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Tre minuti d’aria

di Giancarlo Tramutoli

«Un caffè?». E tu che stai provando a staccare la spina per qualche minuto cercando di capire, che non lo sai ancora, che non sei un replicante, di cosa hai voglia veramente in quel momento, tra le varie alternative che ogni tanto nella vita puoi pure scegliere, fosse pure solo tra un cornetto e una pizzetta, devi sorbirti il solito caffè, e magari ti fa anche male che c’hai la colite, e gli devi pure dire grazie. Grazie per avermi rotto i coglioni!

Allora cambi bar. Scegli quello non frequentato dai colleghi e dai clienti. Sperando in dieci minuti di pace. Ma trovi sempre il vecchio compagno di scuola, quello che una volta ci hai parlato e manco sai più come si chiama, il cugino che non vedi da tre anni, l’amico pedante di tuo fratello che lui sopporta stoicamente e tu invece no. Ecco perché esco poco dalla gabbia. E alla macchinetta evito il rito interno del caffè a orario fisso.

Già solo per questo stile asociale sto sulle palle a parecchi. In più me ne resto sulle mie con l’aria di chi non si vuole immischiare. Sono insopportabilmente ligio al mio dovere. Quando mi danno la busta paga non mi devo chiedere perché. So che me la sono sudata. E questo dev’essere fastidioso per chi il lavoro lo schiva o lo scarica ad altri. Ma chi si crede d’essere quello stronzo? Cosa vuole dimostrare?

Ma ci sono giorni che vorrei semplicemente starmene a letto. Alzarmi verso le undici. Farmi un caffè. Leggere con calma i giornali e non solo qualche titolo mentre sono sulla scala mobile, andando incontro ai soliti minuti di ritardo, per riprendere la lettura di sera, a fine giornata, steso sul letto, ormai quasi inutilizzabile, tentando di ricaricare le pile, aspettando l’ora di cena. E dopo, ho bevuto troppo per poter scrivere. Mi resta la tv o leggere qualche pagina prima del sonno. E il giorno dopo è più o meno uguale.

50 Commenti

  1. Va bene. In questo periodo prendo solo: un caffè macchiato caldo senza schiuma in vetro liscio e senza manico (mentre lo ordino è già pronto).

  2. E’ il momento che odio di più della vita d’ufficio, soprattutto perchè non riesco a sottrarmi al rituale. A volte si sta in terza fila del banco bar in attesa della propria dose di veleno.

  3. Caro Tramutoli (o io narrante che sia) ti ricordo che al caffè va anteposto il sorseggio di acqua. Pulisce il palato dai sapori residui e lo predispone a una degustazione corretta. Qui dove vivo ho dovuto svolgere un’opera educativa. Chiedevo il caffè insieme a un po’ di acqua. La vuole calda?, domandava il gentile barista. Allibivo. “Da addizionare al caffè”, precisava.

    @ Paola Musa

    Perchè veleno?

  4. @Carlo capone
    Qui da noi, a Potenza, l’acqua minerale te la danno senza che la chiedi (e gratis). L’ho notato (e apprezzato) quando, mi pare a Bologna o a Modena, me la fecero pagare.
    PS
    Penso che Paola Musa per veleno, intende la tossicità del rituale (oggi tocca a me, faccio io, eccetera eccetera e la condivisione di chiacchiere da ufficio…insomma quella fatica che ti fa andare storto il caffè o quello che è). Ci sono delle vere risse, a volte, alla cassa. Sgomitate nei fianchi, sgambetti, pizzicchi, uppercut: La violenza della generosità (direi, meridionale che a Roma o a Milano, per es, certe scene non le ho mai viste) … :-)

  5. In effetti qui in polentonia lo schizzetto d’acqua non te lo danno. Trovo la cosa triste assai. Comunque ci sono bar dove il caffé è strepitoso.

  6. Ci saranno (e ci sono) bar dove si serve ancora un caffè strepitoso.
    La tendenza è però verso lo scadimento -le miscele vengono sempre più tagliate con caffè di second’ordine.
    Il bicchiere d’acqua dovrebbe essere obbligatorio. Ma la cultura ha in Italia sempre meno peso.

  7. Se debbo dire la verità, se c’è una cosa che mi manca del lavoro in banca, è proprio la pausa caffè.
    C’è questo fatto che io e il mio collega del retrosportello durante il paio d’anni che abbiam passato insieme, siam diventati davvero amici, e non c’era giorno che non uscissimo insieme a prendere il caffè.
    Non si parlava di lavoro, quasi mai.
    Si entrava nel bar, si diceva,
    Uno macchiato e uno normale
    e io aggiungevo
    Io sono quello normale.

    (e infatti, una volta la settimana, ci vado ancora, a prendere il caffè con l’ex collega)

    Quando lavoravo in banca, dalle otto alle sei e passa quasi ininterrotto, arrivavo a casa, mangiavo cena, mi addormentavo davanti alla televisione.

    Ora, grazie al cielo, non succede più.

    Grande Giancarlo :)

  8. Anche da me (in Sicilia) danno l’acqua senza bisogno di chiederla. Alcuni, al massimo, ti chiedono se la vuoi, ma comunque non te la fanno pagare.
    Qui in Brianza (dove vivo per 10 mesi all’anno), invece, non si sognerebbero mai di fare una cosa del genere. Ma, in compenso, in un bar del paesino dove vivo fanno un marocchino fantastico…

  9. ma il massimo è stato a Pesaro ques’estate…il cappuccio con lo zabaione..un trionfo di crema nella crema…..peccato morire lasciando qui queste godurie……

  10. In Germania (gli stranieri in genere) il cappuccino lo bevono a tutte le ore, anche la sera.
    Fui testimone tempo fa di una scenetta nella quale una turista tedesca, cui un barista, in evidente vena di diffondere la cultura della caffetteria italiana, faceva notare che il cappuccino in Italia si beveva solo la mattina, si giustificò dicendo che lei poteva permettersi di berlo quando ne aveva voglia -essendo per l’appunto tedesca…

  11. @ Gianni
    Lo so…anch’io sono a rischio!

    @ Maline
    Qualche anno fa mi è capitato di vedere (in Austria) un tizio che inzuppava la salsiccia nel caffè…poche cose mi hanno sconvolto quanto quella…

  12. Qui, all’Ufficio Brevetti dell’Intendenza Superiore alle Tecnologie Innovative, quando vai al bar – c’è un solo bar in questo settore del deserto bianco dei travertini dell’E42 – ti ritrovi in mezzo a un sacco di stronzi: quattrinari e money fuckers intrampolate su tacchi a spillo, vecchi e nuovi costruttori con la faccia di cuoio abbronzata al circolo e lo sguardo freddo di chi è abituato a sfondare tutte le porte, impiegati (più dimessi, questi, ma sostanzialmente partecipi della medesima sub-cultura degli altri, andante e para berlusconica, cioè intrisa di un liberismo degradato a “facciamoci esclusivamente i cazzi nostri”) degli enti pubblici, che qui sono numerosi, più qualche ragazzino delle scuole vicine, sbracatissimo e totalmente di stoffa jeans pre-consunta, eccetera.
    Ma sopratutto ti ritrovi in mezzo ai soldatini del capitale, cioè agli yuppetti (e alle yuppesse) degli uffici privati vicini e principalmente a quelli della vicina Confindustria, tutti giovani, compresi di sé e fomentati di soldi, competizione e barche [che vorrebbero avere (e che avranno) – ma il gippone ce l’hanno già].
    Li senti discutere di “lavoro” o di queste cose qui sopra che si possono comprare, li percepisci che “vogliono diventare”, che sotto sotto si sentono niente perché non hanno ancora i soldi che vorrebbero e sanno che non toccherà a tutti, ma solo ad alcuni di loro, eccetera.
    Squarci su spietati mondi darwiniani, mentre prendi un caffè, che per fortuna è ottimo, oppure mentre fai la fila al self service – che è ottimo pure quello, sempre per fortuna.
    Al bar ci vado quasi sempre rigorosamente da solo, sia a prendere il caffè, che a pranzo.
    Ci vado quando mi pare, declino inviti, peraltro molto rari, e, al contrario di Tramutoli, non me ne frega un cazzo se mi sono o no “guadagnato lo stipendio”, perché non ho la coscienza del lavoratore né tengo l’etica del lavoro che è una trappola per stronzi.
    Io qui all’Ufficio Brevetti mi regolo così: se un incarico mi piace lo faccio presto e bene, se no, lo faccio tardi e male. Tanto nessuno sa cos’è la qualità, ma proprio nessuno. Nemmeno io.
    Fine.

  13. e dei miei amici mi han detto che in crociera dei turisti, credo inglesi, la mattina si inzuppavano un bel quarto di pizza margherita nel tazzone del thè!!!!
    e dicevano:”e come mangiavano di gusto!”
    ma ci pensate?
    bah, magari, è anche buona.io non l’ho mai provata ma, non è escluso che in qualche raptus di follia, possa farlo.
    semmai dovesse succedere, vi dirò se m’è piaciuta o no.
    vi interessa?
    cmq, viva, viva, viva il caffè!

  14. ah. “dicevano” i miei amici, non i turisti. Loro evidentemente, dicevano poco e magnavano tanto!

    ciaoatuttiiscazzatiepureaquellinon

  15. @Dott. Celacanth
    Vedi che anche io non credo all’etica del lavoro, almeno fino a quando il lavoro che deve fare quello che ti sta a fianco, ti scivola (sistematicamente)sul tuo tavolo. Bisogna provarlo per sapere quanto ti possano girare le palle. Per uno che lavora ci saranno, statisticamente, nove parassiti che non fanno un tubo. Ecco, io detesto i parassiti. Sono quelli rilassati, che tanto lavori tu per loro, no?

  16. @dott. Tramutoli
    Nel mio piccolo, diffido della parola “parassita”.
    Non so perché, ma ne diffido.
    Mi sembra complessivamente ambigua, anche se nel suo caso probabilmente esatta.
    Nel mio piccolo di ingegnere marginale, penso che una società opulenta, può, anzi DEVE, avere e mantenere dei parassiti.
    Se li può permettere e personalmente chi decide di non lavorare o non riesce a trovare lavoro è rispettabile come chi lavora e ha diritto ad una vita decente.
    Confesso che i nulla-facenti mi allargano il cuore.

  17. @sig.na maline
    Per nessuna ragione al mondo, nemmeno sotto tortura, il sottoscritto ingegnere marginale dott. Celacanth, userebbe la parola “scenetta”.
    Tanto si doveva per conoscenza.

  18. @Dott. Celacanth
    Proprio non ci capiamo.
    Anch’io penso che il lavoro “debilita” l’uomo (e anche la donna). E fa bene chi lo schiva, ma non caricandolo su altri. Tutto qua. Anch’io sono per la nullafacenza, l’ozio, la pigrizia. Contro ogni carrierismo. E inutile affannarsi solo per un tozzo di caviale in più. Ciao.

  19. @ dott. (che bello che ci sia qualcuno che usa titoli!!!) Celacanth.

    Grazie per il “sig.na” ma sono maschietto e già nella terza (o è già la quarta?) giovinezza (tutt’ora più che ben portata mi assicurano -e spero non mentano… )
    Sinceramente non capisco cosa la infastidisca della parola “scenetta”. Ma riconosco che ognuno ha la propria sensibilità che è giusto non urtare, per cui mi scuserò nei Suoi (voglio riservare solo a Lei questo privilegio) confronti…
    Io l’ho usata semplicemente per dire di un piccolo avvenimento, in qualche modo anche “recitato” con qualche tono di allegrezza, dai due soggetti (posso usare questo termine?) senza grande importanza che avrebbe potuto anche fungere da gag in qualche film, teatro, avanspettacolo… -faccia Lei.
    Tanto (poco) Le dovevo e Le pongo i miei più distanti (non abitando in Italia) saluti.

    maline ;-)

  20. Spett.le Dott. Tramutoli,
    so bene a cosa si riferisce e condivido.
    Il parassitismo all’interno di una qualsivoglia struttura produttiva comporta un aumento sensibile di carico per i non-parassiti.
    Mentre il parassitismo sociale ha tutta la mia approvazione e non sposterebbe di molto le condizioni di ciascuno.
    Ma questa è utopia socialista e di questi tempi non c’è molto mercato per questo tipo di prodotto.
    Suo, devoto,
    Ing. Marg. dott. Celacanth

    Spett.le Dott. Maline,
    la parola “scenetta” fa televisione anni sessanta e mi ripugna.
    Mi vengono in mente Alighiero Noschese e Gianni Agus.
    Mi permetto di suggerire una sua sostituzione con la parola “episodio”, ma non con “aneddoto”, per favore.
    Suo, come sopra,
    Ing. Marg. Dott. Celacanth

  21. @ Dott. Celacanth

    Concordo con il richiamare la parola “scenetta” i vari Noschese a Angus -anche se siamo arrivati ad avere persino di peggio (apparizioni del Cav. del lavoro altrui Berlusconi Silvio da Arcore comprese).
    Potremmo convenire sull’utilizzo del termine “episodio”. Tuttavia mi dovrebbe consentire un piccolo vantaggio nella scelta del termine in quanto io ero presente al fatto -o all’evento magari- e di conseguenza dovrei essere maggiormente in grado di definire l’impressione avuta e che ha per l’appunto più richiamato il primo termine da me usato che non quello da Lei proposto. Ma, ripeto, vada per “episodio”.
    Ce lo beviamo un caffè ora? S’intende con bicchiere d’acqua e ristretto per me.

    maline

  22. la focaccia ligure nel tè è una cosa sublime (chi non l’ha provata non può capire)

    (ah sì, tè nero lievemente zuccherato, s’intende)

  23. @Giancarlo Tramutoli:
    anche se con un certo ritardo confermo la tua interpretazione riguardo alla dose di veleno (il veleno è nei discorsi inutili, quel finto atteggiamento amichevole dove è sotteso lo sforzo di socializzare a tutti i costi e tutti costi essere simpatici per 2 minuti).
    A proposito, ho letto una recensione tanto carina su un tuo libro, mi hai incuriosita. Dove posso acquistarlo?
    Per restare in tema da frustrazione da ufficio (che comunque sto per abbandonare), eccoti qua uan mia visione del “Business Plan”:

    Nel business plan i numeri
    commuovono:
    hanno qualcosa di tenero
    tenace volontà di previsione
    cui li costringe
    il demiurgo di turno.
    Fossero avi o fiori
    insorgerebbero,
    lasciandosi dimenticare.
    Ma i numeri non hanno questa vanità
    non cedono a lusinghe impertinenti.
    Pertinente è solo l’errore.

  24. mica vero…ci vuole culo!

    dimmi che caffè bevi e ti diro’ chi sei:
    Quelli tirchi che bevono il caffè macchiato caldo per risparmiare i soldi del cappuccio….
    Quelli incompetenti che bevono il caffè macchiato freddo, perchè non sopportano il sapore del caffè
    Quelli agguerriti che lo prendono ristretto per dare uno schiaffo morale al mondo
    Quelli indecisi che lo prendono americano lungo perchè preferiscono il the
    Quelli puri che lo prendono amaro perchè sono uomini veri.
    Quelli deliranti che prendono la grappa corretta caffè.

  25. conoscevo uno che aveva elaborato un programma al computer per definire tutte le possibili combinazioni di caffè & latte.
    comunque è vero: il cappuccino ha stregato il nord europa.
    ultimamente i bar si sono dotati di macchine nuove che fanno schiume molto cremose, forse troppo.
    insomma, artificiose, ecco.

  26. A Milano, alla torrefazione in Via Cagliero, bevuto il Jamaica Blue Mountain, servito in vetro liscio. Senza zucchero (mi hanno guardato male mentre stavo allungando la mano verso le bustine e… non ho osato). Euro 2.50.
    Preferisco quello di “da Mario”, scrostato bar dell’adolescenza, nel cuore petroleoso della Val d’Agri.

  27. @mag
    …Napoli, al bar dissi al barista che il mio caffé lo volevo “amaro, per favore”
    (mettevano lo zucchero nella tazzina di default. Troppo pure per me che indulgo…). E lui: “si dice *senza zucchero*; amara è solo la vita…”.

    ciao
    d

  28. Fra baristi tosti e negri
    fondi tostati
    in tazzine
    zucchero in bustine
    magre, gusto acre
    sorbito in piedi giocoforza
    vieppiù di corsa,
    sigaretta, eppoi…
    eppoi un salto
    anche lì, ratto,
    alla toilette pipì a spray
    tipo gatto con gli schienali
    della poltrona in su
    la schiena
    che ti riporta, tapino,
    al tuo destino schiavo
    al desk…

    MORALE:

    al bar o al cesso
    cambia la tezza
    ma il piacere è SEMPRE(sigh!)
    espresso…

  29. Voglio elogiare il caffè cattivo.
    Chi ama il caffè conosce la capacità del caffè cattivo di farti cosciente di un mondo nel quale non esiste consolazione e/o redenzione per nessuno.
    Il caffè cattivo ti accarezza la spina dorsale come la lama di una katana giapponese, e il brivido di repulsione ti rimette al mondo, te ne dà nozione.
    Il caffè cattivo che bevi al mattino, metti in una città francese, d’inverno, è vita allo stato puro.

  30. IO ci metto lo zucchero ma non lo giro, (da noi si dice non lo rugo) cosi’ lo bevo amaro, ma alla fine mi concedo un finale addolcente….ma poco…

  31. Gianni Mandrillo, a scanso di equivoci, guarda che io ho prolificato con un terrone eh!!!:-) mia figlia è ibrida.Come dice Pera? meticcia…ecco.
    fortunatamente ha preso il meglio da entrambe le etnie.

  32. io il caffè quasi amaro, con una punta di zucchero che nemmeno si sente..
    ma il bello è quello..sentire il gusto, Gusto del caffè allo stato puro..

    poi, lo adoro con la cioccolata fondente…magari al peperoncino..

    avete mai provato a “calare”nella tazzina di caffè fumante un avvolgente cioccolatino (quellidellaMagnumsonLafinedelmondo!) fondente al peperoncino? appena la parete esterna si scalda, e lo mettete in bocca, quel sottile strato, fatto sempre più gustoso, lascia spazio al gustosenzafine
    dell’interno, che vi lascia a sua volta un retrogusto appena piccante e amaro, mescolato al caffè, vi giuro, resuscita pure i morti!

    dite la verità, non vi è venuta voglia di assaggiarlo?
    fatelo, e poi, ditemi qualcosa, ok?

    Lily

  33. Mag, arabico… senza salamelecchi, arabeschi e saracinesche. :-)
    Confesso che mi piace pure il caffè lungo, americano, nescafè.
    R che odio quello napoletano, ristretto in cinque gocce così pesanti che hai paura che buchino la tazza di porcellana.

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