Anteprima Sud 7/Andrea Di Consoli

6 agosto 2006
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immagine di Marco Giovenale

Il catalogo delle cose inutili

Nell’armadietto della casa di nonno c’è il “pisasale”, e dentro ci abita un ragno vecchio, che quasi non si muove più. C’è la foto fatta in Abissinia, prima che gli cadessero i capelli; è infilata nel vetro di un esile armadio, dove ci sono ancora le caramelle – vecchie di dieci anni – che la buonanima di mia nonna regalava ai nipoti. In cucina c’è una vecchia copia della “Gazzetta del Mezzogiorno”, con i caratteri più grandi, e la foto di Licio Gelli in prima pagina. La casa di mio nonno è abbandonata così come fu abbandonato Laino Borgo, in provincia di Cosenza, all’indomani del terremoto del 1980. E’ un paese spettrale, rimasto fermo a quel giorno. Una volta ci sono andato con Giuseppe Lauria, un amico di Viggianello, che oggi, credo – anche se non lo vedo più da almeno sette anni – gestisce un albergo a San Severino Lucano. Entrammo nelle case fatiscenti, e vedemmo le tavole apparecchiate, i giornali a terra – mi ricordo tante copie del “Popolo” e di “Famiglia cristiana” -, una quotidianità esatta e congelata. Ricordo pure un vecchio documentario – bellissimo – sulla Calabria – e anche su Laino Borgo – che spesso Rai 2, la notte, trasmetteva – l’ultima volta lo vidi nel 1998, a Maratea, dove facevo il cameriere. Nel garage della casa di mio padre, invece, a Rotonda, in provincia di Potenza – al confine con la Calabria – ci sono i miei album di figurine: Mondiali del 1982 e del 1986 e tutti i campionati italiani dal 1982 al 1988. Ci sono pure tante copie del “Guerrin sportivo”, un poster di Virdis, un libro fotografico sull’Africa, uno sull’allunaggio, una pietra lavica dell’Etna e due coppe che mia sorella vinse in Svizzera, quando ancora sciava. Nella “stanza degli attrezzi” di mio padre ci sono alcuni trapani a mano arrugginiti, vecchi martelli di legno, prolunghe sfilacciate, un’automobile di lamiera che lui mi costruì quando a Uster lavorava alla Zellweger. Nell’armadietto del bagno, invece, c’è ancora un vecchio profumo che regalai a mia madre, che evidentemente – per quanto era buono – non ha mai usato, magari per imbarazzo. In soffitta, poi, c’è la mia bicicletta – le ruote sgonfie, la catena penzolante, i freni strappati. Ci sono pure vecchie copie del “Corriere della sera” e dell'”Avanti!”, prima che scoppiasse tangentopoli. E ci sono le macchinucce che mio padre mi comprava alla “Migros”, a Zurigo, e che io schiacciavo con il martello, perché una volta m’ero innamorato di un documentario sugli sfasciacarrozze. Nella mia stanza – dove ora dorme mio nonno vecchio di novantacinque anni – ci sono fogli di propaganda del Pds, una rete di pescatori di Cetara, vecchie poesie scritte a macchina, un’automobile con le batterie che mi regalarono al battesimo, due cassette porno rimaste nascoste – una in lingua tedesca -, la giacca di renna che usavo quando ero adolescente, e che adesso non mi va più. Ci sono pure le foto: di quando nacqui, di quando tornammo dalla Svizzera, della scuola, del calcio. Oggi peso più di cento chili, ma un tempo ero un’ala destra formidabile – feci anche un torneo a Zurigo con i pulcini del Lecce. Facevo mille palleggi con una sola gamba e avevo un esterno destro formidabile. A Fratta, la frazione dove vivono i miei genitori, c’è la strada che porta da zia Vincenza e nel fosso di Peppinella – dove la strada finisce. Adesso la strada è asfaltata e allargata, ma prima del 1989 era una mulattiera polverosa e piena di serpenti. Quando vennero quelli della ditta Sinisgalli di Potenza ad asfaltarla, io rimasi ogni giorno con loro, e parlavo, e loro m’insegnavano tante cose, per esempio una filastrocca francese assai volgare. Su un muretto fresco di cemento scrissi anche il mio nome e lascia l’impronta di un mano – ancora oggi è ben visibile, c’è scritto: “Andrea 1989”. A casa dei miei genitori, non so perché, ci sono ancora gli elenchi telefonici de 1989 di Cosenza e Salerno. Mentre non so che fine abbiano fatto la Fiat 126 rossa e la Opel Kadett Berlina 1.3 blu. La Panda grigia, invece, quella finì a Modena, da mia sorella, quando ancora non poteva permettersi una macchina. A casa nostra ci sono due medaglie della seconda guerra mondiale, ci sono tute vecchie, i miei vestiti da cameriere, vecchi sussidiari, ci sono i libri del magistrale di mia sorella, strane reliquie della Svizzera, come per esempio una piccola cassetta ungherese – che mio padre comprò da un rigattiere di Uster – e dove c’erano scritte delle cose con una penne verde. Chissà perché ho sempre pensato che quella cassetta fosse appartenuta a una famiglia di ebrei morti ad Auschwitz. In soffitta ci sono anche le slitte. Quando ero piccolo nevicava sempre; adesso, invece, non nevica più – o forse non riesco più a vederla, la neve. A casa nostra ci sono le voci di mio nonno, che racconta la guerra in Africa e chiede aiuto quando cade nel bagno; c’è la voce di mio padre, che da quando è tornato dalla Svizzera si è dedicato agli animali, e la sera si lamenta per i dolori alla schiena e alle mani; e c’è la voce dei morti, che io non ho mai dimenticato, perché è più ricca la vita se i defunti ci fanno compagnia. E ci sono le stelle – tutte le stelle -, un vento che ti fa dimenticare di aprire gli occhi, un paesaggio di monti gonfi d’acqua come meduse. E c’è un ragazzo, in fondo alla casa, che la notte non dorme, e guarda i programmi televisivi della notte, ed è inquieto, fuma, fa attenzione a non farsi scoprire sveglio dal padre, e prima di addormentarsi guarda dalla finestra la notte infinita, e in lontananza vede le luci dell’autostrada – l’autostrada che porta le persone in giro per il mondo.

11 Responses to Anteprima Sud 7/Andrea Di Consoli

  1. filippo senatore il 6 agosto 2006 alle 20:57

    Lo spirito della città antica nello stile di Dino Buzzati, riposto nelle viuzze, negli anditi, nei sottopassaggi, nelle scale e scalette dove si annida ancora una densa vita, lo rivivo oggi con gli odori della nebbia di quasi venti anni fa.
    Milano, Via Montello, rigata dal percorso d’argento dei tram.
    Una volta al mese andavo alla redazione di Schema con la consapevolezza di amare la scrittura che nasceva dalle lunghe discussioni in casa Manzoni.
    Un confronto schietto, di voci ora concordi ora divergenti e una presenza incredibile di giovani, appartenenti a quell’ultima generazione dopo gli anni di piombo che aveva superato le forche caudine del ritorno alla meritocrazia. In poche parole l’antitesi dei figli di papà.
    Non più esami facili nel clima del Sessantotto ebbro, ma prove quasi sadiche e sfibranti per poi arrivare ad approdi precari e mortificazioni nel clima festaiolo della Milano da bere.
    In quegli anni facevo il pendolare da Pavia e una sera ho preferito perdere il treno per ascoltare in piedi al loggione della Scala, Pollini ed Abbado, nel concerto “Imperatore” di Beethoven.
    Il tema del primo movimento, in quegli anni, mi ha accompagnato ossessivamente, come una musica interna in questo attraversare la città, carica di tensioni e di storia. Quasi un fluire sotterraneo, uno scrosciare dei navigli sigillati che dopo lunghi nubifragi cercavano la via della superficie.
    Il fortissimo dell’orchestra prendeva le mie gambe quando attraversavo Piazza Lega Lombarda, quasi come un monito eroico di partecipazione ad un simposio.
    Il primo numero di Schema, rivista di poesia è uscito venti anni fa in un clima di dibattito culturale molto elevato.
    In quegli anni a Milano dominava Alfabeta, la rivista di Porta, Balestrini, Spinella, Eco, Rovatti, Corti, Leonetti e Volponi.
    Schema era una sorta di scialuppa di fronte a tanti yacht e panfili. Eppure la piccola rivista letteraria affascinava i nomi dei famosi i quali pubblicavano clandestini in mezzo agli anonimi esordienti, sortendo l’effetto di una mescolanza plebea, per tornare a Buzzati, che sprigionava “l’animo genuino del popolo”.
    La rivista nasce con un progetto culturale, cosa rara anche per riviste blasonate, fatta per chi legge, con una forte coerenza culturale e una precisa funzione informativa e critica. Schema che ha contaminato il territorio come il Living Theatre di Julian Beck ha occupato luoghi inconsueti come l’Acquario Civico, le stazione della Ferrovia Nord e le piazze di Milano.
    Inoltre sia giovani, che affermati poeti stranieri, tradotti con serio intento filologico, sono stati pubblicati da Schema con il testo a fronte.
    Ho conosciuto Franco Manzoni nel 1987, quando già Schema era avviata e nota al mondo letterario. Non mi soffermo su un’amicizia autentica per non tediare il lettore.
    Pur avendo partecipato dopo Castelporziano alla replica di Piazza di Siena a Roma, avevo solo qualche poesia nel cassetto.
    Entrai dilettante e meravigliato della generosità e di essere accolto in così poco tempo in una redazione, dove ho conosciuto la meglio gioventù milanese in un clima di serio impegno culturale, oserei dire esemplare, come se si fossi entrato in un’accademia.
    “Coloro che ragionando andaro al fondo,/ s’accorsero d’esta innata libertate”.
    S’imparava, si approfondiva per non fare brutte figure, ma soprattutto si ascoltavano gli altri.
    Un lungo tirocinio che mi ha permesso senza fatica l’approdo al Portnoy.
    Oggi la rivista letteraria in una veste non più di mensile, ma di strenna annuale, mantiene l’antica copertina dai colori mutabili dell’arcobaleno alla Warhol, edita con pazienza certosina da Marina Manzoni.
    Schema ha resistito e resiste a tanti eventi e imbocca oggi il fiore dalla giovinezza dei venti anni. Alcune riviste blasonate hanno chiuso i battenti, altre navigano a vista nel mare procelloso della poesia con un seguito effimero di pubblico.
    Schema possiede il fascino della leggerezza e della caparbietà volitiva dei milanesi che non mollano.
    Schema è il manifesto di coloro che Mario Spinella definiva, il caffè della penombra, dei fuoriusciti, degli esiliati, dei fuggitivi, non paghi delle certezze transeunti, delle idee che rifuggono i salotti televisivi.
    Parafrasando ancora Dante è il manifesto di “quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte, / quando dicea: ‘Secol si rinova; / torna giustizia e primo tempo uman, /e progenie scende da ciel nova’ …”

  2. Cato il 6 agosto 2006 alle 22:32

    “…e c’è la voce dei morti, che io non ho mai dimenticato, perché è più ricca la vita se i defunti ci fanno compagnia”.

    Bellissimo testo.

    Notevole la capacità dell’autore di tenere a bada, per sortilegio di scrittura, emozione e struggimento, mentre la memoria si dipana, sgrana il suo rosario di volti, di voci, di croci, di abbandono…di vita che, riaffiorando dalla polvere, reclama il suo spazio, la sua parte d’anima, di sangue e di carne.

  3. Giancarlo Tramutoli il 7 agosto 2006 alle 14:48

    Bello.

  4. sergio garufi il 7 agosto 2006 alle 15:18

    molto bello.

  5. furlen il 7 agosto 2006 alle 16:27

    bellissimo.

  6. Giancarlo Tramutoli il 7 agosto 2006 alle 17:00

    Ovvero:
    Cogli l’ottimo!

  7. cf05103025 il 7 agosto 2006 alle 18:09

    Mi è piaciuto molto questo pezzo,
    e m’ è venuta voglia di raccontare ‘na storia parallela che successe a me, nel senso che in una cantina, ora mia, ma prima di chissa che altri contadini, esplorai un piccolo antro ove erano tenuti oggetti in ferro, tipo scalpelli e cunei e una testa di mazzapicchio o mazzuolo da scalpellino + qualche vecchia chiave e chiodo da carpentiere.
    Io ci guardavo lì dentro con la pila e vedevo solo ‘sta ferraglia misteriosa sorvegliata da ragni millenari; poiché sono forse maniaco non osavo ripulire il piccolo vano, quasi fosse il sancta sanctorum di un benevolo fantasma o lare della casa.
    Per anni lasciai tutto come stava, ogni tanto sorvegliavo con circospezione il luogo immutato da almeno cent’anni.
    Poi cavai con grandissima fatica da un’altra cantina dei blocchi di tufo per farne una sorta di rustica fontana nel cortile, ma mi mancavano attrezzi per lavorarli, per scolpire.
    Dopo averci pensato un be po’, dopo aver chiesto permesso al lare e versato in offerta un bicchiere di vino buono nell’incavo, cavai i vecchi attrezzi, li smerigliai, li oliai, al mazzuolo misi un manico e ci diedi dentro con mazza e scalpelli e picchi.
    Ora i ferri stanno bene e sono contenti, ogni tanto li riuso e loro ridono.
    La fontana è venuta bene, sembra etrusca.

    Nel buco antico però ci ho lasciato ancora qualcosa, per non oltraggiare troppo la memoria della casa.
    MarioB.

  8. Nunzio Festa il 8 agosto 2006 alle 04:44

    molto gradevole, e sopratutto carico di Commovente.

    b!

    Nunzio Festa

  9. Radhe il 9 agosto 2006 alle 18:24

    l’inutile per eccelenza: un porno in lingua tedesca :)
    Chissà perché le cose inutili sono quelle che amiamo di più…

    bel testo

    S.

  10. teora ventura il 30 agosto 2006 alle 23:20

    Ho toccato di sfuggita quelle zone quest’estate, mi sono perso tra francavilla e viggianello, sulle strade interne ai boschi, alla ricerca di un concerto di roy paci…voglio leggere il tuo “lagro negro”, mi incuriosisce tanto…E mi auguro che la Basilicata sia raccontata, ha delle pieghe interessanti che però sono tenute accuratamente lontane dalle grandi arterie comunicative…così come va raccontata la nuova emigrazione di tanti che come me (e lamia fidanzata lucana) lasciano il sud, che amano, per spostarsi, e poi chissà se torneremo; è una piaga strisciante, che l’era del lavoro precario ha reso ancora più dolente ma invisibile..
    Ogni volta che torno su nazioneindiana faccio sempre belle letture….
    complimenti.

  11. giovanna il 17 ottobre 2006 alle 15:21

    Bello leggerti anche qui, Andrea.
    E leggere di un ragno che vive nel “pisasale”,reinventando l’uso di un oggetto che altrimenti non avrebbe più senso.
    Bello leggere della nostra terra,con le parole di chi non vuole perdere il filo.g



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