A Gamba Tesa/ Massimo Rizzante

23 gennaio 2006
Pubblicato da

Il sonno della ragione produce mostri… … El sueño de la razon produce monstruos…
Francisco de Goya y Lucientes Caprichos 43 1797 (El Prado Madrid)

INFANTOSAURI
di
Massimo Rizzante

Imitazione e variazione
Dopo aver letto Svevo e Gombrowicz, ecco la mia concezione definitiva e paradossale dell’uomo: l’inesperienza ontologica lo porta continuamente a rivoltarsi; ma tale rivolta dell’uomo contro la sua stessa immaturità passa necessariamente attraverso la tecnica, cioè attraverso la creazione di strumenti in grado di liberare l’uomo dal peso dell’esperienza. Ciò rende l’uomo sempre più leggero, giovane, immaturo e, inoltre, fa sì che il suo sprofondare nella giovinezza sia direttamente proporzionale al suo progresso tecnologico.
Tale concezione, tratta dai romanzi degli autori della Coscienza di Zeno e Ferdydurke, è un’imitazione, ovvero una scoperta del passato in cui credo, e ci credo perché la vedo all’opera nel presente. Questo mi fa pensare che tale scoperta sia lì, in quanto possibilità dell’uomo, da sempre, e che a causa di ciò io sia in grado di scoprirla di nuovo: è da questo duplice credo che mi è possibile creare una variazione.
Ogni possibilità di imitazione e di variazione si fonda su un altro credo, che è poi una forma di gratitudine: che fra coloro che mi hanno preceduto ci sia qualcuno in grado di farmi scoprire dei vocaboli dell’esistenza sconosciuti, o almeno di trasmettermi insegnamenti .

Cosa quest’ultima diventata ormai obsoleta. Oggi il sapere e l’arte non sono più trasmessi dagli adulti ai giovani: sono i giovani che insegnano agli adulti ciò che è bene e ciò che è male, ciò che bisogna loro trasmettere e insegnare e ciò che bisogna loro proibire. Agli adulti non resta che imitarli. E costoro lo fanno con un desiderio mai provato prima nel corso della Storia. La querelle romantica tra Antichi e Moderni è morta e sepolta. Ma anche la rivolta modernista del XX secolo non ha più senso: nella misura in cui i nonni e i padri combattono a fianco dei figli e dei nipoti, nessuno ha più voglia di rivoltarsi né contro il passato né contro il presente.

Infantosauri

Questo fatto, il fatto che tutti vogliono essere giovani, pone a psicologi, sociologi, pubblicitari ed esperti di marketing grandi difficoltà nello stabilire una frontiera tra età adulta e vecchiaia. Il problema è diventato tema di numerosi dibattiti, o meglio, di numerosi incontri nei quali una massa amorfa e sorridente, che non sa più qual è la sua vera età, cerca di scoprire attraverso un qualsiasi strumento offertole dalla tecnica la possibilità di non sprofondare nella maturità. Ultimamente sono soprattutto coloro che hanno superato la sessantina che vengono studiati da vicino. Quel fenomeno, del resto, che va sotto il nome di «partito dei sempre attivi» – uomini e donne tra i sessanta e i settantacinque anni che non si sentono mai stanchi e che praticano ogni sorta di performance (sports estremi, cure del corpo, turismo sessuale, bio-alimentazioni afrodisiache) – è ormai molto diffuso. In Inghilterra hanno battezzato questo gruppo di persone the grey power; negli Stati Uniti, in California, abitano Leisure World, la prima città proibita ai minori di cinquantacinque anni; le coste del sud dell’Europa (Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia) si stanno trasformando in un immenso villaggio balneare popolato da un’allegra mafia di pensionati all’accanita ricerca di quella che va sotto il nome di «serenità attiva».

Qui, in Italia, si è svolto il primo meeting della «Grande Età». Migliaia e migliaia di over sessanta si sono dati appuntamento in una città rinascimentale al fine di testimoniare, per mezzo delle loro scarpe da ginnastica, dei loro zainetti e delle loro dentiere lavabili, tutta la loro giovinezza. Un sociologo ha immediatamente coniato una nuova categoria: quella di «post-adulti». Queste brave persone che hanno vissuto il ’68, le grandi riforme sociali degli anni settanta, il femminismo, i referendum per il diritto al divorzio e all’aborto, i profondi rivolgimenti politici degli anni ottanta, il terrorismo, la fine del comunismo degli anni novanta non hanno niente da trasmettere ai giovani eccetto il desiderio di essere come loro, ai giovani che non hanno ancora vissuto, e che proprio per questa ragione possono loro offrire dei modelli «senza frontiere», «aperti», «post-storici». Come i loro nipoti, questa folla di giovani vegliardi immortali vogliono abbattere tutte le frontiere non solo economiche, politiche e biologiche, ma anche esistenziali.

Di qui a qualche tempo, tutti noi, dai diciotto ai settantacinque anni, avremo la stessa età, la Grande Età della Giovinezza e finalmente il mondo nuovo, The New World of Leisure, il mondo che ha scelto di liberarsi di ogni esperienza del passato sarà popolato unicamente da infantosauri: una specie che non sarà mai adulta fino al giorno della sua estinzione.
Forse solo chi arriverà a superare la soglia degli ottant’anni avrà diritto di riposare, di riflettere, di sopravvivere. Ma non è sicuro: già vedo all’orizzonte una folla di vecchi boy-scout con i loro zainetti, le loro scarpe da ginnastica, le loro dentiere biancheggianti avanzare di corsa all’alba e riempirci grazie a una viagresca energia la giornata di serene attività senza frontiere: affinché neppure una sola goccia dei nostri ultimi istanti di tempo libero vada sprecata.

Il romanzo e la Grande Età dell’Oblio

In un mondo in cui tutti, dai diciotto ai settantacinque anni, aspirano a avere la stessa età, la Grande Età della Giovinezza, il romanzo può esistere solo in quanto prodotto di e per infantosauri. È così, infatti, che oggi la giovinezza è diventato un valore estetico, un criterio di giudizio critico e un grande affare per i bilanci delle case editrici. È così che l’arte del romanzo, se vuole continuare a mantenere uno sguardo adulto sulla vita, dovrà darsi una missione, che ha sempre avuto, ma che oggi, vista la progressiva uniformizzazione dell’umanità verso un unico modello infantocratico, è diventata indispensabile: proteggere e stabilire senza tregua le frontiere esistenziali tra le diverse età dell’uomo.

Qualche tempo fa traducevo un articolo di Milan Kundera su un romanzo, Il cigno, opera di uno dei più importanti scrittori islandesi contemporanei, Gudbergur Bergsson. Il libro racconta la storia di una ragazzina di nove anni che i genitori mandano per la prima volta in campagna presso la famiglia di un fattore che la piccola non conosce. La bellezza del romanzo viene dalla maestria con cui il narratore ci fa scoprire il mondo della campagna islandese attraverso lo sguardo della giovanissima protagonista. Che cosa significa avere nove anni? In che modo a questa età, in cui i fili della ragione e del sogno formano un solo tessuto variopinto, si conosce il mondo? Che cosa sono l’amicizia, l’amore, il sesso, la morte per chi si è appena separato dalla protezione dei genitori? Tutte queste domande, che abbiamo dimenticato, possiamo porcele di nuovo grazie alla piccola islandese e all’esplorazione romanzesca delle situazioni in cui si trvova. Kundera confessa nel suo articolo: «Mi rendo conto sempre di più che comprendere qualcuno significa comprendere la sua età». Il mondo di chi ha nove anni non è quello di chi ne ha dodici o trenta o sessanta. Se ciò suona come una banalità, è proprio perché nella vita reale noi tutti viviamo la maggior parte del tempo immersi nell’oblio della nostra età. Meglio: noi procediamo nella vita come se non avessimo un’età precisa, come se la nostra esistenza si svolgesse immersa nelle brume di un lungo giorno senza sole. E ciò è un bene: come potremmo altrimenti costruire delle passerelle tra le diverse epoche? Come potremmo dialogare con chi non ha la nostra età? Ma è anche diabolico: l’oblio dell’età, in un mondo in cui tutti, dai diciotto ai settantacinque anni, aspirano ad avere la stessa età, la Grande Età della Giovinezza, significa distruggere ogni possibilità di distinzione tra le tappe della vita e ogni conflitto produttivo tra le generazioni e erigere allo stesso tempo un’invisibile muraglia cinese tra il presente e i secoli precedenti. Ciò significa entrare nella Grande Età dell’Oblio, in cui, in assenza di frontiere temporali e esistenziali, nessuno avrà bisogno di imitare nessuno né di scoprire, attraverso l’esplorazione romanzesca delle avventure di una piccola islandese di nove anni, la variazione personale di quello che avrà da tempo dimenticato.

L’uomo post-musiliano

I maschi della specie degli infantosauri hanno un altro grande problema: quello della riproduzione. Nel mondo ci sono oggi quasi ottanta milioni di uomini che non possiedono uno sperma adatto a fecondare le loro femmine. Certo, non ci è voluto molto perché quest’ultime se ne accorgessero. Ho saputo che qualche anno fa, nei laboratori di un’università di Melbourne, una biologa ha annunciato che in un prossimo futuro sarà possibile mettere al mondo dei neonati senza fare alcun ricorso agli spermatozoi. Le associazioni di lesbiche hanno immediatamente festeggiato l’avvenimento come «l’alba di una rivoluzione millenaria», «l’inizio di un’età in cui il maschio non sarà più necessario».

Francamente, non me ne importa un fico secco se il mondo di domani sarà popolato solo da femmine della specie degli infantosauri (dal punto di vista tecnico, ho letto, una coppia di lesbiche potrà riprodurre solo esseri di sesso femminile) e ogni maschio, dai diciotto ai settantacinque anni, sarà marchiato a vivo sulla fronte con un codice diverso a seconda della sua percentuale di fertilità. In compenso, quello che mi ha molto colpito è aver saputo che tre anni fa, grazie a una nuova tecnica di clonazione, nello stesso istituto australiano è nato un puledro di nome ART (Assisted Reproductive Technique ). Ho avuto una rivelazione folgorante.
Mi è venuto in mente Musil, l’autore dell’Uomo senza qualità, il quale, sentendo per la prima volta l’espressione «un cavallo di genio», fu sorpreso dalla certezza che il suo mondo stava crollando e che un altro, dove perfino un cavallo poteva avere del «genio», era in procinto di nascere. Mi sono detto: Musil, nel suo immenso romanzo, concepito per esplorare quel suo stupore, aveva previsto tutto, ma proprio tutto, eccetto la mancanza di qualità del nostro povero sperma, eccetto quel puledro australiano di nome ART.
La qual cosa mi fa pensare che ART sia la metafora involontaria della condizione dell’uomo post-musiliano, e di quei giovani artisti di genio di tutte le età che vedo uscire come puledri clonati, tutti uguali, tutti bisognosi di assistenza tecnica, dalle scuole di scrittura.
A quando, nella Grande Età dell’Oblio, la creazione di un Istituto per la Riproduzione e lo Sviluppo Artistico?

7 Responses to A Gamba Tesa/ Massimo Rizzante

  1. gianni biondillo il 23 gennaio 2006 alle 10:49

    Compio 40 anni settimana prossima e fosse per me andrei già in pensione, altro che eterna giovinezza! ;-)

  2. Guido il 23 gennaio 2006 alle 11:57

    Bell’articolo! Cos’è, però, che rendeva adulti, prima? E prima di cosa?

  3. Trespolo il 23 gennaio 2006 alle 11:58

    Urca, Gianni, ma… allora son più vecchio io! Ach… dov’è ‘sto Leisure World? :-)

    Buona giornata. Trespolo.

    PS: quella degli sport estremi praticati dagli ultrasessantenni mi lascia perplesso, non è che dietro c’è l’INPS come sponsor dell’iniziativa?…

  4. Baldrus il 23 gennaio 2006 alle 13:01

    A me questo testo fa venire in mente una questione che, a mio avviso, rappresenta un’altra faccia della medaglia. Nell’”arte di curare la città”, cioè l’Urbanistica, vi sono due concezioni che si fronteggiano: una, diciamo classica, o arcaica, che sostiene una continuità nella pianificazione, cioè le città vanno riqualificate tenendo sempre presente che esiste un centro storico, dei quartieri, una periferia. L’impianto originario va quindi salvaguardato e migliorato. L’altra concezione, cosiddetta più moderna, invece si basa sul fatto che non esiste più un vero centro, né una periferia da riqualificare in quanto tale, ma la città esplode, scoppia, il centro si frantuma e la periferia diventa centro decentrato, tutto si confonde in una teoria del caos che può anche essere creativo. Mi sembra che le considerazioni sull’età siano molto simili, e l’adesione al secondo modulo mi sembra chiaro. Io però non ho le idee altrettanto definite. Non riesco a fare mia la frase: “Ogni possibilità di imitazione e di variazione si fonda su un altro credo, che è poi una forma di gratitudine: che fra coloro che mi hanno preceduto ci sia qualcuno in grado di farmi scoprire dei vocaboli dell’esistenza sconosciuti, o almeno di trasmettermi insegnamenti . Cosa quest’ultima diventata ormai obsoleta”. Sarò vekkio. Sarò arcaico. Anzi, senz’altro è così.

  5. matteo il 23 gennaio 2006 alle 13:20

    L’articolo è molto bello e molto acuto, specie per quel che riguarda l’idea di giovinezza nel mercato editoriale. Sono invece meno d’accordo su quel che Rizzante dice in chiusura. Paradossalmente in questa gabbia di giovinezza in cui gli adulti non sanno più insegnare ai nuovi arrivati, le scuole di scrittura rappresentano la possibilità di nuove scuole, in senso greco e in senso filosofico, punti di produzione di sapere dove dai maestri è possibile imparare non dalla loro capacità di spiegare ciò che altri hanno saputo in passato, ma dal loro quotidiano praticare il mestiere, cosa che purtroppo nelle università italiane non avviene. Proprio perché il punto più interessante dell’articolo mi è sembrata quell’osservazione sull’editoria, aggiungerei che nella grande Età dell’oblio sono certi libri “per giovani” in senso lato (non per ragazzi) ad aver prodotto “artisti di genio di tutte le età […] come puledri clonati, tutti uguali…”, sono quelle letterature avvilite dal marketing e da una grottesca logica industriale all’americana che non fa che dimostrare la miope scioccaggine dei nostri grandi imprenditori della cultura. Come dire, in due parole, che Baricco ha fatto involontariamente più danni ai nuovi scrittori con i suoi libri e non con la sua scuola. Ma anche gente come Aldo Nove, e chi lavora in editoria lo sa bene. Tutta gente che continua a faticare molto nella corsa verso l’età adulta.
    Per ridere mi viene in mente una vignetta ossimorica che forse qualcuno capace potrebbe disegnare. Ci vedo un po’ di quaranta sessantenni tutti bardati per una giovanissima gara di sci, tutti in corsa in una olimpica gara di sci che dovrebbe condurli al traguardo dell’età adulta. Ahimé, però, tutti quanti si sfasceranno ben prima dell’arrivo.
    Banalissimamente, in questa giovinezza, reale o astratta che sia, c’è un saco di vecchiaia. Sia donne che uomini. Che ne so, quanto era già vecchia Isabella Santacroce sin dalle sue prime righe? Quanta vecchiaia (di quella che si sfascia sulla neve) si portava già addosso Enrico Brizzi a 19 anni?

  6. aledeca il 25 gennaio 2006 alle 12:10

    Auguroni, Biondi’! Quasi coetanei (per me, tra qualche mese, sono 39) ;)

  7. emma il 25 gennaio 2006 alle 21:57

    Magari si rischiano la pedanteria e il moralismo.
    Ma sembra il caso di precisare che la “Grande Età della Giovinezza (dai 18 ai 75 anni)” è al momento una possibilità (o un’aspirazione) riservata a una parte dell’umanità, non è un modello globalizzato universale accessibile a tutti.
    Contano ancora parecchio la latitudine, il paese, il gruppo sociale, la famiglia in cui si nasce.
    C’è una parte di umanità che ha un’infanzia tendenzialmente infinita e una parte che non ha alcuna infanzia. Per cui la frase “Mi rendo conto sempre di più che comprendere qualcuno significa comprendere la sua età” (Kundera) raggiunge la sua “verità” solo dopo aver definito le coordinate spazio-temporali e sociali del “qualcuno” che si vuole “comprendere”.



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