Scrivere è un martirio

1 dicembre 2005
Pubblicato da

di Franco Arminio

Ho due problemi: il primo è che potrei morire da un momento all’altro. Il secondo è che prima o poi morirò. Voi non li tenete questi problemi? Oppure li tenete ma non pensate sia il caso di parlarne? La mia impressione è che voi teniate questi problemi, ma siete incapsulati in un’idea colta di voi stessi che vi impedisce di sbriciolarvi davanti agli altri. Male, molto male.

La vostra vita non serve a nessuno, neppure a voi. Noi oggi abbiamo bisogno di essere umani che sanno di essere infinitamente miserabili. Non abbiamo bisogno di professorini che storcono il naso. Non abbiamo bisogno di intelligenti che usano la loro intelligenza per fare la cacca sul cuore degli altri.

Io non mi arrendo. Sono profondamente convinto che la letteratura non può ridursi a un ballo in maschera. Gli scrittori devono mettere la propria faccia in ogni riga che scrivono. Scrivere è un martirio oppure non è niente. Per divertirsi e per divertire ci sono altre cose, forse. Rinnovo il mio invito. Ditemi chi siete, ditemi come vi sentite. Ve lo chiedo da qui, da questo luogo che potrebbe essere un luogo per una vita nuova. Non fatene la solita piazzetta degli indisponenti e dei rancorosi.

Questo deve essere un luogo in cui prevalgono altre logiche, in cui proviamo a costruire nuove percezioni dell’umano, in cui tutti insieme proviamo ad allargarne i limiti. Chi si sporge, chi si pone in bilico è meno elegante e per questo merita di essere consolato. Abbiamo bisogno di compassione. Abbiamo bisogno di consolazione e di amore. Dare amore per me significa dare nuove visioni di noi stessi e degli altri. Darle non per consolarci, non per cantarcela tra noi, ma per puntare a uno sfondamento, per sfondare la creazione e vedere cosa c’è dietro questa parata che chiamiamo vita. Ci sarà sicuramente un giorno in cui neppure un filo d’erba parteciperà alla parata. La nostra mente può andare già adesso in quel punto, farsi fecondare da quel buio e con quel buio stare nella luce che abbiamo adesso, la luce degli angeli e del sole, la luce delle piante e degli occhi. Dare amore significa gettare scompiglio nella parata, non lasciarla fluire come fosse una volgare scampagnata.

La scrittura dà amore quando si volta da un’altra parte, verso un punto che non ha orizzonti, un punto vicinissimo e infinitamente distante. Questo punto è il nostro corpo, il corpo che abbiamo adesso, non quello che avremo domani. Di qui la mia imperiosa urgenza, di qui il mio scalpitare senza reticenze e aloni. Sono tutti scoperti i miei passaggi, sono offerte intimamente politiche perché contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme, una comunità poetica.

Se non rispondete non è perché avete altro da fare, non è perché ci sono cose più importanti di queste lamentazioni. Se non rispondete è perché siete protesi unicamente ad amministrare la fortezza vuota del vostro io. Ormai siamo tutti alle prese con cose che riguardano solo noi. Non c’è un’assemblea, un foro in cui si dibatta il nostro caso. Al massimo riusciamo a incuriosire qualcuno per un attimo, poi dobbiamo farci da parte. Se invece insistiamo a proporre la nostra questione, come sto facendo adesso, dobbiamo aspettarci che gli altri diventino insofferenti. C’è una sola notizia di noi che può un po’ sorprendere, un po’ emozionare gli altri, è la notizia del nostro decesso, ma è una carta che possiamo giocarci una sola volta e una volta che ce la siamo giocata non abbiamo modo di verificare la risposta.

79 Responses to Scrivere è un martirio

  1. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 00:54

    Arminio, in questi tuoi pezzi mortuari io sento un grande buon umore, ti vedo seduto su una comodissima sedia che mangi marrons glaceés e ti ciucci le dita, ma ti prenderò sul serio per dirti che se il fatale evento accadesse, se la morte “mi” cogliesse, qui nessuno verrebbe a saperlo e dunque non emozionerebbe nessuno.

    E’ il web questo, amico mio, non si muore, si sparisce soltanto.

  2. wovoka il 2 dicembre 2005 alle 08:21

    Io credo, Arminio, che tu elabori molto bene le tue questioni, cosa che ti giustifica da un punto di vista letterario. Fai pensare, e fai pensare sopra a cose sulle quali non è facile esprimersi, dovrai quindi comprendere un certo riserbo nei tuoi confronti. C’è poi una piccola ipocrisia, o finzione convenzionale, nel tuo chiedere agli altri dei controargomenti capaci di “scaricare” quella pila di sofferenza che alimenta la tua torcia letteraria. E’ evidente come di tale sofferenza tu anche ti compiaci, come prova di una sensibilità superiore, come porta d’accesso a dei domini ad altri negati. Ma si tratta di una delle tante, e scontate, ambivalenze del campo poetico. Da parte mia, con tutta la mia simpatia ed apprezzamento per la tua scrittura (che incontro sempre volentieri, anche se probabilmente non pagherei per essa) potrei forse congetturare su quali strati di neuroni, o guaine mieliniche, possano esserti in eccesso, oppure deficitari, per donarti questa sensibilità da scorticato vivo verso il tema della morte e della propria salute, ma probabilmente non saprebbero dirtelo nemmeno Antonio Damasio ed Oliver Sacks messi assieme a consulto. Invece per introspezione, per via di identificazione immaginifica (il caldo “understanding” opposto al freddo “explaining”) noterei in te, piuttosto che un eccesso, un’assenza, quella di “thanatos”. Non ho trovato in te mai, da nessuna parte, degli accenni a quel “desiderio di morte” al quale invece, nella mia “società della mente” (sempre Minsky!) è comunque riservato un ufficio che, per quanto negletto e disprezzato. Ufficio (ma che brutta metafora mi è uscita, dannazione!) che talvolta si sente autorizzato a farsi presente. Morte come liberazione, morte come “prima notte serena” (Heine, mi pare). Non ti è mai capitato, in quel momento dolcissimo in cui si scivola nel sonno, cioè dalla coscienza all’incoscienza (i sogni qui non c’entrano – quelli vengono dopo, nelle fasi REM) ovvero – dal punto di vista del pensiero soggettivo – precisamente dalla vita alla morte, di desiderare, con quel rimasuglio di coscienza in via di dissoluzione, che l’abbraccio fosse definitivo – cioè di non svegliarsi più, e al diavolo tutto quanto? A me sì, anche se dopo al ricordo, al risveglio, non mi sembra cosa di cui andare particolarmente fieri – però in quel momento ero immune da simili categorie, cioè libero davvero.

  3. arminio il 2 dicembre 2005 alle 09:18

    interessanti questi due commenti. spero ce ne siano tantissimi. non ho paura di confessare questo desiderio.

  4. Giancarlo Tramutoli il 2 dicembre 2005 alle 09:20

    Sono indistruttibile
    come una pera cotta.

    Quando nessuno ti ama
    la vita diventa grama
    si avvita, si avvita, si avvita
    e poi si spana.

    Caro fratello, mi ricordo sempre che devo morire.
    In più devo dirtelo da uno sportello … :-)

  5. mag il 2 dicembre 2005 alle 10:12

    WoWo, è tanto che te lo voglio dire….sei superdotato, adesso lo sappiamo pero’ basta con l’ansia da prestazione—:-)

    Arminio……superamento del “mortuum” che è nella vita, quindi del residuo mortale, attraverso copula carnale per raggiungere lo spirito assoluto…..

  6. kristian il 2 dicembre 2005 alle 10:50

    ecco chi mi ricordava la scrittura del Wov: Rocco!

    SUDDEN DEATH
    arminio, te lo dico in tutta sincerità: la mia morte è dilazionata come il mutuo della mia casa. ogni tanto passo a pagare la rata di competenza, e l’anno successivo scalo una parte degli interessi. se morissi all’improvviso, sarebbe come vincere centomila euro al gioco dei pacchi.

    LOVE WILL TEAR US APART
    io l’amore dei morti lo sento. io so che l’amore è per sempre, anche quando gli amanti concimano i fiori. non è religione, è consapevolezza biologica. è la tensione che mi obbliga a desiderare la vita, nonostante tutto. è l’impulso che tramanderò ai miei figli (anche nel caso non dovessi generarne). procedere nell’amore, non posso fare altro. è oltremodo sfiancante e a volte avvilente. la struttura delle forme che assume il mio percorso è talmente delicata che alle volte mi sembra peggio che evanescente e fantasmatica: mi appare vuota. in quel vuoto posso anche smarrirmi, ma non cambia. alla fine, nonostante i miei sforzi contrari, la via d’uscita si mostra ai miei occhi indipendentemente dalla mia volontà. temo sia a causa dell’amore degli altri.
    ecco, se c’è una cosa per cui mi incazzo è che l’amore delle persone che amo venga vanificato dalla vita. è per mantenere in circolazione l’amore delle persone che amo che sono disposto a vivere.

  7. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 10:52

    “… ‘Anima mia, ché non ten vai?
    ché li tormenti che tu porterai
    nel secol, che t’è già tanto noioso,
    mi fan pensoso di paura forte’.
    Ond’io chiamo la morte,
    come soave e dolce mio riposo;
    e dico ‘Vieni a me’ con tanto amore,
    che sono astioso di chiunque more.
    …”

    Dante, Vita Nova, XXXIII° canzone

  8. donato il 2 dicembre 2005 alle 13:04

    credo che questo post sia una sorta di risposta indiretta.
    se è così, e non so se sia così, la morte c’entra poco, ha senso il gesto, ha senso la bontà, ha senso la gentilezza e l’unicità di una buonissima persona.

    forse quello che scrivo c’entra poco, ma non so.

  9. Giancarlo Tramutoli il 2 dicembre 2005 alle 13:12

    Donato,
    direi proprio che hai centrato!

  10. Giancarlo Tramutoli il 2 dicembre 2005 alle 13:17

    Credo che vivere
    è un trauma
    chiamato desiderio.

  11. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 13:30

    Quella dei marrons glacées m’ha fatto sbellicare dalle risate, Temp, davvero. Tant’è che il Ferrero Rocher che stavo in quel momento degustando (la pralina dei medioopoveri) ha ischiato d’andarmi per traverso:-)

  12. Giancarlo Tramutoli il 2 dicembre 2005 alle 13:34

    I marrons glacèes: Scivolata sulla neve.
    Ischiare: vivere pericolosamente in un’isola del Tirreno.

  13. Adriano Pricoco il 2 dicembre 2005 alle 14:24

    non ho mai amato depauperare le parole, ma dietro l’invito di Franco Arminio che apprezzo e leggo sempre con grande piacere non ho potuto esimermi.
    C’è indubbiamente una resistenza da contrapporre al nostro tempo; agli eventi non più verificabili: l’avvento della cultura digitale ha sancito la definiva morte della verità. Celebriamo il nostro funerale quotidianamente e non sembrano esserci più necrologi o epitaffi sufficienti per la memoria labile del nostro contemporaneo. Generazioni abbagliate da velleitarie aspirazioni al “successo”, aleatorio e povero per sua stessa natura, dove il Sapere è pura contingenza. La nostra cultura non produce che macerie. Traduce ogni indebolimento in dibattito dominante. La dicotomia arte e scienza che ha ribadito il primato della scienza sull’arte dovrebbe farci riflettere; ma non accade in forma sistematica, bensì dilazionando la coscienza.
    Il rapporto che abbiamo con le tecnologie è quotidiano e paradossalmente aggiornato; tutti usano senza timore le applicazioni tecnologiche della scienza, sia essa relativa all’ambito della comunicazione o dell’utilitarietà (cellulari; computer; TV, DVD, forni a microonde, automobili hi-tech…); eppure per controaltare, il nostro rapporto con le arti contemporanee è lacunoso e per certi versi assente. Il primato della scienza è avvenuto attraverso la merceologia.
    L’arte al contrario della scienza richiede un’aura a protezione del suo carattere fragile. Fuori dalle gallerie o dai musei è invisibile, non riesce a competere con l’universo di immagini che “esistono in natura”: la ridondanza che ha prodotto la perdita di senso dell’informazione (sia essa visuale o testuale) ha generato una schizofrenia diffusa. Basti pensare alla più giovane delle arti, il cinema che a dispetto dell’invadenza tecnologica nella sua realizzazione continua a mantenere una struttura da romanzo ottocentesco. Vuol dire che non c’è stata un’emancipazione linguistica da prospettare un uso “nuovo” di questo mezzo? Eppure va anche fatta una considerazione a margine: il cinema da un lato ha sancito la democratizzazione di tutte le arti, ponendo discipline prima considerate separate da compartimenti stagni, sullo stesso piano; dall’altro non ha potuto emanciparsi dalla logica merceologica delle Corporation. Tutti i tentativi di produrre “altro” sono circoscritti ad un mercato parallelo che possiamo definire senza timore di essere contraddetti: invisibile. Non è già una morte questa? L’umanità è sempre più ossimora nella sua definizione, neologismi d’iportazione quali “guerra umanitaria” dovrebbero indispettirci. La cultura del nostro tempo è cimiteriale o nella migliore delle ipotesi è in agonia e quello che alcuni di noi fanno con il loro spendere l’esistenza ad educare, è più vicino alla logica dell’accanimento terapeutico che a quella dell’umanesimo. L’umanità supererà difficilmente l’adolescenza tecnologica ed i segni che lascerà saranno comunque indelebili. Lo splendido lavoro che ha fatto Franco Arminio con la sua paesologia merita un’attenzione particolare. Una nuova antropologia si sta disegnando.
    L’epitaffio ideale della nostra epoca lo prendo in prestito da Eric Satie: “malgrado le nostre informazioni siano false, non ve le garantiamo”.

  14. marco il 2 dicembre 2005 alle 14:53

    sono questioni enormi queste sollevate dal post e dai commenti. impressionante (e da rammentare) la verità che Temperanza annota: “E’ il web questo … non si muore, si sparisce soltanto”.detto ciò, non so individuare una serie di riferimenti che il post chiama in causa o sottintende. (come se il discorso fosse un satellite che ruota attorno a un corpo celeste non visibile, o non interamente). ma questa incompleta lettura è una mancanza mia ovviamente. riesco in queste ultime settimane a seguire poco N.I., e mi dispiace. da un lato, il numero di post mi sembra sempre assai alto (come alta è la qualità); dall’altro, non sfuggo (e non sfuggirò fino a febbraio circa) a una situazione di vita ipersegmentata, anzi polverizzata (più del solito), che lascia sfuggire solo sequenze rapide di bytes come questa che ora invio, come saluto agli indiani, a chi posta e a chi commentamarco

  15. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 14:53

    @ Arminio
    Hai visto? Nessuno ha reagito a Dante, converrai con me che è grave, spero che tu non sia nel frattempo ripassato di qui lasciando cadere su questi versi un colpevole silenzio, perché se c’è risposta perfetta a tutte le tue domande e sollecitazioni, Dante ti ha risposto.

    @Krauspenhaar
    Non solo, lo vedevo anche aureolato di lieve sadismo, non ho osato dirlo nel primo commento visto che qui mi accusano di arroganza e mi offrono laudano, non volevo essere fraintesa anche da Arminio.

  16. marco il 2 dicembre 2005 alle 14:54

    n.b.:
    come si nota dal commento che ho appena inserito, sembra non funzionare il tag “br” (l’a-capo)

  17. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 15:11

    Temp, si, concordo sul lieve sadismo; ma io nel pezzo ci trovo anche generosità.

  18. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 15:24

    @Krauspehaar

    Il sadismo non esclude una certa generosa elargizione di sofferenze, diciamo così.

  19. Giancarlo Tramutoli il 2 dicembre 2005 alle 15:37

    Il sadico
    è una persona generosa
    col masochista.
    :-)

  20. Franco Romanò il 2 dicembre 2005 alle 16:09

    Non mi è facile rispondere caro Franco; non crdo si possa parlare della morte in modo così diretto, potrai pure pensare che questo sia dovuto al mio io, come a un certo punto affermi nel tuo diario, ma così è.
    Apprezzomolto l’idea di una scrittura diaristica invece e quanto alla letteratura penso anch’io che debba essere qualcosa di più e meglio di intrattneimento o dovertimento, ma che ci sonomolti modi per arrivarci, quasi nessuo così in prsa diretta.
    Franco Romanò

  21. Franco Romanò il 2 dicembre 2005 alle 16:11

    E comunque per me scrivere non è davvero un martiro ma una gioia; davvero!

    FR

  22. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 16:25

    Temp, io non credo che Franco si dimostri soltanto un generoso elargitore di sofferenze, in questo pezzo. A mio modo di vedere, il suo è un urlo controllato che è spia di un suo malessere, molto serio. Certo, allo stesso tempo, noto in filigrana un umanissimo autocompiacimento – come ha fatto notare brillantemente Wovoka. La letteratura di tipo autobiografico spesso si sostanzia di questo: un urlo – controllato da uno stile proprio- che non è esente da un autocompiacimento che permette forse a questo stesso urlo di non essere totalmente disperato. Che ne dici?
    (Ho già steso le dita di tutt’è due le mani per una tua eventuale bacchettata:-))

  23. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 16:36

    @Krauspenhaar

    :–)) Certo che mi sono fatta una nominata da far paura! Meno male che c’è Tash a darmi una mano.

    Ho un po’ scherzato, ovviamente, e questo soprattutto perché Arminio chiama a raccolta i suoi lettori a una consonanza quasi impossibile visto che parte da una posizione così egocentrica da non ammettere quasi contraddittorio. O vibri con lui o gli ribatti. Io credo che lui sia aperto anche alla ribattuta e sono anche certa che ha preso bene le mie parole. Però non mi ha risposto su Dante …

  24. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 16:48

    E’ vero, su Dante non ti ha risposto; magari perché non si sente bene, la sera è facile che i marron glacées restino sullo stomaco…:-)

    Per per il mio modo di sentire, Temp, ti sei fatta una nominata eccellente: c’è bisogno di sintetica e pregnante chiarezza e tu questa elargisci, a piene mani – non a caso ho parlato di bacchettate…
    Però niente, io avevo messo le mani tese (o per meglio dire avanti) e tu non hai colpito: da (quasi)masochista, lascia che esprima un po’ di delusione…:-)

  25. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 17:11

    Dammi tempo:–))

  26. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 17:17

    Non vedo l’ora:-))

  27. arminio il 2 dicembre 2005 alle 17:25

    eccomi. io di mestiere faccio il paesologo. sono appena tornato da un giro nei paesi. sto girando un nuovo documentario. è un lavoro in cui di me c’è solo l’occhio.
    preferirei avere la mail delle persone che non conosco. con qulacuno magari può nascere un dialogo. io penso che con testi del genere capita un pò quella che capita quando corteggi una donna e gli chiedi una certa cosa. ovviamente non te la darà mai. il problema del mio testo non sono solo io. il problema è una sorta di sfinimento collettivo in cui stiamo cadendo.
    padre dante se ci potesse guardare si strapperebbe i capelli nel vedere dopo molti secoli in che mondo siamo.
    f.a.

  28. mag il 2 dicembre 2005 alle 17:35

    no , per me Dante si annoierebbe moltissimo, principalmnete per l’atarassia dominante in NI.
    Lui che sulle passione e il loro mancato governo ha scritto le migliori pagine d’italianità.
    ecco Dante ha saputo fare allora quello che oggi nessuno sa fare: cogliere il telos italico colto nei suoi tormenti e miseri affanni quotidiani, tanto veri, tanto universali.

    @arminio è meglio che non te la dia, la mail, perchè poi c’è il rischio che ti rimanga in consegna….

  29. temperanza il 2 dicembre 2005 alle 17:59

    @Magda e Arminio
    Su Dante non posso che darvi ragione, però vedetela anche così: questo libretto da cui ho citato, trattenendomi dal copiarlo tutto, è un’edizione Bur cartonata in rosso del 1952 che mi accompagna da quando ero bambina. L’avevo comprata con i soldi quadagnati rivendendo a una famosa libreria di libri usati della mia città i libri già letti e che non mi erano piaciuti. Il cartonato rosso era l’edizione Bur di lusso, la normalità era il famoso grigio-BUR non cartonato. Metodo antieconomico, perché alla fine il capitale si assottigliava, ma erano altri tempi, anzi, mi chiedo quando ho vissuto. Allora la prendevo alla lettera, nel frattempo ho imparato che non si deve, ma non mi importa perché questo libretto è quella radice sporgente che durante la caduta nel precipizio mi ha trattenuta per la sottana impedendomi di cader giù e di sbattere la testa perdendo completamente la memoria. In questo senso conto sull’indulgenza di Dante nostro padre.

  30. mag il 2 dicembre 2005 alle 18:02

    fetticci…..miti…..oggetti transizionali direbbe Winnicott
    che chiamiamo parole dico io.

  31. alfonso amendola il 2 dicembre 2005 alle 18:03

    l’idea della morte come attrattore sociale è un’idea tanto sincera quanto potente. Si anch’io sono convinto che ci stiamo chiudendo in un “io” sempre più svuotato di senso e di sensi. So bene che il discorso “persuasione e rettorica” verso la morte resta un grande tema di tensione… ma l’idea della condivisione, dell’entusiasmo collettivo, dell’agire creativo e del poter guardare sempre in faccia il mondo e le cose per me (fuori da qualsiasi vanto di luogo comune) restano motori energetici di grande vitalità. E poi la scrittura (forse l’arte tutta) è grande esercizio di stile, di “scoprire i passaggi” verso un’idea di comunitas dove unire “sogno e ragione”. Ottimo andare il tuo Franco, un andare del tuo scrivere che è sempre un “assalto frontale” lucido, potente, emozionante… una scrittura che porta dentro di sé la bellissima definizione che Maurice Blanchot ha dato della poesia ovvero “la capacità di far sentire vicino ciò che è lontano”.

    p.s. che bello ritrovare i Joy Division… “heart and soul”…

  32. arminio il 2 dicembre 2005 alle 19:14

    certe cose non s’improvvisano. per arrivare a parlare della morte come ne parlo io sono passato oltre che per tanta scrittura, per una tesi di mille pagine su psicoanalisi e ipocondria, ovviamente mai discussa. questo per dire che non ho trascorso la mia vita a guardarmi l’ombelico.
    amendola ha ben compreso. a me interessa usare la morte come attrattatore di una comunità di essere lucidi, perfino ebbri rispetto a questo sconvolgente destino che ci aspetta.

  33. vincenzo corraro il 2 dicembre 2005 alle 19:44

    io trovo che la particolare tensione etica e civile che aleggia nella scrittura di arminio (ho ben in mente per esempio “ipocondria e scrittura”, testo postato un po’ di tempo fa in NI) sia un modo un po’ diverso, uno sfogo che non è fatuo autocompiacimento o finzione convenzionale e vanità esibizionistica di evocare il mito del ritorno all’uomo e alla sua sofferta vitalità sempre protesa all’altro, alle cose del mondo e alle origini (anche queste, perché no). Siccome io arminio lo associo perennemente ai luoghi offesi e contraddittori (non molto dissimili dai miei) che vede, racconta e tratteggia con l’esattezza delle emozioni (o viceversa, come già dicemmo), dietro a questo continuo richiamo della “morte” in fondo ci vedo un modo, magari un po’ forte e incisivo e che si può fraintendere o contestare benissimo, di elevare l’uomo e la sua solitudine e la sua continua, angosciante ricerca al di là di tutte le solitudini dell’orgoglio e del senso e del vuoto anche culturale, soprattutto sociale e politico dell’epoca in cui si vive. Da qui per l’appunto la voglia di costruire “nuove percezioni dell’umano”, l’idea di comunità che partecipa empaticamente, soffre, scrive, denuncia, perchè mai l’uomo è stato meno solo e disorientato che in questi tempi di solitudine paurosa e dinanzi a strumeenti biechi di persuasione e di comando. Politica, dei media, e tutta la pasoliniana trasfromazione antropologica manipolata. I microcosmi sono osservatori privilegiati da questo punto di vista, se non altro perché gli spazi sono più ristretti e si cede sempre più spesso al desiderio di un’idea diversa di comunità. Anche dinanzi alle sempiterne porcate del potere o all’indebolimento di qualsiasi pubblica opinione che non fa più opinione appunto e men che mai comunione. E la scrittura che guarda solo all’ombelico e che si priva, anche in nome di mode e generi e di un’indifferenza generazionale e dei tempi, del manzoniano utile come scopo, secondo me è scrittura che non partecipa a nessuna costruzione di quello “sfondamento” o diversa visione di sé e degli altri di cui parla, a tinte forti, il caro arminio. Nella mia ingenuità e inesperienza io dico ciò. Le parole sono il mestiere dello scrittore, sono delle tenere e vive cose che bisogna riportare alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava apposta per servirsene. Possono commuoverci, afferrarci, ci possono veramente servire (a proposito del senso). Dinanzi a parole che mi destano tali emozioni io non dimentico di essere uomo e che un altro uomo mi sta parlando, ecco perché cerco di allargare con quelle parole il mio personale orizzonte o cerco conferme di un mondo che conosco e che vorrei dire con altre parole. Fiducioso che un’altra volta quelle parole e quell’uomo incarnerà le parole che dirò io.

  34. vincenzo corraro il 2 dicembre 2005 alle 19:48

    …quelle parole e quell’uomo incarneranno le parole che dirò io. E’ più giusto così, pardòn

  35. elio paoloni il 2 dicembre 2005 alle 19:56

    Franco caro, ti rispondo. Ho buttato nel cesso i pensieri sulla morte alla fine della mia lunga adolescenza. Se proprio devo regredire preferisco una regressione totale, all’infanzia, quando, all’opposto, ci si crede eterni. Ogni tanto, naturalmente, un breve calcolo statistico mi ricorda una certa qual brevità del tempo restante, inducendomi a evitare ancor più inutili considerazioni sull’inevitabile e a dedicarmi a quello che conta. L’altro giorno ho ultimato per la mia seconda nipotina una culla in multistrato di betulla da 30 mm e fasce in massello. Mia moglie l’ha disegnata, un amico scenografo ha messo mano al disegno della parte inferiore e il padre di lui ha messo i ferri, il mestiere e la passione. Mentre mi davo da fare insieme a lui pensavo che sarebbe bello donare al lettore un libro avvolgente come una culla. L’amore porta scompiglio, tu dici. Un Teorema alla Pasolini. Forse l’amore porta armonia e pace. Senso.

    In quanto al martirio, lo lascio tutto a te. Non mi interessa in nessuna circostanza, figuriamoci se posso ridurmi a considerare lo scrivere un martirio. Tu che sei un poeta vero, Franco, assommi alle virtù del poeta anche i difetti che la maldicenza popolare attribuisce al poetastro: uno che non ha un cazzo da fare (non a caso qualcuno qui ti visualizzava intento ai dolciumi) e si crea problemi immaginari perché non ne ha di concreti. Davvero, mi sono sdoppiato per calarmi nei panni di uno che non conosce la tua reale statura. Leggendo uno sfogo come questo non potrebbe che dire: questo ci fa. Non amo il ditino levato di Enrico ma a proposito del post in Sudcreativo ho pensato che in fondo non aveva torto a bacchettarti affettuosamente.
    Non prendere in giro gli indiani, qui, che ti immaginano piegato come un Leopardi, tisico come un crepuscolare: con la tua pellaccia da montanaro ci seppellirai tutti, Franco bello.

    Franz, non mi aspettavo da te una simile caduta di stile – e di latitudine: Se la saccoccia non permette l’artigianale, almeno acquistare Lindt.

  36. F.K. il 2 dicembre 2005 alle 20:31

    Elio, bentornato tra queste “amene” sponde!

    Sul rapporto qualità Lindt/Ferrero non hai però capito un’acca, scusami: tant’è che il Rocher va alla grande in tutto il Mitteleuropa. Ferrero è un creativo di genio, prima o poi ci faccio un post.

  37. mauro il 2 dicembre 2005 alle 20:59

    Caro Franco, stanco morto dopo due ore di macchina e al mio ritorno dal lavoro a Cz – lezione, libri etc., ti scrivo come promesso dopo la tua telefonata di oggi. E dopo aver letto, provo a lasciarti questo commento in forma pubblica, come mi avevi chiesto. Agli altri non parlo, non mi interessa. Non so quanto serva, e a chi frequentare queste “hidden dimension” della vulgata internettista. Preferisco stringere mani, sentire pesantore di corpi, io che ho a che fare con la sugna (antropologica) della vita così com’è. Lo sai, credo.
    Dico a te. Lo stato delle nostre vite è davvero quello che dichiari nella nota di N. I.? Faccio fatica a crederci: l’isolamento gioca brutti scherzi, la solitudine ingigantisce i disagi come i desideri. Il nostro, comune, infernuccio paesano, i bagni di fango che facciamo nel torpore ostile dei nostri paesi, profonda provincia del Sud, questi buchi di culo del mondo in cui tornimo a vegetare dopo le nostre illusorie scorribande da intellettuali speranzosi, a volte ottunde e ci rende più fragili e bisognosi di ciò che -infine- davvero siamo. Credo questo. Cercare l’altro è sempre una buona cosa, se non gli chiediamo però solo di reggerci lo specchio. Io non ho speranze, non ne coltivo più. La vita comincia dopo le speranze (i giusti riconoscimenti, l’amore, la giovinezza, gli altri che stanno a sentirti, etc.). Io mi limito a fare cose. Incontro certe volte qualcuno come me, o che un pò mi rassomiglia – solidarietà genarazionale o altro, non so (gente come te e Angelo, ci siamo incontrati, annusati e ho sentito lo stesso odore, la stessa temperatura alcolica che fa girare il cervello). Con questi sparuti “compagni”, e solo con questi, reduci forse dalle stesse sconfitte, mi va di fare strada, finché dura. Non ho intenti di redenzione del mondo. Non ho voglia di capire tutto, ne di perdere tempo a fare proseliti, perché non ho una causa totale a cui valga la pena di immolare tempo e forze (mie e altrui). Non ti deve sembrare relativismo morale questo. Mi accontento di poco. E che il poco sia ben fatto. Ciò che resta di buono è davvero buono, adesso. E’ un puro distillato. Benjamin diceva che “il fare è un mezzo per sognare, e il sognare un mezzo per rimanere desti”. Ecco, io ho solo voglia di rimanere sveglio. Prima che il rincoglionimento finale si porti via assieme alle forze, anche le buone intenzioni.
    Un abbraccio fratello, e fottiti di questi fantasmi che con cui ti ostini a chiedere risposte, a parlare a vuoto (nel vuoto di questo rito elettronico che si specchia davanti a un monitor). Io non mi fido di chi non ci mette la faccia davanti a quello che dice. Il corpo non mente mai quando parla a un vivente. La solitudine è scontata. Ma se ne può fare un’antropologia. Parola di antropologo, solitario.
    Ciao, Mauro.

  38. arminio il 2 dicembre 2005 alle 21:33

    indubbiamente mi piace leggere un testo in cui a un certo punto trovo la scritta “arminio”. e poi il tono dei commenti si va elevando. quello che mi aspetto ancora (non sono mai contento) è qualche denudamento, qualche esposizione di parti profondamente intime.

  39. mauro il 3 dicembre 2005 alle 00:51

    Caro Franco, siamo già in mutande…

  40. kristian il 3 dicembre 2005 alle 02:11

    DENUDAMENTO, ESPOSIZIONE DI PARTI PROFONDAMENTE INTIME

    1

    A proposito di Paradiso

    Il richiamo al paradiso e all’inferno è una costante nei miei scritti. Visto che in terra la vita è un inferno ecc. ecc. invoco ad ogni occasione il paradiso. Ma non subito. Nel tempo. Più tardi che si può. Sarebbe bello godere un po’ di paradiso su questa terra. Ed anche Salvatore Toma, poeta bravo e tragico, disperato quanto e forse più di me, ebbe una vita d’inferno. Poi morì. Morì giovane e gli dei di questa terra salentina sicuramente lo avranno accolto volentieri. Ricordando il mio poeta amico Salvatore Toma, gli ho spedito questa lettera in paradiso. Ho fiducia nella celerità della consegna. Dopotutto non è che un grido. Od un messaggio sonoro.

    A proposito di paradiso –
    Caro Salvatore ascolta questa storia terrena che mi riguarda da vicino:
    …sono andato al bar mi sono seduto al tavolino ho
    chiesto un caffè amaro ho bevuto quel caffè e mi
    sono slogato una caviglia
    monto sul motorino mi avvio per le vie di Milano un
    amico mi saluta ciao mi volto per rispondere al
    saluto ciao ed impatto sul marciapiede di via
    Montello vengo sbalzato dalla sella volando infilo la
    porta aperta di un negozio di materassi e cuscini e mi fratturo il dito
    pollice osserva la commessa ridendo la cretina ah ah
    è la prima volta che vedo un uomo che vola e atterra
    in questa maniera
    mi telefona la mia amica Michela mi dice tesoro
    aspettami che sto venendo da te sì sì sì grido io
    vieni Michela non aspettavo altri che te
    Michela arriva tiene i capelli d’oro Michela ha gli
    occhi neri Michela ed un sorriso triste aspettando
    Michela mi ero messo in pigiama eh eh furbino io
    Michela mi vede in pigiama e scuote la testa ed io che
    le dico okay Michela okay scusa aspetta non te ne
    andare che mi rivesto subito Michela mi vede vestito
    e ride e dice: ma gli uomini che conosco io al solo
    vedermi abitualmente si spogliano che strano uomo
    che sei Bruno tu invece ti rivesti
    sì il paradiso me lo merito
    di questi tempi faccio la mschera di teatro al Teatro
    delle Marionette di Gianni e Cosetta Colla
    accompagno genitori e adorati pargoletti ai posti loro
    assegnati è di scena Pinocchio i Colla con la loro arte
    a volte rasentano la magia io vesto sempre con
    camicia a quadretti rossi e gialli e con il mio vecchio e
    nero gilet al termine dello spettacolo i bambini sono
    felici sbraitano e pestano i piedi euforici applaudono
    finché un bambino solo esteriormente carino mi
    chiede: “ma tu sei Geppetto?” dai dimmi che sei
    Geppetto…” Erode Erode fu solo per un istante
    ma sappi che ti ho amato
    con la caviglia slogata con la mano esageratamente
    ingessata (è un mio vezzo ingigantire le ferite in
    questa maniera accattono tenerezze) dolorante ho
    preso un tram il 13 per andare in centro arriva il
    controllore e mi chiede il biglietto ed io subito glielo
    consegno il controllore osserva attentamente il
    biglietto e si rifiuta di vidimarlo anzi dirò di più mi
    guarda con sospetto anch’io lo guardo ma a
    differenza sua io gli sorrido risulta che il biglietto del
    tram non è timbrato va bene gli dico conciliante lo
    timbro subito e il controllore da serio diventa truce
    qualcuno sghignazza e come va a finire? che gli
    consegno dietro sua richiesta la carta d’identità
    quell’uomo infelice e forse un poco insicuro mi ha
    multato
    sono ritornato al bar mi sono seduto al tavolino ho
    chiesto un caffè amaro ho tentato di bere quel caffè
    ma la tazza mi è sfuggita di mano sì che il caffè
    rovesciandosi mi ha irrimediabilmente rovinato i
    pantaloni nuovi nuovi da poco acquistati all’UPIM
    che dice Eraclito? dice qualcosa (come) il destino e il
    carattere coincidono
    ed io che devo fare? caro Salvatore una volta decisi
    di acquistare una moto di seconda mano una
    bellissima Gilera Arcore e tempo una settimana e mi
    ritrovo steso sull’asfalto della strada che dalla
    Zunzulusa conduce ad Otranto dico fracassato
    sì caro Salvatore io il paradiso me lo merito come te
    lo sei meritato tu vivendo ‘sta vita eccitata
    rimane immutata la mia grande simpatia per te e
    sappi che non perderò occasione nel dire a tutti che
    sei un bravo poeta e quando mi capiterà di leggere
    qualcosa a qualcuno la tua poesia sarà la prima ad
    essere presentata affinché tu non sia dimenticato
    anche se nel parlare a volte mi inceppo

    da: Bruno Brancher, L’ultimo picaro – l’uomo delle biciclette gialle, Scheiwiller

    2

    O mamma
    che cosa ho tralasciato
    O mamma
    che cosa ho dimenticato
    O mamma
    addio
    con la lunga scarpa nera
    addio
    col Partito Comunista e una calza rotta
    addio
    coi sei peli neri sul porro del tuo seno
    addio
    col tuo vecchio vestito e una lunga barba nera intorno
    alla vagina
    addio
    con la tua pancia afflosciata
    con la tua paura di Hitler
    con la tua bocca di brutti racconti
    con le tue dita di mandolini in rovina
    con le tue braccia di grasse verande di Paterson
    con la tua pancia di scioperi e ciminiere
    col tuo mento di Trotzky e la Guerra Spagnola
    con la tua voce in canto per la consunzione di lavo-
    ratori sfiancati
    col tuo naso di scopate mal riuscite col tuo naso del-
    l’odore dei sottaceti di Newark
    coi tuoi occhi
    coi tuoi occhi di Russia
    coi tuoi occhi di senza soldi
    coi tuoi occhi di porcellana falsa
    coi tuoi occhi di zia Elanor
    coi tuoi occhi di India affamata
    coi tuoi occhi mentre pisci nel parco
    coi tuoi occhi di America che va a terra
    coi tuoi occhi del tuo fallimento al pianoforte
    coi tuoi occhi dei tuoi parenti in California
    coi tuoi occhi di Mamma Rainey che muore in am-
    bulanza
    coi tuoi occhi di Cecoslovacchia attaccata dai robots
    coi tuoi occhi mentre vai alla scuola serale di pit-
    tura nel Bronx
    coi tuoi occhi di Nonna l’assassina che vedi sull’o-
    rizzonte dalla Scala di Sicurezza
    coi tuoi occhi mentre corri nuda fuori di casa stril-
    lando in corridoio
    coi tuoi occhi trascinata via dai poliziotti in un’am-
    bulanza
    coi tuoi occhi legata sulla tavola operatoria
    coi tuoi occhi col pancreas asportato
    coi tuoi occhi di operazione di appendicite
    coi tuoi occhi di aborto
    coi tuoi occhi di ovaie asportate
    coi tuoi occhi di elettroshock
    coi tuoi occhi di lobotomia
    coi tuoi occhi di divorzio
    coi tuoi occhi di colpo apoplettico
    coi tuoi occhi sola
    coi tuoi occhi
    coi tuoi occhi
    con la tua Morte piena di Fiori

    da: Allen Ginsberg, Jukebox all’idrogeno, traduzione di Fernanda Pivano, Guanda

    3

    Il merletto

    I.
    Umanità: tu nome dagli incerti domini,
    ancora inconfermata sostanza di felicità:
    è inumano che in questo merletto,
    piccola, fitta striscia traforata, due occhi
    si mutarono? – Vuoi tu riaverli?
    O cieca alfine e da tanto scomparsa,
    la tua beatitudine è dunque in questa cosa
    in cui il tuo forte tatto, assottigliato,
    come fra tronco e scorza penetrò?
    Attraverso una crepa, una lacuna del destino
    hai sottratto al tuo tempo la tua anima;
    ora essa vive in questo oggetto limpido
    e la sua utilità mi fa sorridere.

    II.
    E se un giorno questo nostro fare
    e tutto che ci accade sembrasse un nulla, estraneo
    tanto che paia vana la fatica
    di crescere di là dalla misura
    delle scarpe infantili -: questa fitta
    striscia ingiallita di merletto a fiori
    non basterebbe forse a trattenerci
    qui? Come vedi: essa fu fatta.
    Forse una vita si sacrificò per farla?
    Una felicità fu dissipata; e tuttavia
    fu finita a ogni costo questa cosa
    non più facile della vita eppure
    compiuta quasi non fosse lontano
    il tempo di sorridere e volare.

    da: Rainer Maria Rilke, Nuove poesie. Requiem, traduzione di Giacomo Cacciapaglia, Einaudi

    4

    Moralmente come fisicamente, ho sempre avuto la sensazione dell’abisso, non soltanto l’abisso del sonno, ma l’abisso dell’azione, del sogno, del ricordo, del desiderio, del rimpianto, del rimorso, del bello, del numero, ecc.
    Ho coltivato il mio isterismo con godimento e terrore. Adesso ho sempre le vertigini, e quest’oggi 23 gennaio 1862 ho subito un avvertimento singolare, ho sentito passare su di me il vento dell’ala dell’imbecillità.

    da: Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, traduzione di Diana Grange Fiori, Adelphi

    5

    da bambino avevo paura di morire. anzi, per essere più precisi, avevo paura che mi uccidessero. per via che ero (sono) strabico e brocco al pallone, temevo i miei compagni di gioco. in prima elementare avevo paura della maestra, la signorina Cimpanelli (quella che ci insegnò a cantare e ballare il Paese dei Campanelli), tanto che preferivo pisciarmi nei pantaloni, piuttosto che alzare la mano e chiederle di andare al gabinetto. avevo paura dei Befumo che erano terroni e abitavano alla Corea, il ghetto del paese bovino in cui stavo. avevo paura degli Altavilla, che impennavano colle moto da cross e avevano rubato le ostie consacrate dal tabernacolo della chiesa. avevo paura dei carabinieri, che prima o poi sarebbero ripassati a citofonare. avevo paura del prete, che quando veniva a trovarci aveva sempre l’espressione affranta e mi chiedeva perché non volessi fare il chirichetto. temevo la forza di mio padre, che quando c’erano i tuoni fragorosi dei temporali, mia madre ci raccontava che era mio padre che stava giocando alle bocce. il cuore mi precipitava nella pancia se dovevo bussare alla porta di Angelo, per timore di scorgere di sfuggita la sua siringa, che ero convinto nascondesse sotto il cuscino del letto. li temevo tutti ed ero sicuro che la paura mi si leggesse negli occhi, che trasudasse dai miei pori, per cui prima o poi qualcuno tra tutti mi avrebbe fatto la festa. mia madre non la temevo, anche se mi picchiava con lo zoccolo di legno. mia madre sognavo che mi cercava per casa con un coltellaccio a fendere l’aria, oppure col trinciapollo, e io mi nascondevo ogni volta tra le pentole, in attesa che lei mi trovasse. erano incubi e lo sapevo, anche quando una sera mia madre tornò a casa furiosa e mi strinse il braccio in modo talmente violento da provocarmi un ematoma. voleva sapere chi era l’uomo che mi molestava nelle rubine, tutti i pomeriggi da un po’. pregai Gesù di farmi morire di vergogna, ma non funzionò.

  41. arminio il 3 dicembre 2005 alle 05:41

    sono le cinque e quarantadue. ho lavorato tutta la notte e oggi arriva qui un regista. altre storie. sono sotto l’effetto della morte….
    a proposito di mutande: credo che ho iniziato a scrivere perché pensavo di avere il cazzo più piccolo degli altri. era un delirio somatico. quando mi sono accorto che non era vero era già tardi per smettere.
    kristian ha capito cosa mi piace leggere.

  42. magda mantecca il 3 dicembre 2005 alle 07:25

    Arminio
    la cosa piu’ intima che ti posso regalare, è quello che ho scritto la notte tra il 9 e il 10 marzo 2002 per una persona a cui non parlavo da 8 anni per conflitti atavici e che si è dato la morte per fragilità verso cinismo contingente.
    da allora continuo il dialogo con lui attraverso la scrittura, la narrazione del “me” che lo racchiude e che lo ha superato:

    Ci chiami oggi con la tua morte a celebrare la tua vita.
    Un’esistenza intensa , spesa vestendoci della tua sensibilità, intelligenza e fantasia.
    L’allegria e il sostegno che hai sempre elargito a tutti, non sono bastati a dare a te la serenità da sempre inseguita, che ora trovi ad un prezzo troppo alto.
    Risuona ancora fragoroso e luminoso il tuo sorriso,
    la tua presenza di spirito si avverte pregnante nelle nostre coscienze,
    ma ora è il tuo silenzio ad essere assordante
    e suona a noi come ultima ed estrema richiesta non esaudita.
    Le somiglianze che ci hanno sempre allontanato oggi ci avvicinano.
    La volontà che un giorno mi ha dato la luce, oggi me la nega.
    La libertà che è divenuta il tuo stile di vita è la stessa che oggi dobbiamo rispettare come tua ultima volontà.

    Arrivederci papà 9 marzo 2002

  43. dexter gordon il 3 dicembre 2005 alle 09:34

    Ho provato a scrivere qualcosa, Franco. Mi sembra che l’antropologo ultimo abbia detto cose molto interessanti. Ma le cose che ho provato a scrivere io erano brutte in maniera imbarazzante. Cioè tu lanci questi gridi apodittici. Non è facile per niente risponderti. Non è facile soprattutto per quelli che hanno la mia età e che non riescono a immaginarsi neppure fra 5 anni, figurarsi invecchiati. Io tipo. Sono un tal concentrato di comportamenti a rischio neoplastico (il fumare come un dannato è solo uno dei tanti, aggiungici una vita insalubre, nessun movimento, sesso rarissimo, tutta una sublimazione che più che tale è una lotta contro il tempo per ricavarsi qualche ora per inguacchiare i miei fogli di word, o correggere il mio romanzetto -da ridere- del cazzo), insomma io ho sempre avuto l’idea che morirò giovane. Non so esattamente quando. La linea del tempo è un concetto talmente avvolto nella nebbia della fretta micidiale con cui esisto che mi sfugge anche il capire quand’è che non si sarà più giovani, oppure se giovane non lo sono più da tempo, oppure che ho davanti a me una gran fetta di tempo ancora. Non so niente. Vivo correndo. Se mi guardo dentro davvero -se mi guardo dentro, intendo, senza autoindulgenza, senza autoassolvimenti facili- mi gira la testa e devo prendermi una xanax. Rimando. Penso spesso che conduco ancora una nave mai arrivata alla meta. Che vorrei invece diventare un quieto marinaio di battelli di linea, tappe prefissate, orari precisi. Poi poi. Diciamolo una volta per tutte oppure abbiamo la compiacenza di tacere. Penso che questa provincia è un bozzolo fin troppo facile in cui ci siamo reclusi. Penso che questa donna che è di là a dormire, come la tua in questo momento, immagino, be’ penso Franco caro che sia une delle tante trappole che ci siamo costruiti da noi stessi, oppure che, in trappole come queste, potrei vivere purché siano dieci venti, sempre rinnovabili, sperimentare una gabbia e poi sostituirla. In una parola, amare amare amare le donne meravigliose tutte che ci capita di incontrare. Penso che il mio super-io io lo farei a polpette, maledetto nei secoli. Penso che occorra delle volte dirsi ma vaffanculo a tutti ché tanto prima o poi muoriamo sia io che voi. E però poi c’è questa consolazione tiepida delle figlie, della colazione il risveglio l’odore di arrosto i loro cartoni animati, robette così che ti buttano addosso una patina di apprezzabile oblio, che ti impediscono di guardarti dentro per almeno due settimane. Così. Non so davvero. Uno che conosco ha 42 anni e da 1 settimana ha scoperto un cancro ai polmoni. Cazzo sarò corso restando fermo, allora? dovessi scoprirlo io, domattina. Cazzo sarà servito? Non so davvero Franco caro. E qualsiasi cosa abbia provato a scrivere, qualsiasi cosa assomigliasse a qualcosa di intelligente: l’ho presto cancellata. Io credo che la solitudine c’entri ben poco con chi ci sta intorno, ovviamente. Io quando scrivo non sono mai solo. E’ la vita che ci siamo inflitti per non aver osato guardarci dentro, tutta la pletora delle comparse di quella vita. E’ quel siparietto che ci fa sperdere e ci fa sentire inevitabilmente senza peso.

  44. Giancarlo Tramutoli il 3 dicembre 2005 alle 10:22

    Io credo sia molto intimo raccontare la nostra giornata tipo.
    Per es. la mia. Sveglia alle 7 e 20. Otto ore come cassiere in banca (nel mio lavoro sono uno che conta). Spesa, cucina, lavaggio piatti, Tv. Lettura, scrittura, pittura. Vado a letto abbastanza stanco-morto per pensare che dovrò morire. La cosa in sè non mi spaventa affatto. Mi spaventano le modalità. Non l’idea ma l’estetica. Il degradamento e la perdita della dignità. La dipendenza. Quella forma di inutile martirio. L’inutile accanimento. Certo preferirei per me una bella eutanasia
    piacerebbe sapere quali sono le vostre giornate-tipo. Grazie.

    da Temporali (2002)

    E’ sempre meglio
    una sterminata superficialità
    di un’angusta e prevedibile
    profondità.

    3.10.99

  45. wovoka il 3 dicembre 2005 alle 11:12

    Beh, abbastanza simile. Sveglia 6:30 (magari le 6.00. se decido di fare una seduta di pesi mattutina, tanto per non lasciare che il mio corpo assuma una morfologia impiegatizia). Viaggio in auto di 50′. Alle 8 sono al lavoro, che lascio verso le 16:40. Durante il lavoro, tra i vari task, più o meno creativi o alienanti (ci sono per fortuna entrambe le dimensioni) che alterno schizofrenicamente (da qualche anno rilevo carichi in aumento quasi irresponsabilie e conseguente degrado qualitativo) ci inserisco qualche blitz “ricreativo” su Internet, quasi solo N.I., dove mi concedo persino qualche intervento breve – complessivamente sarà una mezzoretta (se mi pizzicano attraverso i log del proxy potrei avere qualche serio problema) ma ne va letteralmente della mia sopravvivenza psichica, quindi stiano attenti a non stringere mai un animale all’angolo! Alle cinque e mezza sono di solito a casa. Nel ritaglio complementare di tutto questo devo farci stare TUTTO.

  46. tashtego il 3 dicembre 2005 alle 14:05

    “la particolare tensione etica e civile che aleggia nella scrittura di arminio”.
    bene, leggere qui sotto:
    “quello che mi aspetto ancora (non sono mai contento) è qualche denudamento, qualche esposizione di parti profondamente intime”.

    avevo un compagno di scuola, arminio, che era capace di farsi pompini da solo.
    peccato che qui non si possano postare disegni, perché ti potevo spiegare come faceva.
    posso solo dire che per riuscirci gli occorreva una nave, vera.
    magari ti interessa.

  47. liviobo il 3 dicembre 2005 alle 14:59

    ho qualche dubbio che nella scrittura di arminio “aleggi una particolare tensione etica”. per suggerire una possibile meta-etica o anti-etica in cui si inquadrino, in senso positivo, i suoi discorsi sulla morte, riporto ad ogni modo questa frase di bataille (Del rapporto fra il divino e il male):

    “In ogni vita, incessantemente, c’è una posta in gioco che non è la vita (quella vita che la morte minaccia e il dolore abbatte), che non è neanche la felicità, ma il possesso di una grazia senza la quale non valgono nè la vita nè la felicità.”

  48. Giancarlo Tramutoli il 3 dicembre 2005 alle 17:10

    Continuo a registrare un’idea per me odiosa.
    Che per parlar di cose serie, occorre diventar seriosi.
    C’è (a mio modesto parere che a volte condivido) una grande saggezza nella leggerezza, nell’humour e nell’autoironia. Anche (e soprattutto) quando si parla della morte. Credo nell’utilità della futilità. Si confonde il comico col superficiale e il tragico con l’acutezza spirituale. Questo e non certo una risata, ci seppellirà. Questo eterno prendersi per lo-culo.
    Spero di esser stato lapidario. Una prece.

  49. magda mantecca il 3 dicembre 2005 alle 19:37

    Non c’è niente di serio Tra muto li.
    c’è lo scorrere dell’accaderCi esistere.
    dopo la lama che quotidianamente perquote il sentire, oggi non c’è piu’ dolore nè ferita, solo la memoria forte di un attimo di tattile gelo nel verificare che anche chi ride, ama, corre, ti rompe i coglioni tutti i giorni, diventa freddo, rigido ed esanime.
    questo è il forte che ho sentito. E quello che so avverrà anche a me.
    Nella dimensione di confine tanto cara, questo s’intreccia con l’altra importante tatticità: l’utero caldo gonfio di vita sgambettante.
    Su tutto, il teatro della vita che è l’imporvvisazione e il sorridere al gioco che noi stessi siamo.

  50. mag il 3 dicembre 2005 alle 19:50

    Non mi piace il patè d’animo

  51. Giancarlo Tramutoli il 3 dicembre 2005 alle 20:06

    @Franco… mi pare che in ogni parola che scrivo si capisce (spero) tutta l’inquietudine, la confusione e la voglia di tenere a bada quella presenza della fine che ci accompagna da sempre. Anche (e soprattutto) quando sembra che cazzeggio. La mia ossessione per i calembour mi pare sia proprio il tentativo (o l’unico modo che conosco) di comunicare esorcizzando quell’angoscia di fondo che mi sta addosso sempre. Quella consapevolezza “Indicibile”. Qualche volta faccio ridere, ma non scherzo affatto. E mi mostro “nudo”… e col freddo che fa, è una cosa da brividi. :-) (Mai sentitomi più sbriciolato di così).
    @Kristian
    Salvatore Toma è uno dei pochi poeti Einaudi che ho apprezzato.
    e grazie per aver citato una delle mie poesie preferite di Allen Ginsberg.
    @Magda
    sottoscrivo quello che hai soprascritto.
    @Liviobo
    D’accordissimo sul possesso di una Grazia, senza la quale non c’è vita nè felicità.

  52. vincenzo corraro il 3 dicembre 2005 alle 20:20

    Beh, però è anche vero che si leggono passaggi del genere:
    “Sono profondamente convinto che la letteratura non può ridursi a un ballo in maschera. Gli scrittori devono mettere la propria faccia in ogni riga che scrivono.” Oppure: “Questo deve essere un luogo in cui prevalgono altre logiche, in cui proviamo a costruire nuove percezioni dell’umano, in cui tutti insieme proviamo ad allargarne i limiti. E ancora: “sono offerte intimamente politiche perché contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme…”

    Dunque un po’ di tensione (magari a 12 W e non proprio a 220 – per stare nel solco di Giancarlo) c’era… Se non altro perché arminio si racconta attraverso uno stato di ansietà carica di energia nervosa e visto che ha parlato di sogno e ragione perché non considerarla pure civile?

  53. arminio il 4 dicembre 2005 alle 01:39

    mi pare che ormai nessuno riconosca ai suoi compagni di stanza una vita epica. se io fossi un grande scrittore nessuno sarebbe pronto a sbandierarlo ai quattro venti.
    non ci siamo. oggi uno come cristo non sarebbe certamente messo in croce. e pasolini non scriverebbe sul corriere della sera ma forse su questa colonna dei commenti testi rabbiosi contro gli intellettuali col rolex e gli scrittori che non scrivono bei libri ma passano il tempo ad assicurarsi che a nessuno venga concessa la licenza di grande scrittore. tutto questo sarebbe comunque un’inezia. la faccenda rimane la morte, ma è una faccenda per pochi, evidentemente.

  54. wovoka il 4 dicembre 2005 alle 03:30

    > l’utero caldo gonfio di vita sgambettante
    magda, lo vorrei, non vorrei, ma se vuoi … arghgkhshskjh…

  55. tashtego il 4 dicembre 2005 alle 09:37

    A questo punto non vi resta altro da fare che giocare a frutta fiore attrice attore, ma prima occorre accendere un grande fuoco sulla spiaggia: ar-minio avrà portato la chitarra?

  56. mag il 4 dicembre 2005 alle 10:02

    la consapevolezza della precarietà e finitezza è il nostro unico capire che puo’ dare senso all’esistere.
    quindi la morte banalmente da’ senso alla vita.
    Proprio perchè definisce un’orizzonte di senso reale che si snoda sull’unica certezza che possiamo avere e su cui dobbiamo articolare il nostro agire.
    Questo pero’ non significa che dobbiamo anticiparne l’avvento vivendo costantemente come se fossimo già morti.
    La depressione è per esempio vivere la morte stando in vita.
    Sembrerebbe sconveniente in un’economia del tempo diacronica, perchè fissa nell’immobilismo inorganico cio’ che per uno sparuto lasso di tempo puo’ dare segno di se’ e contribuire ad articolare la memoria dell’umanità.
    Quindi da vivi, pur consapevoli di essere mortali, è nostra responsabilità godere pienamente la vita.
    Gli indecisi esistenziali, abitanti i confini comatosi tra bios e tanathos non hanno dignità nè per il governo dei morti nè dei vivi.
    vuoti indefiniti, nemmeno aspiranti alla tabula rasa, grande stimolo di in-segnarci qualcosa.

    magda mantecca

    un bacio a tutti.

  57. arminio il 4 dicembre 2005 alle 23:38

    anche questa è fatta. non è accaduto niente.
    tutte le scritture vengno trattate più o meno allo stesso modo. sono profondamente deluso. veramente preferisco la mia agonia che la fatua salute intellettuale che sprizzano alcuni commentatori.

  58. tashtego il 5 dicembre 2005 alle 00:27

    la tua “agonia”?
    hai mai visto una persona davvero in agonia?
    dovresti prestare più attenzione alle parole che usi.

  59. mag il 5 dicembre 2005 alle 11:01

    ma Arminio, i Titani hanno lascito il posto ai Mammoli posti nel giardino di casa, ai Brontoli da salotto.
    per non parlare dei Dotti del web, degli Eoli che spifferano ai 4 venti presunte verità, dei Pisoli schiacciati ad occhi aperti, dei Gongoli vanagloriosi e dei Cuccioli di specie umana.
    che ci vuoi fare se l’epico si è spostato nella violenza da strada nazionalpopolare?
    poco letteraria ma invasiva.

  60. mag il 5 dicembre 2005 alle 11:15

    cronache italiane:
    al festival di filosofia di Modena quest’anno c’è stata la notte bianca che ha previsto performances curiose come le panchine narranti, Battiato e Sgalambro citanti, musica e tigelle a volontà.
    Mi sono soffermata tutta notte con 4 baldi giovani freschi di alloro, a fare che cosa? Parlare….
    Uno particolarmente sensibile mi ha illuminato sulla sua formazione:antropologia della medicina.
    il discorso si è snodato sull’approccio al dolore, malattia e morte.
    Ho portato il mio disagio nel relazionarmi con una giovane mamma con ipertensione polmonare e gravi limitazioni sulla speranza di sopravvivenza.
    Lui ha posto l’attenzione all’aspetto di ASIMMETRIA che sussite tra un malato grave, impossibilitato a programmare l’esistenza costretto a vivere giorno per giorno una vera AGONIA e una persona sana.

  61. Giancarlo Tramutoli il 5 dicembre 2005 alle 11:42

    Nani e Titani.
    Sante parole Mag.
    All’epica, preferisco la comica.
    Molto più seria e utile.
    Ed ora mi prende un senso di inanità
    (come a Biancaneve tornando a casa).

  62. Giancarlo Tramutoli il 5 dicembre 2005 alle 11:46

    PS
    Ma (ovviamente) mi sento più nano che Biancaneve.
    Io sono Tramutolo.

  63. Giancarlo Tramutoli il 5 dicembre 2005 alle 11:48

    “La nostra altezza è in ribasso”

    Vito Riviello

  64. mag il 5 dicembre 2005 alle 13:02

    Mi hanno telefonato offesi gli altri nani che non ho citato:
    Brufolo, Embolo, Trombolo e Tramutolo!
    l’ultimo è un po’ come Lucifero, una volta angelo Titano
    e ora costretto a travestirsi da Nano.

  65. Giancarlo Tramutoli il 5 dicembre 2005 alle 13:43

    mag maramaldeggi:
    tu uccidi un uomo corto.
    :-)

  66. arminio il 5 dicembre 2005 alle 18:59

    leggendo certe cose penso che mi devo sparare un colpo in testa per essere preso sul serio. che schifo. e tutta sta scrittura che ci circonda, tutti che sono scrittori e critici, tutti che senza dirlo pensano di essere migliori di altri senza che neppure abbiano lavorato tanto. più che dialoghi qui costriamo i carri allegorici di un caos morale da cui rischiano di non uscire più.

  67. franz krauspenhaar il 5 dicembre 2005 alle 20:51

    Franco, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno (cosa che riesce molto spesso difficile anche a me, beninteso).
    Il tuo pezzo, a mio avviso, ha fatto scaturire – tra battute e ironie non sempre “felici”- non pochi interventi di rilievo. Il blog è così: c’è lo spazio commenti e ognuno lo usa come crede, anche per spaccare il capello in quattro quando il capello è solo lui che lo vede…
    Ogni volta che scriviamo qualcosa siamo sottoposti al giudizio (più o meno onesto, più o meno disinteressato) degli altri. Tu questo lo sai bene. E non sono il solo a stimarti come poeta e come persona, qui; sai bene anche questo.

  68. mag il 5 dicembre 2005 alle 21:41

    Arminio scusa, ma Tramutoli nel suo stare sopra le righe forse tutti i torti non ha.questo per rimanere in sede.
    travasando invece verso stati dello spirito decisamente piu’ elevati come l’abecedario di Deleuze( ho inziato a vederlo), direi che il patetismo risulta un’ombra sparuta di miope idealità.
    miopismo che nel quotidiano ricorda “istruzioni per essere infelici” di Paul Watzlawick quando descrive l’episodio della chiave perduta. ovvero ancora lo stesso:

    “Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa ha perduto. “La mia chiave,” risponde l’uomo, e si mettono a cercare tutti e due. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto gli chiede se è proprio sicuro di averla persa li. L’altro risponde: “No, non qui, là dietro; solo che là è troppo buio. “

  69. mag il 5 dicembre 2005 alle 21:48

    Gurdando e sentendo Deleuze, nulla di cio’ che mi circonda potrebbe distrami, nulla potrebbe essere piu’ aderente a cio’ che sento, piu’ esaustivo dell’eterna inquietudine.
    Ma è il filo rosso che segue chi ama lo stato delirante del pensiero germinativo, di chi incontra attraverso le idee, di chi non assiste agli eventi perchè sà in cuor suo di essere l’Evento.
    grazie ragazzi per avermelo regalato.
    Ci parlero’ a lungo.

  70. wovoka il 6 dicembre 2005 alle 02:21

    E dunque, anche Arminio è deluso. Dopo avere ottenuto, assiso in cima al proprio thread, più di quanto ci si possa ragionevolmente attendere da questo mezzo in termini di attenzione, dopo aver incassato decine di “legittimazioni” (no, Arminio, non sei pazzo, non sei malato, ma un Poeta! Super Super Man, don’t you understand we love you .. ) dopo avere persino ottenuto un certo grado di denudamento altrui – così, tanto per rassicurarsi che il proprio non venisse preso per pornografia – dopo avere emesso diverse volte, in tutto questo processo, dei segnali concilianti, ovvero dopo avere restituito pretescamente un decimo delle legittimazioni ricevute, ecco che Arminio si rivolta, rompe il patto appena stipulato, e rivendica più orgogliosamente di prima la propria Specialità: lui e la sua dolente sensibilità da una parte, il mondo e la sua gaudente ottusità dall’altra. Sic et simpliciter. “Non ti presentare davanti a un tribunale di cui non riconosci il verdetto”, direbbe la saggezza. Invece “noi” ci si presenta eccome, si sfida il Giudice (quella Società dalla quale hai voglia a proclamarti indipendente, quando il tuo stesso corpo già sta trescando con con essa) ad emettere il suo Giudizio. Se sarà mite, allora lo sommergeremo di iroso disprezzo, “tutto qui? dunque non hai capito proprio nulla!” e rincareremo la dose fino a che arriverà la tanto attesa Condanna, che ci consentirà di ritirarci soddisfatti nella nostra Specialità: abbiamo trionfato sulla Folla, abbattuto il Numero Annichilente: possiamo ascendere al cielo “cum Sanctis”. Ma se questo sublimato autoerotismo dovesse aver superato la propria misura, caro Arminio, tramutandosi da eccitante masochismo in sofferenza vera e propria, saprai già perfettamente che l’unico balsamo possibile è quello che il saggio Tramutoli ti ha offerto così insistentemente: l’umorismo. E’ l’umorismo che ci riporta alla Terra che ci ha generato, che ci dice, sorridendo, che non siamo dei e che non c’è niente di troppo terribile in questo, e ci esorta a scendere da quel trespolo ridicolo, ricordandoci quanto siamo invece profondamente simili, assolutamente “ridondanti”. E’ questa similitudine profonda, una volta scoperta, a farci ridere – di gusto ma senza cattiveria – a sciogliere la tensione – a tagliare per un attimo il dannato anello di Moebius descritto da Andrea Inglese, il doppio vincolo di Bateson, la doppia chiaroveggenza di Jankelevitch – molto meglio di quella tanto invocata “bastonata” da parte di Tashtego. Una sera di qualche anno fa, mentre mi “disperavo” in un simile autoerotismo mentale (ma per favore non usiamo quella assurda espressione, si tratta di cosa ben più complicata e raffinata di una semplice “sega”) scoprii accidentalmente questa similitudine. Avevo un portatile, preso espressamente per poter leggere a letto, e stavo sfogliando un CD di letteratura, quando mi sono imbattuto nelle “Memorie del Sottosuolo”, che non ho più mollato fino alle tre di notte. “Ma che cos’hai da ridere? Guarda che domani devi andare a lavorare!” mi ripetevano mia moglie e mio figlio, guardandosi poi tra loro e portandosi il dito alla tempia. Se quel gusto non ti aggrada, ci sono altri buoni farmaci, le “Tentazioni di S.Antonio” o il “Bouvard e Pechuchet” di Flaubert, per esempio (per non parlare di Kafka). Naturalmente tu non potrai mai accettare ufficialmente questa “riduzione trascendentale”, questo lo capisco bene. Però puoi sempre usarla di nascosto per prenderti una pausa, per rifiatare. Ma probabilmente lo fai già, e con noi fingi un pochino.

  71. arminio il 6 dicembre 2005 alle 02:29

    caro franz
    concordo sul fatto che ci sono state riflessioni attente, ma non ho paura di dire che si trattava di miei amici. io mi riferisco a tutto i clima letterario italiano, al fatto che è assai povero di persone come te e assai ricco di nanetti presuntuosi. io sono assai presuntuoso e non sta a me dire che ho fatto qualcosa d’importante e non sono un nanetto, ma un semplice miserabile, come tutte le creature al mondo. non c’è bisogno che lo dica io: un lettore decente capisce benissimo che il mio testo è il frutto di una dedizione assoluta e di un tirocinio lunghissimo. si, il bicchiere è mezzo pieno, ma sei solo tu e pochi altri a riempirlo.
    p.s.
    tramutoli mi piace, anche se chi vive ha sud ha sempre qualche problema a dare gloria a persone della stessa terra, ma questa è una storia annosa.

  72. Giancarlo Tramutoli il 6 dicembre 2005 alle 02:59

    Ma io non ho questo problema. Non faccio che nominare, appena posso, Gaetano Cappelli, Vito Riviello, Beppe Salvia. (tre potentini doc).
    Grazie Wovoka che mi hai capito bene e per la tua giornata-tipo.

  73. Giancarlo Tramutoli il 6 dicembre 2005 alle 10:30

    PS
    Franco, Domenica ti ho molto nominato a Barile (nel Vulture, dove Pasolini ha girato Il Vangelo), per una lettura saltata (sala gelida e vuota… e manco un microfono (l’unica cosa che avevo chiesto) con quelli che vedrai a Rionero per la tua lettura. :-)

  74. ugo de franchi il 6 dicembre 2005 alle 11:28

    nonostante la somma di ben 73 contatti, lo avete proprio deluso all’Arminiuccio vostro. eppure cosa chiedeva il poverino? solo d’essere acclamato come grande scrittore – anzi come il più grande – perchè scrivere come fa lui della morte non è uno scherzo. infatti, come ci informa: “certe cose non s’improvvisano. per arrivare a parlare della morte come ne parlo io sono passato oltre che per tanta scrittura, per una tesi di mille pagine su psicoanalisi e ipocondria, ovviamente mai discussa”- ohibò, e perché “ovviamente mai discussa”. Forse che neanche in ambito accademico il nostro incompreso grande scrittore, ha mietuto i successi che meritava. E già: questo mondo è davvero ingrato. Ma come uno s’uccide a scrivere una tesi di mille pagine – mille pagine, dico! – poi “ovviamente” nemmeno la discute e, alla fine, nessuno se lo caga. Per fortuna c’hanno inventato il blog. Dove l’Arminiuccio nostro, può parlare al volgo che ascolta e che si scervella sulla sua alta filosofia anche se non con i risultati che lui vorrebbe perché a lui in realtà interessa “usare la morte come attrattatore di una comunità di essere lucidi, perfino ebbri rispetto a questo sconvolgente destino che ci aspetta”. Capito? be’, forse è un po’ difficile. No, non per l’italiano zoppicante giacchè l’Arminiuccio, e non dobbiamo certo dirglielo noi, è un grande scrittore. anzi il più grande di tutti – è che tematiche del genere non sono certo alla portata di tutti. Mica abbiamo scritto una tesi di mille pagine. Ovviamente mai discussa.

    leggendo certe cose penso che mi devo sparare un colpo in testa per essere preso sul serio. che schifo. e tutta sta scrittura che ci circonda, tutti che sono scrittori e critici, tutti che senza dirlo pensano di essere migliori di altri senza che neppure abbiano lavorato tanto. più che dialoghi qui costriamo i carri allegorici di un caos morale da cui rischiano di non uscire più.

  75. mag il 6 dicembre 2005 alle 11:49

    penso che esistano attinenze molto profonde tra scrittura e fallocratismo
    o meglio ansia da prestazione.
    chissa cosa direbbe l’antiedipo a proposito.
    forse in questo senso freud darebbe letture piu’ esaustive.
    Gilles…come mi rispondi?

  76. Franz Krauspenhaar il 6 dicembre 2005 alle 14:33

    Ugo de Franchi, o come in realtà ti chiami: immagino che tu sappia bene che per parlare senza approssimazioni -da anima bella tutta dedita allo studio e alla pratica della letteratura – della morte, bisogna però averla, la puttana schifosa, vista bene in faccia, magari soltanto allo specchio impaurito che ci riflette: altrimenti è meglio scrivere di argomenti più blandi (non dico banali) e buoni per tutte e 4 le nostre vitalisime stagioni. In tutta questa polemica, ho la netta sensazione che non si sia ancora capito cosa siano veramente i blog, tutti, nessuno escluso. E Franco Arminio per primo questo non l’ ha capito, è evidente. Se metti un tuo pezzo qui, pronto per essere commentato, devi essere pronto a ribattere; se è il caso, se l’interlocutore val la pena di essere stimato, direi degno – si, uso proprio questa parola – della tua reazione, si puo’ ribattere con una spinta dialogica propulsiva, rilanciando l’argomentazione in avanti, verso la rete. Oppure puoi tirare dritto per la tua strada senza rispondere, magari con un bel “vaffanculo” silenziato – e perciò illeggibile, dal momento che proprio nulla nell’apposito spazio è stato scritto. O colpire a freddo, più tardi. Ma ne vale la pena, io mi chiedo? E mi rispondo immediatamente: quasi sempre no. Il funambolico Tramutoli (come ha fatto rilevare Wovoka) è uno che – in alternativa a tutte queste opzioni di risposta- reagisce e agisce con il suo per me impagabile sense of humour che spazza con un sussulto catartico la sua (nostra) disperazione. Ma, e torniamo ad Arminio, è come se voi chiedeste a uno come Michelangelo Antonioni (non certo il rincoglionito “wenderizzato” delle ultime, penose stagioni) di darsi alla commedia all’italiana. (Inciso: la commedia all’italiana, in alcuni suoi capolavori, non ha nulla, ma proprio nulla da invidiare ai primi film di Antonioni, anzi). Ritorno al “sistema comuicativo blog”: Franco mi informa qui del fatto che ha chiamato alcuni colleghi a raccolta a commentare: niente di male, anzi. E infatti questi colleghi gli hanno dimostrato una stima della quale si puo’ persino andare orgogliosi. Ma se il giudizio di altre persone non ci soddisfa, teniamoci perlomeno stretto in pugno, come una spada, il giudizio di noi stessi, sempreché questo giudizio sia davvero impietoso e si sia incrociato con coloro che davvero stimiamo.

  77. arminio il 6 dicembre 2005 alle 17:31

    per me a questo punto il discorso è finito. ringrazio franz pubblicamente e lo faro in privato. per me in questo momento non c’è posto da nessuna parte, nemmeno nel mio corpo. non guarderò più questa colonna di commenti e non manderò altri testi.

  78. wovoka il 6 dicembre 2005 alle 19:26

    q.e.d.

  79. barbara il 13 dicembre 2005 alle 22:59

    molto carinissimissimo questo post-ino!!!!!
    pure io ho lo stesso problema.. morire mi sta un pò stretta, ora, ma anche continuare a vivere… mi dà notevoli ansie!!!



indiani