Divenire minoritari

22 novembre 2005
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(Lasciare Deleuze ai filosofi sarebbe uno spreco troppo grave. Per questo a dieci anni dalla sua scomparsa – egli si è dato la morte il 4 novembre 1995 – vogliamo dedicargli un incontro, che sia anche una festa: l’occasione di un intreccio tra diverse forme di creazione, del pensiero, ma anche della parola e della musica.)

di Gilles Deleuze

“La frontiera, ossia la linea di variazione, non passa tra padroni e schiavi, né tra ricchi e poveri. Perché, degli uni e degli altri, si tesse tutto un regime di relazioni e di opposizioni che fanno del padrone uno schiavo ricco, dello schiavo un padrone povero, in seno allo stesso sistema maggioritario.

La frontiera non passa nella Storia, né all’interno di una struttura stabilita, né nel “popolo”. Tutti si appellano al popolo, in nome di un linguaggio maggioritario, ma dove è il popolo? “È il popolo che manca.” In realtà, la frontiera passa tra la Storia e l’antistoricismo, ossia, concretamente, “quelli di cui la Storia non tiene conto”. Passa tra la struttura e le linee di fuga che l’attraversano. Passa tra il popolo e l’etnia. L’etnia, è il minoritario, la linea di fuga nella struttura, l’elemento anti-storico nella Storia.”

“È che, in conclusione, minoranza ha due significati, sicuramente legati, ma ben distinti. Minoranza designa innanzitutto la situazione di un gruppo che, quale che sia il suo numero, è escluso della maggioranza, oppure incluso, ma come una frazione subordinata in rapporto al campione di misura che fa la legge e fissa la maggioranza. Si può dire in questo senso che le donne, i bambini, il Sud, il terzo mondo, ecc., sono ancora delle minoranze, per numerosi che siano. Ma, allora, prendiamo in “parola” questo primo significato. C’è subito un secondo significato: minoranza non designerà più un divenire di fatto, ma un divenire che si assume. Divenire-minoranza è un obiettivo, e un obiettivo che riguarda tutti, perché tutti assumono questo obiettivo e entrano in questo divenire, fintantoché ognuno costruisce la sua variazione intorno all’unità di misura dispotica, e sfugge, da una parte o dall’altra, al sistema di potere che ne faceva una parte della maggioranza. Nella prospettiva di questo secondo significato, è evidente che la minoranza è molto più numerosa della maggioranza. Per esempio, secondo il primo significato, le donne sono una minoranza; ma, nel secondo significato, c’è un divenire-donna di tutti, un divenire donna come potenzialità di tutti, e le donne non devono divenire-donna meno di quanto debbano farlo gli uomini stessi. Un divenire-minoranza universale. Minoranza designa qui la potenza di un divenire, mentre la maggioranza designa il potere o l’impotenza di uno stato, di una situazione. ”

Da Une manifeste de moins (traduzione mia), In Superpositions (Minuit, 1979) con Carmelo Bene

7 Responses to Divenire minoritari

  1. magda mantecca il 22 novembre 2005 alle 13:50

    questo discorso lancia ponti d’oro verso la concezione “borderline” della società, la concezione di grande ricchezza di chi vive il confine.
    “chi ha vissuto la frontiera non conosce il pregiudizio” dicevo tempo fà.
    Altro punto di riflessione molto importante è il luogo comune della democrazia come la volontà della maggioranza.
    Non è cosi, la libertà della democrazia solitamente non è mai la volontà della maggioranza che perlopiu’ rimane segregata nell’orizzonte di senso della doxa, del si dice, della chiacchiera.
    Spesso la maggioranza rappresenta una tirannide :
    da un estratto di “saggio sulla libertà” di John Stuart Mill:

    “… il pensiero politico ormai comprende generalmente “la tirannia della maggioranza” tra i mali da cui la società deve guardarsi.
    Come altre tirannie, quella della maggioranza fu dapprima – e volgarmente lo è ancora – considerata, e temuta, soprattutto in quanto conseguenza delle azioni della pubblica autorità. Ma le persone più riflessive compresero che, quando la società stessa è il tiranno – la società nel suo complesso, sui singoli individui che la compongono -, il suo esercizio della tirannia non si limita agli atti che può compiere per mano dei suoi funzionari politici. La società può eseguire, ed esegue, i propri ordini: e se gli ordini che emana sono sbagliati, o comunque riguardano campi in cui non dovrebbe interferire esercita una tirannide sociale più potente di molti tipi di oppressione politica, poichè, anche se generalmente non viene fatta rispettare con pene altrettanto severe, lascia meno vie di scampo, penetrando più profondamente nella vita quotidiana e rendendo schiava l’anima stessa. Quindi la protezione dalla tirannide del magistrato non è sufficiente: è necessario anche proteggersi dalla tirannia dell’opinione e del sentimento predominanti, dalla tendenza della società a imporre come norme di condotta e con mezzi diversi dalle pene legali, le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo – e a prevenire, se possibile, la formazione – di qualsiasi individualità discordante, e a costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello. Vi è un limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico…”

    Un giorno forse scrivero’ un saggio sulla frontiera in tutti i sensi….e Deleuze non potrà mancare :-)
    grazie Andrea per lo sguardo antropologico degli ultimi articoli.

    magdamantecca

  2. Giorgio Astroni il 22 novembre 2005 alle 20:04

    basta tradurre, insomma, l’espressione “volontà della maggioranza” in “dittatura della maggioranza”, e tutto diventa chiarissimo, nel senso che la democrazia ormai non serve più a niente e a nessuno, o meglio serve soltanto ai dittatori. da platone a deleuze il passo è più breve di quello che sembra.

  3. mag il 22 novembre 2005 alle 20:24

    :-)
    Non so piu’cosa significhi oggi essere democratici, pero’ credo che anche in questa tanto sofferta conquista esistano pericoli d’immunità, assuefazione, che in qualche senso la neutralizzano.
    no?

  4. andrea inglese il 22 novembre 2005 alle 23:40

    è legittimo un al di là della democrazia rappresentativa, almeno come prefigurazione utopica, senza che questo significhi per forza totalitarismo?

    In Marx c’è questo al di là, come in forme diverse in Debord, o in Deleuze, o in Ivan Illich…

    come è possibile non tanto vagheggiare rivoluzioni, ma anche solo avanzare critiche forti al sistema economico-politico delle attuali democrazie occidentali, precludendosi questi orizzonti utopici?

    (magda, la minoranza di Deleuze non è la stessa di Mill; ma il punto di partenza credo rimanga proprio Mill)

  5. claudio il 23 novembre 2005 alle 00:37

    Ciao, conosco molto poco Delueze ma la sua riflessione sull’etnia mi interessa. Sapreste indicarmi un testo in cui ne tratta in modo specifico?
    Grazie.

  6. tashtego il 23 novembre 2005 alle 13:12

    Nel testo qui riportato, che devo supporre sia tradotto con cura, ritrovo in miniatura tutto ciò che mi dà fastidio in Deleuze.
    Perché leggendo e ascoltando Deleuze, ma anche altri filosofi francesi della seconda metà del Novecento ho sempre questa sensazione – che si trasforma in sospetto et diffidenza – che in realtà si tratti in fondo di un gran rimestare di parole su concetti un po’ banali, andanti e soprattutto (volutamente) confusi?
    D’altronde la verbosità oscura sembra essere una prerogativa dell’intera cultura francese contemporanea, un format per così dire, che serve egregiamente come leva di opposizione e resistenza alla limpidezza – o supposta tale – degli analitici e in generale degli anglo-sassoni non-francesizzati.
    Quest’uso delle parole faticoso, un tantino ricattatorio (se non capisci è colpa tua, non mia) teso a definire e ri-definire concetti già in uso senza cambiarli nella sostanza, ma solo nella forma (vedi qui sopra), è in misura parziale anche tipico di pensatori – più accessibili di Deleuze-Guattari e forse più seri – che stimo, come Augé o Baudrillard, per dire.

  7. mag il 23 novembre 2005 alle 13:48

    E’ anche vero che a volte la filosofia è l’arte di elaborare delle banalità.
    Si Andrea, è impossibile prescindere dal sogno, dall’utopia, dall’essere visionari se si vuole operare in senso significativo nei cambiamenti e nelle rivoluzioni sociali.
    Anzi è proprio auspicabile che cio’ avvenga, anche perchè questo dovrebbe essere garanzia di intaccabilità e estraneità all’appiattimento generale passivamente acquisito.
    Certo che ci deve essere un’aldilà, che identifico nel Metalogos, nel metadiscorso sulle cose, pero’ ci dev’essere uno scarto tra questo sogno utopico e l’ideologia intesa come sistema di credenze autoreferenziale, monotematico e implosivo.
    Un ‘ideologia diviene tale quando si acutizza sulle proprie posizioni e chiude a margini di ottimizzazione.
    Sempre secondo me…..



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