E’ così difficile?

7 giugno 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Sembra una coincidenza necessaria che a distanza di poche settimane l’uno dall’altro vengano pubblicati, entrambi da Einaudi, due libri come La differenza cristiana di Enzo Bianchi (pagg. 117 euro 8) e Laicità, a cura di Giovanni Boniolo (pagg. 260, euro 15,80). Perché sono due testi (il primo un pamphlet, il secondo una raccolta di brevi saggi) che si chiedono ascolto e si parlano, e molto, reciprocamente, e che anzi proprio questo dialogo promuovono. Sarà che l’urgenza è evidentemente comune: lo spazio del dibattito è asfissiato, ingombrato dal gas venefico dello scontro di civiltà, degli spettrali fondamentalismi, dell’ignoranza tout court. Sarà che la distanza, la differenza delle tradizioni si è andata alterando, si è distorta, e questo è accaduto soprattutto perché ai poli del confronto si sono sostituite creature culturalmente modificate come “Occidente” o “Barbarie”, “Ragione” e “Irrazionalismo”.
E allora il primo passo condiviso sarà quello di avanzare un esercizio scettico: una sospensione del giudizio su cosa sia oggi “cristiano”, “religioso” e su cosa sia oggi “laico”. Bianchi, fondatore e priore della comunità di Bose, è semplificante ma chiaro nel suo obiettivo: occorre mettere in crisi gli pseudoconcetti e le false omologie. Ossia? Il quadro che egli delinea della società italiana evidenzia due fenomeni derivativi. Il clericalismo da una parte e l’anticleralicalismo dall’altra occupano sempre di più i termini di una possibile dialettica; ma queste prospettive, non solo mutuamente ma anche in sé, risultano essere sterili, perché fondate su convinzioni fittizie, parziali. La chiesa, dice Bianchi, non dev’essere ridotta alla gerarchia ecclesiastica, ma alla comunità dei credenti, una comunità plurale che per i credenti stessi è un mistero – e che appunto “non può sentirsi e comportarsi come una fortezza assediata, anche se all’orizzonte europeo apparisse un atteggiamento aggressivo da parte del mondo non cristiano. […] Nessuna tentazione di mobilitazione di ordine politico, nessuna chiamata in soccorso lanciata a quegli «atei devoti» – o, meglio, «atei clericali» – che, da sempre estranei o diffidenti verso il cristianesimo, oggi lo scoprono come possibile strumento utile a consolidare il loro posizionamento nella società”. A qualcuno fischiano le orecchie?
Si comprende così che la questione dell’identità cristiana va avvertita ed elaborata innanzitutto all’interno dello stesso universo cristiano. Il pericolo altrimenti sarà quello di formulare un’identità cristiana immobile, archeologica, o peggio ancora per contrasto, andando a plasmare – per mancanza di meglio – una sorta di religione civile sul modello di quella americana, capace di innestare una spinta ciecamente reazionaria alla richiesta di guida morale di cui la religione si sente investita. Si diventa crociati, moralizzatori, baluardi, senza essere credenti.
Si può agire diversamente? Sia Bianchi che gli estensori di Laicità ipotizzano di sì, ne viene abbozzata l’idea di un circolo possibile abbastanza virtuoso in cui a Ricoeur e Levinas rispondono Mill, Rawls e Habermas. Per Bianchi la parola della chiesa non deve porsi come predittiva o vincolante, non deve pretendere di essere l’unico criterio etico fondante la convivenza civile. D’altra parte Claudia Mancina (autrice del saggio di apertura del libro di Boniolo, “Laicità e politica”) fa eco che “ciò che dev’essere messo tra parentesi non sono le ragioni religiose (o più in generale comprensive), ma la loro pretesa di essere invocate come fondamento della decisione pubblica”. Si può trovare insomma un “gioco linguistico” comune? Sì, se ne capiscono le regole.
Il carattere precisamente profetico quindi spesso pre-politico o impolitico della parola cristiana ha bisogno di rimodellarsi (puntualizza Bianchi), di sviluppare ragioni propriamente politiche, se vuole inserirsi nel processo deliberativo nella pratica della discussione democratica (sottolinea Mancina). Se non declinato, l’interventismo politico dei vescovi rischia di inoculare nella comunità cristiana fermenti di divisione (mette in guarda Bianchi). Una esemplare cartina di tornasole per La differenza cristiana la possiamo trovare in tema di convivenza tra religioni. Proviamo a rovesciare il principio di reciprocità, proviamo a non pretendere di annullare l’asimmetria: “«Noi lasciamo che costruiscano le loro moschee accanto alle nostre chiese – osservano questi zelanti difensori che magari in chiesa non mettono mai piede – ma nei loro paesi non è consentito costruire chiese…» Ma proprio chi non affievolisce la propria fede cristiana, chi resta saldo nel messaggio evangelico ricevuto, sa che lo statuto del cristiano è sentirsi responsabile dell’umanità senza pretendere reciprocità alcuna”.
Ecco che anche nell’altro campo voltairrianamente il primo passo è l’accettazione dell’asimmetria: rispettare le credenze religiose vuol dire abbandonare (nel campo della politica) l’idea che si tratti di forme di pensiero prerazionali. È così difficile?

16 Responses to E’ così difficile?

  1. tashtego il 7 giugno 2006 alle 14:06

    Oggi pomeriggio, a Roma, c’è questa cosa:

    CHIESA CATTOLICA E DEMOCRAZIA
    Seminario in casa editrice con Pietro Scoppola e Gustavo Zagrebelsky

    Mercoledì 7 giugno alle h 18.00
    Casa editrice Laterza
    via di Villa Sacchetti, 17

    Saranno presenti tra gli altri: Guido Alpa, Emma Ansovini, Gilmo Arnaldi, Francesco Bartolini, Franco Benigno, Carlo Bernardini, Angelo Bolaffi, Jolanda Bufalini, Alberto Burgio, Silvia Calamandrei, Giorgio Caravale, Enzo Cervelli, Giuseppe Conte, Marina D’Amelia, Tullio De Mauro, Piergiorgio Donatelli, Leopoldo Elia, Alessandro Ferrara, Luigi Ferrajoli, Maria Rosaria Ferrarese, Paolo Flores D’Arcais, Emma Fattorini, Anna Foa, Antonio Gnoli, Giovanni Jervis, Eugenio Lecaldano, Tito Magri, Claudia Mancina, Luisa Mangoni, Alberto Melloni, Giovanni Miccoli, Fortunato Minniti, Cecilia Palombelli, Stefania Pastore, Claudio Pavone, Gabriele Pedullà, Margherita Pelaja, Stefano Petrucciani, Simone Pollo, Geminello Preterossi, Eligio Resta, Anna Rossi-Doria, Raffaele Romanelli,Giovanni Sabbatucci, Gennaro Sasso, Eugenio Scalfari, Emanuela Scribano, Stefano Semplici, Card. Achille Silvestrini, Francesca Socrate, Bruno Tobia, Giuseppe Tognon, Stefano Velotti, GuidoVerucci, Paul Zanker

    Editori Laterza
    Via di Villa Sacchetti, 17
    00197 ROMA
    Tel. 06.45465311
    Fax 06.3223853

  2. guglielmo feis il 7 giugno 2006 alle 16:19

    “Non ridurre la chiesa alla gerarchia ecclesiastica”… specie quando la gerarchia si ritrova a soffrire di paranoiche sindromi di accerchiamento che Wallace in confronto è normale e ha più voglia di denunciare l’eclisse di Dio del pazzo 341 della Gaia Scienza…
    Perchè si sentono oppressi là, nella cupola della gerarchia?
    Ma è una mia idea o uomini di chiesa come Bianchi per la gerarchia assediata sono peggio del messaggio di don Milani o della predicazione dell’oltreuomo?

  3. tashtego il 7 giugno 2006 alle 16:34

    Sì Christian, è difficile abbandonare l’idea che si tratti di forme di pensiero pre-razionali (la religione attuale è post-razionale, viene cioè dopo L’Illuminismo, non prima).
    È molto difficile, almeno per me, almeno a giudicare dai guasti terrificanti dell’irrazionalità religiosa nel mondo e da noi.
    È difficile abbandonare quell’idea, avendo sotto gli occhi in tutta evidenza la morsa che il pensiero religioso opera sulle cosiddette coscienze individuali, ridotte a contenitori di precettistica spicciola in un momento in cui serve invece la massima propagazione di etica civile.
    Francamente, a stare al tuo resoconto, questi due libri sembrano rimestare nel mortaio di una volontà conciliatrice, questa sì tutta volontaristica e sostanzialmente falsa, perché il conflitto è nelle cose, non nelle posizioni.
    Il conflitto fondamentale del quale si parla senza nominarlo direttamente non è tra laici e credenti (casomai tra credenti e non credenti, bisognerebbe dire, che quello laico non è uno spazio anti religioso, ma casomai è lo spazio comune di accoglienza e tolleranza di ogni religione – in questo senso la proibizione francese del “foulard” islamico nelle scuole è una clamorosa toppata anti- laica), ma tra SCIENZA e FEDE, di qualsiasi fede si tratti.
    Chiarisco dicendo che la scienza non ha alcun bisogno di contrastare la fede e infatti non lo fa: è piuttosto la fede che si vede scalzata dalla scienza, che vede minacciati di due presìdi fondamentali sui quali si è attestata, la Nascita e la Morte.
    Sono esattamente i due punti nodali che la scienza comincia efficacemente a toccare, a manipolare, svelandone la natura materiale e non-sacrale, la modificabilità, eccetera.
    Tutto il resto è pretestuoso.
    Sono escamotage, scaramucce, falsi bersagli e falsi problemi: lo scontro è di natura fondamentale, basica, e riguarda soprattutto i credenti che vedono restringersi il campo delle promesse della fede, del premio a fronte delle sofferenze di questo mondo.
    Il conflitto è in atto, ed è planetario.
    Investe tutte le religioni “vere”, cioè quelle dotate di trascendente, quelle che promettono la vita dopo la morte, che implicano il dualismo anima/corpo, eccetera.
    Non esiste un reale conflitto tra laicità e fede.
    Il conflitto è altrove ed è epocale, cosmico, segnerà gli anni a venire.

    (scrivere relazioni tutto il giorno genera mostri)

  4. marco v il 7 giugno 2006 alle 19:09

    Emanuele Severino, in un dibattito con Giulio Giorello a cui ho assistito, ha usato questa ardita metafora nel parlare delle grandi religioni monoteiste: “Sono come la foglia rinsecchita che si ostina a non staccarsi dall’albero, la quale mentre si dibatte per non cadere – suo destino inevitabile – dà la sensazione di conservare una residua vitalità, che invece non c’è e più non ha”.

    :o

  5. guglielmo feis il 7 giugno 2006 alle 21:15

    Davvero? Con Giorello che presentava Di nessuna Chiesa per caso? Sono curioso.. è troppo chiedere un reportage ipersintetico?

  6. ezio il 8 giugno 2006 alle 13:15

    Francamente quello che dice Severino più che un'”ardita metafora” mi pare una pura idiozia. Da qualunque punto di vista la si voglia prendere.
    E sospetto che se fosse vissuto duecento anni fa, diciamo poco dopo la rivoluzione francese, avrebbe detto lo stesso. Sbagliandosi: su questo converrete tutti.

    ezio

  7. tashtego il 8 giugno 2006 alle 13:47

    non so ezio.
    forse hai ragione.
    ma forse ha ragione severino (che peraltro non amo).
    se ha ragione severino ci troveremmo all’inizio di una crisi terminale delle religioni, una lunga stagione convulsiva in cui può succedere tutto e il suo contrario.
    tu citi la Rivoluzione e indirettamente, l’Illuminismo, eccetera.
    e dici: anche allora la religione sembrava morta e non lo era affatto.
    vero.
    nemmeno la Rivoluzione d’Ottobre è riuscita a farla fuori.
    ttuo vero.
    ma si trattava di rivolgimenti politici innescati dal pensiero filosofico.
    non da quello scientifico.
    watson & creek non erano ancora nati, ma sono loro, oggi, lo spauracchio di ogni religio, perché ci mettono in grado di toccare la vita nei suoi fondamenti.
    e questo era territorio della religione, prima.
    ora non è più così certo.

  8. guglielmo feis il 8 giugno 2006 alle 20:06

    Su Severino: io quell’uomo non lo capisco… Cioè, non che abbia letto gran che di suo, ma non mi convince. Non ho capito se vuole fare il killer di ogni metafisica/trascendenza (e si spiega che parli di foglie morte) ma poi si mette a fare discorsi esagerati sull’essere, il nulla, il declinio della tecnica e altre risciacquature di Heidegger in termini abbastanza astrusi…
    Uff! forse è colpa mia che dopo Wittgenstein certe cose non le sopporto più…

    @ tash: sì! non solo crick e watson ma anche ai fisici di particelle molto piccole hanno la loro parte nell'”espoprio della religio”, quando riescono a capire di che particella stanno parlando…

  9. marco v il 8 giugno 2006 alle 21:04

    @ ezio

    .. guarda, io di tutto quel dibattito Severino-Giorello non ricordo che questa metafora. Non ho difficoltà a confessare che del resto non ho capito nulla, ma proprio nulla. La filosofia non mi ama, questo è certo. All’Università la docente di Filosofia moderna mi diede trenta e lode commossa dallo sforzo immane col quale avevo cercato di raccontarle di Locke e Spinoza. Parevo l’incarnazione del famoso detto di S. Agostino sul Tempo: si sarebbe potuto dire che sapevo perfettamente di Locke e Spinoza fino a quando nessuno me lo avesse chiesto… ;)
    Detto questo, però, persino una mente assolutamente asistematica come la mia trova una facile contraddizione nella replica su quanto “avrebbe detto Severino all’indomani della Rivoluzione francese”. E cioè che duecento anni potrebbero essere benissimo il tempo di quel dibattersi della foglia… ;)
    Cosa sono due, trecento anni rispetto alla quadrimillenaria invenzione del monoteismo..?.. sono tanti per noi piccoli esseri umani hic et nunc, non per i Grandi Movimenti di pensiero…

  10. Cristoforo Prodan il 9 giugno 2006 alle 12:55

    Nell’ambito del pensiero moderno in generale, Severino ha perfettamente ragione. Nel rapporto tra “scienza” e “religione” è solo una questione di tempo. Il pensiero moderno è il pensiero scientifico. Non risultato di una scelta, ma necessità distillatasi per ragioni evolutive in senso traslato, e cioè di sopravvivenza della specie umana. Questa specificità umana è essenziale per capire la direzione non solo del pensiero moderno, ma anche dell’agire politico e sociale.

    Nel suo monumentale – e fondamentale – saggio “Psiche e techne” Umberto Galimberti sostiene che la sopravvivenza della specie umana “… non è garantita da una raffinata disposizione istintuale, né da una migliore specializzazione degli organi, ma piuttosto da una diversa relazione tra il corpo e il mondo scandita non dalla reazione del corp al mondo, ma dall’azione del corpo sul mondo”. E dunque la condizione imprescindibile della sopravvivenza della specie umana è la tecnica, che è l’essenza della scienza. La scienza, a sua volta, è l’essenza dell’umanesimo.

    Quando Enzo Bianchi sposta la prospettiva di azione della “chiesa” dall’ambito politico a uno più universale – a giudicare almeno da quello che interpretiamo attraverso Raimo – fa un’operazione scorretta. Usare, anche se non esplicitamente, la definizione di San Paolo della chiesa come “corpo mistico di Cristo e mistero di salvezza” a questo fine è ancora più scorretto. La definizione paolina ha, infatti, un significato ben diverso. Lì il “mistero” è una verità assiomatica, la verità di una “salvezza” da un mondo naturale che ci è nemico. Il “logos” che si fa carne, si fa uomo, e accetta di “soffrire” come un uomo per indicare la via della salvezza. (Parliamo della religione giudaico cristiana, ma analoghi discorsi si potrebbero fare per le altre religioni). Il pensiero scientifico riconcilia l’uomo con la natura e lo fa in maniera più adatta alla natura stessa dell’uomo che non è pre-razionale ma pre-istintuale. L’uomo è essenzialmente “uomo faber” e la sua sopravvivenza, come specie, è legata alla sua capacità di cambiare il mondo, non di abbandonarlo per un mondo “migliore”.

    Tutto ciò ha delle precise conseguenze non solo sul piano etico, ma anche su quello politico. Non ha senso, in questo senso, l’auspicio di Raimo di “rispettare” le credenze religiose abbandonando l’idea che si tratti di forme di pensiero prerazionali. Le credenze religiose sono semplicemente innaturali e ostacolano la sopravvivenza stessa della specie umana. Sono dei tentativi di adattamento, sviluppatisi prima della scienza e della tecnica, e sopravvissuti solo per ragioni di potere e di controllo. Foglie morte appunto.

  11. Ezio il 9 giugno 2006 alle 23:23

    Viste dal loro interno, è naturale che le religioni monoteiste si definiscano vive e vegete. Specie quando “il loro interno” corrisponde alla Verità.
    Il dibattito dunque si sposterebbe e non di poco (oltretutto sulla Verità ho poco da dire, dal momento che io la credo tale).
    Definire le religioni “innaturali” mi sembra una simpatica boutade, ma insostenibile. Per un cristiano: la prospettiva di “cieli nuovi e nuove terre” inizia esattamente qui, in queste terre e in questi cieli. Aggirare l’ostacolo della natura può essere una delle vie possibili, non l’unica e forse non è neppure la più giusta.

    @Marco: certo che la conoscenza derivante dalla tecnologia pone dei problemi. Ma la storia della salvezza, per dire, ha i fondamenti non sull’interpretazione esatta della Genesi, ma sulla Resurrezione di Cristo. Che la scienza non puo’ smentire, né confermare. Non ci può essere alcuna scoperta dell’infinitesimo (nella doppia accezione di microscopico e di non determinabile) in grado di modificare la prospettiva trascendente della quale il credente si nutre.
    200 anni sono il tempo congruo di disfacimento della religione? Non saprei, dal momento che il fallimento di una religione non si può misurare sul numero dei suoi adepti. Il suo portato storico-culturale forse sì, ma si tratta comunque un precipitato residuale al quale non si può che assegnare un valore pari a quello che siamo disposti a concedere alla simonia, alla pedofilia dei preti, alle malefatte di Richelieu: zero.
    ciao,
    ezio

  12. maurizio il 10 giugno 2006 alle 10:56

    La metto come una testimonianza: sono un credente e credo che la “scienza” non ha ristretto il campo delle promesse della mia fede neanche di un millimetro. Tashtego, mi devo considerare uno stupido/illuso/ingenuo/codardo o qualcosa del genere?

  13. Daniele Ventre il 10 giugno 2006 alle 13:05

    Da come ce lo descrive Christian Raimo, il libro di Bianchi “La differenza cristiana”, sembra animato da generosi intenti, ma viziato da errori di prospettiva.

    In primo luogo, non è tanto di scettica una sospensione del giudizio sui significati di “religioso”, “laico”, “cristiano”, che si ha bisogno, quanto piuttosto di una confuciana rettificazione dei nomi.

    Quanto alla polarità clericalismo-anticlericalismo, credo che il libro non inquadri il problema. Di fatto, quello a cui si assiste sul palcoscenico mediatico, è un esondare di fideismi incontenibili.
    Papa tele-agonizzante, milioni di persone affollano Roma, papa neoeletto, tifo da stadio per santificazioni in tempo record… I vecchi anticlericali (così li chiamo per comodità espositiva, perché termini del genere sono fuorvianti), sembrano essere ridotti a pochi soldati arroccati su isole del pacifico dopo il bombardamento di Iroshima. Nel frattempo, i cosiddetti atei devoti, come li chiama bianchi, che li vede quasi come un fenomeno anomalo in crescita contenuta, sono in realtà legione. Il tutto risponde a una vecchia logica politica: per lungo tempo, quando la “minaccia” veniva da sinistra, una classe politica cattolica moderata ha finito per trovare uno strano equilibrio, attuando in ultima analisi la formula di una “destra sinistreggiante”, che ha tenuto buone le masse con la creazione di un costoso “welfare state”, complice anche il vento a favore delle risorse economiche provenienti dall’esterno, per assicurare la stabilità del centro geopolitico euro-mediterraneo, caratterizzato da una strana democrazia blindata e con all’opposizione il più forte partito comunista dell’Europa occidentale. Poi, crollato il blocco sovietico per consunzione economica interna, l’instabilità ha cominciato a regnare sovrana, il vento a favore si è mutato in tiepida bonaccia, è emersa, in Italia, una destra di pescicani arricchiti, fascisti in doppiopetto e secessionisti smargiassi, e a ricoprire il ruolo di difensori della coesione sociale e della civiltà si sono ritrovati gli arguti tecnocrati esponenti di una sinistra orfana di ideologia rivoluzionaria (per quanto illusoria). Ed ecco nata dalla stessa radice la formula, molto più traballante, incerta e meno efficace, della “sinistra destreggiante”, occupata, nel pendolare moto di alternanza con la destra, a garantire al popolo italiano una transizione morbida alla miseria.

    Di qui il nascere di improbabili figure di opinionisti pensatori filosofi laici, dalle imprevedibili prese di posizione. Vattimo, assertore della porosa deriva destinale dell’essere indebolito, si ritrova a credere di credere, in un surrettizio reinventarsi della coscienza come coscienza di fede (quando uno dei suoi padri nobili, Nietzsche, la coscienza l’aveva allegramente destrutturata e decostruita); un Eugenio Scalfari, in un mattiniero teledibattito col cardinal Ruini, si scopre qualche anno fa negatore della libertà di ricerca agli ingegneri genetici, mentre il suo interlocutore Ruini se ne fa strenuo assertore, tanto che sembra di assistere alla forma politically correct della scena in cui don Camillo fa un discorso comunista davanti ai contadini, in presenza di un interdetto Peppone che mormora “padre, qui si bara, i comunisti siamo noi”.

    Nel frattempo, l’unica forma di declinazione del cristianesimo in politica è, nei fatti, quella che Bianchi nega, ed è l’unica storicamente possibile: reazionaria religione di stato, teocrazia mediatica, trascinamento delle masse ignare, a bocca aperta davanti a madonne ematolacrimanti, soli rotanti, messaggi apocalittico-asteroidali, timore-fascino morboso delle sètte religiose… Nel frattempo rimane occulta la verità dei fatti storici, cioè che il messaggio cristiano originario negava ogni rilevanza di distinzione agli occhi dell’amore di Dio, così che nella pratica, Cristo riconosce pari dignità a donne e uomini, formula l’estremizzazione del principio di tolleranza (chi non è con voi è contro di voi, vi è nemico, ma voi dovete amare il vostro nemico… amare, non semplicemente tollerare), impone la separazione fra politica e religione, visto che la politica invece si basa sulla distinzione amico-nemico (Nomos der Erde docet)… Poi, a partire da Paolo di Tarso, la tradizione del suo messaggio finisce in mano a un oligarchia virilocale intollerante sempre pronta a infilarsi nella politica. Fino ad oggi. E richiamarsi al fatto che la comunità cristiana è una comunità plurale non serve, visto che teologie pluraliste non eretiche, come il modernismo o la teologia della liberazione, passando per l’evoluzionismo cristiano di padre Teilhard de Chardin, sono state perseguite e messe a tacere dalla curia.

    Si invoca, nell’intervento di apertura di Raimo, un gioco linguistico che sappia condurre alla mediazione culturale fra cultura laica -io preferirei dire “critica”- (in rotta e in recessione) e “cultura” “cristiana” (in dilagante avanzata), si ricerca una dinamica ermeneutica che sappia portarci alla definizione di un terreno comune. Credo che tale discorso si fondi su un equivoco.

    Se infatti ci riferiamo al messaggio cristiano originario, be’ questo gioco linguistico non è necessario, in quanto il messaggio cristiano originario parla di responsabilità, tolleranza, uguaglianza, valore unico dell’uomo e della donna, su cui non mi pare che sia necessaria mediazione alcuna…

    Se invece ci riferiamo alla tradizione della Chiesa, allora ogni gioco linguistico è impossibile, perché il magistero della Chiesa e il prevalere (e il prepotere fattuale) della gerarchia definiscono una comunità di argomentanti viziata, in cui non si rispettano, per aperta presa di posizione, i trascendentali semiologici di ogni gioco linguistico.

    L’etica del discorso di Apel ci insegna che, nel momento in cui si assume che il linguaggio umano e la capacità di argomentare non sono sessuospecifici, non sono appannaggio di una classe più che di un’altra, non sono facoltà intellettuali-cognitive spegnibili a comando, allora ogni discorso discriminatorio o dispotico diventa autocontraddittorio, perché si fonda sulla negazione di quegli apriori della comunicazione senza i quali la comunicazione stessa e gli Sprachspiele, i giochi linguistici da essa garantiti, non si darebbero.

    Di fatto, per il magistero della Chiesa il non cristiano (ovvero il non totalmente aderente al magistero della chiesa) è insipiens, privo, di principio, di ogni sapienza, tanto che quando qualcuno ha parlato di “cristiani anonimi (persone che si comportano da cristiani senza professarsi tali)”, lo si è messo subito a mal partito; di fatto, per il magistero della Chiesa, mulieri docere non permitto, le donne devono star zitte e possono salvarsi solo come riproduttrici della specie (considerando che se godono è peccato mortale -e non si invochino presunte aperture della Chiesa alla sessualità: basta farsi un giretto sui forum cattolici per vedere che anche il godimento di un baciozzo è peccatum mortale); di fatto, per il magistero della Chiesa, ogni compromesso con la modernità è sospetto, visto che la Chiesa ha ancora difficoltà ad accettare Darwin, visto che il ministro dell’istruzione del governo di destra recentemente bocciato alle elezioni ha tentato di far sparire Darwin dalle scuole; di fatto, nella Chiesa, il dibattito non è libero, e non si può far riferimento alla comunità dei credenti distinguendo la base dai vertici. La base della comunità dei credenti cattolici è fatta da una enorme maggioranza di individui ignari di troppe sottigliezze, che spalancano la bocca di fronte a sensazionalismi miracolistici, mentre le poche voci di mediazione con la modernità sono messe a tacere.

    Dunque, il problema della differenza cristiana va riformulato come problema dell’autenticità cristiana. Il problema del laicismo, che con un ditino in bocca, da bamboccio pentito, vorrebbe avere la forza della fede, va riformulato come problema della criticità laica. Il tutto in un gioco linguistico che non può vedere partecipi scribi e farisei dell’una e dell’altra parte, tutti d’accordo nel definire un modello di uomo asservito a un sistema paradossalmente feudal-burocratico in questo modno come nell’altro. Un modello eticamente ributtante, da cui certe facili “mediazioni”, fondate sull’illusione di un gioco linguistico impossibile perché inficiato da vizii di sostanza, non potranno certo salvarci.

  14. Daniele Ventre il 10 giugno 2006 alle 13:10

    Chiedo scusa dei diffusi refusi profusi (di scettica una sospensione; un oligarchia). Ho scritto sull’onda dell’emotività e qui non si può modificare mai.

  15. tashtego il 12 giugno 2006 alle 15:01

    e se per esempio ce ne fottessimo del problema dell’autenticità cristiana, lasciandolo ai cristiani, e ci occupassimo di quello dell’autenticità democratica, e dunque laica, che ci riguarda tutti?
    e poi:
    che c. sono i “trascendentali semiologici di ogni gioco linguistico”?

  16. Daniele Ventre il 14 giugno 2006 alle 19:18

    Che cazzo sono i trascendentali semiologici di ogni gioco linguistico?

    Presto detto.

    Nella filosofia scolastica medievale, i trascendentali sono le tre caratteristiche senza cui l’essere non può essere pensato o concepito. Sono i tre aspetti costitutivi dell’essere di ogni ente, che, in quanto esiste, ha una sua struttura unitaria (ogni ente è uno), è portatore di una sua coerenza logica e ontologica, e di una sua verità (ogni ente è vero), ed esprime una sua positività ontologica, ma anche etica, perché frutto di una creazione che è un atto d’amore (ogni ente è bene). Uno, vero e bene sono i tre trascendentali dell’essere secondo S. Tommaso.

    Con Immanuel Kant il concetto di trascendentale si sposta dall’essere al pensiero e alla conoscenza. Per il criticismo di Kant tutte le caratteristiche che la filosofia tradizionale attribuiva alle cose e agli enti, sono in realtà gli elementi costitutivi della mente umana e del suo modo di ragionare e percepire le cose. Perciò il trascendentale non è più l’aspetto costitutivo dell’essere, ma è l’aspetto costitutivo della conoscenza. Perciò la filosofia di Kant è intesa come criticismo trascendentale, perché è l’analisi critica e chiarificatrice dei trascendentali (cioè delle condizioni di validità oggettive) dell’intelletto umano e del soggetto conoscente (non più dell’essere e delle cose).

    Nel novecento, all’indomani della seconda guerra mondiale, Karl Otto Apel attua una trasformazione semiologica del kantismo (cioè del modo di pensare di Kant, prima che qualcuno mi chieda cosa cazzo è il cantismo). Apel porta sul linguaggio e sulla comunicazione il discorso che Kant aveva spostato dall’essere delle cose all’intelletto del soggetto conoscente. Dunque, per Apel, esistono degli elementi fondanti di ogni discorso, senza cui nessun discorso è possibile. Uno di questi elementi fondanti è ad esempio il fatto che il linguaggio umano è uno strumento che potenzialmente ogni membro della comunità dei parlanti e degli argomentanti è in grado di usare per esprimere le sue idee e il suo modo di pensare. Un altro trascendentale semiologico è l’alterità fra messaggio linguistico e referente, e la fallibilità e la parzialità di ogni argomentazione che ne è l’organica conseguenza logica. Sembrano ovvietà, assunti lapalissiani. Però quante argomentazioni di clerici e ideologi partono dalla dissimetria degli argomentanti (io buono tu no, perché non dici quello che dico io, non sei di sesso maschile etc.) o dalla certezza di possedere la verità assoluta?

    Perché poi è un problema per tutti l’autenticità cristiana? Perché nessuna riflessione autenticamente democratica è possibile per certe forme di cristianesimo e per certi modi di intendere il cristianesimo. E sono le forme e le interpretazioni del cristianesimo che prevalgono oggi in occidente.



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