Io so e ho le prove

2 dicembre 2005
Pubblicato da

di Roberto Saviano

…perché nonostante tutto, la verità esiste.
Victor Serge

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Cerco sempre di calmare quest’ansia che mi si innesca ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d’anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria del sentiero della storia. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia piuttosto che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Veermer pensasse a chi ha impastato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. E persino ai calli che genera il manico di legno del frattazzo usato sino allo stiramento del polso per spianare l’intonaco. Sarà forse che chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare, unico. Un rapporto che altrove non potrebbe che essere diverso. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Non so, credo che in Qatar l’odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense, monocultura e lenti da sole e limousine anche se magari nel quotidiano il tanfo di benzina e petrolio avviene meno che a Madrid. Lo stesso odore acido del carbonfossile credo a Minsk rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimandi all’odore d’aglio degli italiani ed alla cipolla dei magrebini, i corpi che si inabissavano nelle miniere. Lo stesso accade col cemento per il l’Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero, (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna. Bisogna immaginarsi la sua valigetta simile a quella che qualche anni fa produceva la MicroMachine. Una valigetta per bimbi, che si apriva e dalle pareti uscivano microbetoniere e nano-operai, scivoli e gru. Bisognerebbe pensare così la valigetta di chiunque si appresta a voler diventare imprenditore vincente e potente. E’ il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, acquistarsi fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un’elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulla fama dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro ed ogni bruco divengono rivendibili a prezzi esponenziali. L’imprenditore rapace sa come saper far usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico del costruttore che garantirà per lui. La concretezza del cemento e delle stanze è l’unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianati, i direttori di banca li immaginano come territorio vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente. Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion, che depredavano il fiume Volturno della sua sabbia. Dagli anni ’70 in poi. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiata da contadini che mai avevano visto questi mammuth di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e davanti ai loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato a coltivare e bufale, dopo le bufale hanno iniziato a mettere su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so chi ha costruito l’Emilia Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costruisce le ville in Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei latitanti più ricercati, che lavorano in subappalto in mezz’Italia. I vantaggi che hanno queste ditte ed i loro committenti sono infiniti, gli inerti vengono saccheggiati portati vie dalle colline e dalle montagne. Le ditte d’estrazione vengono autorizzati per sottrarre quantità minime, ed in realtà mordono e divorano intere montagne. Quintali di pietrisco a basso costo partono da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a rendere competitive le ditte al nord Italia mentre in mezza Europa cercheranno di accaparrarsi poiché sempre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove non c’è altro che scavare, costruire, tirare su. Io so e ho le prove. Qui la deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. Spesso mentre le ditte dei clan trivellano, rompono per errore una falda acquifera e le cave diventano laghi artificiali. Potrebbe sembrare un freno alla corsa divoratrice dei palazzinari. Non lo è. I clan gestendo anche i traffici di rifiuti vincono gare di appalto per lo smaltimento dei veleni industriali, e fingendo di smaltire in inesistenti discariche si aggiudicano lo smaltimento di rifiuti pericolosi con prezzi bassi che nessun altra azienda in Europa avrebbe potuto proporre. Non si trattava di smaltire ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabissano nei laghetti. In tal modo non solo hanno guadagnato dall’estrazione abusiva ma hanno anche creato un luogo dove nascondere i rifiuti tossici. In tal senso si può ricavare nuovo danaro e rendere le proprie ditte ancor più competenti al servizio in subappalto dei migliori costruttori in circolazione. Una volta in una vecchia trattoria di San Felice a Cancello, incontrai don Salvatore. Un vecchio masto. Era una specie di salma ambulante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava oltre 80. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri smaltimento fumi. Quintali di cemento impastato assieme a polveri velenose il cui costo di smaltimento per le aziende era una delle voci più alte del bilancio. Con la mediazione delle ditte dei clan camorristici, ogni costo si è abbassato e lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la cinetica che permette alle ditte di presentarsi alle gare d’appalto con prezzi da manodopera cinese.

Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non si creperanno, e qualche operaio magari magrebino respirerà le polveri crepando qualche anno dopo incolpando per il suo cancro la malasorte. Gli imprenditori italiani vincenti non hanno altra forza che queste ditte capaci di stravincere come prezzi e qualità. Ogni vantaggio è scaricato su manodopera e sui materiali. Provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Einaudi, Ferruccio Parri, Nenni e il comandante Valerio. Furono proprio i palazzinari, a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo monetario internazionale. Quei costruttori si chiamavano Genghini, Belli, Parnasi. Poi ci fu l’’arrivo dei Caltagirone. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani. Oggi i nuovi volti. Ricucci, Coppola, Statuto. I tre nuovi rampanti imprenditori
Io so. So come si lavora nei cantieri. Come le impalcature vengono messe a castello, come la parte maggiore dei cantieri presenti in Italia non sia messo a norma, come i materiali siano saccheggiati, i terreni sottratti, gli operai tenuti a nero. I meccanismi sono scientifici, foggiati dalle più brillanti menti dei commercialisti del bel paese. Gli operai vengono costretti a sottoscrivere buste paga perfettamente regolari, così, soprattutto al nord, per eventuali controlli e monitoraggi di sindacati tutto è in regola. In realtà i lavoratori percepiscono il 50% in meno di quanto indicato. Un modo per dimostrare agli ispettori del lavoro il rispetto dei contratti. Una vera e propria evasione fiscale a tavolino che sottrae allo Stato solo per e ditte peranti al nord 500 milioni di euro, secondo quanti affermano i sindacati confederati degli edili. Cifre che rientrano nelle logiche del massimo ribasso. Oltre il 40 % delle ditte edili che agiscono in Italia sono del sud. Agro-aversano, napoletano, salernitano. Senza contare le miriadi di ditte di subappalto che non hanno traccia e quindi non rientrano nelle statistiche. Le imprese arrivano cariche di ragazzi meridionali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone Sandokan avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità! E anche qualora qualche affiliato condannato per mafia fosse loro dipendente questi lavorerebbe a nero e i controlli sono inesistenti. Eppure è vero. Nell’edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo. Insomma dopo che si è passati nell’esercito dei clan si finisce nell’edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati, i ragazzini, e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino di quando invecchieranno (se galera e morte dovessero risparmiarli) staranno su un cantiere invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze e spose modelle. Di lavoro si muore. Continuamente. La velocità di costruzioni la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni disumani 9/12 ore al giorno compreso sabato e domenica. 100 euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di 50 euro ogni 10 ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca, che qui vendono a 15 euro a pista. Le mascherine per evitare che le polveri siano inalate sembrano una provocazione e il cordino che dovrebbe assicurare alle impalcature i corpi degli operai è usato come portachiavi dei mazzi molteplici dei capimasto. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo se morto viene portato via dal cantiere e a secondo della zona viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in auto che poi si fanno cascare in scarpate o dirupi, non dimenticando di far prendere fuoco all’auto. La somma che l’assicurazione pagherà al morto verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l’incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c’è da ammaccare un’auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il masto è presente il meccanismo è funzionante. Quando è assente il panico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il ferito grave, il quasi-cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino ad una strada che porta all’ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all’eccesso si avverte un autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all’abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accedere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell’immediato per sbarazzarsi di te, come dire ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà soffrire ma sarà anche quello che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so ed ho le prove. E le prove hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni mentre stava riparando un solaio cascando dal settimo piano. Le prove si chiamano Francesco Iacomino, aveva 33 anni quando l’hanno trovato con la tuta da lavoro sul selciato all’incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Nicola Tricarico 26 anni, fulminato mentre lavorava alla ristrutturazione di un negozio. A nero. Dopo l’incidente sono scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l’autoambulanza temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Lasciando lì il cadavere raffreddarsi. E quando si muore al nord se non c’è tempo di abbandonare a sud il corpo la macchina incidentata è già pronta assieme alla benzina per occultare il corpo in un incidente sulle affollate e insanguinate strade padane. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cascati, finiti sotto pale meccaniche o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima si vendono, prima si diviene imprenditori, prima i danari vanno altrove. Prima si possono comprare pompe di benzina, prima si possono avere garanzie con le banche, prima si possono sposare modelle e comprare giornali. A sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si possono depredare terre, mordere montagne, nascondere i veleni sotto la moquette della terra. A sud possono ancora nascere gli imperi le maglie dell’economia si possono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione originaria non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere dalla Puglia alla Calabria dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell’agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna siccome la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili. Io so. Ed ho le prove. E i nuovi costruttori proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro guadagno. Forse hanno ancora un anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le sue strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. Vergogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto e Danilo Coppola gli imprenditori vincenti che vengono dall’aversano da una terra malata di camorra, rispondono con cristallinità chi li tormenta sul loro successo: “ ho comprato a 10 e venduto a 300”. Una formula che difficilmente potrà essere sbandierata come modello di meritocrazia e perseveranza per ostacolare le cinetiche criminali. Ma chi segnalava questi affari, chi aveva un così capillare controllo del territorio? Quali validi agenti hanno usato capaci di comprare a così poco terreni? Nessuna risposta. Dalla terra prendi poi costruisci dalla costruzione hai garanzia e puoi avere così il debito e dal debito ancora palazzi e poi barche, e poi banche…Il meccanismo è banale. Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al contrario. Non si scava dalla terra carbone e bauxite. Ma dalla terra si cava l’aria e poi la luce e si occupano vani di ossigeno, il percorso è inverso, spalle al terreno e estrazione al contrario. Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare l’alto e mai, mai osare far cascare gli occhi al basso. Ma non è possibile. L’esproprio d’ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva è imbattuta in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. La pioggia d’angeli descritta da Anatole France che casca su Parigi per organizzare la più grande rivolta contro gli errori del creato, non è neanche pensabile nel delirio etilico di qualche serata. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c’è sempre un abisso nell’abisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: “Quando sbatti per terra e muori, ti immagini non che l’anima evapori, come ti raccontano al catechismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti prendano e ti portino più giù. Ancora più giù se è possibile della terra d’inferno dove viviamo”. E quest’abisso non ha il suo popolo. L’East End di Londra che ammonticchiava i suoi derelitti non esiste, e Jack London per comprendere la ferita della ragione occidentale dovrebbe alternare i suoi giorni tra le serate del generone imprenditoriale romano e i cantieri edili notturni. Così quando pesto scale e stanze, quando salgo nelle ascensori non riesco a non sentire è un vizio della mia psiche. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dai loro meridiani di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham. Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce. So che non si vive la propria vita di scorribande e tormenti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Giordana e della Comencini, so che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto prima di giungere a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so qual è la vera costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.

Pubblicato su NUOVI ARGOMENTI n°32 ottobre-dicembre 2005 nella sezione IO SO

96 Responses to Io so e ho le prove

  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 2 dicembre 2005 alle 14:27

    Comprerò “Nuovi Argomenti”. Desidero gustarmelo (e sottolinearlo, annotare spunti, etc.) questo testo di Roberto, che saluto con affetto. Stamane non ho trovato la sua firma su “Metrovie” (supplemento settimanale campano del “Manifesto”) ma ho potuto leggere un “racconto” di Luigi Esposito sulla comunità rom attualmente rifugiata a Scampìa…

  2. Enrico De Lea il 2 dicembre 2005 alle 17:06

    Penso anch’io di acquistare N.A. Concordo del tutto col tuo intervento.
    Credo che gli interventi di polemica politica (dovrei dire etica) di Pasolini siano assai in sintonia con le omologhe critiche, meno note all’epoca e tutto sommato anche oggi, di grandi isolati-solitari laici come Salvemini, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria, Silone, Galante Garrone, come certi grandi esponenti di un radicalismo cristiano (Milani, Turoldo, Mazzolari, De Piaz, Buonaiuti) che oggi sembra non pare possibile possa essere esistito…

  3. Francesca il 2 dicembre 2005 alle 21:40

    C’è poco da gustare, francamente (e senza offesa per Giorgio Di Costanzo).
    Mi interrogo piuttosto su quel che c’è da fare; mi chiedo in che modo tutta questa verità possa diventare utile.
    Non dovrebbe finire così, insomma.

    Per quanto inadeguata l’espressione sia, complimenti a Roberto.

    Francesca

  4. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 2 dicembre 2005 alle 22:08

    Cara Francesca, chiarisco: non riesco a leggere testi (letterari e non) sul video. Per cercare di superare un momento particolare della mia esistenza, legato all’impermanenza dei fenomeni (la “partenza” di una persona cara) il mio “gustare” voleva essere un auspicio a ritrovare il piacere di leggere un testo. Con lo stesso spirito ho acquistato il Vol. II delle Opere di Anna Maria Ortese, appena pubblicato da Adelphi e il libro di Rossana Rossanda: “La ragazza del secolo scorso”. In quanto alle verità da ricercare: sono un vecchio (non anagraficamente, ma vetero) comunista…

  5. Raul Montanari il 3 dicembre 2005 alle 00:59

    Chapeau, Roberto, come tante altre volte.
    Un caro saluto

  6. Giorgio il 3 dicembre 2005 alle 10:52

    L’ articolo è condivisibile. Punto per punto. Perchè la realtà del mondo è questa. Il problema, semmai, è come, grazie alla diffusione di questa conoscenza, che…..di fatto! seppur lentamente, sta avvenendo anche a livello planetario, e proprio grazie alle manifestazioni della potenza Teocon, sia possibile realizzare una società a misura umana ed anche, se mi è concesso, di animale.

  7. wovoka il 3 dicembre 2005 alle 12:12

    Io ho trovato questo articolo profondamente “bello” – nella compenetrazione tra acutezza dello sguardo e sentimento che lo sostiene. Lo rileggero ancora, sotto diverse angolazioni, e intanto mi annoto un nome da seguire con attenzione.

  8. marco v il 3 dicembre 2005 alle 14:44

    … con Saviano resto sempre stupefatto, ammirato, e – bisogna ammetterlo – anche rassegnato.
    Ci sono alcuni passaggi di questo strepitoso testo (non saprei neppure come definirlo: è un articolo? Un j’accuse?).. li cito: “Il cemento. Petrolio del sud.” “Le banche italiane sembrano edificate per i costruttori.” “Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume.” “Qui la deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini.” “Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al contrario.” .. che suonano come un epitaffio.
    E la questione fondamentale, che Saviano intuisce e racconta, sfida la nostra coerenza: siamo davvero in grado di superare tutto questo, pur volendolo? Se la criminalità organizzata non è altro che il lato oscuro (e neanche troppo) del Capitalismo e si fonda su processi culturali – e non meramente economici, ché sarebbe più semplice – radicatissimi e in gran salute… cosa maledizione possiamo fare?.. ;(

  9. liviobo il 3 dicembre 2005 alle 15:06

    al solito, molta ottima sostanza e molta ottima “necessità”. anzi anche molta ottima temerarietà.
    ( e tuttavia: puri come la colomba, e accorti come il serpente…)

  10. vincenzo corraro il 3 dicembre 2005 alle 16:08

    testo bellissimo, non c’è che dire. Mi ha emozionato.

  11. wovoka il 3 dicembre 2005 alle 17:18

    Ora questo testo sembrerebbe anche farmi rimangiare qualche considerazione ironica che avevo espresso altrove riguardo al tema dell’impegno da parte di scrittori e poeti – riferendomi in special modo quelli che si organizzano sul web e che posso quindi vedere all’opera. Sempre lieto di potermi correggere, vorrei però assicurarmi di aver capito bene: ciò che Saviano dice è inteso per “vero” – integralmente – non c’è fuga metaforica, non c’è immaginazione gratuita, non c’è un atomo di parodia ironica. In altre parole, la sua abilità letteraria, per quanto possa magari essersi addestrata nei fatui regni dell’immaginazione, è ora posta al servizio della verità, non c’è più gioco, perché ne va dei fondamenti stessi del gioco. Perché qui adesso conta la sostanza e l’intelligenza dei fatti, e la forma è al suo esclusivo servizio. Intendo bene?
    Questo allora è un deciso salto di qualità, che dovrebbe reclamare a gran voce una risposta da parte dei “realmente competenti”, quelli a cui deleghiamo il potere, l’uso della forza eccetera, che ci spieghino bene come, quando, e perché Saviano esagera, e che non è il caso di agitarsi tanto, e che possiamo tranquillamente continuare con le nostre innocue questioni, naturalmente dopo esserci complimentati con lui per lo stile.
    Perché se Saviano non esagera, allora noi dovremmo sospendere tutti i giochi, ed insistere fino ad ottenere risposte.

  12. emma il 3 dicembre 2005 alle 18:28

    No Wovoka, non c’è gioco, non c’è immaginazione gratuita, ci sono le “prove”.
    Però c’è il riferimento a Pasolini.
    La forza “retorica” di questo testo http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html – piaccia o no – è tuttora trascinante. E contagiosa.

  13. gianni biondillo il 3 dicembre 2005 alle 22:18

    Siamo il quarto paese produttore di cemento al mondo. Il quarto. Non so se mi spiego.

  14. wovoka il 4 dicembre 2005 alle 11:51

    Lo scritto di Saviano ha cambiato la mia giornata: in sottofondo, rimuginavo continuamente a come si potesse aiutare un uomo coraggioso (dopo aver appreso di quella coltellata, pensavo di comunicargli, tramite Franz, il mio indirizzo e numero di cellulare e la disponibilità ad aiutarlo con soldi, a nasconderlo in casa mia, in caso di bisogno). Pensavo che così facendo avrei certificato la mia ingenuità da provinciale, ma che si potesse correre il rischio. Nella serata, con gli amici ho parlato d’altro, ma guardavo la realtà con occhi diversi, e mi chiedevo: possibile che sotto questa compatta patina di normalità, di apparente ragionevolezza, ci sia davvero un simile mondo? All’interno di questa stessa Nazione? Ho assistito a un bel concorso musicale, vinto da una banda di rappers carnici (ragazzetti disinvolti con una parlantina da profeti – dio quanto sembravano saperla lunga … simpatici però). Poi nella birreria affollata, ho visto della bella gioventù, pulitina e ben pasciuta, ma non per questo arrogante. Ci ho poi ripensato davanti al vapore dell’acciaieria a ciclo continuo dentro alla quale lavorano tanti miei amici – vapore bianchissimo sullo sfondo di un cielo incredibilmente stellato. Niente da fare: da questa parte d’Italia la rappresentazione sembra reggere alla grande. Ci sono i piccoli imprenditori – certo, le piccole ditte spesso nate dalla semplice associazione di un carpentiere “di carattere” e di un geometra, hanno fatto un po’ di soldi al tempo del terremoto del ’76 – ma la ricostruzione è stata completata, e nessuno di quelli che avevo sott’occhio è diventato veramente ricco, a ricostruzione ultimata hanno riconvertito le piccole fortune in altre attività, in agriturismi ed altro [nelle estati dei miei 16 e 17 anni ho conosciuto la realtà del cantiere edile, da manovale – volevo scapparci già dopo il primo giorno, ma lo avevo ricercato io, e non potevo perdere la faccia – esperienza dura, soldi veri e lavoro vero, ma sopportabile, almeno per un paio di mesi – sicuramente non l’inferno di Saviano]. E ci sono i distretti specializzati che ora soffrono, e le grandi ditte che reggono la concorrenza internazionale (la Danieli ecc.). C’è molto lavoro, spesso totalizzante, e questo probabilmente toglie “humus” all’arte e alla cultura. Ma sarebbe ben triste pensare che certi fiori abbiano bisogno di gettare le radici dentro a strati di putrefazione, preferisco pensare che si tratti di arte e cultura soltanto un po’ più pallida ed anemica, più difficile da cogliere. Più tardi, ci siamo incrociati con i nottambuli a più alto grado alcolico, e mano a mano che aumentava anche il mio, vedevo quella superficie di normalità farsi translucida, lasciare intuire. Lì dietro però incontravo tristezze, i tanti piccoli “fallimenti” esistenziali che coglievo per “simpatia” – ma erano malinconie, non abominii. Probabilmente sono troppo simbiotico con questa realtà per poterla descrivere, ed il mio sguardo non è di certo acuto come quello di Saviano, ma sarei curioso di capire come leggerebbe lui questo stesso “testo”. Se cerco un riscontro obiettivo, esterno, posso provare con l’antropologo inglese Patrick Heady, che ha descritto la matrice paesana di questo microambiente nel suo “Il popolo duro” – in un quadro che ho nella sostanza riconosciuto, per quanto alterato (ma non distrutto) dal benessere materiale e dall’omologazione televisiva. Ma perché qui si sta “così bene” ed al Sud “così male”? Non mi pare che ci venga regalato troppo, come forse accade per altre realtà a statuto speciale, la mia non mi sembra una società “drogata”. Forse è l’avere ancora un’identità (forse legata ad una lingua) a misura “umana”? Un’identità che uno può abbracciare con un solo sguardo, da una montagna in una giornata limpida? Vabbé, questo è romanticismo. Forse è solo culo (o semplicemente traiamo giovamento da canaglierie esercitate più lontano – come insinua Maniacco qui http://www.nuovofriuli.com/read.asp?code=2005.1028.03 ) e magari destinato a durar poco: cinquant’anni fa si era zona depressa, potremmo ritornarci presto. Intendiamoci, queste sono soltanto note di carattere emotivo, senza alcuna pretesa “scientifica”. Ai fratelli meridionali vorrei dire: diteci come dobbiamo aiutarvi, come dobbiamo aiutarci.

  15. wovoka il 4 dicembre 2005 alle 19:49

    Bene, bene, dato che ultimamente mi vengono lasciati indisturbati interi thread (potrei pensare “I am sir Oracle, and when I ope my lips, let no dog bark!” – in realtà ammetto che la cosa mi preoccupa) cercherò di farne buon uso, concludendo in santa pace i miei contorti ragionamenti. D’altra parte è un fatto significativo che una facezia letteraria sullo stracommentato Donchisciotte interessi di fatto più della drammatica questione posta da Saviano (anche a Saviano stesso, si direbbe). Ma forse neanche troppo, visto che l’importanza dello spazio commenti, quando le questioni si fanno serie, si era già chiaramente osservato in N.I. 1.0, cioè poco più di niente. La questione è difficile però intrigante. Mette in discussione gli schemi percettivi con cui costruiamo il nostro senso di realtà, però con questo mezzo c’è il concreto rischio di interpretare arbitrariamente, esagerando o sottostimando per un’ovvia ed evidente povertà di contesto. Ci provo comunque, perché mi diverte, perché mi allena a scrivere e a pensare, perché rappresenta comunque una cartina al tornasole immersa in un liquido ignoto, perché trovo divertente che tutto questo resterà comunque “agli atti”. Ad un primo riesame, ho l’impressione di poter tranquillamente ritrattare tanto l’enfatico appoggio personale quanto l’esagerazione sentimentale dispiegata nel mio precedente intervento. Io non so, ipotizzo, e l’impressione ponderata è ora che in realtà non ci fosse davvero nulla di cui preoccuparsi. Nulla di nuovo sotto il sole per lo meno dai tempi del “discorso della montagna”, ma un semplice arrangiamento retorico di frammenti pre-selezionati, e privo di contraddittorio. Ipotizzo quindi che il chiacchiericcio che continua fitto fitto altrove, sia la prova del “buon senso” immanente che pervade un branco persino a sua insaputa. Nessuno vuole davvero far deragliare la società dai suoi binari, nessuno vuole veramente rivelare “le cose nascoste fin dalla creazione del mondo”. Si faceva per dire, si faceva letteratura. Certo magari ci si espone un po’, ma in fondo ne vale la pena, si chiama “profitto simbolico”, acquisizione di carisma, con me aveva funzionato alla grande! Si rischia qualcosa, certo, ma è un rischio calcolato, un po’ come nell’alpinismo sportivo: trascendenza di facciata – chi “trascende” veramente non ha alcun bisogno di renderne partecipi gli altri. E d’altra parte, anche a volerle prendere davvero sul serio, queste faccende, da dove diavolo dovremmo cominciare? Non vorremo mica bloccare tutto quanto? La gente dovrà ben avviarsi al lavoro domattina. Abbiamo ben bisogno del petrolio di mezzo mondo e del grano americano, mica ci possiamo mangiare la pubblicità della Barilla. E dunque, fondamentalmente, si scherzava. “Ah? Siete artisti?” – disse un giudice tedesco a dei tremanti dadaisti portati in giudizio – “Potevate dirlo prima! Allora ogni accusa decade!” – “I maschi sono pur sempre i maschi” come dice il giudice minorile dei Simpson. Aveva proprio ragione Bourdieu, in tutto e per tutto. Erano sempre le sue parole che scatenavano l’indignazione furibonda di Tiziano, facendolo straparlare addirittura di uno “stato di guerra”. Che ne è stato di codesta guerra? E’ stato stipulato forse qualche accordo di pace, separato e segreto? E il distacco affettato da quell’Homo Academicus di nome Carla, che trattava tutti come scolaretti deficienti (eccetto ovviamente Tiziano e quel “Doctor Strange” dagli straordinari poteri mistici). Davvero si può pensare che potessero essere questi “i campioni” dei diseredati? Questi che rifiutano sdegnosamente di oggettivare minimamente se stessi, che si pretendono angelici, dovrebbero essere quelli in grado guardare “in trasparenza” la società, gli unici “clear” di un mondo di gente dominata dagli “schemi introiettati”? Trovo tutto questo assai umoristico. Mi sembra ovvio che in Italia ci si affiderà alle categorie ultrapsichiche di un Genna, o qualche altro delirante “fast thinker”, piuttosto che al rognosissimo Bourdieu, per “leggere la società” e disinnescare l’esplosione sociale prossima ventura (ma che forse è soltanto un tema letterario). Dunque prende corpo uno scenario inatteso, ma assai meno dissonante cognitivamente: l’eccezionalità e il coraggio di Saviano, così accecanti, erano semplicemente la struttura portante del suo stile letterario, di una mitologia in via di costruzione, di una traiettoria personale. E idiota chi, come me, vi avesse intravisto, con una certa emozione, qualcos’altro. Esito un po’ triste, ma in questo modo tanti tasselli trovano magicamente posto. Tutto torna spiegabile e tranquillo. Lo scopo primario di tutte queste associazioni è dunque fondamentalmente schivare il “lavoro vero”: vivere bene, per poter pensare bene e scrivere meglio. Evviva lo stile, evviva il gusto! Questo conta. Il gusto. A questo ci si appassiona: allo scambio di preferenze, al “ma quanto siamo elettivi ed esclusivi!”. Ma ci pensiamo mai un attimo a come si forma un “gusto”, il nostro gusto. C’è, è ovvio, l’imprinting genetico e familiare, e poi quello degli ambienti dove abbiamo la ventura di formarci, ci sono le lunghe frequentazioni, più o meno fortunate, i nostri colpi di testa, le infatuazioni, le disgrazie … tutto quanto lì a macerarsi e lentamente riorganizzarsi nei livelli inconsci, fino a diventare un tutto “organico”, uno stile appunto – se non di scrittura, di comportamento, di pensiero, eccetera eccetera. In breve, c’è tutto l’intrico irriducibile della nostra storia personale, e, appena un po’ più indietro, della storia tout-court. Qualcosa di spaventoso, che nessuno può dire di capire, figurarsi “dominare”. E dunque che cos’è, alla fine, l’imposizione di un gusto, cioè la posta fondamentale delle contese estetiche, se non l’imposizione, l’apoteosi, la presa a “modello universale di umanità” di una storia personale, la propria, e più indietro, di una storia di gruppo, che è quasi sempre una storia di privilegio e di caso, e quindi di arbitrarietà? Alcuni di coloro che arrivano qui fanno subito capire di avere in saccoccia frequentazioni intime e pluridecennali con la letteratura, talvolta persino dei rapporti personali con autori rilevanti. Il loro approccio è spesso sintetizzabile in una parola: intolleranza estetica. Sembrano continuamente bofonchiare in sottofondo “ragazzi … ma lasciate perdere … guardate che fate pena”, e si scandalizzano quando i loro beniamini ricevono dai “barbari” una scarsa attenzione, un’alzata di spalle. Il fatto è che è proprio così che è sempre proceduta quella “storia del gusto” che essi sembrano considerare quasi una “storia dello spirito” [nota relativa all’ “act locally”: arriviamo così facilmente al paradosso, del tutto concreto e verificabile, di una piccola regione autonoma che dissipa milioni di euro apparentemente per insegnare al suo “popolo”, tradizionalmente “saldo onesto e lavoratore” (ovvero un popolo di castroni, senza offesa perché ci faccio parte) a reagire esteticamente a determinate configurazioni di forme e di colori come avrebbe fatto una Peggy Guggenheim – tanto per fare un esempio.] Ma insomma, lo diceva bene il vecchio Jankie: “Non è sufficiente dire che il malinteso ha una funzione sociale, dato che è la socievolezza stessa; colma lo spazio tra gli individui con l’ovatta e il piumino delle menzogne ammortizzanti, trasforma il barbaro e spigoloso predatore in un falsario civilizzato; i frodatori infatti non si sopporterebbero se dovessero approfondire la loro condizione, e la franchezza totale, la diafana lealtà, avrebbero ben presto come conseguenza di trasformare il loro ordine in una giungla frenetica.” E infatti alla fine non si approfondisce nulla, se non la conoscenza dei reciproci gusti in rapporto ai gusti mummificati nelle “grandi narrative”. “Da qui le amicizie incerte e i cameratismi approssimativi. Ciò che ufficialmente o teoricamente non può essere permesso non è di fatto proibito, a condizione che nessun maldestro sollevi la questione, rendendo con questo impossibile la perpetuazione del malinteso. L’interesse pubblico è dunque, in questo come in altri casi, che non si approfondisca, che tutto resti implicito e sottinteso, che si profitti, fintanto che lo si può fare e che la questione non è stata posta, dell’inapplicazione dei principi e del sonno della legge. Si eternizza così, col favore del malinteso, un abuso notorio che non si potrà che reprimere il giorno in cui qualcuno, rompendo la greve cappa di silenzio complice, avrà reso impossibile ai Tartufi di continuare a fare finta di ignorarlo, come si dice pudicamente “chiudere gli occhi”. Sì, ma chi comincerà? Se non volete vedere la pornografia non c’è che un rimedio: abbassare gli occhi, velarvi il volto o guardare per terra, come gli struzzi.
    E dunque … “Tutti mentitori, falsari e buffoni. Sono tutti degni gli uni degli altri.”

    E bravo wovoka! Son quelli come te, che vedono marketing dappertutto (persino nelle imprese culturali senza un grammo di autopubblicità da parte di autori affermati, che di pubblicità non ne hanno alcun bisogno), a essere i paladini della restaurazione. Sono quelli come te che “hanno l’impressione” (ma, guarda caso, non la sanno mai articolare, non la spiegano mai, tranciano giudizi generici) a fare da solerte zavorra dello status quo. Sta’ pure a vedere, quelli come te questo san fare. Stare. Fermi. Immoti. A sparar giudizi. Senza muovere un dito.

  16. roberto saviano il 4 dicembre 2005 alle 20:41

    Grazie a tutti per l’attenzione data al mio scritto. Solitamente cerco di ringraziare privatamente ma non di tutti sono riuscito a trovare email.

    Caro Wovoka non capisco il tuo ultimo post. Ti ringrazio e moltissimo per le parole che mi hai (avevi?) dedicato e per la solidarietà che mi hai espresso. Nella solitudine del mio lavoro e della mia scrittura conta moltissimo anzi è la vera forza che come dire, fa da contenitore alla deriva dello sconfoto. Ho cercato la tua email per una risposta privata riguardo alla tua proposta sul “che fare” che lanciavi al sud. Poichè da bravo allievo di Salvemini, Levi, Rossi etc etc etc considero la priorità del fare superiore a quella dell’intessitura ideologica. Ai fratelli meridionali vorrei dire: diteci come dobbiamo aiutarvi, come dobbiamo aiutarci.” Mi pare l’inizio di una discussione fondamentale e lunga. Nazione Indiana potrebbe inizare a rifletterci, non so se sarà capace di dare risposte, ma almeno porsi domande nuove, questo si, può farlo. Ma non l’ho trovata.

    Il tuo passaggio nell’ultimo post mi inquieta e non so se l’ho compreso in tutto il suo singificato : “magari ci si espone un po’, ma in fondo ne vale la pena, si chiama “profitto simbolico”, acquisizione di carisma, con me aveva funzionato alla grande! Si rischia qualcosa, certo, ma è un rischio calcolato, un po’ come nell’alpinismo sportivo”.

    Cosa diavolo vuol dire? Espone un pò? Alpinismo sportivo? Posto che non ti starò ad elencare, ciò che “l’alpinismo sportivo” a cui paragoni la mia scrittura comporta. Minacce, querele, convocazioni. Ma sai perchè trovo errata la comparazione? Perchè l’alpinismo sportivo porta danno all’alpinista. Ciò che io mi sforzo di fare purtroppo porta con se l’ansia che non sarà l’alpino ma chi ha la sfortuna di avere a che fare con lui ad avere danno. Ricevere una telefonata mente ti descrivono il percorso che tuo fratello sta facendo con la sua auto…è qualcosa che sulle vette alpine, non accade…e ora mi è difficile descrivere cosa si prova.

    Circa l’incidente dell’accoltellamento e fatti altri, ti do ragione. Io so che occpandosi di certe cose si va incontro a questo, quindi, insomma in qualche modo me lo merito. O come tu dici, è un rischio calcolato. Tutto è scelto e quindi, avvenga pure…

    Detto ciò e invitandoti a meno ardue comparazioni ….Io non ho mai detto, ne ho mai messo la calzamaglia da Robin Hood.
    Io racconto, descrivo, traccio. Ricerco, osservo, seguo di persona. Non mi interessa il crimine, ma il potere, che nel crimine ha il suo aspetto più palese e nelle mie terre il volto è smepicemente più facile da fissare perchè meno imbelettato.
    Questo. Punto.

    Trovo del tutto azzeccata la tua citazione: “Ah? Siete artisti?” – disse un giudice tedesco a dei tremanti dadaisti portati in giudizio – “Potevate dirlo prima! Allora ogni accusa decade!”

    In relazione a questa affermazione forse può essere interessante chiederti di dare una sbirciata al mio “Scrivere sul fronte meridionale” pubblicato su Nazione Indiana tempo fa. Fui convocato dai carabinieri di Casal di Principe (una sorta di Corleone della Campania, per intenderci, solo un pò peggiore…meno spettacolarizzata e quindi più letale) che dopo aver raccolto i miei racconti su giornali e soprattuto su Nazione Indiani mi convocarono come una specie di criminale e quando mi chiesero come facevo a sapere certe cose, a raccontare i dettagli, ed io risposi: sono uno scrittore. La loro risposta fu eloquente:
    “menti, uno scrittore non si occupa di queste schifezze”.

    Sempre nel tuo intervento dici: “l’eccezionalità e il coraggio di Saviano, così accecanti, erano semplicemente la struttura portante del suo stile letterario, di una mitologia in via di costruzione, di una traiettoria personale. E idiota chi, come me, vi avesse intravisto, con una certa emozione, qualcos’altro. Esito un po’ triste, ma in questo modo tanti tasselli trovano magicamente posto. Tutto torna spiegabile e tranquillo. Lo scopo primario di tutte queste associazioni è dunque fondamentalmente schivare il “lavoro vero”: vivere bene, per poter pensare bene e scrivere meglio. Evviva lo stile, evviva il gusto! Questo conta. Il gusto.”

    Neanche qui capisco…Quale lavoro vero avrei schivato? Non credo neanche sappia il mio metodo di lavoro di scrittura (non ho contratto con nessun giornale, nè lussuosi avvocati) nè credo sappia cosa faccio per tirare avanti. Forse ho compreso, era una provocazione alla molla reazione che spesso si è avuto sul blog su temi fondamentali che io ho cercato con lo spillo delle mie righe di innescare. Spero sia così. Ti ringrazio per la proposta di aiuto e solidarietà di cui rimarrò debitore, credimi. Io

  17. roberto saviano il 4 dicembre 2005 alle 21:40

    Per Vincenzo Corraro, sono felice che hai apprezzato il pezzo, io ho letto Sahara Consilina..e mi è piaciuto moltissimo. Una discesa interessante nel tempo della provincia meridionale….

  18. wovoka il 4 dicembre 2005 alle 22:04

    Il mio secondo intervento voleva rappresentare, per me, l’esordio di una nuova modalità di interazione testuale con il web, di carattere maggiormente “avanguardistico” e letterario. Dismettendo a priori ogni pretesa di “scientificità” (inutile in un contesto che comunque non ne ha – né vuol darsene) ed accogliendo come particolarmente appropriate al contesto le istanze postmoderne relative alla “morte dell’autore”, volevo dare voce a dei processi di auto-organizzazione retorica del significante che possono accadere in me, senza preoccuparmi della loro completa coerenza e della loro adesione ad un “Io” che si rivela esso stesso, in questi contesti, frammentario e cangiante. A fronte di una delusione di fondo, di una stanchezza incipiente, e del sentore di un’uscita imminente, volevo provare una “strategia di ripiego” che mi permettesse di passare da dei dialoghi “personali” che risultano troppo estenuanti (per la loro continua richiesta di chiarimenti ed esplicitazione di presupposti) – almeno per persone che si conoscono solo attraverso questo mezzo – alla formulazione di campi di ipotesi fluttuanti, quanto più espliciti ed accurati possibile, che permettessero la delineazione di temi che altrimenti non avrebbero avuto alcuna chance di emergere. Il secondo intervento quindi, rappresentava un’elaborazione quasi dadaista di un’ “ipotesi peggiore”, una “messa a terra” assoluta e triste ma dotata di una sua sinistra persuasività – ovviamente nei riguardi della mia mente. Ero passato a questa seconda fase ritenendo che il mio intervento precedente non avrebbe avuto sviluppi: adesso mi accorgo che mi è abbastanza difficile fare marcia indietro rientrando nello stato precedente: è un po’ come essere sorpreso ubriaco da una “ispezione ufficiale” inaspettata, ci vuole un attimo di tempo …
    Capirai comunque che il secondo intervento “ti” coinvolgeva soltanto come elemento astratto (dove agivi “per differenza”) entro un campo più ampio. Ma in effetti già riferire a “te” come persona questa variabile così astratta inserita in un campo fantasmatico è cosa che mi appare, ora che ti sei materializzato come un “tu” concreto, al limite del delirio – cosa di cui mi compiaccio da un punto di vista “avanguardistico”, ma che mi indurrebbe quasi a scusarmi con te per questa sorta di abuso. Ti chiederei quindi di lasciar perdere quel secondo intervento (essenzialmente un agitare di sonagli) oppure di curiosarci dentro in modo molto distaccato, così si potrebbe riprendere il discorso “sobrio”, dal punto dove avevo deciso di abbandonarlo.

  19. roberto saviano il 4 dicembre 2005 alle 22:22

    No problem Wovoka avevo intuito che si trattava di una provocazione, di una sorta di approccio d’avanguardia, uno strillo. Forse necessario. Mi dispiaceva solo vedere negate le tue valutazioni precedenti in nome di un “te lo meriti perchè te lo vai a cercare” o del tipo “te la vai a cercare per avere più fama”. Ma avevo frainteso. Ne sono contento. Continuiamo a discutere…

  20. gianni biondillo il 4 dicembre 2005 alle 23:42

    WOVO,
    ci sono pezzi leggeri, scherzosi, lievi, come il mio su Sancio Panza, che magari stimolano anche il cazzeggio. Ci sta. Poi ci sono pezzi come quelli di Roberto. E spesso il silenzio non è disinteresse ma è meditazione attenta. Estatica, quasi.

  21. cristina il 5 dicembre 2005 alle 01:48

    complimenti…emozionante, come sempre!
    lo so, ne ho le prove!
    cri

  22. vincenzo corraro il 5 dicembre 2005 alle 08:23

    @ Roberto
    davvero non pensavo, gentilissimo. Ho riletto ancora il tuo straordinario pezzo, questa mappatura di disfunzioni e anomalie della provincia stimola tantissimo (a maggior ragione se la si vive sulla propria pelle, la provincia), hai ragione: non sono le manifestazioni del potere che interessano ma l’indefinito e poco esplorato bozzolo dove il potere figlia.
    questa è la mia mail, vincenzocorraro@email.it

  23. wovoka il 5 dicembre 2005 alle 08:34

    @Gianni:
    Certo, non hai davvero nulla di cui doverti giustificare, di fronte a un “due di bastoni” come me poi. Vale il “disclaimer” retroattivo già rivolto a Roberto. Ho utilizzato il tuo testo, come tanti altri, entro una operazione particolare nella quale precipitavano molte cose. Un frutto della solitudine e dell’insoddisfazione che non rinnego affatto, lo trovo personalmente fecondo, ma che è anche giusto mettere “tra parentesi” nel momento in cui i riferimenti si fanno personali. Si tratta di quella divisione di “registri” che avevo quasi implorato nel thread relativo ad “unità di crisi”, e che, per una volta, mi sono concesso di allentare (mi piacerebbe poter usare un colore del testo differente, in quelle occasioni). Conto che quel “grumo” sappia selezionare i suoi interlocutori – se poi risulta, come spesso accade, l’insieme vuoto, va bene lo stesso: grande economia di tempo per tutti quanti.

  24. piero sorrentino il 5 dicembre 2005 alle 09:55

    A proposito, quel grumo cos’era? Saliva?

  25. wovoka il 5 dicembre 2005 alle 10:23

    Era uno specchio.
    Evidentemente il filtro implicito non è sufficiente. Questa sarà la prima e unica risposta ai commenti inesistenti.

  26. georgia il 5 dicembre 2005 alle 10:53

    Poi ci sono pezzi come quelli di Roberto. E spesso il silenzio non è disinteresse ma è meditazione attenta. Estatica, quasi.

    è verissimo. Io ad esempio ho trovato il pezzo di Saviano veramente strepitoso (l’ho accennato in altro blog), ma qui non saprei proprio cosa dire, il miglior omaggio che possa fargli è leggerlo, non una, ma più volte, per cercare di capire meglio e anche imparare.
    Lo scrivo, perchè magari si può pensare che io che ho sempre da ridire, le cose belle manco le leggo.
    In rete per la maggior parte c’è robaccia, propaganda e autopromozioni (chiare o celate), ma i pezzi che scrive saviano (e pochi altri) ti fanno apprezzare la rete e continui a frequentarla anche se a volte veramente vorresti buttare tutti i bit nell’immondizia insieme a tutte le smancerie, confettini e presunzioni beote e indecenti che la invadono.
    Be un grazie a saviano (è chiaro che non è il solo, in nazione indiana ce ne sono molti bravi, ora non li nomino perchè altriment rischierei di offendere quelli che non nominassi;-)
    georgia

  27. piero sorrentino il 5 dicembre 2005 alle 11:49

    E la patente ai commenti meritevoli di esistenza la rilasci tu, wovoka?

  28. wovoka il 5 dicembre 2005 alle 11:58

    Non ti ho mica cancellato, semplicemente non voglio rispondere a trattazioni superficiali. Comunque, siccome non voglio che i miei problemi psicologici vadano a rubare ulteriore spazio e attenzione ai temi di Saviano, fornisco da ora un indirizzo e-mail, nuovo di zecca, dove eventuali psicologi in erba possono inviarmi le loro consulenze (ma solo se gratuite).

  29. wovoka il 5 dicembre 2005 alle 12:00

    dimenticavo la sostanza: wovoka@hotmail.com

  30. Maura il 5 dicembre 2005 alle 12:09

    Bravo bravo bravo.

  31. wovoka il 5 dicembre 2005 alle 13:09

    Mannaggia: wovoka@hotmail.it (non .com )
    pardon

  32. andrea bottalico il 5 dicembre 2005 alle 16:22

    complimenti, veramente…
    un abbraccio
    andrea

  33. claudio il 5 dicembre 2005 alle 19:42

    Ciao Roberto,
    davvero un bel testo, sotto diversi punti di vista. Ma più che bello direi vivo.
    Ho letto anche il tuo precedente “Scrivere sul fronte meridionale” ed ascoltato l’intervista su Arcoiris.Tv. Non posso che ringraziarti fortemente per il lavoro che svolgi.
    Un abbraccio
    claudio

  34. roberto saviano il 6 dicembre 2005 alle 10:43

    Grazie, grazie davvero, Andrea, Claudio, Maura, Marco, e tutti coloro che non sono riuscito a contattare privatamente.
    Grazie! rs

  35. Leonardo Colombati il 7 dicembre 2005 alle 13:26

    Il mio saggio pubblicato su questo numero di Nuovi Argomenti è ora scaricabile qui: http://www.perceber.com/archives/2005/12/la_cattolicissi.html

  36. lauro naclerio il 18 dicembre 2005 alle 21:03

    l’ho letto tutto d’un fiato. veramente bello.
    bravo roberto.

  37. alessandro de filippo il 31 dicembre 2005 alle 18:46

    Caro roberto,
    curiosando curiosando ho trovato e letto il tuo pezzo, molto bello, ma ti ho scritto perchè mi continuava ronzare un nome nella testa…quel Zagaria che nomini ad un certo punto, beh abita, la famiglia quanto meno, di fronte casa mia, a p.co Merola…personaggio non del tutto inosservato dato i “macchinoni ” che sfilano di tanto in tanto…ma forse lo sai già, come forse sai già che è proprietario del bowling sulla nazionale, quello dove siamo andati a giocare tanti anni fa anche con mio padre… ti ricordi?
    ora è utilizzato per riciclare un po’ di soldi…c’è anche un’altra cosa che m’hanno detto,forse non è cauto dirlo pubblicamente,scrivimi se vuoi a adf.85bis@katamail.com
    alessandro

    p.s.
    le fonti sono “amici del bowling”, sembra che ci siano in confidenza

  38. Andrea Paolo Massara il 24 gennaio 2006 alle 12:34

    Quando leggo le tue cose, Roberto, mi ritorna sempre prepotentemente in corpo la Rraggia, quella rabbia tipica della gente del Sud. E ne sono contento.

    Sebbene io viva a Roma per motivi di studio, il mio paese è Ricadi e nel suo territorio è compresa una delle coste più belle d’Italia: Capo Vaticano. L’abusivismo da noi è ormai a livelli indicibili: si costruisce con la sabbia del mare, ma anche SULLA sabbia del mare. Naturalmente sempre in cemento. Antonio Albanese in una delle sue performance in qualità di sindaco calabrese ha detto: “Riscriveremo la storia dell’arte nei programmi scolastici, si studierà dal pilastro di cemento fino alla soletta catramata”. Chi può dargli torto.

    Tre anni fa quando facevo il liceo andammo alla scuola di polizia di Vibo Valentia per un incontro con le forze dello Stato: il prefetto, il capo della finanza, della guardia forestale, commissari…ecc. Ognuno si poteva alzare in quel grande putiferio e chiedere la parola, ma in realtà tutti gli studenti avevano domande già concordate con i professori. La mia scuola non si era preparata, noi queste cose le sapevamo sempre per ultimi, e forse era un bene. Io, come in altre di queste rare occasioni, avevo tante domande in corpo e la Rraggia mi dava alla testa, ero tutto rosso e tremavo. Mi sono deciso, ho alzato la mano e più tardi mi è arrivato il microfono.
    “Io abito a Capo Vaticano e lì le case, le ville e interi villaggi turistici spuntano come funghi a pochi metri dal mare e nessuno dice niente. Siccome credo che chiunque abiti nella provincia vada comunque lì al mare e fra questi ci siete anche voi, mi chiedo perchè non fate niente. E poi ancora: dove finiscono i limiti delle leggi dello Stato e quelle del Comune. Quanto può tirare la corda un sindaco pur di fare soldi vendendo poi il condono?”
    Alla domanda tutti si guardano fra di loro e chi aveva il microfono allunga la mano come per cederlo a qualcun’altro. Nessuno muove un ciglio e il prefetto a questo punto tiene il microfono dicendo che purtroppo non è solo una questione di politica locale perchè è proprio l’indirizzo nazionale che va nella direzione del lasciare costruire e poi dare il condono. Poi ammette che non sa cosa dire e dà il microfono a uno dei pezzi grossi della Guardia Forestale, uno di quelli che in Calabria ce ne sono a migliaia. E questo non mi dice niente:”è un problema importante, hai fatto bene a porre la domanda, oggi con questo inquinamento…bisognerebbe attivare nuove sinergie…bla bla bla”.
    E allora mi sono chiesto: perchè i grandi non sanno parlare? Perchè i politici in tv quando devono rispondere a una domanda molto chiara finiscono per non dire nulla? (e fra questi c’è Rutelli, come Berlusconi, come D’Alema, come tutti tranne pochi)

    E allora devo dire un GRAZIE immenso a Roberto Saviano.
    Perchè lui è uno che addirittura risponde chiaro a domande che nessuno osa fare. GRAZIE Roberto. GRAZIE. GRAZIE. GRAZIE.

    P.S. Ho saputo che Venerdì vieni alla mia università, al Palladium. Non mancherò.

  39. l.n. il 13 maggio 2006 alle 00:14

    Ecco un commento di un utente su di un blog (ometto parte del nome) relativo al libro di Roberto Saviano ,Gomorra.

    Giorgio D. C. Says:
    December 2nd, 2005 at 14:27
    Comprerò “Nuovi Argomenti”. Desidero gustarmelo…………

    Non ci posso credere! Gustarmelo? GUSTARMELO? SI PUO’ GUSTARE L’INFERNO?
    Il sud è morto e noi tutti con lui !!!
    E’ possibile gustarsi l’inferno? e’ possibile penetrare il buio? No ! Ma non e’ necessario, siamo gia’ tutti ciechi. Non serve piu’ la luce, non serve piu l’anima per vivere nell’inferno. Le tenebre hanno vinto, almeno a Napoli.
    Morta la politica, creatrice di zombie in doppio petto. Schifosi esseri viscidi e opulenti che banchettano col sangue del popolo del sud, mentre la Gente Onesta ha già pronta la croce, perche’ sa che con questi sopraffattori alla stregua dei peggiori usurpatori e tiranni, il loro destino è segnato.
    E quei politici incapaci che per anni hanno trasmesso il nulla, devono assumersi i meriti di questa metamorfosi genetica della societa’ partenoea, ma oramai italiana. Il mostruoso paradosso della morale: chi e’ mafioso, camorrista, conta ! Questo atteggiamento lo incontrai in brasile 16 anni fa, ora e’ anche qui’ !!!
    …… fatemi un piacere, non parlate piu’ della mafia e della camorra come cose astratte, le cose astratte non uccidono. Parlate di Napoletani camorristi, Romani camorristi, Milanesi camorristi. E’ una piccola sottile differenza, ma cominciamo a definire l’origine e’ l’ubicazione camorristica/mafiosa/delinquenziale.
    Per ricordare ai prefetti collusi, a pretori addormentati, ai politici persi nelle vie del inconcludenza, delle coperture, delle negligenze, che loro è la colpa! Morale, perche’ quella reale nessuno mai potrà o vorrà dimostrarla.
    I Nostri politici hanno sulla coscienza i morti di camorra e mafia. I politici napoletani (ma ormai di tutta Italia) che bene sanno e conoscono in faccia i loro padroni. E i politici del parlamento che bene conoscono a loro volta i politici napoletani e che per convenienze di partito sponsorizzano la camorra, e lasciano loro, alle collusioni, alle spartizioni di pezzi interi del territorio della Nostra “fu” Italia !
    E la stampa che bene conosce chi li foraggia, insabbia, oscura, nasconde, e ci lascia all’offesa del più becero pettegolezzo, alla mortale e immorale offesa che una velina o una modella con le sue tette ridondanti valga piu’ dei Nostri morti, dei nostri figli, della nostra cultura, ad esclusione di una sparuta minoranza che a costo della propria vita combatte in solitudine una battaglia persa.
    Ma dove sono le vere inchieste giornalististiche ? Abbiamo finanche dimenticato cosa sia un inchiesta giornalistica.
    Il sud: un girone dantesco al quale nessuno si puo’ sottrarre.
    E la legge ? ……quale legge ? quella dei nostri “non giudici” costretti ad occuparsi di calcio, di Moggi, di arbitri, nonostante la terra di Napoli sanguini, l’Italia sanguini e chieda con un flebile lamento …giustizia…giustizia….giustizia!
    L’elenco dei politici eletti ora, con tanto di foto..
    L’elenco dei politici degli ultimi 20 anni, con tanto di foto. Tutti insieme su uno dei muri di Scampia a Napoli. Questi sono i responsabili ! Che sempre hanno saputo, sempre taciuto e mai agito.
    (vedi relazioni delle commissioni antimafia dal ’75 all’80)
    I politici di ora, si assumano la responsabilita’ di combattere per un sud migliore, un’Italia migliore.
    Pena : la responsabilita’ dei morti futuri e della devastazione del territorio.
    RESPONSABILITA !!!!! GIUSTIZIA !!!!
    I MURI DEL PARLAMENTO NON RIPARANO DALLE RESPONSABILITA’ SOCIALI.
    SE IL PARLAMENTO DEVE FAR COPRRERE L’ITALIA, LO FACCIA !!!
    Forse un giorno, all’inizio di una nuova società politico/dirigenziale italiana fermeremo e condanneremo chi contribuisce alla decomposizione della società napoletana, del mezzogiorno, dell’Italia , ma soprattutto ridaremo la vita e la luce ad un paese abbandonato
    al suo destino, gestito da parassiti con sembianze umane !
    Ma prima di cominciare facciamo la radiografia a chi conta realmente ?
    Vediamo se gli organi che in Italia decidono la politica, indirizzano le attivita economiche ,
    condizionano lo sviluppo sociale, sono possedute, invase, assatanate da entità malvagie che mal si accostano al concetto di “conformità alle regole”, onesta’ e sviluppo : le banche !
    Se fossero effettivamente possedute da malefici demoni, il rimedio sarebbe un immediato , deciso, irrinunciabile, violento esorcismo. Lo chiedono i lavoratori, le imprese, lo chiede la dignità dell’italia stessa !!!
    Vade retro Satana !

  40. diego il 15 maggio 2006 alle 05:32

    ciao Roberto, ho visto la tua intervista su la7 con Daria Bignardi,
    sei un grande, volevo dirti che fai ottime analisi al sistema napoletano.
    io sono un sociologo calabrese, vivo a Castrovillari Cs penso di essere tuo coetaneo ho 33 anni. Mi piacerebbe un tuo intervento in questo territorio ciao Diego

  41. Mariano Cappio il 19 maggio 2006 alle 22:29

    Ciao Roberto,
    ho avuto modo di leggere Gomorra, apprezzandolo tantissimo, e di tico in assoluta sincerità che ad ogni pagina che voltavo avevo una sensazione mista a vergogna e timore, ma mai di sorpresa…
    Vivo in un paese vicinissimo Caserta; ho visto, conosciuto, appreso le dinamiche di potere di chi impone la sua voce, le prevaricazioni di coloro che vogliono stare con la ragione e mai con il torto, la ripugnante connivenza della politica locale con il marciume più abietto che garantisce voti e facoltà con il completo sbaraglio della concorrenza, una democrazia stuprata e violentata sotto gli occhi inermi e silenti di tutti, una legalità ridicolizzata che mira solo alla prima pagina dei quotidiani locali sulle cifre degli arresti della manovalanza cammoristica, istantaneamente rimpiazzata…
    io sono STANCO Roberto di tutto questo, sono stanco di questo andazzo riprovevole e scontato; sono stanco di essere additato con sdegno ogni qualvolta vado a trovare mia sorella a Ferrara o miei parenti a Torino come “quello che proviene dall’insana e delinquente terra campana”; sono stanco di essere etichetatto, giudicato e condannato solo perchè sono nato e vissuto nella terra della speculazione edilizia, della violenza gratuita e immotivata, dei vertiginosi numeri di morti ammazzati, delle numerosissime e malsane discariche a cielo aperto; sono stanco della Campania che non appartiene ai campani, nè alle autorità regionali, provinciali o altro; è una regione che è di esclusiva proprietà dei clan, che la sfruttano, la consumano come e quanto vogliono, avvinghiati al suo capezzolo succhiandone tutta la vitalità possibile, fieri e orgogliosi, tronfi e sfacciati, boriosi e ubriacati da questa smania di onnipotenza e protagonismo…
    Voglio urlare, gridare, piangere; ma a chi? e a che fine?
    Spero davvero che laSTRAORDINARIA quanto raccapricciante narrazione di Gomorra possa svegliare le nostre ottenebrate coscienze volutamente indotte alla rassegnazione e alla remissione…
    GRAZIE Roberto!

  42. Simone il 30 maggio 2006 alle 15:41

    Ciao Roberto,
    sto leggendo il tuo libro, “Gomorra”. Non riesco ancora a capire come un ragazzo 27enne abbia questa capacità narrativa impressionante. Sei un giornalista favoloso! Il tuo libro mi è stato regalato per il mio 23esimo compleanno, ma il regalo oltre ai miei amici me l’hai fatto tu!
    Grazie Roberto, continua così…..

  43. Liberato il 15 giugno 2006 alle 15:35

    Ciao Roberto. Ho finito di leggere da poco Gomorra (suggerito da Gianfranco Maziano). Complimenti, hai le palle! E’ uno di quei libri che ti cambiano la vita. Molto stimolante. Complimenti anche per il modo di scrivere. A tratti è così avvincente che sembra un romanzo noir ma nonostante ciò non si distacca dallo stile giornalistico. Ciao!

  44. marco lodi rizzini il 19 giugno 2006 alle 15:41

    Ho appena finito Gomorra e non so se piangere per la disperazione o esultare di speranza perché, nonostante tutto, Roberto Saviano esiste. Dopotutto, è già qualcosa…

  45. LoScrittoreFantasma il 7 luglio 2006 alle 17:02

    complimenti robero, un gran bel libro, peccato che la storia sia tutta vera.

  46. Mik il 19 luglio 2006 alle 02:53

    Verosimile, ma non vero (non parlo dei fatti di cronaca, ovviamente).
    “Gomorra” – quando non ricalca storie tipo la leggenda che i padrini casalesi regalano pistole per il battesimo dei loro figliocci – mi è piaciuto. E’ una lettura che non condivido pienamente, ma che consigliero’/regalero’ (nonostante la casa editrice).
    Spero che anche Saviano sia di Casale, sarebbe un’altra delle cose belle di questo posto.

  47. maddalena il 20 agosto 2006 alle 12:01

    A Roberto Saviano: grazie.

  48. Mauro il 28 agosto 2006 alle 11:36

    Sto leggendo “Gomorra”, me l’ha passato mio padre dopo averlo letto. Sono ancora ad 1/3 del testo, dunque non mi sono ancora formato una opinione né sull’autore, né sul tipo di testo: per adesso è scorrevole, si legge ed è familiare perché (devo dire “ahimé”?) sono campano anche io.

    Volevo segnalare che a pagina 79 (in basso) si fa riferimento ad una citazione di un cantante presunto cocainomane.

    1) non sono un suo fan, ma non sono certo che il cantante in questione sia cocainomane;
    2) la frase attribuitagli non è sicuramente sua, ma dell’attore (quasi omonimo) Robin Williams, che effettivamente ebbe problemi di droga e alcool all’inizio della propria carriera (dunque, non saprei dire se attualmente ricada nella definizione di “cocainomane”);

    Saluti!

  49. arpagon il 28 agosto 2006 alle 13:59

    Ciao Roberto.
    Grazie per la generosità con la quale hai condiviso e testimoniato la tessitura del tuo vissuto. Trama allucinante, perversa e simbolica. Gomorra è opera coraggiosa, e penso propedeutica, anche per te. Rendere la tua scrittura ancora più devastante. Indagare in profondità i meccanismi primari e cogliere le contraddizioni interne che a tratti sembrano sostenerli. E con ciò farli crollare. Basta poco, pochissimo. Con una scrittura accessibile ai più, semplice. Nomi, fatti, resoconti…accessori oramai superflui.
    Un caro augurio, e ancora grazie.
    Arpagon

  50. Zane il 28 agosto 2006 alle 15:39

    Ultima pagina…dopo aver letto Gomorra sarà difficile trovare qualcosa che non appaia al confronto banale o fasullo.
    grazie a Roberto Saviano.

  51. Guly il 30 agosto 2006 alle 15:32

    Volevo sapere se il testo di Saviani era stato sottoposto al vaglio della procura della repubblica di Napoli dal momento che ci sarebbe da indagare per anni e se ne vedrebbero veramente delle belle.

  52. antonio massara il 30 agosto 2006 alle 21:27

    Quando la mente si coniuga col il cuore il cortocircuito lascia il segno negli occhi e nei neuroni di chi legge.
    Una frase in particolare mi ha rivelato un aspetto cortocircuitale che ancora sfuggiva alla mia ragione:
    “Le prove sono inconfutabili perchè parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo …”
    Prove parziali, rese inconfutabili da milioni di collegamenti lontani, di fotografie, di storie, come ipotetiche ruote dentate multidimensionali, sempre tristemente le stesse, sempre quelle.
    Questa è la ragione fondante della libertà e della veridica puntualità di colui che scrive per donare libertà di pensiero e di conoscenza. Ed è persino poco importante che le prove giudiziarie, quelle istruttorie, ci siano per caio o per sempronio, il mondo è questo, lo sanno tutti coloro che lo vogliono capire, se ne hanno il coraggio.

  53. Mauro il 31 agosto 2006 alle 17:38

    Ho terminato la lettura del libro e di certo potrei sbagliarmi ma -al di là di quelli che sono alcuni commenti che ho trovato sparsi in rete- non mi sembra un libro necessariamente furbo realizzato da un laureato in lettere disoccupato forsennatamente alla ricerca di soldi, quarti d’ora di celebrità o altro. Certo, lo stile “romanzato” ti dà l’impressione di essere sempre in bilico su una linea tra finzione e realtà, ma chi “si sarebbe sceso” 300 pagine di pura cronaca, dati statistici e altro, in genere così poco appetibili? E’ un libro scritto con passione (e “corretto” con sapienza) che magari non è neanche perfetto, in qualche punto scricchiola, ma in definitiva dice delle verità, ha una certa forza e comunica qualcosa con rabbia, paura e coraggio allo stesso tempo.

    Anche se Roberto Saviano non esistesse, andrebbe bene anche solo come personaggio.

    Approfitto per lasciare due link:
    http://www.regione.emilia-romagna.it/paesaggi/news/erbani090702.htm
    http://www2.radio24.ilsole24ore.com/speciali1/speciale_gialloenero20032004_26.htm

  54. anna il 8 settembre 2006 alle 20:07

    a Roberto Saviano.
    Vorrei scriverti un ringraziamento come quello scritto da Erri De Luca a Prospero Gallinari per “Un contadino nella metropoli” – che è una lettera bellissima, secca e appassionata come la sua scrittura – perché Gomorra lo meriterebbe, ..ma non mi riesce, so solo ringraziarti, per aver visto tutto e tutto raccontato, e per averlo restituito in un testo come Gomorra. Il libro? all’inizio mi faceva male, lo leggevo lentamente e con fatica. Non sapevo.. e le cose mi arrivavano addosso come un’onda d’urto. Poi con le pagine ho iniziato ad accelerare il ritmo, volevo capire e completare la mappa che stavi componendo. La fatica che avevo fatto all’inizio era svanita e al suo posto si era fatta largo la consapevolezza di essere riuscita ad entrare.. non si trattava di un romanzo di fantasia, ma di un racconto vero, spietato, un ritratto crudo che non rispariava la descrizione delle ferite aperte, quelle dei morti ammazzati, quelle della vite dei bambini ignari di vite diverse, innocenti, di giochi spensierati, e le tue, forse. Ho amato il tuo viaggio in Friuli, da quell’io so che per me – e per molti – è stato un faro nel buio della comprensione della vita. La città ad un certo punto ha finito per uscire da quella nebulosa da cui era avvolta nella mia mente. Napoli è una città distante qui e nella mia testa era crogiolo di luoghi comuni fatti di bellezza e di contraddizioni. Io passo il tempo a studiare libri che parlano di città, che cercano di descrivere le metropoli contemporanee, le loro veloci trasformazioni, processi e modelli degli agglomerati urbani di tutto il mondo. Libri che prefigurano città future, periferie al collasso o nuovi modelli di espansione, cercando di catturare un’istantanea di fenomeni complessi, ma raramente una città, un’area, una società è stata raccontata così bene e di questo ero contenta, forse ancor di più per i tuoi vent’anni. Così sul finale mi sarebbe piaciuto fare un viaggio in quel territorio compromesso e disperato, con Gomorra come guida. E forse, se supererò il timore di non riuscire ad entrare veramente, un giorno verrò a Napoli per vedere Gomorra.
    C’è una canzone che mi riporta il libro, nelle parole, nella musica e nei rumori di fondo che la accomapagnano Last night I dreamt that somebody loved me, The Smiths. In qualche modo strano il tuo mi sembrava un libro di amore..

  55. Amalia il 1 ottobre 2006 alle 19:32

    Sono una dottoranda in economia. non ho ancora letto il tuo libro ma ho ascoltato una tua intervista su internet (arcoiris tv). sono impressionata dalla quantità di informazioni di cui disponi sui movimenti finanziari della camorra. poichè sarei interessata per la mia tesi di dottorato a lavorare sull’argomento, vorrei sapere se fosse possibile avere il tuo indirizzo email per chiederti qualche informazione.

  56. Paola il 3 ottobre 2006 alle 12:25

    Solo stamattina ho appreso di te e del tuo libro. Lo comprerò e leggerò con attenzione. Ho letto anche che vorresti tradurlo. Se vuoi aiuto, comunque sia, contattami. Intanto, complimenti per il coraggio d’essere uomo!

  57. Cesare Stefanini il 6 ottobre 2006 alle 18:13

    Caro Roberto, ti ho sentito parlare in un servizio di rai 24 una settimana fa e mi sono detto: forse, finalmente, uno che scrive bene. Confermo, e ti dico che mi hai fatto tornare la voglia di leggere dopo anni. Ti auguro di proseguire su questo livello, anche se è chiaro che le cose che scrivi sono il condensato di un vissuto, metabolizzato e profondamente elaborato, che trae forza da un lungo periodo di incubazione. Insomma… prenditi il tempo che ti serve dopo Gomorra.

  58. Salvatore Vassallo il 13 ottobre 2006 alle 10:12

    Leggo oggi, 13 ottobre, su La Repubblica, che Roberto Saviano è fatto oggetto di minacce camorristiche a seguito del successo ottenuto dal suo romanzo di denuncia, bello e importante. La notizia è passata velocemente anche al tg1 delle 8.00 di questa mattina.

    Si faccia rumore attorno a questa cosa, ognuno con la forza della propria voce, per non lasciare solo Roberto, per continuare anzi a dare risalto e diffusione al suo prezioso contributo.

    Probabilmente, fino a quando non faremo diventare la lotta alla criminalità organizzata una priorità a livello nazionale, alcuni esponenti di governi locali, come Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli, potranno continuare a definire Saviano “simbolo di quella Napoli che lui denuncia”, come riporta La Repubblica di oggi.

    Quando un Paese tollera questo, può tollerare qualunque altro orrore.

  59. MAX-CE il 13 ottobre 2006 alle 13:01

    Repubblica del 13/10/2006.Prima pagina: “Sotto scorta e blindato l’autore di Gomorra”…è come se avessi ricevuto un ulteriore pugno nello stomaco. Ne prendi tanti in terra di camorra. Ma a questo ci faccio più caso, fa più male…perkè colpisce ki cerca di sensibilizzare, denunciare, lottare.
    Mi spiace, caro Roberto, nn ci conosciamo ma è come se lo fossimo…nn sò ke valore può avere questo mio messaggio, ma sono solidale cn te e cn le tue iniziative.
    In bocca al lupo e, concedimelo, STAI ATTENTO.
    Ciao da Max
    un ragazzo cn la voglia di scappare dalla provincia di Caserta.

  60. Stella Iasiello il 13 ottobre 2006 alle 23:12

    sei un grande.

  61. dominique il 15 ottobre 2006 alle 20:44

    sono una “figlia dell’emigrazione”,mezza veneta e mezza campana che spera sempre che il contro-esodo sia una possibilità. Il nord nella testa e Napoli nel cuore. Napoli mi manca solo come mi manca Venezia quando da troppo non ci torno. In maniera straziante. A volte, come quando la vedo boccheggiare sommersa di monnezza, mi manca meno. Quando sento che a te , Roberto, dicono che non ti vogliono nel loro negozio non mi manca affatto. Grazie per averci messo la faccia, per non essere tra quelli che “vabbè, ma sempre con ‘sta camorra?! A Napoli ci sono tante cose belle…”, grazie per non aver preferito il silenzio e aver creduto che, nonostante il silenzio di tanti uomini di niente, ne valesse la pena. Grazie e basta. Per quel che può valere.

  62. LUIGI CANGIANO il 16 ottobre 2006 alle 09:33

    Movimento per la Vera e Nuova Politica
    Fondato il 19 marzo 1999

    SCIOPERO DELLA FAME DI LUIGI CANGIANO
    CONTRO LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
    IN SOLIDARIETA’ DELLO SCRITTORE ROBERTO SAVIANO

    Luigi Cangiano leader del Movimento per la Vera e Nuova Politica, giornalista e scrittore, in solidarietà a quanto sta capitando allo scrittore Roberto Saviano annuncia che da lunedì 16 ottobre 2006 inizierà lo sciopero della fame contro la criminalità organizzata.
    Luigi Cangiano ha fatto le stesse denunce che oggi Saviano ha esposto in “Gomorra” contro la camorra, già diversi anni addietro attraverso le colonne del periodico “La Sentinella” (che oggi dirige) ed anche con pubblici comizi tenuti a Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa, Trentola-Ducenta, San Marcellino a partire dal 2001, quando faceva parte della Lista Di Pietro – Italia dei Valori ed anche attraverso alcune lettere inviate all’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    Il Movimento per la Vera e Nuova Politica ha come primo obiettivo proprio la distruzione del crimine organizzato e di tutte quelle persone, che consciamente od anche inconsciamente fanno parte delle Istituzioni (a tutti i livelli: dal consigliere comunale fino ad arrivare ai ministri della Repubblica) eppure spalleggiano il fenomeno camorristico.
    Le tristi cronache quotidiane del nostro agro-aversano e di tutta la Campania sono la conferma che la camorra da anti-Stato è divenuta essa stessa Stato.
    Cangiano, inoltre, denucia pubblicamente a tutte le persone competenti in materia, che oggi fare politica senza avere alle spalle personaggi squallidi è una vera utopia alla quale comunque non rinunciamo.
    Da qui l’equazione è semplice da risolvere chi oggi è vincente in politica ha qualcosa da nascondere all’opinione pubblica non ci sono vie di uscita a questa equazione: la matematica non è un’opinione! Se le Prefetture della Campania indagassero a fondo siamo certi che molte amministrazione comunali verrebbero sciolte per infiltrazioni della malavita o quantomeno per incapacità di frapporsi alla malavita.

  63. corrado il 17 ottobre 2006 alle 21:31

    bo,non so,non lo so,ho letto il tuo articolo -fiume-,e..ma.non so,conosco quelli della tua generazione,gli scrittori della tua generazione,sicuramente tu li superi.con questo vostro genere che definirei -AUTOLAMENTOSO-
    oppure -AUTOFLAGELLANTE-ROMANZATO.sei il re di questo genere.
    parlare di fatti spiacevoli.spiacevolissimi,fare un pò di soldi(forse anche tanti)parlando e scrivendo di fatti spiacevoli,spiacevolissimi,be..,ognuno ha il suo stile,perchè qui è di stile che si sta parlando,o forse mi sbaglio?
    comprerò il tuo libro,o meglio ancora me lo farò imprestare da uno dei centomila(ad oggi)che lo possiede,gli darò un occhiata,forse,non ci contare.so che è piaciuto tanto anche a umberto eco,però,lo avresti mai detto.dai,da amico,non ci pensare su tanto,una volta ci siamo anche incontrati e parlati,distraiti,il mondo è fatto anche di bellezze,di bellezze rare,non ci sono solo mostriciattoli come noi.
    so che non pubblicherai il post,è per questo che non sono stato molto divertente,potrei fare meglio se vuoi.
    stai alzando un tale gigantesco coperchio di un tale enormemente grande
    calderone di “merda”che o non te ne accorgi,oppure hai bisogno di qualcosa che ti faccia ridere,e sorridere,e poi ancora ridere
    tanti auguri per il film

  64. Kyth il 18 ottobre 2006 alle 20:42

    Avrei voluto scriverti una lettera diversa da questa.
    Avrei voluto esprimerti la mia gratitudine e la mia profonda stima per il libro che hai scritto. Ma avrei anche voluto dirti che non condivido la tesi che sostieni e che è sintetizzata in una frase a pag. 128: “La logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto iperliberismo”.
    L’analisi di Pino Arlacchi (La mafia imprenditrice) unitamente allo studio di Schumpeter sulla funzione dell’imprenditore capitalista, mi fanno pensare al cosiddetto “imprenditore camorrista” come una sorta di “neofeudatario”, estraneo alla logica del capitalismo. Questa intuizione è confermata dalla considerazione che i mafiosi hanno di sè e degli altri uomini (vedi Sciascia, Pippo Calderoli…).
    Di queste cose avrei voluto parlarti e argomentare. Ma ora la situazione è cambiata radicalmente.
    La camorra ha risposto e ti ha minacciato di morte.

    Tornato a Mondragone dalle ferie, cosa sempre traumatica, un amico (di destra) mi telefona per dirmi che vuole che io legga assolutamente un bellissimo libro sulla camorra, il tuo.
    Lo ringrazio e gli spiego che io da 11 anni non leggo alcunchè che riguardi il fenomeno mafioso e che non riesco a tollerare neanche i films che ne parlano.
    Per alcuni aspetti appartengo a quella categoria di persone che tu, con una certa malinconia, definisci con l’espressione: “…si è chiuso”.
    Dopo circa un trentennio di impegno, a fine ’95 ho chiuso con la politica, ma soprattutto con l’argomento in questione.
    Sabato 30 settembre un altro amico (di centro), conoscendo le mie opinioni, mi parla in maniera entusiasta del tuo libro e vuole che io lo legga. Rifiuto, ma lui insiste e la mattina dopo si presenta a casa mia con il libro. A questo punto sono “costretto” a leggerlo.
    Capisco subito che non è il solito saggio, anche dotto, ma che pochi riescono a leggere; la forma narrativa scelta è quanto di più penetrante ed efficace si possa immaginare per la materia trattata.
    Benchè convinto di conoscere abbastanza bene il fenomeno mafioso, il libro mi scuote e mi riempie ancor di più di tristezza e di rancore. Capisco che il cancro ha continuato ad espandersi e si rischia ormai una irreversibile metastasi.
    La tristezza è per la nostra condizione irrimediabile di sudditi; ti assicuro che l’urlo di Papillon, con il quale chiudi il tuo viaggio, serve a poco.
    Il rancore è verso la “politica” che, nella sua parte migliore, continua a ritenere che l’azione di contrasto debba essere affidata ad un gruppo, anche numeroso, di procuratori, poliziotti, carabinieri e finanzieri. Questi, seppure bravissimi, costretti a lavorare con l’onere della prova non hanno alcuna speranza di vincere. La conferma – se mai ce ne fosse bisogno – ce l’ho sotto gli occhi: Mondragone; sgominata la vecchia banda, una nuova è in formazione. Intanto nell’interregno, come accadeva nel lontano passato, i sudditi soffrono di più.
    Da “Portella delle Ginestre” a oggi troppi uomini di valore sono morti e mafia, ndrangheta e sacristi continuano a crescere e ad accumulare ricchezze.
    Ecco perchè ti dico VATTENE!!!
    Non consentire che ti uccidano, sarebbe un’altra vittoria per loro.
    La sfida di Casale di Principe è stata probabilmente una tua “debolezza” dovuta al pathos della manifestazione; non lasciartene condizionare.
    Sei giovane, sei in gamba, hai intelligenza e mezzi per produrre cose di valore in altre parti d’Italia o d’Europa. Non è solo qui che puoi giocare un ruolo di contrasto, anzi ho la sensazione che rimanendo, gli spazi ti si chiuderanno sempre più e sarai sempre più esposto.
    La reazione infastidita di tanti politici (che credo tu abbia già sperimentato) verso chi “parla sempre di una cosa”, è mortale quanto una pallottola.
    Non lasciarti stritolare, VATTENE!!
    La tua vittoria è rimanere integro come sei adesso (e non solo fisicamente)!
    Amici comuni, anche a Casale di Principe e a San Cipriano e lo stare dalla stessa parte mi portano a salutarti con grande affetto.

  65. ciro il 18 ottobre 2006 alle 20:51

    ciao Roberto,
    ci siamo conosciuti all’ università.
    Ricordo la tua immancabile sciarpa rossa ed il tu sguardo sereno e dolce.
    Ho divorato il tuo libro! Gioisco e soffro con te!

  66. Kyth il 18 ottobre 2006 alle 22:18

    Nella lettera inviata poco fa ho involontariamente commesso un errore .
    Invece che Pippo Calderoli – inesistente – è da intendersi Antonino Calderoni. Nino, come veniva chiamato, in “Gli uomini del disonore” di
    Pino ARLACCHI (Mondadori 1992), esplicita il suo fastidio a frquentare vecchi amici non appartenenti alla mafia, considerati insulsi, e la sua predilezione verso gli uomini d’onore e loro familiari, gli unici degni di essere frequentati.

  67. Marco il 21 ottobre 2006 alle 19:49

    Caro Roberto
    come sei ci conoscessimo ti scrivo caro, ma caro mi sei, mi stai diventando, man mano che leggo il tuo libro.
    Anche se da quando lo ho iniziato, dormo peggio, ti sono grato, ti sono grato per avermi ricondotto al pensiero, magari amaro, nero, scuro, ma non è così il luogo dove vivo? Napoli appunto, amara, e nera.
    Quello che mi fa più rabbia è il sapere che tu non sai più degli altri…tu “semplicemente” apri bocca.
    Si sa, tutto si sa…ma se che ci governa è implicato mani e piedi con le persone che “decidono” di essere “sistema”(verso le quali talvolta ho la sensazione che tu non ti scagli violentemente, ma verso le quali espimi un dolente rammarico)come si può uscirne….
    o semplicemente uscirne è un pensiero da evitare?
    Così è, e nulla cambiera….forse sarà solo peggio.
    Dodici anni fa…un personaggio degno di albergare nel “sistema” del tuo romanzo, confessò a mio padre di stare molto attento…perché la fame avanzava e non avrebbero più fatto distinzione tra commercianti “conosciuti” e sconosciuti…avrebbero depredato tutti!Sta accadendo.
    Tra:
    a) sistema economico mondiale che vede il collasso del sistema di mercato, meno tutele per le persone più potere per i potenti
    b) affievolimento delle coscienze, figlie di una televisione fatta prima di candy candy, chips, poi di pollon e sentieri, oggi di reality, costanzo e de Fiippi.
    c) marcato aumento del disorientamento, tamponato con un grande desiderio di possesso senza pagare(soldi-rapine, auto-furti, donne-stupri)
    d) vendita dell’anima della politica(politici) al diavolo in cambio di tutto cui alpunto c) ed in più la possibilità di decidere senza che nessuno decida per te.
    e) Fame e oro; da un lato ti affamano, dall’altro ti regalano il sogno irrealizzbile, con conseguente depressione, di cui spesso parli
    f) assenza totale di possibilità di scelta(quale mio rappresentante sarà onesto al punto di farsi ammazzare per me?) Chi è savio non lo farà.
    in un mondo così, dove inquino il terreno dove mangio, dove derubo il fratello con cui parlo, dove violento la donna che non amo, dove maltratto chi mi dovrà sostenere…io non ho che la speranza di CAVARMELA.
    E se me la cavo…avrò sempre dietro di me la mia città che muore.
    Caro Roberto…mannaggia a te!
    Ma grazie…
    marco

  68. Giulio il 22 ottobre 2006 alle 04:26

    Caro Roberto,

    bellissimo questo tuo scritto sul “cemento”, e sul tuo “rimuginio d’anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case”.
    Lo condivido, ce l’ho anche io anche se tu sicuramente hai più prove di me. Ma di questo mi devi perdonare perché io vengo dalla Napoli bene che ha sempre votato a sinistra e che legge la Repubblica. Con i camorristi ignoro di aver mai avuto rapporti e i figli di costruttori che conosco in genere votano rifondazione e spesso sono artisti.

    Anche io penso a volte alle storie che ci sono state dietro l’innalzamento a tappeto di palazzi di tanti, tanti piani. A Napoli, in Campania, in Italia.

    Io penso anche alle brutte storie che ci sono e ci saranno in questi palazzi. Confesso però che a causa del mio curriculum vitae di cui sopra non mi riesce naturale pensare alle brutte storie dei futuri boss nati e cresciuti nel cemento di Scampia. Quelle è meglio che le leggo direttamente da chi sa scriverle e descriverle, come te.
    Io penso alle storie delle persone “perbene”. Che in qesti palazzi italiani riescono a sopravvivere senza fare i camorristi e neanche i costruttori. Che imparando a sopravvivere in questo schifo di palazzi, affacciandosi su questo schifo di strade, alla fine trovano del tutto naturale vivere in simbiosi con la loro macchina, condividere lo shopping e lo smog con i nuovi ricchi, neutralizzarsi nella televisione, fare e chiedere i favori. Alla fine trovano anche normale tante altre cose brutte. Alla fine trovano anche normale l’esistenza della camorra.

    Alle fine trovano anche naturale sapere da te “come sono stati costruiti palazzi e case”.

    Io me ne sono andato e di questo chiedo scusa a tutti.

    In bocca al lupo!
    Giulio

  69. Giosuè il 22 ottobre 2006 alle 10:13

    Ciao Roberto,
    volevo solo dirti che ammiro molto il tuo coraggio, io non avrei mai avuto le palle per fare quello che hai fatto tu, nonostante anch’io da anni vorrei gridare ai camorristi e ai napoletani “BASTA!”. In questa città non si vive più e spero di potermene andare al più presto. GRAZIE per tutto quel che hai fatto, che hai sollevato, e che farai.

    Ti sono vicino,
    in bocca al lupo,
    Un tuo coetaneo

  70. Fulvio Liuzzi il 22 ottobre 2006 alle 12:00

    Ho letto l’articolo Io So ma non ho letto il libro, conto di farlo presto.
    Sono un musicista e le parole spesso non mi addicono alla comunicazione, preferisco le note. La sensazione di angoscia che ho avuto leggendo il tuo articolo è stata grande, sembra di essere in un vorticoso giro di spire senza fine, senza luce e senza speranza.
    Carmina Burana di Orff sarebbe un ottima colonna sonora. Vorrei che tutto questo non esistesse. Ma pur essendo ciechi molte volte ci sentiamo benissimo. La nostra anima grida vendetta per le ingiustizie, il nostro corpo spesso è immolizzato dalla paura.
    Un Abbraccio sincero

  71. kate il 22 ottobre 2006 alle 16:12

    GRAZIE

  72. Annacarla il 25 ottobre 2006 alle 11:25

    Caro Roberto,
    il primo pensiero che ho avuto quando ho cominciato a sentir parlare di te è stato: grazie di esistere!
    Io invece sono una di quelle persone che hanno abbandonato la lotta…
    Ho lasciato Caserta tre anni fa per andare a vivere in Toscana ed assaporare un pò di “civiltà”. La Toscana mi ha dato un lavoro che giù non riuscivo a trovare. Ma la mia è stata una scelta voluta e non dovuta. Odiavo quella città e la sua gente.
    La camorra è una grande piaga ma è possibile combatterla. Il vero problema a mio parere è il substrato culturale che fa da concime alla camorra e la rende potente come avviene per la mafia in Sicilia.
    E’ la cultura della gente comune che va cambiata. La cultura che il furbo è “quello buono” e l’onesto è “nu scemo”; la cultura del “guappo” che riduce le relazioni umane a un semplice gioco di forza; la cultura del “sì lo so, è vietato, ma lo faccio lo stesso e tu ti stai zitto, altrimenti…”; quel sistema culturale secondo cui se ti arrabbi davanti ai soprusi ed alle ingiustizie sei un folle e vieni subito messo in ridicolo dalla a noi nota frase : “pensa a campà”. Quando ti va bene…
    Una cultura che vede da un lato pochi criminali e dall’altro un’intera popolazione rassegnata e sempre più individualista.
    Ecco, è proprio questa rassegnazione tipica della nostra cultura che andrebbe trasformata in rabbia. Rabbia contro chi per decenni ha comandato, rubato e ucciso e tutti stavamo in silenzio a guardare.
    Quindi concludo dicendoti, grazie di esistere e spero che il tuo verbo possa davvero arrivare alle persone per far capire loro che si può cambiare davvero se cominciamo a cambiare noi stessi.

  73. amedeo feniello il 31 ottobre 2006 alle 12:54

    Gentile dott. Saviano,
    mi accingo a scriverLe, come mille altri, per ringraziarLa del suo libro, il migliore scritto sulla camorra negli ultimi trent’anni. Tuttavia, Le voglio sottoporre quella che ritengo essere una manchevolezza. Va bene l’analisi economica e sociale, da Lei condotta in maniera pregevole. Ma esiste un altro problema, che definirei “di lungo periodo”. Mi spiego: la violenza a Napoli, con tutti i surrogati e gli aggregati di vario genere (appartenenza, clientelismo, familismo amorale ecc.) è antico, e forma una struttura incacrenita e duratura, che rappresenta l’elemento fondante della storia napoletana, sin dal Medioevo. Vi è stato infatti un momento di passaggio (tra VI e X secolo) in cui Napoli cambia volto, assumendo una fisionomia difensiva peculiare, fondata su una serie di clan familiari militarizzzati posti al controllo dei diversi settori della città. Questi clan, organizzati su solide reti familiari ramificate su spazi ben definiti che gestivano sotto molteplici aspetti la vita cittadina, hanno nomi ben noti: Pignatelli, Caracciolo, Capece ecc.
    Questo è l’humus su cui è cresciuta ed è sedimentata nei secoli la città, chiaramente modificandosi e ricomponendosi, ma conservando un minimo comun denominatore costante, fatto di conflitti armati, assassini, regolamenti di conti, stupri, matrimoni riparatori, feste religiose, ecc.
    Su questa base, si è stabilito un plafond “culturale” praticamente non sradicabile, che neanche la più capace forza multinazionale di pace sarebbe capace di scalfire.
    Per spiegare la lunga durata oggi, basta guardare due soli elementi perturbanti e tipici del controllo del territorio:
    1. le feste (soprattutto quella della Madonna dell’Arco), con le sue strutture di solidarietà – basti considerare la formazione delle paranze che spesso sono le stesse delle famiglie legate della camorra.
    2. Le piccole (per ora…) sommosse contro le forze dell’ordine, che ripercorrono antiche modalità e la cui efficacia è legata ad un serrrato controllo dello spazio.
    Potrebbe essere interessante valutare questi aspetti, per approfondire l’ analisi.

    La saluto

  74. francesca il 3 novembre 2006 alle 16:01

    Ho letto il tuo libro e da allora non faccio altro che parlarne. E’ come se avesse riaperto una ferita che avevo lasciato cicatrizzare trasferendomi al Nord. E i fatti degli ultimi giorni, le tante parole che scorrono nei tg, negli speciali su Napoli mi sembrano ancora di più “solo banali parole” di fronte al tuo libro. Autobiografico? Non so…Romanzato? Non so..Ciò che conta che ha riaperto il dibattito, ha fatto aumentare il mio desiderio di tornare a Sud, nella mia provincia napoletana, a pochi passi dai luogi che tu citi e conosci per diritto di nascita. Mi impegnerò ancora di più a ritornare, chiudendo anche le orecchie di fronte a tutti quelli che mi diranno ” sei venuta a fare la nordica qui?? Si sa come vanno le cose e non lamentarti…”

  75. rosi il 5 novembre 2006 alle 18:01

    Beh, non sono il più fesso e ingrato dei lettori. Grazie perciò anche da parte mia, ragazzo. Speriamo di essere in tanti, a seguire l’esempio del tuo coraggio.

  76. Valentina B. il 6 novembre 2006 alle 17:25

    Ancora una volta la “città della tolleranza” è sulle labbra dei più,la città che dentro di me è stata sempre divisa tra sentimenti di amore e odio,la città che mi ha dato i natali, il ritorno alla quale ho vissuto sempre come ammaliante costrizione,la città il cui spirito alberga nel mio sangue,ma che spesso mi sono trovata a rinnegare,ma anche a difendere.
    Da troppo tempo non mi capitava tra le mani un libro da divorare nell’arco di 48 h, forse dai tempi del giornalismo sfrontato alla Fallaci,rapita da un misto di emozione e sconcerto.Coincidenza ha voluto che le 48 h impegnate per la lettura di Gomorra le abbia trascorse proprio a Napoli nei giorni di riaccensione della faida.
    La tua coraggiosa opera mi ha istintivamente spinto a consigliare il libro a quanti vivono nella ristrettezza di una vita senza informazione,senza documentazione,nel tentativo di accendere una lampadina,di far riflettere,come ho potuto fare io,nella convinzione che sia questo,forse,l’unico modo per smuovere qualcosa.
    Ammiro l’audacia con cui hai deciso di smascherare il perbenismo e la non curanza che caratterizzano il nostro paese,nonchè il coraggio di “urlare” quanto tutti,almeno in parte,eravamo a conoscenza.
    Da quando ho iniziato a leggere Gomorra inevitabilmente il mio sguardo a ciò che mi circonda è completamente cambiato. Un pò come se, attraverso i tuoi di occhi, avessi acquisito anch’io il “privilegio” di cui parli a proposito del comprendere le dinamiche economiche,del guardare oltre la superficie,di scavare affondo in quel mondo sotterraneo di cui percepiamo l’esistenza dai movimenti che si agitano al di sotto di noi,ma che volutamente releghiamo ad un angoletto dei nostri pensieri,troppo presi dalle preoccupazioni del vivere quotidiano.
    Spero sinceramente il tuo possa essere un esempio e non l’ennesimo grido soffocato dalla paura di chi potrebbe e dovrebbe fare qualcosa di concreto!
    Un abbraccio affettuoso

  77. l.n. il 6 novembre 2006 alle 19:16

    Non illudete Napoli, il sud, l’Italia……non più!!!

    Piano della sicurezza per Napoli?
    Dopo la millesima emergenza ?
    Dopo le mille commissioni antimafia che già 20anni fa raccomandavano di attivarsi immediatamente ?
    Dopo le mille navi di sigarette ?
    Le mille navi di coca(non quella da bere)?
    Mille camion di rifiuti e i mille treni verso la Germania, che da 20anni saltano periodicamente alla cronaca?
    Dopo il millesimo piano per la sicurezza per Napoli ?
    ………………………..perche’ oggi dovrebbe essere diverso?
    Fra 15 giorni, tutto sarà dimenticato…..e i camorristi lo sanno! Cari politici….. O siete scemi o siete in malafede, e siccome io ho un idea, (probabilmente siete tutt’e due le cose)….vi disprezzo per questo. Vi disprezzo e vi maledico per permettere, oltre che partecipare, questa farsa che è il Vs teatrino malato. Dovreste guardare negli occhi gli anziani, i nostri padri, coloro che hanno creato i presupposti e vi hanno permesso l’onore di –guadagnare- fare politica! I “veterani” di quest’Italia impotenti e inebetiti, i quali non si capacitano di tanta anormalità, di tanta pazzia, tanta anarchia……….tanto rubare……tanto menefreghismo. La prima idiota è il sindaco di Napoli…oramai non credo piu’ sia in cattiva fede, ma…..che sia affetta da demenza!
    Se non togliamo di mezzo chi permette tutto ciò, chi permette alla criminalità di proliferare indisturbata da anni non si otterranno che parole vuote: SIETE VOI cari politici, VOI cari magistrati compiacenti, ed anche il un certo “proto-capitalismo deviato” della Campania che vede nella copertura della camorra la possibilità di abbattere i costi di gestione schiavizzando, evadendo “In Toto”, falsificando, frodando, smanacciando pericolosamente immergendo le mani fin nello stato……ma questo non interesserà a nessuno. Da questa Napoli, da anni malata, nessuno ne è immune, ed un fiore sbocciato nel cemento di nome Saviano non fa primavera……..rompe solo le pxlle.
    Ammiro Saviano che in questa partita coraggiosa, una partita secca per la quale si gioca una volta sola, ha scommesso suo malgrado la sua vita e non bastasse il destino della sua famiglia. Non so se lo ha fatto scientemente o ci si è solo trovato. Molti, la maggior parte di noi se non tutti, si sarebbero tirati indietro. Saviano è un eroe del nostro tempo, neppure compreso dato lo stravolgimento della morale; la mancanza generale di dignità; la carenza tutta italiana del senso del dovere, del rispetto per la propria terra e per l’amore della propria gente. Perché solo una persona che ama tanto e smisuratamente la propria terra e la propria gente si comporta come Saviano, ricordatelo : AMORE PER LA PROPRIA TERRA!!!!PEZZENTI!!!
    Io vorrei dire a Saviano sono con te………..lo voglio gridare…………e sono pronto a scendere in piazza !
    CARI MIEI POLITICI, LA VS CONFERENZA STAMPA DI OGGI VI RICORDA QUALCOSA CHE VAGAMENTE “SAPPIA” DI RETORICA SCOLASTICA E PARADOSSALMENTE DI NEFASTA FASCISTA MEMORIA E CIOE’ PROCLAMARE E PROMETTERE SENZA MANTENERE, LA LIBERTA’ DEL SUD ?
    In fondo nulla di più azzardatamene scolastico ed esitante fu il dominio fascista, come del resto lo siete voi, diretti a voi stessi, con la superba, vuota , posticcia facciata e l’immagine logorata da una “politica fine a se stessa” ! Come il “regime” la politica di oggi compiace se stessa, si autocelebra perpetuando, riti, ruoli, potere, vantaggi…a scapito della popolazione !
    Tutto ciò grazie ad un pugno di parlamentari mentecatti depravati drogati e incapaci. !!!!!!!!!!
    • Incapaci di fare una sola scelta in favore del paese
    • Incapaci di aprire a nuova qualità e professionalità
    • Incapaci di produrre qualsiasi cosa di muovo da 40anni a questa parte anche fosse solo un peto che non si sia già sentito (purtroppo)
    • Incapaci di programmare qualsiasi lotta alla mafia perchè sarebbe una inevitabile briglia al “ sono parlamentare e faccio il caxzo che mi pare” Fermare la criminalità vuol dire dare regole certe …e in Italia adottare regole certe, vuol dire mandare in galera troppi politici.
    • Incapaci di creare presupposti per il futuro dato che tutti TUTTI i ns politici sono legati, anzi incollati al passato
    • Incapaci di programmare “programmaticamente” (un parolone che tanto piace ai ns amati politici) il futuro dei giovani e dell’Italia.
    • Incapaci di un solo secondo di dignità personale
    Saviano, solo contro la corrente; una corrente forte, tenace, putrida e puzzolente, una discarica di mexda che va lavata ! I NOSTRI POLITICI NON SANNO CHE QUELLA MEXDA E’ UN LORO PRODOTTO. Loro, che dal parlamento tirano l’acqua, non sentono puzza, non sentono fastidio, non assistono al fenomeno della decomposizione.
    Con i topi di fogna c’hanno a che fare i napoletani, ma spesso tutto il sud (parlo di mafia non di criminalità che è disseminata ovunque)……e solo ora dopo tanti morti, solo ora dopo una situazione degenerata irrecuperabile, solo ora dopo tante richieste inascoltate di aiuto (perché faceva comodo)…….l’ennesimo governo viene ad illudere ? ……..ad illudere quei 5 poveri cristi che non fanno ancora parte della camorra. Questo è ed è stato il peccato piu’ grave….illudere gli onesti, gli assetati di giustizia traditi mille e ancora mille volte dalla politica, da questa italietta e da questi politicanti in mutande tenuti per le palle da mafia camorra e ‘n’drangheta ….Italietta che pur di spartire vantaggi e godimenti gratuiti ….è stata smembrata e venduta al primo e discutibile offerente. Per quale motivo questa non dovrebbe comportarsi come le altre mille legislature che hanno promesso e mai mantenuto l’aiuto ai napoletani ? perché ora dovremmo essere sicuri che questi politici fanno sul serio? L’aiuto non l’aveva promesso Pure berlusconi ? Non hannno a turno vomitato indegnamente tutti la volontà di aiutare il sud? RIPETO: aiutare il sud vuole dire mettere in galera la metà delle amministrazioni delle città e dei paesi del sud…….vuol dire perdere milioni di voti e conseguentemente perdere le prossime elezioni……….ma volendo anche a questo c’e’ una soluzione……..volendo!!!
    POLITICI ITALIANI, ora abbiate decenza: non permettetevi di annunciare e clonare altri falsi proclami, non confrontatevi con la grottesca storia della politica italiana in un perpetuarsi tra disperazione e neo-tribalismo/cannibalismo metropolitano deviato. Non date false speranze, basta prendere per l’infinitesima volta per il cxlo …….basta ! Non perpetrate un’agonia e una violenza che ora è davvero solo vostra e non della mafia ! Solo Vostra perche’ la mafia la si puo’ contrastare anche sposandola……….ma l’illusione non la si puo’ combattere. Basta vane parole, basta vane promesse……BASTAAAAA!!! TROPPE NE ABBIAMO SENTITE IN QUESTI 40ANNI ! Volete aiutare Napoli definitivamente ?
    NECESSITA, CI VUOLE, SERVE, UN DETERRENTE FORTE: SCORTE MILITARI PER PER TUTTA LA CITTA’ E LA CAMPANIA PER ALMENO 5 ANNI………..E PENE SEVERE!!! ALTRE FORMULE SONO CAZZATE DATA L’ATTUALE E REALE SITUAZIONE IN CUI SI TROVA NAPOLI. …..CARI MIEI MINISTRELLI DI SX E DI DX………
    Solo con la successiva riconquista e il controllo del territorio e stabilita una “procedura di emergenza” per la sola campania con attribuzione sicura e senza sconti delle pene” si potrà studiare un intervento sociale, con analisi dei territori, in collaborazione con le università italiane, centri di sperimentazioni sociologiche attraverso le quali interagire con i Napoletani. Università, televisione, presa diretta settimanale e i famosi stereotipi, i miti dei giovani napoletani(oltre quelli mafiosi da occultare e schernire) che periodicamente in un programma sociale di circa almeno 5 anni tengano pubbliche discussioni, interventi, e ammoniscano pubblicamente l’illegalità.
    Sono idee di piani di recupero buttate al volo, che vanno studiate e successivamente seguite.……..ma tante sono le cose da poter fare per coinvolgere la gente. La gente per cambiare, deve essere coinvolta in prima persona, e soprattutto “contare”…essere qualcuno. E non il “solito sud” servo dei politici corrotti come è successo per tanti, troppi anni. Ogni terapia di rieducazione implica una interazione e la valorizzazione di “se stessi” come individui di un gruppo: L’Italia, pena l’identificazione nella mafia, nella camorra…….solo facendo sentire importanti i napoletani e vicini all’italia piu’ sana…………sara’ possibile una guarigione.
    Un piano-sociale complesso, che non credo questo governo minimamente capace di attuare(ne questo ne altri dei precedenti governi)
    IN OGNI CASO, RIPETO, NON FATE FALSI PROCLAMI……NE DATE FALSE SPERANZE, ABBIATE RITEGNO E VERGOGNA PER CIO’ CHE CI AVETE FATTO CREDERE FINO AD OGGI.
    P.S. tra le altre cose da fare, legate Costanzo Maurizio: impedite che tra un delirio e l’altro possa rifare la trasmissione con guappi e delinquenti Napoletani asserendo che“in fondo sono simpatici”!

  78. Elio il 11 novembre 2006 alle 22:14

    Ho letto Gomorra, ho letto un capolavoro letterario di cui non si aveva più traccia in Italia dai tempi di Pasolini e si suoi Scritti Corsari.
    Caro Roberto mi hai dato tanti di qui cazzotti allo stomaco che non ti puoi immaginare, ho pianto per quello che ho letto, mi sono incazzato per quello che ho letto.
    Sono inferocito con questi mafiosi, politici e imprenditori che stanno facendo marcire l’Italia e gli italiani.
    Io ho collaborato con l’INGV di Roma in qualità di geologo geofisico, per lo studio magnetometrico dele discariche abusive nel basso Lazio.
    Ho preso direttamente coscienza sul luogo e nei posti, di contadini e paesani vessati e sottomessi.
    Telecamere e giornalisti che non sai se ti riprendono per il tuo bene o per la tua fine.
    Forze dell’ordien in cui i semplici allievi ufficiali hanno la mia tua stessa voglia di legalità ma che sono subordinati a superiori che corompono con lo sguardo, con pranzi di lavoro di tre ore per non permetterti di fare bene il tuo lavoro, proprietari terrieri che si presentano incazati neri con la porsche e gli stivali di pelle di coccodrillo.
    Allora ho capito, ho capito, ho capito.
    Che le mafie hanno vinto, e che tu sei la prima persona da 15 anni a questa parte che lo ha messo chiaramente in evidenza con una narrativa sanguigna ma totalmente veritiera.
    laVerità che racconti è talmente spaventosa che io mi chiedo cosa posso fare.
    Senza un contratto di lavoro cosa posso fare.
    Con una donna che mi ha pisciato per paura che rischiassi cosa posso fare.
    Ora che ha un bambino con un quarantenne con un Porsche cosa posso fare.
    Se mio padre amici e parenti invece di sostenere un lavoro pericolos mi hanno sempre contrastato.
    Giornalismo? Poesie? racconti?
    Ma se nessuno legge la tua verità ti viene la voglia di farti saltare le cervella.
    Ho visto le tue interveiste su arcoiris, ascoltando Shadow pail come la sonora di Giordana.
    Quello che volgio dirti è di non mollare mai, altrimenti hai un crollo nervoso dovuto a amacanza di autostima, la coscienza quando tradisce se stessa fa brutti scherzi.
    E io ho un gran senso di colpa: quello di aver avuto paura della morte, dopo battutine e minacce travestite di umorismo come: se fai questo mestiere a vita ciprenderai una pallottola sulle gambe.
    Dopo che ho letto il tuo libro ho almeno capito che le paure sono motivate.

    ho in mente tre cose. nazismo, torture medievali inquisitorie, genocidi, questo è il quadro apocalittico della nostra realtà.

    ma mi stanno anche sul cazzo quelli che volgiono farti fare la parte del cristo che sceglie la sua croce, nessu ruspetto per l’amore serio per la giustiza, la verità e l’amore e basta.

    Io senza lusinghe credo che sia nato tra noi un filosofo e come diceva Nietzsche è ora che i filosofi comincino a comandare e gettare nel dimenticatoio queto orrendo trionfo della mafia.

    Parola di uno che se non trova uno sbocco è capace di far saltare in aria qualche testa di cazzo che governando l’italia l’ha resa una discarica a cielo aperto di confederazioni mafiose e ultraclericali.

    Lo giuro, se ti toccano un capello, co sono migliaia di giovani come te ( io sono del ’78) che sono pronti a scatenare una guerra.

    Neesuno ti deve toccare.

    Sono loro ad avere paura di te.

  79. Elio il 12 novembre 2006 alle 20:11

    Esco di casa, mi avvio sul manto cementato dei nostri decadenti marciapiedi pieni di buche, sarebbero ottimi nidi per castori ma gli umani ci pisciano dentro, e ci buttano pure le lattine di Coca Cola. Mi avvio per arrivare alla Fiera, sembra di camminare per il Sahara ogni tanto si vede un essere umano, ma sui loro cammelli metallici non sembra passare nemmeno uno schizzo di umanità.
    Le donne sui cartelloni pubblicitari sembrano giganti alati che devono importi la loro visione, violentarti gli occhi già ammaccati dal grigiore metropolitano di Roma.
    Nel mio cervello faccio partire le note dell’ultima album dei Jet, così per contrastare il grigiore che mi circonda, mi riempio di note che contrastano positivamente ciò che mi circonda.
    Arrivo alla fiera e penso a quella zoccola che mi perseguita con i suoi fantasmi di tacchi che battono, con la sua macchina.
    Non che non la perdono, nessuno deve perdonare chi lo ha ucciso.
    Ma mettersi con uno che c’ha il TT significa che punti ad essere una qualunquista mafiosetta del cazzo, Secondigliano non è una periferia, è un emblema di come sta accelerando il cambiamento antropologico di tutta l’Italia.
    Contano solo le fiche rasate, le tette e i macchinoni, poi tutto il seguito di dannati che si portano appresso non conta,
    Penso al libro di Saviano, ne devo scrivere uno su Roma e d’intorni e chiamarlo Sodoma.

  80. Partenope il 14 novembre 2006 alle 19:58

    Anch’io vivo nella periferia nord di Napoli e lavoro nel Terzo Mondo. Tutti i giorni ho a che fare con i miei concittadini (con quelli “buoni” e con quelli “cattivi”) e certe volte mi sembra di impazzire perchè non condivido certi atteggiamenti mentali, certe logiche e certi modi di fare. Condivido quello che ha scritto prima Elio ed aggiungo che Secondigliano è l’emblema del profondo degrado morale ed etico dell’uomo moderno. Per essere mafioso non è necessario che si spacci droga ma basta ritenere normale la anormalità, accettare come lecito l’illecito, non rispettare alcuna norma di civile convivenza. Che fare? Come far sentire le nostre voci in maniera incisiva?
    Caro Roberto, condivido anche la tua analisi della camorra come espressione del più estremo e deviante liberismo di mercato.
    Ti sono molto vicina, vorrei fare qualcosa per te, sono incazzata nera perchè ho letto la tua intervista ieri su Repubblica in cui esprimi il tuo disagio e la tua solitudine. Quando uno Stato non è capace di riprendersi un suo territorio e di proteggere un suo cittadino esemplare e coraggioso di cui dovrebbe andar fiero senza cambiargli la vita drasticamente, allora siamo tutti sconfitti.
    Cari amici, che cosa possiamo fare di concreto per Roberto? Come possiamo reagire ed agire?

  81. Angela il 14 novembre 2006 alle 21:48

    Mio caro Roberto,
    sto leggendo il tuo libro “Gomorra” e nonostante abbia solo 10 anni più di te mi sento un po’ vecchia e spenta. Tu hai il furore, l’audacia, il coraggio dei tuoi anni. È così bello sapere che ci siano giovani come te. Hai scelto una strada difficile, ti sei fatto occhi, orecchie, voce per tutti noi. Hai seguito te stesso, quella legge morale dentro di te, questo io sento. Ti sento intimamente vicino e provo profondo rispetto per il tuo percorso che oggi diventa necessariamente un percorso che limita la tua libertà. Una scorta male si addice a chi scopre la realtà intorno a se in sella ad una vespa. Capisco la tua solitudine e forse a volte senti un senso di claustrofobia e vorrei riuscire a trasmetterti la mia presenza per riempire quei momenti di solitudine.
    Certo le mie sono solo parole e forse parole di una che cerca di essere coraggiosa partendo dalla propria codardia, ma sono anche madre e come madre sento il bisogno quasi fisico di poterti stare vicino.
    Ora hai un DIRITTO/DOVERE e lo ripeto DIRITTO/DOVERE di VIVERE!!!
    Ho letto cosa ti ha scritto Kyth, io non dico vattene (anche se lo capisco), ma proteggi la tua vita in ogni modo. “Gli eroi sono tutti giovani e belli” cantava Guccini, ma io gli eroi li voglio vedere invecchiare per portare saggezza attraverso il tempo.
    La tua voce, il tuo sentire, la tua illuminata animalità ti ha portato dove nessuno vorrebbe andare, sei un testimone ed il tuo valore è immenso, il mondo, ogni mondo, primo-secondo-terzo, ha bisogno di testimoni per trovare un senso a ciò che ci circonda.
    Ti ringrazio per averci risvegliato ad una realtà di morti ammazzati (altrettanto giovani) che ormai erano diventati solo numeri, ti ringrazio per farmi scegliere ancora una volta di porre attenzione ad ogni azione che faccio perché nulla è scontato, nulla!
    Ti abbraccio, fraternamente. Angela Bistoni

  82. fumodilondra il 15 novembre 2006 alle 12:44

    Cara Roberto,
    sto leggendo il tuo Gomorra recentemente regalatomi da mio fratello durante il mio ultimo viaggio in Italia. Devo ammettere che appena letto le prime pagine ho pensato: porca miseria, questo qui l’ammazzano prima o poi! Spero sinceramente di no, spero che tu continui ad esistere e a denunciare una realta’ che tutti in qualche modo sanno esiste e tirano a campare , ma che attraverso le tue parole si e’ dimostrata cosi’ palpabile da farmi sentire fisicamente male – come uno degli altri lettori che si e’ sentito dare i pugni nello stomaco- Grazie Roberto, mi hai fatto sentire nostalgia della mia terra lontana e mi hai fatto ritornare la speranza che non tutto sia perduto, che gente che non ci sta esiste. Peccato che ti sia toccata la sorte di un latitante, costretto a scappare e a nascondersi . Pero’ lo sapevi, e l’hai fatto lo stesso. E hai il dovere adesso di continuare a vivere : non fare cazzate, mi raccomando, abbiamo bisogno di te!
    Con il piu’ grande affetto e riconoscenza.

  83. Massimo da Brescia il 17 novembre 2006 alle 22:05

    Sono solo uno di quelli che almeno un pò ci credono ad un mondo un pochino più decente e cerca pur tra le propie debolezze e i propri limiti di far qualcosa,anche poco, ma qualcosa di pulito e giusto.
    Voltaire diceva che si deve rimanere freddi e razionali di fronte al male e all’ingiustizia per meglio combatterli, Roberto con il suo splendido libro, che fa onore ai Napoletani onesti, e alla letteratura è di un coraggio abbagliante, il coraggio di chi ha una statura morale tanto alta da superare ogni umana paura e sconforto. Grazie Roberto, di te stesso della tua forza e di questo libro.

  84. chiara il 19 novembre 2006 alle 20:25

    ciao, ho appena finito di leggere il tuo libro, e sono rimasta colpita profondamente naturalmente dai contenuti ma anche dal tuo coraggio di usare la parola per far sapere tutto lo schifo che vive a contatto con noi..io vivo in un paesino vicino Cassino, a pochi chilometri dai luoghi di cui ti parli..e solo leggendo “Gomorra”mi sono resa conto di quanto mi è vicina la realtà che tu descrivi, di quanto anche la zona in cui vivo, che ingenuamente volevo considerare un’isola felice, sia coinvolta in questo sistema.Mi chiedo cosa si può fare per cercare di cambiare almeno minimamente tutto ciò, ma sento soltanto un grande senso di impotenza e di vuoto…vorrei farti sentire la mia solidarietà e la mia stima, ma più di tutto vorrei contribuire a cambiare nel mio piccolo qualcosa di tutto qst realtà orribile.grazie per il tuo coraggio! ciao

  85. chiara il 19 novembre 2006 alle 20:38

    ciao, ho appena finito di leggere il tuo libro, volevo dirti che ti ammiro tantissimo per quello che hai scritto, per il tuo coraggio,spero che ciò che tu hai scritto possa far si che i molti che fino ad adesso hanno voluto far finta di niente, comincino a cercare di cambiare tutto qst sistema.Vorrei fare qualcosa sia per farti sentire il mio sostegno e la mia stima ma soprattutto per modificare anche minimamente tutto qst realtà che ci circonda e ci domina ma sento dentro me solo un grande senso di impotenza e di vuoto…se ci fossero nella società più persone come te sicuramente il nostro mondo sarebbe migliore, GRAZIE!

  86. maria cirillo il 20 novembre 2006 alle 05:21

    Ciao Roberto, non ho ancora letto il tuo libro ma non vedo l’ora. E` un po difficile per me perche` abito negli Stati Uniti. Ho visto la tua intervista in televisione e devo leggere il tuo libro sento che e` importante per me… ho visto qualcosa nei tuoi occhi che non so descrivere….. sai ho perso mio fratello l’hanno scorso e` stato ucciso dalla ndrangheta in Calabria e si chiamava Roberto come te…. non se lo meritava era troppo buono.
    Non so perche` ho deciso di scriverti ma ti voglio ringraziare per essere cosi` aperto c’e` ne sono pochi come te…. che peccato.

  87. vincenzo il 20 novembre 2006 alle 23:16

    roberto grazie
    un povero cristo come me aveva bisogno della tua comparsa!
    ti considero anch’io l’ultimo dei moicani, passerai alla storia.
    sentivo molto la mancanza di unintellettuale vero, uno che sapesse parlare alla gente comune, alla plebe, al volgo. che sapesse spiegare con parole ad essi comprensibili i fatti, le cose, le persone.
    aiutaci a far emergere gli altri come te e a toglierci di torno questi psudointellettuali che si auto esaltano e autocerebralono e autocitano tra loro stessi, ma che nessuno li capisce e sanno campare solo coi soldi degli altri, e campano anche senza farsi mancare niente.
    ti invidio su quella vespa. anche io giravo e vedevo, ma non avevo il dono della parola.
    rimani tra noi ti prego, se vai a vivere da qualche altra parte, faccio le valige e sparisco.

    bello il riferimento ai giacobini e a eleonora. lei l’aveva capito 250 annifa.
    l’istruzione è fondamentale, ma senza persone come te e lei quale istruzione è possibile?
    vedi, io penso che il popolo sia molto sensibile e capace di avvertire sensitivamente certe cose. per cui sente che non c’è da fidarsi dell’istruzione somministrata da certe persone indegne e senza spirito o animo gentile. per questo forse i napoletani non si sono fatti educare e rifiutano la cultura.

    ciao roberto, anch’io so, ma non ho le prove.

  88. mila il 21 novembre 2006 alle 14:19

    Robbe’,
    ho letto il tuo libro, lavoro nel “mondo” del latte in Campania, lo schifo di cui tu parli è tutta verità e non si è concluso con i cambi di immagine e di gestione .
    A volte mi sento senza speranza: propongo lavoro secondo le regole e viene rifiutato perchè lo stesso lavoratore cerca il “nero esentasse”, propongo e, a volte obbligo, alla formazione e questo viene visto come una sanzione, cerco di sollevare le coscienze sull’istruzione dei figli, e soprattutto delle figlie, e mi viene risposto che non è possibile.
    Lavoro in Campania e mi sembra di essere in guerra.
    E’ triste non leggerti più in questo forum, se non scrivi vuol dire che non puoi, ciao Robbè cerco di tenere duro e di non stare mai zitta, ho già rischiato qualche “paliatone” anche se donna ma mi importa poco.
    Io dico che tu non sei l’ultimo dei moicani ma forse uno dei pochi soggetti il cui DNA andrebbe messo in coltura e ricombinato con quello di questa stirpe maledetta che è la nostra.

  89. alfredo scielzo il 21 novembre 2006 alle 17:17

    Da napoletano che vive a napoli e che per le radici profonde, che arrivano fino al cuore di questa terra non vivrebbe mai da un altra parte. Ringrazio Roberto Saviano perche finalmente grazie al tuo libro qualcuno presta attenzione alle urla mute di tanti napoletani sfiniti, demotivati, infelici e morenti nell’anima nel vedere la propia citta soccombere sotto il dominio di questa criminalita’ che si riproduce ad una velocita’ inarrestabile e non servira ne l’esercito ne lo stato assente da sempre sul territorio a fermare questo esercito del male. Grazie Roberto di aver raccontato tuo tuo malgrado il cancro che uccide questa terra bella come il sole ma resa brutta da chi la voluta cosi e continua a volerla cosi perche cosi va bene a loro. .

  90. Lisa il 24 novembre 2006 alle 22:29

    Ciao Roberto.
    Non so se ora come ora hai ancora tempo di leggere questi commenti.
    Sono arrivata a pagina duecenttrentaquattro di Gomorra. Io so. Queste pagine mi sono piaciute così tanto che appena sono arrivata a casa ho digitato le prime parole su google per vedere se qualcuno l’aveva trascritto da qualche parte, quel pezzo. Lo volevo stampato su carta, da portare dietro. Un’altra stampa da appendere in camera. Magari farci uno screensaver, solo di parole.
    Ed ecco dove sono arrivata.
    Le sto divorando, queste tue pagine. Non riesco a smettere di leggere, e mentre sto facendo altro, mi viene l’impulso di aprire il tuo libro. Incredibile.
    Leggo così in fretta che le parole si accavallano, vanno tutte una sopra l’altra. E allora rileggo per fare ordine, ma già l’occhio sta scivolando alle righe successive. So che è uno di quei rari libri destinati a essere riletti e riletti.
    In tutto questo. Grazie.
    Di cuore.

  91. giacomo il 28 novembre 2006 alle 09:10

    Ho finito in questo momento Gomorra. Sembrerà stupido e inutile. Ho sessant’anni e sono navigato agli orrri di questo mondo. Ma non avevo mai letto, con tanta chiarezza, l’abisso di nefandezza che ci circonda. Sono napoletano e amo la mia città. Ma sono distrutto da tutto ciò che la circonda e la demolisce. Non ho molta speranza. So solo che Saviano ha aperto, ancor più, una ferita sanguinante. E, come lui, come Papillon non riesco a dire altro che “Maledetti bastardi. Siamo ancora vivi” anche se non so che fare, a chi unirmi. Mi sembra tutto così disperatamente chiuso.

  92. Chiara Di Napoli il 16 dicembre 2006 alle 01:21

    Scrivo a Roberto Saviano.
    Mi ci è voluto del tempo per poterti scrivere.E questo perchè oltre a leggere il tuo libro..ho rivisto un po’ la mia vita,quasi come se io e te avessimo percorso un segmento di vita insieme.Ebbene,io conosco profondamente tutti i luoghi di cui tu parli nel testo:vivo a Napoli,ho vissuto qualche anno anche al Villaggio Coppola,a Forcella e nella Pignasecca…non posso che ammirare il tuo gesto,semplice,puro:uscir fuori con la parola.Ma vorrei aggiungere una goccia d’amaro:Napoli non la si cambia , è nata così con la sua duplice essenza,con i suoi aspetti frammentati,una natura dualistica in ogni cosa,in ogni sua pietra..ora è sopravvenuto uno squilibrio tra i due(molteplici) aspetti ed è questo l’aspetto preoccupante.
    Bisogna riequilibrare le parti,ristabilire il dualismo pre-esistente.
    E sicuramente tu sei il primo ad aver messo i pesi nella parte giusta della nave…grazie..io ti seguo in questa battaglia(quotidiana)da quando scendo per i vicoli,cammino per i quartieri, e parlo con la gente,e guardo la città..
    Mi piacerebbe discutere con te di tante cose. e approfondire di più la questione.a partire dalla tematica del cemento.Da archietto quale io sarò..mi interessa il destino della mia città, e mi pacerebbe parlarne proprio con te!
    Grazie pe rl’attenzione e scusa le mie tante parole.

  93. beba il 9 gennaio 2007 alle 06:05

    Sono,credo, fuori luogo. Questa sera mi sono stati fatti racconti strani e dolorosi sulla mia città. non sono biancaneve però… sto leggendo Gomorra e ho pensato tutto il mondo è paese, tutti i paesi sono nel mondo, tutti i posti sono uguali. Io però mi sento diversa e mi domando se posso fare qualcosa…

  94. Anna il 21 gennaio 2007 alle 12:19

    Ho appena finito di leggere il libro di Saviano. Io non sono napoletana, ma ho vissuto a Napoli per alcuni anni, per studiare, all’ombra dei palazzi accatastati di Forcella…gli anni trascorsi a Napoli hanno sviluppato in me una strana percezione della città, uno strano sentimento di sovrapposizione di estrema passione per questa terra così tanto contraddittoria e, allo stesso tempo, di rabbia e rassegnazione. L’indagine di Saviano ha fortemente confermato queste mie sensazioni, regalandomi però una maggiore chiarezza dei meccanismi che governano la città. Credo che descrivere il libro sia assolutamente banale e riduttivo; ho sentito qualcuno parlarne come di un testo commerciale e di massa..beh, se i fenomeni di massa sono fenomeni di ignoranza, credo che in questo caso tale fenomeno di massa sia un fenomeno di conoscenza, un risultato assolutamente positivo che vede le persone mobilitarsi nella lettura di un libro come questo, spinti da semplice curiosità, che poi si ritrovano faccia a faccia con i retroscena di un mondo che non è così scontato come sembra. Grazie Saviano, del coraggio e della passione che hai messo nell’inchiesta. Sono con te. Anna

    p.s. Saviano ha una e-mail?

  95. geronimo il 25 gennaio 2007 alle 14:17

    Roberto, nelle tue parole ho riconsciuto molto della mia infanzia e della mia adolescenza senza parlare della realtà di tutti i giorni, ti confesso che le tue riflessioni sono state anche le mie, ricordo ancora quando leggevo delle teorie economiche e le confrontavo con le faccie i discorsi del mio quotidiano.
    E credo di capire per quale, apparentemente, malsano motivo nonostante le logica, l’istinto, la parte più remota della tua carne ti direbbe di andar via di stracciare la tua carta di identità e di nascere di nuovo in qualche altra parte del mondo dove non esiste nemmeno una cartolina con quello stramaledetto pino ad ombrello, si scelga di rimanere qui e continuare a dare segni di vita a dare un sussulto a quel tracciato piatto, con tutta la disperazione di chi sa di dover combattere con una piuma contro un carroarmato.
    Ricordo quando ero ragazzo, e come tutti i ragazzi napoletani vivevo praticamente per strada, gli amici la ragazza la società era tutto lì il mondo
    gli amici “i compagni” come diciamo noi (di circa 50 i superstiti si contano sulla punta delle mani, per lo più dispersi ormai chissa dove) e ascoltavo con stupore e rabbia discorsi che capolgevano completamente tutto quello che mi avevano insegnato i miei (provengo da una famglia di quel proletaritato meridionale che è stato carne da macello nel miracolo italiano) , in un mondo dove la morale era completamente capovolta, dove i cattivi erano i polizziotti e i buoni erano “l’uommini”, dove negli armadi in soggiorno al posto di servizi di piatti e bicchieri di cristallo ci sono mitragliette uzi e 45′ magnum ( a casa di un mio “compagno” di giochi), io caparbiamente mi ostinavo a dire che non era così che non era possibile che quella fosse la via, passando per fesso nel migliore dei casi (o come dici tu nel libro “un uomo con la laurea e senza pistola non è un uomo”) o la frustrazione quando io ero relegato fra quelli senza soldi e che in certi posti non ci potevano andare, oppure peggio quando si offrivano di pagare anche per te. alla fine caparbiamente sono arrivato dove sono: 1500 euro al mese una moglie che presto mi darà un figlio ed una casa e nonostante tutto (anche diverse occasioni di cambiare nazione con un lavoro più che buono), rimango qui, perchè non possono vincere loro, che non sono solo quelli che stanno in galera, ma anche quelli che “tiramm a campa” e intanto si comportano con la stessa arroganza di quelli di cui hanno paura (o invidia). Ma poi, poi come si fà ad uscire dalla riserva come si evita di sonarcela e cantarcela tra di noi, quanti, secondo te a scampia o nel bronks a s. giovanni hanno letto il tuo libro (o un libro qualsisasi) traendone una morale diversa.
    Ebbene, penso che come è successo a me se almeno uno di “loro” cambia idea ne è valsa la pena, è una ” vittoria di Pirro” ma fa tanto bene al cuore un piccolo sussulto a quel tracciato l’urlo di papillon che sulla zattera di cocchi urla all’isola “SONO ANCORA VIVO”

  96. jan il 25 gennaio 2007 alle 16:42

    Ciao Geronimo, il tuo commento vale un articolo su NI. Quando chiedi

    Ma poi, poi come si fà ad uscire dalla riserva come si evita di sonarcela e cantarcela tra di noi, quanti, secondo te a scampia o nel bronks a s. giovanni hanno letto il tuo libro (o un libro qualsisasi) traendone una morale diversa.

    mi viene in mente questo pezzo dove si discute proprio di come Gomorra sia letto “dall’interno del sistema” in chiave mitica, inaspettatamente.

    https://www.nazioneindiana.com/2006/12/10/gomorra-e-dintorni-antonio-menna/



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