrafe, comunque, il Pasolini cineasta migliore è quello dei primi film, quelli che piacciono anche a te, inclusa La passione secondo. In seguito, il regista deve convincerci con le “didascalie”; spesso (cinematograficamente parlando) il suo discorso è forzato. Si dimentica dello spettacolo. Ma ottiene buoni se non ottimi risultati in termini di quantità di pubblico a causa, sostanzialmente, dello scandalo, dell’ indotto mediatico.
    Sei proprio sicuro che le nuove generazioni, generalmente, preferiscano il Pasolini di Porcile, per esempio, a quello di Accattone?
    P.s: riguardo all’uscita di Rangun, ho l’impressione che Pasolini giudicasse l’America, semplicemente, da turista colto. Certo, essere entusiasti del mondo sovietico nel 74 e così di quello statunitense nel 66 a me fa venire il sospetto che a lui bastasse uscire fuori da quell’Italia nella quale era – nel bene e nel male- protagonista, per sentirsi immediatamente meglio…

  11. marco rovelli il 3 novembre 2005 alle 15:25

    Io sono nato nel sessantanove, e credo ci sia una continuità di fondo in Pasolini (lo dice bene Alex nel commento al mio pezzo su Porcile, qui sopra): la sua relazione con la morte. Egli, davvero, scrive sempre ‘all’altezza della morte’, con disperata vitalità. La partizione fatta da Tashtego è vera, risponde a quanto Pasolini stesso affermava: nella seconda fase, non c’era più speranza. Non aveva più nulla da descrivere e analizzare. Nella seconda fase, sorvolava. Un suoi erano voli planari, con improvvise picchiate e altrettanto improvvise risalite. Questo, del resto, deve fare un profeta (a proposito, Deleuze – opero questa connessione avendone letto giusto un attimo fa – ‘Essere di sinistra è un fenomeno di percezione. Si percepisce l’orizzonte, non le cose; si percepisce all’orizzonte’ Pasolini era un visionario, ovvero di estrema sinistra). E questo dava fastidio a tutti. Ai marxisti in primis, come dimostra il disgusto, che ricordo nel mio pezzo, del critico marxista nei confronti di Porcile.
    Tra l’altro, secondo me è per questo che si continuerà, contrariamente a quanto afferma Tashtego, a preferire il primo Pasolini. Del resto, Accattone – e Mamma Roma – passa con regolarità in televisione. Porcile – e gli altri – non ci è mai passato. E per favore, non contrapponiamo due Pasolini (e tantomeno Franz e il sottoscritto che ne hanno scritto…). Quello di Pasolini è stato un divenire del tutto coerente.

  12. tashtego il 3 novembre 2005 alle 15:54

    Parlo del Pasolini di Lettere Luterane e di Scritti corsari.
    Il successo di quel Pasolini vaticinante, lucidissimo, dura ancora oggi presso le generazioni più giovani e avvertite che in pratica lo percepiscono come L’UNICA FIGURA MORALMENTE E INTELLETTUALMENTE INTEGRA dell’intera cultura italiana dal dopoguerra ad oggi.
    Naturalmente non è vero (nel senso che ce ne sono state molte altre, meno conosciute e spesso insospettate), ma questo è un fatto.
    Ci si aggiunga le connotazioni cristologiche che la sua figura ha assunto negli anni che seguiono la sua morte, percepita sempre più spesso come il martirio di un uomo che DICEVA LA VERITÀ.
    Credo che tutto questo non sia un buon segno.
    Non ostante la quasi-venerazione che anch’io provo per Pasolini (anzi, vero e proprio affetto), la formazione di un mito così forte denuncia ignoranza e smarrimento, oltre al bisogno di qualsivoglia figura in grado di soddisfare il bisogno fortissimo di certezza e sacralità che provano le generazioni sopravvenute.
    Insomma direi che possiamo distinguere il Pasolini artista e il Pasolini profeta/martire come due icone diversamente percepite.
    Fatto sta che oggi è spesso visto come una sorta di perno su cui si incardina l’intera cultura italiana contemporanea, che non può fare a meno di lui, pena la perdizione e l’annullamento.
    Credo che, almeno un po’, questo sia vero.

  13. marco rovelli il 3 novembre 2005 alle 16:08

    A me non piace alcuna santificazione. Dunque concordo con te, Tashtego. Obietto solo una cosa. Che il ‘profetismo’ non ha a che fare col martirio. E’ una potenza che compete a tutti. Dilatare la percezione. Fare mappe temporali. Pasolini lo faceva. Non va seguito come un Messia, né come un Padre. Semmai, fa ‘paradigma’: ci sta accanto. Come ogni esempio. E gli esempi non sono da seguire.

  14. F.K. il 3 novembre 2005 alle 16:26

    A Tash non dico niente che fa paura per quanto ha ragione.

    A Marco: non ci sono due Pasolini, certo, il mio discorso era molto semplificato ma vero per quanto riguarda – anche – un certo “sorvolo didascalico” presente nei suoi film prodotti circa dalla metà degli anni 60, che detto per inciso a me non hanno mai disgustato, Salò compreso; che anzi a mio avviso fu la cosa migliore che fece nella sua seconda fase, la chiamo così alla svelta.
    Tutto secondo me giusto, sono d’accordo, a parte che Porcile in televisione l’hanno dato – ma credo parecchi anni fa, ho la memoria al momento deflagrata e dunque non ricordo con precisione quando.
    Trovo che il miglior Pasolini regista è quello degli inizi proprio perché più che altro descrive e narra. Senza speranza, però, fin dall’inizio. Più comprensibile e, per come la vedo io – sebbene paradossalmente – più lucido e scomodo.

  15. gianni biondillo il 3 novembre 2005 alle 16:39

    “Edipo re”, ad esempio, reputo sia un film straordinario, in perfetto equilibrio fra forma e contenuto.
    E il corto “che cosa sono le nuvole” una vera e propria poesia, fra le sue cose migliori in assoluto.

  16. Giancarlo Tramutoli il 3 novembre 2005 alle 17:19

    I due corti con Totò, Cosa sono le nuvole e la Terra vista dalla Luna. Lì c’è il Pasolini più originale, poetico, surreale e comico. Chissà perché pochi li citano. Quella era la strada migliore senza la zavorra ideologica. Ve lo dice uno che ha dovuto studiare Teorema con la griglia strutturalista. Ovvero come fare a pezzettini razionali e grigi e inutili un’opera creativa. Ne avesse fatti altri cento di film con Totò….

  17. tashtego il 3 novembre 2005 alle 17:42

    sempre questa idea, emerge, che l’ideologia sia “zavorra”.
    mentre non esiste nulla e nessuno che non sia ideologico.

  18. marco rovelli il 3 novembre 2005 alle 17:54

    Mi piacciono moltissimo, i due corti con Totò. E Uccellacci e uccellini. Lì c’è il Pasolini che dici tu. Ma – e sottoscrivo Tashtego – l’ideologia è un apparato di rappresentazione nel mondo. Non si dà uomo senza ‘ideologia’: la questione è piuttosto se quell’apparato è aperto o chiuso. Pasolini, col suo itinerario, dimostra che la sua ideologia era naturalmente disposta al divenire, al divenire-altro. La zavorra ideologica, semmai, è di chi ti ha fatto studiare Teorema in quel modo. Non certo di Pasolini.

  19. Giancarlo Tramutoli il 3 novembre 2005 alle 19:01

    eh, eh, è ovvio…. lo so, lo so benissimo che pure quando mangio, cosa e come mangio, è ideologico. Volevo semplicemente dire che quei bellissimi corti, non a caso, vengono poco citati, perché considerati leggeri, e poco … disperati. C’è una profondità tipica della leggerezza senza per forza cercare interpretazioni apocalittiche, profetiche, cristologiche, marxiste, sociologiche, antropologiche che (a mio modesto parere, che peraltro a volte condivido) finiscono con lo schiacciare quello che è semplicemente e specificamente un atto creativo che è cosa più semplice e complessa, che tutto contiene. Non mi piace chi scrive, fa film, interpreta come se dovesse seguire uno schema programmatico. L’arte non è una tesi da dimostrare. Come disse qualcuno: “se devo mandare un messaggio, faccio un fax, non scrivo un romanzo”. Per dire, così… sommessamente. Come diceva Totò: Pepino, non t’arabbià…. (in Totò e Peppino a Berlino). Poi, forse, Teorema, non si chiamava teorema per caso. . . no?

  20. Giancarlo Tramutoli il 3 novembre 2005 alle 19:09

    Ps
    E’ evidente che per “zavorra ideologica” intendevo un eccesso di interpretazione ideologica sulle cose d’arte. Non ci sono solo le idee, c’è il pathos, l’eros, il comico, la poesia.

  21. marco rovelli il 3 novembre 2005 alle 19:25

    E chi s’arabbia? Io già mi sono arabbiato stamani col preside, basta e avanza… Non mi arrabbio mai, a dispetto delle apparenze paratattiche… e per mostrarlo, senza dimostrarlo, ti metto anche un aborrito emoticon ;-) L’arte non è una tesi di dimostrare, sono d’accordo. E’ una visione da mostrare. E qui quel che conta è la potenza espressiva. C’è la pelle, certo, c’è il sentire, che sfugge ostinato, come ogni significanza, a reti e griglie. Dopodiché è inevitabile interrogarsi su quella potenza.
    Che i film che citi siano capolavori di leggerezza, può essere, basta intendersi sui termini. Eppure a me pare che Pasolini, anche lì, si re-disponga – dall’ennesimo punto di vista altro – a ‘vedere’ il tragico (e lo vede messo in scena). Non sono disperati, quei film? Non è disperato un film in cui solo nell’istante (sovrano, per rimodulare ciò che ho detto su Porcile) della morte si vede il cielo? A me pare di sì.

  22. Giancarlo Tramutoli il 3 novembre 2005 alle 19:30

    Sono d’accordo. Si sa che il comico si nutre di tragico. Per questo m’incazzo quando puntualmente lo si sottovaluta… è il ridicolo in cui in genere cadono i seriosi.

  23. magda il 3 novembre 2005 alle 20:52

    Credo che Pasolini riecheggi molto piu’ il tragico Wagneriano che il nihilismo-cinico Nietzchiano.
    Proprio per quella pregnante sacralità di cui è intrisa ogni sua forma vitale rappresentata nell’arte, nella vita, e anche per quell’essere Olandese Volante fino alla fine.
    Corteggia la morte come “postumo profeta” Heideggeriano, come discepolo di miti orfici, eternizzando la sua inquietudine in gesti estetici infiniti.
    Il suo essere comunista, cristiano, omosessuale, si legano in simbiosi nell’empatia con il sacro, il misterico, l’esoterico.
    Mi rispecchio nella frase riportata da Marco Rovelli:” Essere di sinistra è un fenomeno di percezione. Si percepisce l’orizzonte, non le cose; si percepisce all’orizzonte’ Pasolini era un visionario, ovvero di estrema sinistra). E questo dava fastidio a tutti. Ai marxisti”
    E’ qualcosa che si vive anche oggi, che molti dissidenti subiscono, e che chi vi scrive vive fortemente.
    Dire la verità è attività sovversiva, eversiva, ma è azione che s’impone a chi vive con estrema natualezza qualsiasi contraddizione o apprente aporia.
    Eppure aveva pudore di dire alla massa, sosteneva che alcune verità agli ingenui andavano risparmiate.

    Magda

  24. tashtego il 3 novembre 2005 alle 21:00

    Sarò un tantino pedante.
    L’ideologia non ha mai impedito l’arte e l’arte non ha mai impedito l’ideologia.
    L’ideologia casomai ha *vietato* l’arte non allineata, cioè di ideologia contraria o dissenziente.
    Negli anni settanta si è fatta molta arte ideologica, spesso scadente, ma qualche volta era buona arte.
    Questo perché si pensava che l’arte dovesse servire la rivoluzione e il proletariato in lotta, e si pensava che niente avesse senso fuori della rivoluzione e del proletariato in lotta.
    Non uso la parola “arte” in senso crociano, cioè come vertice estetico.
    “Arte” è tutto ciò che è intenzionalmente destinato a giudizio estetico, indipendentemente dal giudizio stesso.
    “Artista” è chi produce materiale a questo scopo.
    Dunque esiste, ed è di gran lunga maggioritaria, arte brutta e/o mal riuscita.
    Arte ideologica (che non è di per sé sinonimo di arte fallimentare o appesantita da zavorre, eccetera).
    Ma sempre arte è.

  25. tashtego il 3 novembre 2005 alle 21:02

    pasolini voleva vivere come tutti.
    non corteggiava un bel nulla.

  26. magda il 3 novembre 2005 alle 21:33

    Intendevo la sua coscienza profonda della precarietà della vita e il relativo filo radente sull’esistenzialismo.
    Anche i tratti segnati del volto, una sindone vivente.

  27. Giancarlo Tramutoli il 4 novembre 2005 alle 19:10

    Ma il post di Rangun, a proposito di sviste ideologiche che danneggiano l’artista PPP, mi sembra da stampare e incorniciare. E mi dispiace, ma dalle mie parti, le lucciole non son mai andate via. Così come invece adoro la poesia sui poliziotti a Valle Giulia, così coraggiosamente fuori dagli schemi di quegli anni. Ciao.

  28. tashtego il 4 novembre 2005 alle 21:14

    tramutoli, certo.
    al destrone piace il pasolini quando gli sembra che lavori per il suo mulino.
    sviste ideologiche…
    eh, bravo.

  29. F.K. il 5 novembre 2005 alle 01:34

    Il destrone, il destrone… Di Pasolini se ne sono impossessati (da morto) tutti, la destra non poteva esimersi. Ma che c’entra? E che c’entra, allora, tanto per parlare di politica “a sinistra”, Pasolini con Bertinotti? Un cazzo, ecco quello che c’entra.

  30. Giancarlo Tramutoli il 5 novembre 2005 alle 19:23

    Destroni o minestroni?
    Mulini con farina di Pasolini?
    Sviste e squadristi tristi?
    Purghe falqui o avvoltoi sciolti?
    Come vedi Tastego, io mi nutro di incertezze. E mi sento molto un lupo di Dubbio quando sento San Francesco parlare agli uccellacci e agli uccellini. Ciao. Questo è salutare.

  31. Giancarlo Tramutoli il 5 novembre 2005 alle 19:37

    PS
    la h di Tashtego è stata aspirata in quanto muta, credo. Ma tutto muta.
    Pardon.



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