La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini

3 gennaio 2006
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di Duccio Battistrada

Lo dico subito. Io Pazienza non l’ho mai conosciuto. Sfiorato sempre, visto mai. Ci sono dei posti di Roma dove passo e dico: ecco, qui è quella volta che non l’ho incontrato. Perché non ho voluto incontrarlo. Come la biblioteca in Via della Gatta. Non andai all’inaugurazione della mostra, ci andai dopo e ancora bestemmio gesucristo di non essere stato uno dalla corsa facile e dal piglio disinvolto, per fregare – un attimo ci voleva, un attimo! – da quelle salette uno degli originali di Francesco Stella, una storia a colori su Frigidaire, colorata da lui, non dalla moglie o da chissà chi per far sembrare nuove storie concepite in un bianco e nero gelido e perfetto. La tavola con Betty Curtiss, due esse, figlio del popolo. Con i capelli disegnati uno a uno, mentre si accende una sigaretta. Da prendere Benjamin, W. per la collottola e sbatterglici la faccia contro a ripetizione come qualcuno fa coi gatti che cacano in salotto, allora, neanche qua c’è l’aura secondo te? Eh? EH?

Mai voluto incontrarlo: perché. C’era chi si riconosceva nelle sue storie. Per me il discorso è diverso. Quelli come me, piccoloborghesi senza possibilità di redenzione, borghesi che per paura di essere troppo borghesi si chiudono in una borghesissima paralisi (sembra un meccanismo elementare, ma c’è chi non si è mai ripreso), sfogliavano ogni sua pagina con gli stessi occhi sognanti, la stessa sospirosa trepidazione delle servette degli anni Cinquanta che leggevano i fotoromanzi (chiamati all’epoca fumetti), spinti da un’identica pulsione: avere accesso a un mondo che a loro era, e sarà sempre, precluso, perché di fronte a un ago svengono, di fronte a una ragazza scappano e di fronte alla vita è meglio non guardarli, ci si vergognerebbe troppo per loro. Quindi incontrarlo non aveva nessun senso. Cosa avrebbe potuto fare una tremula domestica di fronte a un Gregory Peck incontrato per caso se non svenirgli davanti? Ecco. Ma già da subito ti trovi ad avere una posizione da difendere se non ti vuoi sputtanare, mi si diceva che disegnavo bene, ma perché non cerchi di conoscerlo, tiene anche dei corsi. E così dovevo fare finta di rincorrerlo. Ma appena uscivo trafelato da casa il passo rallentava, cominciavo a osservare le vetrine, guardavo l’autobus allontanarsi dalla fermata dov’ero in attesa, sapevo che non dovevo arrivare. Iniziavo a elaborare una labile scusa se qualcuno avesse chiesto notizie, bè, quel corso?

E così la città ha per me l’aspetto principale di sottofondo logistico di una rete di incontri mancati con l’Autore, alla quale fa da parzialissimo contraltare, anche se su scala più ampia, una serie di incontri con le Opere, inseguendo quello che la vita è stata e riducendo l’esistere a un continuo rimpianto, facendo finta che sia ancora possibile usarle per accendere una luce dentro se stessi.

Dietro piazza Navona c’è uno dei pochi palazzi di Roma con la facciata affrescata. Figure monocrome su uno sfondo nero, non so se per lo smog o perché era già così in origine. Lì c’era una libreria dalle larghe e spesse porte di legno, dove Apaz insegnava. Mi presentai apposta all’ultimo giorno, per sentirmi rispondere che i corsi erano al completo. E leggendo Pompeo tanti anni dopo, quando parla dei suoi allievi, non me ne sono mai pentito. Tanto per far vedere, andai a una delle tante scuole di fumetto che c’erano all’epoca, vicino piazza San Giovanni, lo stesso portone del Mago Zufus. Versai un acconto. Mi ritelefonarono dopo qualche giorno: vietti a riprendere i soldi, non siete abbastanza per fare il corso. Chiusero poco dopo. Il Mago Zufus credo sia ancora lì.

Forse non a livello conscio, ma era palese l’inaffrontabilità dell’incognita x di un’equazione parisiana così concepita: se addirittura dietro ai sillabari c’è l’odore del sangue, quando il punto di partenza è l’odore del sangue dietro ci deve essere qualcosa che non si può sostenere. Quel misto di Rembrandt e Abbatantuono, Troisi e Caravaggio, era inavvicinabile. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, come dice Pavese. Chi ama brucia, come dicono i Pavesini.

In un tempo in cui non solo si mandavano lettere imbustate e francobollate alle riviste ma addirittura, seppure con aria di superiorità, qualcuno leggeva queste lettere, un lettore di Linus nato nel mio stesso anno scriveva della sua vita, del fatto che ora faceva un lavoro (chiaramente: insoddisfacente, anche se con soldi e tutto), aveva gente che dipendeva da lui eccecc. Ma riparlava di quando era piccolo. Del 77. E diceva: “Cominciavamo a sognare la vita e il nostro sogno era già morto”.

La prima volta che vidi i suoi disegni fu su Alter. Con arrancanti rapidograph provai a copiare a china qualche figura, devo avere ancora Pentothal che strascicando i piedi dice, nel pezzo nel deserto, il più à la Moebius, “tienilo, vado a prendere la pistola”. Pochi mesi dopo, a carnevale, a una festa delle medie dalle parti di piazza Pio XI di un compagno di classe già fascista con fratello maggiore fascistissimo collezionatore di elmetti e gagliardetti e proiettili e medaglie, andai dodicenne col jeans strappato, scarpe da tennis di tela, camicia bianca e gilè, in testa un foulard di mia madre. Bianco a pallettoni rossi. Vestito da indiano metropolitano. Sembrava davvero il corso naturale delle cose. A volte faccio finta che tutta la merda del dopo non sia mai arrivata, ma non è semplice.

Rileggendolo cerco di capire con il passare degli anni quali righe e quali citazioni avranno bisogno della nota. Per esempio: nel Partigiano un personaggio fugge paulistando, cioè fa: oiaiaiaiooie!, un verso ben preciso della pubblicità del caffè Paulista (Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via), già fuori portata per un venti-trentenne che non sia appassionato di vecchi caroselli. Meno considerabile come criptica ma credo in serio pericolo di oblio, non so, non ho più il polso dei ragazzini: bene, disse Uccio, non mangerò più per giorni sette – poche ore dopo lo raccoglievano che ancora respirava: primo incontro con la decontesualizzazione o ricontestualizzazione, questo è il Guccini della Locomotiva, conosciuto all’epoca dal 91,7 per cento di chi aveva dai 12 anni in su anche se solo il 28,3 era in grado di mettere in fila bene le strofe al momento di cantarla – perché, sì, si cantava, col sopracciglio corrugato, hai voglia a scherzare sul fatto che era una palla. Un cambio clamoroso di segno invece cita il dimenticatissimo Minus, il fumetto più orrendo del mondo, e lo cita perché con Jori che lo disegnava la sua Betta – chi non ne era innamorato, specialmente dopo aver visto il suo ritratto – lo tradì. Ma questo ancora non si sapeva.

Andai a comprare il primo numero di Frigidaire dal solito giornalaio sulla Gregorio VII. L’avevano rimandato indietro al distributore una volta visto l’inserto, che riportava una serie di foto di “morti in pratiche autoerotiche”. La biondina figlia del giornalaio da quel giorno non mi sorrise più come prima.

A vicolo della Penitenza, vicino Regina Coeli, c’era la sede di Frigidaire. Decido di abbonarmi, mi pare 10.000 lire o 16, promettevano anche l’originale di un autore (mai arrivato). Sfrutto una mattina che usciamo prima da scuola, è proprio là davanti, mentre mi avvicino spara il cannone del Gianicolo, apro la porta a vetri col cuore che batte ma c’è solo un riccetto, gli dò i soldi, mi scrive su un piccolo bloc notes a quadretti la ricevuta. Passano i mesi. Non arriva niente. Vado là incazzato, quanto può esserlo un mortale con gli dei dell’Olimpo, ma incazzato. C’è Sparagna. Gli dico così e così, “ma a chi li hai dati”, gli faccio vedere il foglio con la firma di FD, “aaahhh sì beh scusa sai, fai così, ridammi i dati, non ti preoccupare tu sei…?”. Da allora Frigidaire arriva. Mi arriva già letto: in casa mia non c’è il portiere e non sia mai che per mettere nella microscopica cassetta della posta la Sacra Rivista la pieghino in quattro, o peggio se la freghino direttamente dato che la cassetta dà sulla strada. Così lo faccio arrivare a casa di Paolo, dove il portiere c’è. Paolo me lo porta in classe senza il cellophane e con i suoi commenti del cazzo, pure giusti magari, ma fatti solo per far pesare l’anticipo. Oh, cazzo, sono IO che mi sono abbonato. Magari ci si è pure fatto qualche pippa. FD poi non l’ho perso. Oggi me lo ritrovo amministratore delegato di una miliardarissima rivista di gastronomia paracula, e imparo che dalle diecimila solate ai sedicenni si può arrivare in alto. Ma è tardi.

Ognuno ha il suo legame speciale con Andrea Fa Senza, questi i miei: in una tavola di Pentothal appare la data dell’8 aprile, giorno del mio compleanno. Un’altra cosa me la tengo per la fine. Ma soprattutto: la mia residenza è in via Zanardi (ancora, anche se ormai non ci abito più), dove mi trasferii l’estate che Frigidaire aveva in copertina la ragazza sullo squalo e che uscì Aficionados (“possederlo denuncia il vostro statos”).

A casa ho uno Zanardi su sfondo nero. Ottenuto grazie alla mia testa di ricci alla Battisti che oggi non si potrebbe ricostruire neanche al computer e al faccino dolce che riuscivo a fare. C’era rimasto solo quello in esposizione, tutto dipendeva dalla ragazza vicino al tavolo dei biglietti, una mora di almeno vent’anni, un’enormità per me che ancora dovevo dare il mio primo romantico bacio (sarei stato acchiappato ALMENO un anno dopo, a tradimento su un davanzale del liceo, da una di quelle del quarto che appena arrivate erano già molto più scafate di me all’ultimo anno – ero, credo, l’ultimo a mancare alla sua collezione). Invitai l’elegante responsabile vestita di nero a pochi passi di un discretissimo a parte con parole di grande dolcezza e toni quasi di seduzione, finché urlò da lontano alle ragazze della biglietteria: “che dite, glie lo diamo il manifesto a questo bel riccetto? Massì, diamoglielo, è così carino…”, guance rosse per la presa per il culo ma era fatta. C’era anche, paginone appeso al muro, un’intervista a Rinascita che non ho visto citata mai più da nessuna parte. Niente di così nuovo rispetto a quello che si sa, ma articolava bene il fatto di disegnare con la pancia, con le viscere. Fuori, sulla destra, partiva la scala a fianco della quale Keith Haring durante una sua mostra cominciò a dipingere sul muro del Palazzo delle Esposizioni. Come a Pazienza non servivano le matite, Haring non aveva bisogno di tracce da seguire: aveva tutto in testa, e qualsiasi fosse lo spazio da riempire lo faceva con precisione al primo colpo. Ma Roma non apprezzò: qualcuno chiamò i vigili a fermare tutto. E più tardi la parte di muro già dipinta fu cancellata.

Via della Maddalena è la strada che decine di migliaia di romani percorrono e hanno percorso quando dal Pantheon dicono: “Gelato?” e si avviano verso Giolitti. In quella direzione, sulla sinistra, c’era un enorme negozio Fiorucci. Anni Ottanta allo stato puro. E’ lì che presentò il suo libro della Glamour Book Assenza Perenza. Come al solito passai qualche giorno dopo ad annusare l’aria in un tripudio di rosa shocking. Comprando il libro, autografato a matita, rimasi un po’ male per la scarsa congruità della firma, probabilmente scarabocchiata in fretta insieme ad altre cento e poco simile alle mille che si conoscevano.

Anni e anni di attesa per il manifesto della Città delle donne, distribuito in poche copie all’entrata dei cinema dove proiettavano il film. La grafica con la quale lavoravo alla prima del film ne aveva presi due, di quei manifesti. Uno ce l’aveva alla testa del letto. L’altro, chissà… finché la sostituii per una settimana quando aveva da fare non so cosa, e il lunedì tornò con l’agognato rotolino e un gran sorriso. Convinzioni estetiche: la mia passione per le donne dai capelli scuri, ricci e frastagliati viene da qui.

Poi un 70×100 fatto per Legambiente, rimediato dopo un concerto al Villaggio Globale taaanti anni fa. Uno in genere fa follie per amore, per una donna, per una causa nobile: si trasforma, trascende il suo essere, si trova a compiere azioni delle quali non si credeva capace. Io è in occasioni come queste che riesco a diventare un altro. Sono uno buono, sempre fatto la tessera sull’autobus, rarissime canne, quasi sempre avvisato se mi davano del resto in più. Ma al diniego dell’obiettore allo stand di Legambiente – no, il poster non è in vendita, mi dispiace – tutte le mie percezioni si acuiscono: questa situazione va risolta. Riesco a leggergli da una piega della bocca che a lui non frega più di tanto. Penso poi al mio, di servizio civile, e a quelle poche lire che prendevo, alcune delle quali alla voce “effetti letterecci”, lo stato che ti risarciva delle lenzuola che non gli consumavi in caserma. E poco dopo, studiata una frase corta e discreta da buttare là, torno alla carica e in un momento di distrazione degli altri dello stand gli faccio cascare là che lo pago. Se trova il modo di, ventimila per lui. Mi guarda fisso per un po’, scuote la testa come a dire “che mi fai fare”, poi: “Passa tra poco”. Ci accordiamo. Altra attesa fino all’appuntamento delle due, quando è rimasto solo con un amico, in una delle tante zone buie che per fortuna non mancano, “vai via subito però!”. Nell’oscurità guadagno l’uscita a saltelloni cercando di non scivolare nel fango.

Tante le mostre in giro per l’Italia. Al Forte Prenestino un altro furto mancato: inaspettatissima, la copertina di Cannibale Golf, il teppista in attesa con la mazza, in una delle prime stanze in quella fuga di incredibili locali sotterranei. A Siena, ai Magazzini del Sale (anzi, Magazzeni, bah) dopo un viaggio in treno interminabile, ascoltando la prima delle C90 ska e altro degli anni ‘80 che mi ero appena fatto per mettermi nel mood giusto, iniziava con Beat Crazy di Joe Jackson. Sul vagone, senza scompartimenti, tre ragazze francesi, sedute accanto. Mentre parlavano disegnai la più carina, capelli chiari di seta con la coda di cavallo. Prima di scendere le diedi il disegno con la scritta “bon voyage”, lo accettò con un bellissimo sorriso ringraziando addirittura, non come un’altra a Parigi che non si era neanche degnata di mandarmi affanculo. Nelle due ore di attesa a Chiusi s’impose l’acquisto di una serie di cartoline della città sul tipo di quelle che ora sono raccolte e catalogate in costosi volumi intitolati “Ugly postcards”, dove l’apoteosi di squallore dei luoghi raggiunge una tale intensità da travalicare qualsiasi categoria estetica. A Siena vidi per la prima volta il falco nella pioggia e le sagome di Zanardi Colasanti e Petrilli fatte per Energie che solo pochi anni prima avevo visto nelle vetrine di via del Corso.
A Palazzo Re Enzo di Bologna con un amico, ci volevano chiudere fuori proprio appena arrivati davanti all’ingresso dopo una fila lunghissima, più di tanta gente non poteva entrare, ho dovuto tirare fuori il romanesco che non uso mai: dai semo venuti io da Roma lui da Bbbari… : e faccio un gesto come a passare la parola a Giuseppe, che comprovi con accenti adeguati la sua pugliesità. Ma non serve, è bastata la minaccia: ci fanno passare. Gli acquarelli del padre. I resti di un’enorme figura a cavallo salvata dalla discarica.
Nella Fortezza Vanvitelliana di Ancona: buste per negozi, della maglietta in vendita c’è solo una taglia che mi va stretta, lo so che me la metterò e mi darà fastidio alle ascelle e mi farà ingrossare le ghiandole e mi farà venire il dubbio di avere chissà quale bel male, la compro lo stesso.

Ma è stato alla Triennale di Milano che ho cominciato a realizzare una cosa: molti disegni, tutti i disegni colorati a pennarello, stavano scomparendo. Il colore svaniva e perdeva forza, addirittura qualche nero stemperava nel marrone o nel blu a seconda del tipo di pennarello. Quanti anni ancora?

Sarebbero da ritrovare le versioni integrali delle interviste su Teleroma 56, allora la televisione dei radicali, fatte da Carlo Romeo, che diceva che voleva chiamare la figlia Alfa. Quella in uno studio buio subito dopo la morte di Tamburini insieme a Scozzari, a un certo punto lui quasi piangendo di rabbia dopo una osservazione caustica di uno Scozzari per niente commosso, rivolgendosi all’intervistatore: “no, Filippo è una viperha, in realtà…” e dice non so cos’altro. Quella dove si riconosce Villa Pamphili. L’altra dove lui disegna in diretta. Lunghissime. Romeo, da dati presi su Internet, è entrato alla Rai. Val d’Aosta, poi Servizi Sociali. Ma nessun recapito.

Bisognerebbe anche rintracciare, forse è più facile, il “losco mercante d’arte a nome D’Emilio” che servì da modello, inspiegabilmente nessuno lo ha mai fotografato, vorrei andarlo a conoscere per vedere Zanardi da vecchio.

Si leggeva anche altro: Metal Hurlant, edizione francese prima che arrivassero Totem e l’edizione italiana, comprato soprattutto in quel negozio nella piazza dei filetti di baccalà con il tedesco silenzioso dalla coda di cavallo lunga e bionda. A volte lasciava sfogliare, a volte veniva a rimproverarti perché gli sgualcivi le pagine e poi non vendeva più. Si sarebbe rivisto anni dopo, il viso affilato scomposto nel bianco e nero dei puntini tipografici in un trafiletto di cronaca romana, arrestato per violenza carnale.

In fondo al lungomare di San Benedetto del Tronto, nel verde di una bella pineta, c’è una piccola costruzione dipinta di azzurro pastello: è la Palazzina Azzurra. Di fronte alla palazzina versi di Campana sono diventati una scultura di metallo, lettere coloratissime una sopra all’altra: “Lavorare lavorare lavorare preferisco il rumore del mare”. Stavolta poche le cose esposte; alcuni bei quadri. In una minuscola saletta proiezioni un video, con “Letters from home” di Pat Metheny in sottofondo, lo fa vedere mentre disegna alla Mostra d’Oltremare a Napoli. Assistiamo in cinque o sei, una coppia da una parte, una signora piccolina che a un certo punto con voce dolce dice a nessuno, nel vuoto: “Mi ricordo, la sera poi andammo al ristorante e dipinse un sacco di piatti…”. Gli altri indifferenti, io capisco e ho un formicolìo alle orecchie, si staranno facendo rosse. LA MAMMA. E’ uscito da lì. Aspetto che si alzi lei e rispettoso la abbordo, le dico che ovunque lui sia in mostra io ci sono, mi ripaga accompagnandomi lentamente davanti ai quadri, sempre sorridente, chiacchierando, “mentre disegnava nella sua stanza lo sentivo ridere…”. Davanti a un autoritratto, indica con un sorriso e uno sguardo complice la scritta: “La mia miniera”. Arriva lungo e esitante il padre, lei mi presenta sorridendo ancora: “è un amico di Andrea”.

Diciamocelo chiaramente: Astarte, l’ultima cosa, era come una delle non si sapeva che ci stesse a fare, disegni a volte alla Magnus, che senso hanno?, e poi su Comic Art, rivista discutibile… non si fece in tempo a rifletterci sopra.

A via del Mascherino c’è una galleria d’arte. Il gallerista è molto amico di Pablo Echaurren, vi vende le sue cose a prezzi che dice di favore. Ha esposto diverse volte Roberto Lerici, a.k.a. Professor Bad Trip. Interpellato sul gallerista a una fiera del fumetto, il Professor Bad Trip non ha avuto parole gentili: iniquità e sottrazione di denaro i suoi principali argomenti. Ma il gallerista ha degli amici, a un’inaugurazione mi dice “ci saranno certi che conoscevano Pazienza, cioè, più amici della moglie però”, arrivano, inchiodo al muro il più interessante, il più vecchio, una sessantina d’anni. Amico della famiglia della moglie, mi racconta: 1) il Matrimonio di Paz, un accenno, arrivarono completamente fatti tutti e due, come fatti, avevano fumato?, vorrei chiedere ma intanto il discorso si è spostato su: 2) la Morte di Paz. Rientra nella sua casa poco fuori Montepulciano facendo urli di gioia e lanciando banconote in aria: ha venduto una tavola per un pacco di soldi. Bisogna festeggiare!, dice, e poi: Scendo un attimo in paese. Rientra. Poco dopo la moglie lo sente andare in bagno. Passa del tempo. La moglie bussa alla porta del bagno. Continua a bussare.

Morì il 16 giugno, ricordo mio padre che lo aveva sentito al telegiornale e quando rientrai a casa disse hai visto è morto quel disegnatore che piace a te, quello dei fumetti, ma chi, chi, chiedo con il sorriso benevolo verso generazioni che non possono capire le cose di noiggiòvani, questo? no, quello? no, e al nome più incredibile: “eh, sì”. Salii in camera e sentii suonare un sassofono, strumento che già gli anni Ottanta mi avevano fatto odiare. Si esercitava pazientemente infilando scale su scale nell’ovatta dell’aria vicino all’Aniene.

Ognuno nella vita ha delle piccole certezze alle quali aggrapparsi nei momenti difficili. Una delle mie riguarda un disegno di Pazienza dove c’è una cosa della quale, voglio esserne certo altrimenti la mia vita perderebbe di senso, mi sono accorto io e io soltanto. Un’ombreggiatura. Quello che sembra un’ombreggiatura, una delle sue, quei perfetti segni serpentini che si incastonano l’uno nell’altro con equidistanze matematiche. Beh, NON è un’ombreggiatura. E’ una SCRITTA. C’è scritto, con lettere distorte e vorticanti: “La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini”. Più o meno dice così, è tanto che non la vado a riguardare. Se lo avete già scoperto, buon per voi, perché io non vi dirò mai dov’è.

Shpèss i’ ddeshtino è b’ffaddo, diceva Tieco. Spesso la realtà compie atti di erotismo manuale sulla faticosa fantasia: a ospitarmi durante la mia prossima tappa nella memoria (come le vecchiette, nonostante reumi e ferite siano insanabili, il mio viaggio a Lourdes ogni tanto non me lo faccio mancare) sarà, a Monfalcone, un amico di nome Eros Barbo, ero sbarbo, chissà se lui avrebbe apprezzato. Dal 19 marzo 2005. Non mancate.

Pubblicato in precedenza su “Linus”

51 Responses to La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini

  1. linnio il 3 gennaio 2006 alle 07:17

    L’unica cosa che non condivido di questo pezzo è l’iniquo trattamento che si vorrebbe riservare al povero Benjamin. Per il resto, mi viene in mente che per Pazienza, una certa generazione di italiani, quelli che avevano vent’anni attorno al ’77, potrebbero mutuare volentieri ciò che Dostoewskij diceva per i letterati russi della sua generazione: ” siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol”. Molti di noi infatti, trovavano, grazie alle matite geniali del grande paz, la raffigurazione di un male oscuro che li tormentava, l’epos balzano di una quotidianità sprecata fra dissipazioni e vitalismi disperati ed un orizzonte rivoluzionario che più sembrava a portata di mano, più svaniva irreparabilmente. La debauche dei personaggi di pazienza era sempre affascinante, sia quando assumeva le tinte pulp antelitteram del nichilista Zanardi che degli studenti fuori corso, folli, miseri e geniali.
    Mi piace anche quella specie di diminutio del narratore da ‘non sum dignus’ che attraversa tutto il post, la consapevolezza di un’autoesclusione, che ha tratti persino sociologici, da un mondo che pare irraggiungibile per antonomasia. Ma era dovuto anche all’urgenza, che dominava molti di noi, di inventare mitologemi e mitografie che non prevedevano alcun contatto con il Deus absconditus: solo lievi trasalimenti, vaghissimi contatti ( quasi solo di riflesso) con L’Eroe di turno. Attraverso questo post, attraverso le disavventure in cui si era imbattuto il narratore, ho rivissuto, specularmente, tante mie vicende personali e ho pensato che forse il vero, autentico spirito del tempo di quell’epoca era costituito da un’aura cialtronesca che dominava su tutto e tutti, quel senso di perenne improvvisazione, di vaghezza ed indeterminatezza che aleggiava su tutto e tutti. penso al festival beat di Castelporziano, con gli indiani metropolitani che avevano occupato il palco, sloggiando poeti eccellenti ( ” Che volete ? La poesia o er minestrone ? …ma su quella tregiorni c’è un gran bel libro di Cordelli) o nella Valle della Luna, a santa teresa, con gli espropri proletari, le successive spedizioni punitive degli indigeni e sempre gli indiani che decidevano chi poteva entrare o no in quel sancta sanctorum dell’era postfreak.Ecco, vivere quelle vicende e leggere pazienza era un tutt’unico, un continuum narrativo dove non si capiva mai se si era dentro una sua strip o se quello che si era vissuto lo si era sognato od era invece frutto di una realtà trasognata, una reverie ad occhi aperti. per tanto tempo, per esempio, mi sono chiesto se il crollo del palco, alla fine di castelporziano, fosse soltanto frutto della mia fantasia ( una metafora stupenda che contrassegnava, con un suggello di rara potenza figurativa, la fine di un’epoca) o fosse davvero accaduto, con i ragazzi che dormivano là sotto, con il sacco a pelo. l’anno scorso è uscito un bel libro di racconti ‘la virgola nell’orologio’ di toni fachini che recupera un po’ quelle atmosfere, quell aura picaresca e giocosa, minacciata sempre da quell’ insormontabile cupio dissolvi che è tanta parte delle storie raccontate da paz.

  2. dalweb il 3 gennaio 2006 alle 08:50

    Pronto? Ci ho detto. Pronto? Non sento. Pronto. Andrè? Pronto Paz? Ci ho detto. Pronto Apaz? Pronto ? Pazienza? Pronto? Andrea P a z i e n z a? Pronto, ci sei ? Pronto? Sono io. Sono Lilloueb. Sono Lub. Sono Gliattratti. Pronto Andrea, il multiforme? Pronto? Sono Lillo, il puntiforme.

    Pronto, ciao, come? Come? Non sento. Non c’è campo. NO! No, Andrea, non il campo. Non c’è linea. L i n e a . Sì, adesso sì. Come va? Come stai? Comeeee? Stai cosa?!?!?! Una canna? Lì?!! Si può? Davvvero? Nooo. Con chi? Addirittura! Bob? Lui? Nooo e Lennon. Chi? Bakunin, anche lui …Pront? come ahh si, non sentivo. Pertini? Nella pipa? Incredi… Ahhh. E la robba Com’è la robba? Paradisiaca… eh, eh, eh … beh! Chi la porta ? Selassiè? Ah, beh , allora è buona. Certo. Certo. Sì. Sì. Allora…

    Pronto Paz? Pronto Apaz? Non sento un cazzo. Ah sì? Chi? Mio fratello? Passamelo! Ah, non vuole venire? Ah, con chi? Con Moana? Pozzi? Ah, la Pozzi. No, no lascia fare. Salutamelo tu. Cosa? No, no Craxi non c’è più. No. Woytila? Woytila, sì, c’è. Maluccio, ma c’è. Andreotti? Andreotti C’è. C’è. Sembra un ragazzino. Democrazia Proletaria? Andrè sarebbe lungo … non… lascia fa’, che pago io. Cosa? Chi governa oggi ? Andrè non ti sento.. Andrè non c’è… linea. Andrè … CLIC

  3. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 10:12

    La moglie era l’unica di cui si fidava per colorare le tavole.

  4. francesco forlani il 3 gennaio 2006 alle 10:23

    C’era su Frigidaire una bellissima tavola di Pazienza in cui sono tutti insieme. Liberatore, Tamburini, Pazienza, Sparagna, sotto una quercia, attraversati da un senso dell’amicizia e per certi versi da una serenità che solo dei maledetti potevano sentire. Insomma veri cannibali, sperimentatori del linguaggio, creatori di personaggi (Ranxerox su tutti) indimenticabili. Insomma una vera avanguardia.
    effeffe

  5. corpodibacco il 3 gennaio 2006 alle 10:28

    Sì.. la morte di PAZ… anche per me, allora ragazzino (non c’entro niente con la generazione del 77), è stata un evento capitale. Io leggevo Paz e lo amavo, ma la sua morte, ha reso tutto più urgente e deludente al contempo… Morte = rigenerazione… da quella morte sono venute esperienze e letture cruciali per molti, ma con quel gusto amaro di una tragedia irreparabile già polverizzata dall’assenza. Ah! Leggere POMPEO, sapendo che Paz è morto… di overdose, è tutta un’altra cosa che averlo letto prima quando era vivo e disegnante.

    Però, la storia della morte di Paz così come la racconti non mi risulta proprio. A me risulta che moglie e marito si sono fatti INSIEME (con una terza persona, il terzo del triangolo) e poi erano tutti troppo fatti per rendersi conto… (cfr. R. Farina, Il tormenti del giovane Paz! o qualcosa del genere, titolo idiota, libro bello e importante, fatto di incontri piuttosto sinceri con gente del giro).
    Ma poi chissene, tipicamente da quel lato, dal lato EROINA, ci sono state tante censure.
    D’accordo poi sul tuo giudizio su Astarte, bel fumetto esageratamente elogiato dai vari mollica frettolosi di censurare.

    Selli chiappo….

  6. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 12:35

    Vorrei riportare questa sua poesia, che in una delle prime versioni di Colazione al Fiorucci faceva da epigrafe introduttiva al capitolo “Innamorarsi di un poeta è bello”. Pazienza è stato un artista importantissimo. Disperato. Sovrumano. Non maledetto.

    Tasto le mie piante di neve

    Tasto le mie piante di neve
    volo sulle tue angosce
    riversano amore sulle mie membra
    e s’agitano a farmi morire
    vorrei non mi guardassi rapita
    ma diventassi per un attimo pratica
    non puoi dirmi di fare tesoro
    fai quello che vuoi
    ho bisogno di sentirmi guidato
    dalla tua fantasia di donna che sa
    ritorno ad un tempo ubriaco
    della tua pelle soffice
    quando per un tuo sorriso prezioso ero disposto
    a rinunciare alla parte migliore di me
    quando per i tuoi occhi di niente
    mi trascinavo idiota e stanco
    quando per tutta la gente
    ero un solitario
    acrobata santo
    per non averti mai chiesto nulla
    che andasse oltre la tua dimensione
    catastrofica e ridicola insieme
    di ricca fanciulla ragazza perbene
    ora la mia vena si è esaurita
    ti giuro non oso parlare
    per farti star male un momento per bene
    per farti capire per riuscire ad amare
    ho chiesto soldi alle mie sicarie
    ho chiesto in ginocchio un mese di tempo
    le mie promesse le ho rispettate ed ancora
    della tua infedeltà sono monastico tempio
    non riuscirei mai continuando
    a fingermi ancora mercante di noia
    si vende a peso o a metro quadrato
    nella mia anima è un vero lerciaio
    sono disposto ancora a una cosa amore
    vecchia giovane vamp
    a ritruccare il tuo mito di gloria
    all’altare nascosto della viltà
    per consolarmi osservando l’immagine
    dei tuoi capelli da capogiro
    delle sacre bibbie del tuo seno
    che troppo spesso ho confuso con Dio.

    (1974)

  7. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 12:58

    @ Gemma, difficile, forse impossibile, forse cretino, non usare la parola artista maledetto quando:
    Pazienza
    “Nella notte del 16 giugno 1988 si spegne improvvisamente a Montepulciano. Voci non confermate parlano di un ritorno all’eroina, da cui era riuscito ad allontanarsi da tempo o, più probabilmente, di un suicidio indotto da overdose (a tale proposito sembra quasi autobiografica la storia Pompeo, del 1985, nella quale vengono affrontate senza false ipocrisie e con crudo realismo le problematiche legate all’uso delle droghe pesanti).”

    Tamburini
    “Nell’aprile del 1986, a due settimane dal decesso, viene rinvenuto nella sua abitazione il suo corpo senza vita, vittima di un collasso causato probabilmente dall’abuso di droghe.”

  8. gianni biondillo il 3 gennaio 2006 alle 13:28

    A occhio e croce, Corpodibacco, Duccio Battistrada è della nostra generazione, non di quelli che hanno fatto il ’77 ma di quelli che avevano 20 anni negli anni ’80.
    Mi sono ritrovato moltissimo in tutto il pezzo. Molto bello.

  9. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 13:45

    Pazienza è stato uno dei più lucidi artisti tossicodipendenti, Pazienza era un artista prima che un eroinomane, era un artista potente e visionario e dotato di un desiderio assoluto di onnipotenza e amore (sì, amore) pari alla sua fragilità, e questo è vero per molti tossici, ma anche, o forse di più, per moltissimi artisti. La trasgressività di Pazienza non sta nel fatto che nelle sue tavole si vede l’eroina (se non per chi l’eroina da vicino non l’ha mai vista), la mitizzazione di quell’elemento da parte di Pazienza era accessoria, rientrava in quel ritratto del sé che rientrava a sua volta nell’ottica più ampia dell’autoritratto personale e epocale che è una tappa, anche se nelle modalità più disparate, per ogni artista; stava lì cioè, l’eroina, a costituire una mitologia contemporanea e generazionale, a testimoniare il dissenso a quei tempi, prima ancora che a fare da cifra meramente autobiografica. Una delle frasi di Pazienza che di più mi ha colpito riguarda il rifiuto di andare da un analista: diceva che aveva paura che questo razionalizzasse o esaurisse la sua vena creativa. Pazienza era un artista totale, non un tossico totale, l’eroina era la sua debolezza e non la sua forza, per questo ho ammirato, piuttosto, Vincenzo Mollica, che nel volume che ha curato per Einaudi Stilelibero ha cercato di evitare il più possibile l’aspetto complesso e privato della tossicodipendenza di Pazienza.

  10. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 13:54

    E’ la stessa cosa che succede con Alda Merini. Alda Merini è “la pazza della porta accanto”. Pazienza “il tossico”. Sono etichette che stilizzano così tanto un tratto innanzitutto autobiografico di un artista da cancellare tutto il resto. Quello dell’artista maledetto è un cliché, oggi, e per giunta molto banale.
    Una tavola bellissima di Pazienza è quella del Papa che ha indosso un accappatoio, dopo aver nuotato della piscina della residenza di Castelgandolfo, guarda il cielo notturno, con un bicchiere in mano, e si chiede: “E se esistesse veramente?”.
    Cioè, insomma, Paz non era Vasco Rossi che cantava “Chi non Vespa più e si fa le pere”…

  11. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 13:58

    Scusa Gemma, che cavolo ne sai di come influiva l’eroina sulla parte creativa di Pazienza?!? Credo che Mollica non ne parli semplicemente perché non è in grado di parlarne (ma è in grado di parlare di qualcosa Mollica?, si può oggi considerare Mollica un intellettuale?, può la sua cura assicurare valore?).
    Poi, qualcuno si sogna qui di dire qui che Pazienza non sia un artista potente e visionario?
    Era potente e visionario a 14 anni, figurati dopo.

  12. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 14:06

    Il mio era un discorso più ampio, non rivolto direttamente a te, a parte per quell'”artista maledetto” che mi fa arricciare il naso.
    Pazienza è stato un artista importantissimo per me (per quanto nel 1977 io avessi cinque anni), ho letto libri e libri su di lui, le sue tavole, ho adorato “Paz”, il film di Renato De Maria.
    In generale non amo le semplificazioni.
    Andrea: apriti la testa e mettici questo dentro (te lo dico con tutto il cuore): l’intellettualismo non sempre è garanzia di verità. Mollica non è un intellettuale, è un sincero divulgatore, come Marino Sinibaldi, ma questo non vuol dire che siano dei coglioni, che non siano autorizzati a parlare, che non *comunichino*.

  13. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 14:21

    In più sollevavo questo spunto, il cui noumeno è già contenuto in un punto del (bel) pezzo di Battistrada (“avere accesso a un mondo che a loro era, e sarà sempre, precluso”) e in uno del commento di Linnio (“l’Eroe di turno”).
    Lo spunto è questo: è come se il consumo (e dunque la legittimazione, l’accettazione), da parte di un pubblico, di un artista, prevedesse una forma di identificazione precisa dell’eroe di turno che non può che essere confermata dalle estreme e coerenti conseguenze dell’elemento più peculiare che lo identifica. Ci si aspetta sempre, cioè, che un poeta o un intellettuale muoiano suicidi, un cantante rock di overdose. Come se l’eroe di turno dovesse bruciare sull’altare di un’eternizzazione concessa a patto di una conferma definitiva del suo tratto maggiormente caratterizzante: Jim Morrison, Marylin Monroe, James Dean, Pier Paolo Pasolini, Luigi Tenco. Come per veri semidei. Umani cioè che volano così in alto, mentre il pubblico guarda, da bruciarsi, perché dei non sono, ma ci diventano morendo.
    Non si rimprovera in fondo a certi di invecchiare con noi?

  14. Baldrus il 3 gennaio 2006 alle 15:10

    Qualche tempo fa sul mio sito volevo inserire un ricordo di Andrea Pazienza, così ho chiesto al nostro ex direttore Vincenzo Sparagna (ho lavorato un anno in redazione, anche se non nel buco di Via Penitenza ma in una villetta carinissima a Monteverde) un ritratto. Ho pensato di inserirlo qui nei commenti. Sottolineo che Vincenzo, tra i redattori/amici/collaboratori, è forse la persona che ha consciuto più in profondità Paz. Ecco il suo contributo.

    Il caro Mauro Baldrati, antico collaboratore/redattore di Frigidaire, autore – tra le molte cose – di tante splendide fotografie di Andrea Pazienza e di tutti noi della redazione, mi chiede di inviargli un piccolo ritrattino scritto di Paz. Ora parlare di Andrea non mi dispiace affatto, ma so che qualsiasi ritrattino, memoria o aneddoto non può che essere un parzialissimo contributo per avvicinarsi a uno degli autori più geniali e innovativi del finale del secolo ventesimo.
    Vi era infatti in Andrea una fusione piena, sentita, non estemporanea né estrinseca, tra molti livelli di sensibilità artistica, una sorta di naturale leonardismo, di spontaneo universalismo rinascimentale.
    In lui le più diverse discipline, nelle loro più lontane manifestazioni popolari o d’alto profilo, si univano e si intrecciavano: letteratura e disegno, pittura e scultura, cinema e fotografia.
    Il suo era un viaggio estetico ininterrotto e felice, che andava tranquillamente da Walt Disney a Gustavino, da Sven Hassel a Franz Kafka, da Adriano Celentano a Mozart.
    Questa interdisciplinarietà intima, questo suo nomadismo creativo, supportato da un talento naturale fantastico, non era tuttavia fine a stesso, un semplice (si fa per dire) manifestarsi solipsistico e compiaciuto della sua bravura personale.
    No, il Narciso che abita in ogni Vero Artista, a guardarlo da vicino, è la necessaria autoaffermazione (dolorosa anche quando appare arrogante) di energie, desideri, paure e pensieri di intere generazioni.
    In Andrea, “nato” artisticamente nel fuoco del movimento del ’77, cresciuto in maturità e sicurezza nelle redazioni “anomale” di Cannibale, Il Male e Frigidaire, questa relazione tra l’artista individuale e l’esponente necessario, il frutto succoso, la voce narrante di un pezzo di generazione sociale e culturale è strettissima. Nessuna sua opera può essere capita fuori da questa sfida, da questa prova del fuoco, dal confronto tra il sé dell’autore e il mondo che rappresenta, denuncia, e anzi, direi, cambia con il suo racconto.
    Andrea fu un Kerouac, che non puoi considerare un semplice scrittore, togliendogli la co/invenzione della beat generation, un Dostoevskij, che non puoi capire se cancelli Gogol o i demoni di quel periodo di “anime morte”. Ecco perché la riduzione della storia di un autore come Andrea (o, potrei dire, come Scozzari o Tamburini o me o altri di noi) a una “brillante carriera” è il peggior servizio che tante pseudocelebrazioni postume rendono talvolta ingenuamente, talaltra in malafede – alla sua memoria.
    E’ significativa per esempio la rimozione, pressoché totale nelle celebrazioni postume, come di un accidente di percorso da passare sotto silenzio, del suo rapporto con l’eroina, la sua sorella maledetta.
    Un rapporto che invece fa parte intimamente di quel vivere pericolosamente, al confine con la morte, che esaltò e avvelenò tutta la sua generazione, in quel drammatico finale degli anni ’70, divisa tra il piombo e la droga, l’avventura disperata e la scalata al cielo.
    In realtà ogni sottovalutazione dell’eroina, così come lo spirito rivoluzionario di Andrea e dei suoi/nostri compagni di viaggio e di sfide, è un modo per tradirne la “poetica”.
    Si può forse ridurre Van Gogh a un damerino di galleria? No. E allo stesso modo è assurdo voler separare le qualità formali ed estetiche di Paz da quel suo vivere con la rivoluzione, con il movimento, in quella rivoluzione, vivere con la droga.
    La sfida alla morte di Paz che oggi appare chiaramente come quello che fu, cioè una storia di suicidio involontario, era assurda almeno quanto la sfida alla morte che alcuni di noi praticavano nelle armi o in altre impossibili missioni.
    Dobbiamo leggerla come un segno di un’epoca in cui, forse a torto, ma con molte ragioni, tanti pensarono che i tempi della storia stringevano, che eravamo alla vigilia di scelte epocale che avrebbero cambiato, in meglio o verso il nulla, i destini del pianeta e della civilizzazione.
    Solo questa dimensione, questo respiro rende giustizia alla grandezza del suo segno.
    Non la ribellione, non l’eroina in sé certo, ma quel suo partecipare a una scommessa totale e sincera: liberi o definitivamente morti. La stessa sfida, anche se tutta collocata nell’oscuro intimo dell’io, che, dopo l’avvento di Karol Wojtyla al papato, portammo (con le false Trybuna Ludu, Pravda e Stella Rossa) a est nell’impossibile tentativo (poi incredibilmente riuscito) di rovesciare l’inattaccabile “comunismo realizzato” sovietico. Ed è su questo che dovremmo continuare a meditare, se non vogliamo ridurre l’arte a una “brillante carriera”. L’arte è un messaggio, un destino, una testimonianza, un sacrificio sicuramente assurdo, ma anche bellissimo.

  15. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 15:25

    @ Baldrus

    Non intendevo omettere l’eroina da una considerazione complessiva di Pazienza, ma che mi infastidisce quando quella dipendenza non viene considerata un elemento consequenziale della sua vitalità, appunto.
    Trovai toccanti le scene di Paz, il film, in cui Penthotal urla “Amatemi!”: non parla anche del rapporto di Pazienza con l’eroina quell'”Amatemi!” ripetuto più volte, come un vortice, utilizzando una forma non didascalica, mediata?

  16. gianni biondillo il 3 gennaio 2006 alle 15:25

    Grazie Baldrus.

  17. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 15:25

    Uffa… Mi è saltato “è” tra “ma” e “che”, nel commento sopra…

  18. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 15:36

    Gemma ti ripeto la domanda: che cavolo ne sai di come influiva l’eroina sulla parte creativa di Pazienza?

    Dopo se vuoi parliamo di visioni ampie, prima però bisogna decollare e per decollare bisogna essere prima a terra sulla pista e per essere a terra sulla pista bisogna rendersi conto che non si può dire tutto quello che si vuole, o perlomeno, quando è umorale e infondato, non dirlo come un precetto.

  19. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 15:41

    La cosa buffa Gemma è che sei tu a semplificare vorticosamente, e vieni qui a dire che non ti piace chi semplifica. Ossignore.

  20. francesco forlani il 3 gennaio 2006 alle 15:43

    Grazie a Baldrus e grazie a Vincenzo Sparagna.
    w l’Orda d’oro

    effeffe

  21. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 16:18

    Andrea, sembra che ti fermi al suono di quanto dico. In più non rispondi mai alle riflessioni per nulla semplificatorie che (ap)pongo qui. In ogni caso, è ovvio che non posso dire in che modo PRECISO l’eroina influisse sulla sua parte creativa, non potrebbe farlo nemmeno un’encefalogramma in corso su un tossico in fase creativa, per quanto, come già ho ribadito, non mi sogni di decurtare questa sua “sorella” dalla concezione di Pazienza uomo ed artista. Pazienza non era un artista maledetto, era un artista. Punto. Per me.

  22. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 17:01

    Ma Gemma c’è un rapporto tra quella sostanza, il corpo, e la testa che disegna. Forse fino a un certo punto l’eroina lo aiutava. Poi come sai Pazienza ha sempre giocato con l’idea della propria morte, era una cosa cominciata a quindici anni quando aveva dipinto il suo funerale. Ricorda un po’ Warren Zevon per questo atteggiamento, e infatti il musicista ci andò vicino a lasciarci le penne. Sono vite così, accettano di essere precarie e se lo ricordano ogni tanto. Ma torniamo al disegno del funerale. Non riesco a trovare l’immagine ma è bellissimo – tanto la conoscerai. E’ sconcertante come un ragazzino potesse dipingere una cosa molto più bella e intensa del funerale di Togliatti di Guttuso. Anni dopo ancora giovanissimo decise che non avrebbe più prodotto dipinti (non voleva che continuassero a pulsare nelle camere da letto dei farmacisti). Quindi lui, che aveva già lasciato quadri bellissimi, potentissimi, visionari, liberi dal corso dell’arte che gli passava intorno, rinunciava per fare solo fumetti. Questo se mi permetti è in un certo senso un “voto” (castità, umilta, non so, decidi tu) ma è anche una scelta autolesionista, come tagliarsi una mano per decidere di suonare solo con l’altra. Questi due aspetti della vita di Paz possono far dire che era un artista maledetto. Oppure inventa tu una parola per far sentire che Pazienza rivolgeva contro di se la sua distruttività pur essendo anche un innamorato della vita (del resto sapeva disegnare TUTTO, non poteva non amare il creato).

  23. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 17:04
  24. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 17:41

    I poeti maledetti francesi sono stati definiti così perché per primi fecero della loro vita dissipazione e insieme arte, in quel connubio creativo-autodistruttivo che era l’esatto contrario della vita come opera d’arte del borghese esteta dandy, connubio che, certamente, anche Pazienza conobbe e che lo condusse alla morte. Ma oggi viviamo in un’epoca che umilia continuamente e definitivamente nozioni e concetti che un tempo avevano tutt’altro spessore: penso a quando Pippo Baudo disse che lui faceva televisione nazional-popolare, consegnando così a coloro che non conoscevano l’etimologia del concetto gramsciano la semplificazione che nazional-popolare volesse dire populista, ignorante e privo di contenuto, come era la televisione che faceva Pippo Baudo.
    E’ per profonda stima, perché penso che Pazienza sia stato un artista non inferiore a Keith Haring o Basquiat (e credo che questo sia vero anche per te, no?) che quindi ti dico di non chiamarlo artista maledetto, ma semplicemente artista; dato che oggi anche Kate Moss, modella cocainomane, o le Tatou, che si danno un bacetto lesbico, possono essere ascritte al novero degli artisti maledetti, vista la banalizzazione attuale che riconosce ogni gestucolo o problema privato di artisti o starlette come “maledizione d’artista”. “Dilapido milioni, poi mi faccio e tutto torna bello” (scrisse Pazienza, con una capacità di sintesi e rabbia e verità, e la negazione di ogni autocompiacimento possibile): anche Kate Moss potrebbe dire la stessa cosa, anche Dj Francesco, ma sono forse artisti? No.
    Dici anche un’altra cosa, Andrea, che non mi trova d’accordo. Quando definisci la scelta del disegno, operata da Pazienza a discapito della pittura, “gesto autolesionista”. Leggi cioè una scelta di poetica profondamente rivoluzionaria (la scelta di un mezzo che fosse il più popolare possibile, come fu per Haring disegnare negli spazi pubblicitari vuoti della subway e poi fare graffiti sui muri) in un modo ancora intellettualmente o ingenuamente romantico (secondo me).

  25. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 17:44

    Preferisco chiamarlo artista esperienziale, se devo proprio affiancare ad artista un aggettivo che oggi non sia così inflazionato dall’abuso da non significare più nulla, Andrea.

  26. duccio battistrada il 3 gennaio 2006 alle 18:55

    grazie a tutti per le belle parole e i ricordi – @ gianni biondillo: 1965.

  27. Mia Hoffmann il 3 gennaio 2006 alle 19:46

    Grazie Battistrada,
    è uno splendido tributo (ho i lacrimoni e il suo nodo in gola).

    Mia

  28. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 20:00

    Non so chi siano o cosa facciano DJ Francesco e Kate Moss.
    Torniamo a Pazienza.
    La sua a scelta a un certo punto, in cui era giovanissimo e vendeva quadri, è stata quella di smettere di dipingere, smettere di produrre racconti che si risolvevano in un quadratino, anzi quadrettone dato che dipingeva – anzi spennarellava – su dimensioni rispettabili.
    Smette perché sceglie il medium più popolare possibile?
    Prima di rispondere occorre ragionare su queste cose:
    – La pittura può essere un medium assolutamente popolare, quella di Pazienza lo era sicuramente. Ci sono molte più persone che sanno chi è Van Gogh di quante conoscono Winsor MacCay, eppure sono stati due maestri dello stesso calibro. Oltretutto al tempo di Pazienza le riviste che ospitavano le sue storie avevano una certa popolarità ma non pensare che avessero così tanti lettori.

    – I fumettisti, producono dipinti e fanno fumetti (cito solo qualche illustre esempio Feininger, Munoz, Mattotti, Gipi). Non sono due attività incompatibili, anzi spesso l’esperienza della pittura aiuta a crescere il fumettista, e viceversa.

    – Un fumettista è un narratore, è uno scrittore che usa parole e immagini: il suo istinto è raccontare storie. Questo è l’unica buona ragione per sedersi al tavolo da disegno invece che al cavalletto.

    – Pazienza diceva di non voler vedere i suoi quadri pulsare nelle camere da letto dei farmacisti: lo diceva lui, non un altro, un critico. Detta da uno col suo talento è la tipica frase da suicidio poetico. Per fortuna suicidò una sola parte di sé.

    – Pazienza non ha vissuto come Paul Klee che dedicava con metodicità la giornata, tutta la vita, alla ricerca pittorica e solo una malattia lo avrebbe potuto fermare. La vita di Klee era diversa da quella di Pazienza (se questa diversità la vuoi chiamare esperienza/non esperienza fa’ pure, ma secondo me è una parola che confonde).

    Mr McCay
    http://www.bpib.com/illustrat/mccaypho.jpg

  29. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 20:04

    Pazienza è stato un artista molto superiore a Haring o Basquiat, in qualsiasi campo.

  30. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 20:07

    Sarebbe bello a questo punto ricordare un altro artista maledetto: Marco Pesaresi.

  31. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 20:36

    “Cannibale” fu un giornale underground di massa perché anche se era stampato in 300 copie aveva l’aspirazione di parlare a tutti. Questa prima esperienza segnó il superamento dei vari fogli del ’77 che erano una commistione di fraseologia rivoluzionaria e di letteratura. Intanto, nello stesso periodo, per iniziativa di Pino Zac e di Vincino nacque “I quaderni del sale”, un giornale piú propriamente legato alla tradizione della satira di sinistra, mentre il quotidiano “Lotta Continua” cominció la pubblicazione di un inserto satirico che si chiamava “l’Avventurista”. Fu in questi giornali, che vissero pochi mesi, che si formarono i protagonisti del Male.

    In queste esperienze pilota si scelse la battuta, lo scherzo, la scrittura “demenziale”, e soprattutto il fumetto come strumenti di comunicazione piú “bassi” piú popolari, piú recepibili a livello di massa. Per quanto riguarda i fumetti per esempio si scoprí una cosa, magari banale ma per noi importante, e cioé che non era assolutamente necessario saper disegnare bene o possedere una qualche tecnica particolarmente raffinata. Dal punto di vista dei contenuti quei fumetti, a differenza di quelli degli anni Sessanta e Settanta, non avevano una funzione di evasione ma di denuncia ironica e graffiante della miseria della vita quotidiana che mirava a distruggere il mito della societá reale ordinata e razionale. Questi elementi sono poi stati riassunti dalle solite schematizzazioni linguistico-filosofiche dei media come pura demenzialitá; un modo per impoverire un percorso di intelligenza e di conoscenza.

    Questi giornali si facevano dentro il movimento in una situazione assembleare in cui si incontravano delle persone intere e non delle frazioni di persone, come si incontrano nei meeting societari in cui ognuno interpreta il suo piccolo ruolo di specializzazione e di professionalizzazione. Dalla crisi di questi giornali, nel febbraio del ’78, nasce il “Male”. All’inizio non c’era una redazione fissa. I primi numeri erano piuttosto brutti perché quel che piú spiccava era il cattivo gusto di una satira vecchia, volgare e di maniera con i soliti stereotipi della sinistra che attacca la destra. A cambiare radicalmente l’orientamento del giornale fu il rapimento Moro. Lo sviluppo della vicenda Moro andó in parallelo con lo sviluppo del “Male” come impatto che esso ebbe sulle minoranze di massa del movimento che agivano comunicazione sociale nel senso della loro capacitá di produrre mutamenti reali di opinione. Il “Male” fu l’unico giornale a ribaltare l’operazione ipocrita di santificazione della figura di Moro operata dai media ufficiali.

    Dopo l’uccisione di Moro, il “Male” aprí la fase dei falsi, che consistevano nella riproduzione delle testate dei maggiori quotidiani nazionali. Il primo fu quello del Corriere dello sport che annunciava I’annullamento dei mondiali di calcio. Poi ci fu quello dell'”Unitá” che titolava a caratteri cubitali: Basta con la DC. Era ancora il periodo dell’unitá nazionale, del governo delle astensioni e destino volle che il titolo di quel falso anticipasse la scelta che il Pci prese veramente l’anno successivo. La fortuna del falso dell'”Unitá” poggiava evidentemente su un immaginario che si intuiva desiderato per il “popolo di sinistra”.

    Le vendite ebbero un’impennata salendo fino alle 50.000 copie. Seguirono altri falsi clamorosi come quello del “Corriere della Sera” che annunciava lo sbarco degli Ufo, quello del “Giorno” con I’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, quello di “Repubblica” che proclamava: Lo Stato si é estinto.

    Parallelamente al successo di pubblico e di vendite correvano le denunce e le perquisizioni in redazione e nelle case dei redattori. Io fui arrestato e incarcerato per quattro giorni, ma questo valse, piú che da deterrente, da incentivo pubblicitario, portando le vendite del giornale a 80.000 copie. L’esperienza del Male, almeno nei suoi aspetti piú originali, finirá nel 1980 anche se il giornale proseguirá con altre redazioni fino al 1982. Nell’80 io, Scozzari, Mattioli, Tamburini, Pazienza, Liberatore, cioé il gruppo di “Cannibale”, decidemmo di lasciare quell’esperienza e di promuovere la rivista “Frigidaire”, partendo dalla convinzione che la satira di fine anni Settanta non era piú adeguata a svolgere un ruolo efficace nello scenario del decennio che si apriva; un decennio molto ambiguo in cui da un lato si assisteva al montare dell’ideologia del denaro, del successo, del potere, mentre dall’altro si constatava come l’esito finale della deriva degli armati aprisse moltissimi e inediti canali di passaggio a una nuova comunicazione.

    (Da un’intervista a Vincenzo Sparagno, http://www.complessoperforma.it/77WEB/77-70.HTM)

    Andrea, sei troppo assolutista, non mi piace parlare con te, non è dialettico, sembra una gara a chi la vince, una lotta, non capisci – spesso -quanto intendo dire. Un artista esperienziale è uno che esperisce quanto artistizza. Non tutti lo fanno. Se ci pensi bene. Preferivo questa definizione a quella di “artista maledetto”, che credo non sarebbe piaciuta nemmeno a Pazienza, tronfia e vuota com’è, oggi come oggi, ridicola. Pazienza ha fatto quello che ha potuto e voluto, su questa Terra, e non è stato poco, Haring lo stesso, Basquiat pure, tanti, tutti. Cari saluti comunque, è evidente che mi ritieni una testa vuota nella quale travasare idee, ma credimi, ne ho di mie, coltivate negli anni, nello studio, nella lettura e nella riflessione. Silenziosi.)

  32. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 21:17

    Guarda io pensavo sulle 40.000 copie quando andava bene, insomma non si possono chiamare cose popolari.

    Io mi sono fatto questa idea di te, che tu hai studiato e letto e tutto il resto, che non sei assolutamente una testa vuota, anzi sei molto colta, e forse il problema è questo, che tu ti senti colta e allora arrivi e cacci un giudizio nella forma di un precetto: siete berlusconiani, barbieri è un lacché, caio non sa scrivere, il livello è basso, non devi usare questa parola…
    Forse, basterebbe cambiare stile per avere la dialettica.

  33. Baldrus il 3 gennaio 2006 alle 22:13

    E’ molto interessante la disputa sui “maledetti”. Questa definizione, va detto, è da sempre un metaconcetto dove c’è posto per tutti: è considerato maledetto anche Baudelaire, che ha effettivamente scritto uno dei testi più maledetti del suo secolo, ma come uomo era un dandy un po’ vile, che Sartre, per esempio, ha ridotto in briciole in quel feroce, e per certi aspetti discutibile, libro. Dunque chi è un artista maledetto, e Pazienza lo era? A mio avviso maledetto è chi si pone al di fuori della società, che lo rifiuta, e crea un’arte che non viene capita, anzi, viene osteggiata. Fa un’arte “contro”, dove contro non è necessariamente di contrasto, di attacco, di provocazione; ma è “altro”, per il suo tempo, per la cultura in cui trova costretto a lavorare. Così la società lo emargina, lo sbertuccia, lo insulta, lo caccia nel buio. E lui, dal buio, continua a creare, ma si consuma, si distrugge. E’ sicuramente un’immagine romantica, di chi pone la creazione artistica, il proprio furore creativo inspiegabile, immutabile, al centro del mondo. Dunque Paz lo era? La sua vita breve e tormentata, la sua fragilità, la sua creatività, e il suo flirtare con la morte, come molti della sua generazione, sembrano confermarlo; riguardo la sua opera il discorso è meno chiaro secondo me. Ha ritratto frange giovanili maledette, gli “studelinquenti” Zanardi, Colas; ha creato un personaggio malinconico e allucinato come Pentothal; ma ha lavorato anche per Fellini, anche se poi lo ha attaccato con violenza, perché la collaborazione non è andata tanto bene; ha trattato nei suoi lavori la droga, talvolta rendendola persino affascinante, in un gioco mortale di seduzione; ma lui, con Ranxerox, ha di fatto creato un’estetica di arte giovanile che era diventata di gran moda. Quando andavo a Milano nei grandi studi fotografici a fare l’assistente, per cercare di migliorare la mia tecnica, tutti quei modaioli, quelle redattrici nerovestite, quei redattori delle riviste “glam” venivano a vedermi e dicevano: “no, sei di fri-gi-dèr? Ma dav-vero?”. Ed io che mi sentivo come una specie di scimmia in mostra, e non sapevo che cavolo dire. Quel “dav-vero” lo dobbiamo soprattutto a lui, a Paz, lui aveva creato il glamour, lui faceva “strippare” quelli chiccosi. Dunque possiamo parlare di artista maledetto? Forse mi sento più dalla parte di Andrea Barbieri, ma davvero non so trovare una risposta sicura. Perché forse non c’è una risposta, e questi schemi sono troppo autoritari e delimitanti.

  34. gianni biondillo il 3 gennaio 2006 alle 22:52

    Come immaginavo, Duccio. Io sono del 1966. Fra un mese esatto ne faccio 40.

  35. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 22:58

    Credo che per un artista la fine sia rappresentata dall’ammirazione congiunta di quelli che ama e quelli che detesta. E dalla chiusura in uno stereotipo. Ma gli agenti lo chiamano successo. Andy Kaufman (il “comico” geniale) visse questa parabola sulla propria pelle, visse il paradosso di un pubblico che l’aveva osannato e poi rifiutato nel momento in cui, in estrema coerenza con quanto era per LUI la comicità, cioè continuo rilancio di un’anarchia, si rifiutava di reiterare i soliti sketch. La ricerca di un artista è fatta sempre di solitudine interiore, cosmica, metafisica, in uno spazio in cui esistono soltanto lui, il mondo come ente, e i suoi fantasmi (cioè flirtare con la morte). Qualunque pubblico fagocita, col suo “amore” o col suo odio, e non c’è niente da fare. Secondo me Andrea Pazienza non avrebbe amato la definizione “artista maledetto”, si sarebbe messo a ridere, c’ho pensato tutto il pomeriggio.

  36. Gemma Gaetani il 3 gennaio 2006 alle 23:04

    E, Andrea, non sono colta, né presuntuosa, ho soltanto ricevuto parecchie offese qui, da due mesi a questa parte, vere o ironiche, e allora ci si difende o si tenta di farsi capire.
    In assoluto comunque (ri)cerco maestri, preferisco leggere gli artisti che amo (imparare, dalle parole che essi – parole scritte o disegnate o girate con una telecamera o o o o o o – e critici che fungono da ermeneuti e da storici, più che da opinionisti e fan, hanno scritto).
    Poi non sopporto i capi, né i seguaci.
    Infine talvolta sono sgradevole, come ora.

  37. andrea barbieri il 3 gennaio 2006 alle 23:48

    Baldrus, saranno certamente schemi delimitanti, però ci sono autori che hanno sacrificato il corpo, magari all’inizio li aiutava e poi non ne hanno più fatto a meno anche se gli impediva di lavorare. Non so, Marco Pesaresi, che scattava delle foto bellissime, piene di gioia di vivere, di stupore per lo spettacolo dell’esistenza, poi si consumava da solo fino ad ammazzarsi. Maledetto non sarà la parola migliore, ma è detta con partecipazione e con la consapevolezza che queste persone producevano malgrado tutto pienezza, gioia di vivere.

    @Gemma, più che sgradevole sei allusiva, tra gli “opinionisti e fan” ci sono io?
    Chi è un capo, chi un seguace?

  38. Gemma Gaetani il 4 gennaio 2006 alle 00:58

    Andrea, sei un appassionato, e si sente. Secondo me.

    Capi e seguaci sono quelli che usano la parola per persuadere, con scopo psicagogico, i primi, e quelli che ci cascano i secondi.

    Ciao, ora vado a dormire.

  39. corpodibacco il 4 gennaio 2006 alle 07:12

    @ blondillo: io invece vent’anni li ho avuti negli anni novanta. Credo di aver letto il primo PAZ su alter o su linus a quattordici anni… e quando lui è morto ne avevo sedici… Dunque per me l’impressione è stata forte, ma al contempo come remota: era troppo presto per una identificazione totale con uno Zanna che era in gran parte incomprensibile… In ogni modo, anche a me diede la notizia qualcun’altro, forse mia madre: ricordo che pochi giorni dopo nelle edicole c’erano Cose D’Apaz e The Great, e i miei 4 rispiarmi se ne andarono lì. Fortunatamente in tanti traslochi che ho fatto, quegli albi li ho ancora.
    Ma solo dopo ho iniziato a capire.

  40. biribiri il 4 gennaio 2006 alle 17:40

    cara gemma, ma non vedi che giochi a fare la capa? o tutto va bene, nel calderone?? cosa mi rappresenti?

  41. tashtego il 6 gennaio 2006 alle 08:51

    @
    linnio
    bello il tuo commento, centrato e vero.
    solo che quello non era un “festival beat”, era un festival di poesia al quale partecipavano anche poeti beat e in particolare, se non sbaglio, Ginsberg, Corso, forse Di Prima.
    puoi postare qui titolo ed editore del libro di cordelli?

  42. tashtego il 6 gennaio 2006 alle 10:14

    non ho letto tutti i commenti, dunque sorry.
    but, voglio dire che il mito del maledettismo è ridicolmente giovanil-piccolo borghese.
    pazienza era uno che lavorava duro, si faceva il culo e si guadagnava il pane disegnando gente e ambienti che conosceva, con rara efficacia e lucidità, grande tecnica, spesso arte.
    e poi, come tanti allora facevano, si drogava.
    se qualcuno ha bisogno di pensare che a causa di tutto questo era pure “maledetto”, faccia pure: ma la cosa, messa così, fa un po’ ride, come si disce qui.
    invece un discorso a parte meriterebbe il maledettismo metropolitano di maniera, tutto droga sperma e caccole, di frigidaire.
    attenzione: frigidaire era una bellissima rivista che riuniva un gruppo di notevoli talenti, alcuni dei quali allevati ne Il Male, come lo stesso Paz, come Liberatore, eccetera.
    ma non mi ha mai convinto del tutto l’estetica della “schiuma” metropolitana, che sembrava essere il vessillo della rivista.
    ci vedevo un che di furbo, di calcolato.
    ci vedevo la ricerca di un target di lettori.
    ecco.
    aggiungo che a rileggere oggi quei materiali ci sarebbe molto da capire sul percorso di quelle generazioni, e non solo.

  43. furlen il 6 gennaio 2006 alle 20:08

    Non so se essere d’accordo con te su frigidaire. Sparagna credo abbia avuto un ruolo – e ce l’ha ancora- veramente importante per questa ricerca estetica e per la rivoluzione del fumetto che fecero. In fondo è stato sempre in prima linea , cannibale, il male, frigidaire…) e devo dire che averlo incontrato qualche tempo fa è stata quasi una rivelazione. Il discorso del maledetto – poi pero’ mi spieghi perché i maledetti non dovrebbero farsi il culo, lavorare ecc- lo avevo usato nel senso della disperazione cui la vignetta della quercia con tutti loro faceva da contrappunto. Su Linus credo furono pubblicate poco dopo la morte due bellissime tavole dello stesso Pazienza o forse quattro. Vi si raccontava di un pianista free jazz credo, ma veramente vado a memoria, che muore alla fine tragicamente. Lo si era definito quasi un testamento e devo dire che – adesso non urlate allo scandalo , soprattutto i freddi di chiamata- alla fine della lettura mi accorsi di aver pianto.Tamburini, Pazienza e molti altri, purtroppo tanti di cui non si sa più nulla avevano un fuoco dentro. Che li si chiami maledetti, eroinomani, o tossici, quello che volete, non toglie nulla alla grandezza dell’opera. Pero’ ragionieri no, mi oppongo.

    effeffe

  44. andrea barbieri il 6 gennaio 2006 alle 21:15

    Da ignorante del fumetto, vorrei ricordare anche quelli di Valvoline: Brolli, Igort, Jori, Mattotti, Carpinteri.

    Non vorrei sbagliarmi ma mi pare che Sparagna stia in cattivissime acque economiche.

  45. linnio il 7 gennaio 2006 alle 07:25

    per tashtego: il titolo del libro di Cordelli è:”proprietà perduta”, Guanda. Cordelli, insieme a Simone Carella del Beat 72( teatro off romano), era uno dei deus ex machina della manifestazione. Forse da lì la confusione con il beat.

  46. tashtego il 7 gennaio 2006 alle 09:07

    @ linnio
    grazie linnio.
    @furlen
    dicevo che non bisogna dimenticare mai, secondo me, la nozione di lavoro che abita tenacemente e indissolubilmente quella di arte, con i connessi concetti di fatica, assiduità, mestiere, orari, strumenti e tecniche.
    tutto questo nell’opera di paz si vede benissimo e si vede che alcune serie lui le tira via e lo dice, per fatica, per la troppa fatica.
    forse maledettismo significa disincanto e disperazione e non credere a niente e rifiutare in blocco ogni regola mentale, eccetera: è questo il fuoco di cui parli? se sì, allora condivido.

    io invece mi commuovo, ma non riesco più a trovarla, quando leggo la storia del ragazzo che va la mattina presto a remare su un pattino al largo di s. benedetto e sente da lontano i rumori della spiaggia, attutiti.

  47. tashtego il 7 gennaio 2006 alle 11:15

    @linnio
    pensa linnio, sono ri-capitato al beat 72, per caso.
    avevo bisogno di parlare con un certo professionista e lui mi da appuntamento nel suo studio, mi da l’indirizzo e io vado nella tal via al tal numero, citofono e scendo scalette fino al seminterrato e in pochi istanti mi accorgo che proprio lì, in quello studio, c’era un tempo il teatro beat 72: riconosco i luoghi, la posizione del palcoscenico, eccetera: gli chiedo se la mia impressione è giusta e lui conferma.

  48. duccio battistrada il 7 gennaio 2006 alle 13:15

    @ tashtego: la storia del ragazzo sul pattino è “sogno”, la trovi qui: http://www.2fly.it/paz/galleria/frm_tavole.htm

  49. tashtego il 7 gennaio 2006 alle 16:49

    grazie Duccio.
    delizia.
    ecco, qui, nell’ultimo fotogramma di “Sogno” c’è tutto, o quasi tutto, Pazienza:

    “Sognai che l’acqua profumava di correnti e non esisteva che un languore di colli e prospettive di ristorante, quando io mi metto qui io mi metto qui, e il cane traversa a corsa lo spiazzo di forno, sbucando da un cinto di canne – Stop, bene così! – e si schiaccia sotto un centotrentuno”.

  50. massa il 18 gennaio 2006 alle 13:49

    E adesso?
    Dopo aver pianto con un gran groppo in gola?
    Checcàzzo…
    E adesso?
    Leave a reply dice quissopra… Spara Art spara!, ma io Coccheccosa sparo?
    A Dù il racconto è bellissimo ma quello che inevitabilmente mi resta dentro non è soltanto lui, il racconto. E’ che mi fai guardare in uno specchio di tanti anni fa, e mi ci fai guardare pure tutti questi anni che sono passati e in un lampo vedo anche te, diverso da come questo tempo mi ha fatto talvolta immaginare nella lontananza.
    E’ pure che mi ci rivedo anch’io a viaggiare nella memoria che per me magari non è Paz il santo graal, piuttosto altre cose che viaggiano su binari paralleli, ma pur sempre scoperta e ritorno all’origine allo stesso tempo, andata e ritorno, viaggio compiuto ogni volta fuori e dentro di me.
    Eppoi non so bene che parole trovare per commentare una cosa che le parole ce le ha dentro e con queste parole ti rimpasta i pensieri, i ricordi e gli anni vicini e simili ai tuoi… Non sono nella predisposizione d’animo di commentare l’arte e ormai mi sono messo nella condizione di parlare dei sentimenti eqquìndi…
    Talvolta si viaggia su strade che, come in montagna d’inverno, hanno quei pali gialli e neri che te ne delimitano il percorso anche se c’è neve o nebbia e non si vede bene, poi ad un tratto… una curva a gomito, che ti fa vedere le cose diversamente, che ti fa rimeditare in un colpo una parte o alcuni aspetti della vita che hai ritenuto consolidati e dato ormai per scontati e da cui prendi di volta in volta i ricordi a cui sorridi da lontano.
    Emmenomale chèccisòno così che si possono anche scansare per un po’ i fascisti, i fascistissimi e gli amministratori delegati (i compagni di un tempo / o partiti o venduti).
    Meno male che ogni tanto si cambia direzione.

  51. roccosmitherson il 21 gennaio 2006 alle 20:12

    io la scriita l’ho accusata ieri notte, mentre rileggevo per l’ennesima volta west point..ma che significa? non ho dormito…che rabbia non capire…



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