Da “Cassavetes”

4 settembre 2006
Pubblicato da

di Alessandro del Moro

Arrivarono le pulci.
Mio padre non guardava, non guardava nessuno e nonostante il caldo chiudeva i finestrini della macchina, fino al punto in cui, sforzando la manovella, il vetro sembrava sotto pressione, un altro scatto e sarebbe finito, meravigliosamente, in frantumi.
Io dormivo perfettamente bene: l’aria di giugno massaggiava la pelle, e io mi sentivo, io ero, parte integrante del processo naturale delle cose, l’esatto speculare della fotosintesi. Respirare, produrre anidride, ingurgitare tutta l’aria che avevo a portata di bocca. Alle volte se avevo bevuto la sera prima, mi svegliavo ansimando in cerca d’acqua. Ma la maggior parte delle mattine, prima di mettere a fuoco i pensieri, anche prima di aprire gli occhi, credevo di aver trovato finalmente qualcosa che mi potesse guidare.
Mia sorella aveva preso a digrignare i denti. La notte nella stanza a fianco la sentivo comprimere le mascelle. Mi alzavo e le accarezzavo le guance senza che lei si accorgesse di niente: “Fra’”.
Non mi lavavo quasi, svegliandomi mi infilavo i pantaloni accartocciati sul letto, un paio di scarpe che mi ero tolto senza slacciarmi e uscivo di casa. Mi catapultavo sugli autobus, come se la città fosse una funzione della mia vita di desideri. L’ampiezza di un cielo che pareva aprirsi, le conversazioni dei vecchi, i marciapiedi delle periferie romane che stavano cercando di aggregarsi alla città come fratelli piccoli ai riti dei fratelli maggiori, le chiese da poco inaugurate, le merde dei cani che erano mezzelune, wurstel, castelli in miniatura. Arrivavo a casa di Maude che lei ancora dormiva, i suoi erano usciti, io mi attaccavo al citofono, saltavo i gradini salendo le scale, e prima di dirle ciao, l’avevo buttata già addosso a un muro, le avevo tolto la maglietta e mi ero già immerso nel suo calore indotto dal sonno. Dicevo frasi cardinali, infilato a piombo in un ruolo teatrale, provavo a crescere all’improvviso, ad avere già la voce consumata dall’età: “Non perdere niente”, dicevo, come avessi terrore che da un momento all’altro i germi fisiologici, qualcosa di notturno e nascosto a noi stessi potesse evaporare, le abbrancavo il collo, cannibalizzavo il suo odore, le leccavo il tubo perfetto della trachea, le scanalature della gola, toccavo lì come spingessi sui tasti di uno xilofono.
E poi, da soli, in quella superiorità morale data da una solitudine divisa in due, con il cielo che in queste mattinate feriali alle volte diventava il dorso di un iceberg, ci ritrovavamo a guardare fuori dal finestrone della sua stanza, quasi stessimo appunto sulla prua di qualcosa di immobile.
“Stai studiando?”, poteva dire.
“Poco”, sorridevo a Maude, soffiavo fuori l’aria. “Istericamente”, potevo dire. “Il nazismo”.
“…”
“So tutto. Sul nazismo. So tutto sulle guerre del Novecento. Sui crimini di guerra. Sui massacri. Su Nieztsche. Anche con Marco, le poche volte che studiamo insieme sembra che non riusciamo a parlare d’altro. Le biografie dei nazisti. Il male. So tutto sul male. Facciamo quasi a gara a chi sa più cose sul male. Sul terrorismo. A me non mi interessa nient’altro. Mi sembra che non mi interessa nient’altro che il motivo per cui la gente compie il male”.
“Perché il male?”
“Perché voglio capire come ci si arriva, al male… leggevo il diario di un ex-nazista- a diciassette anni, faceva parte della hitlerjugend, un giorno lo svegliano presto e lo portano a sterminare gli ebrei-”.
“…”
“Se capitasse a te-”.
“…”
“…”
“Mi fai appoggiare?”
“…”
“…”
“Mi dici la verità, Maude”.
“Su cosa?”
“Su tutto. Facciamo che mi dici la verità”.
“Te la dico. Che vuoi? Io te la dico”.
“…”
“…”
“Mia sorella è innamorata di un polacco che c’ha cinquant’anni”.
“…”
“…”
“È passato Marco ieri sera”.
“Maude?”
“…”
“Che dici?”
“Quando hai attaccato il telefono, mi ha chiamato lui che stava qui sotto casa”.
“Che cazzo dici? Era l’una”.
“Sì, quasi”.
“È vero, Maude?”
“È vero”.
“Che è successo?”
“Sono scesa. Senza svegliare i miei. Sono stata con lui fino alle cinque”.
“…”
“…”
“È la verità?”
“Ti devo guardare negli occhi? È la verità, sì. Mi stringi?”.
“…”
“…”
“Scusa, Maude. Ma perché non me l’hai detto? Porca troia cazzo, cazzo. ”
“Te lo sto dicendo”.
“E per quale motivo del cazzo- perché perché ti piace?”
“Lo vuoi sapere?”
“Eh”.
“Per lo stesso motivo per cui piace a te. Credo”.
“…”
“…”
“Non hai sedici anni”.
“Ne ho quasi diciassette. Che stai dicendo? che vuoi dire?”
“Che non parli come una di sedici anni. Quanti anni hai?”.
“Come devo parlare?”
“Quelle di sedici anni hanno il birignao, hanno la voce nasale. Non sono logiche. Dicono stronzate”.
“Mi stai trattando come una che dice stronzate”.
“…”
“…magari peggiorerò, così sei contento”.
“…”
“Mia madre parla come una ragazzina. Vuoi che mi metto a parlare come mia madre?”
“Perché mi piacerebbe Marco?”
“Perché lui è lui è lui. Non ha niente da perdere. Perché è totalmente gratuito in tutto quello che fa. Perché non ha un piano b”.
“Stai dicendo che ne approfitto? Stai dicendo che anche tu ne approfitti? Che stai dicendo? Vi baciate?”
“Sto dicendo che si spreca. Non gliene frega un cazzo della sopravvivenza. Che è l’unica persona autentica che conosco. Lui. Lui si dà totalmente. Si spreca. Non vuole sopravvivere. Non gliene frega un cazzo delle sopravvivenza. Non vuole scamparla. In questo senso. Ci baciamo, sì”.

I grandi palazzi delle periferie costruiti dalle cooperative, le strade con tanti tantissimi cartelli di svolta a sinistra e a destra, i parcheggi riservati ai disabili, il cartongesso a separare gli appartamenti, i videobancomat illuminati tutta la notte, gli annunci di vendesi posto auto, le aiuole, i supermercati, le finestre a vetri degli uffici decentrati.
“Marco”.
“Augh”.
“Ti devo parlare”
“Parlami”.
“Anzi non ti devo parlare”.
“Vuoi stare al telefono a mugolare?”
“No, voglio che ci vediamo al parco”.
“Che? Ti sei messo a spinge’ il fumo?”
I parchi attrezzati, la luce dei pomeriggi di giugno è così generosa anche per chi non ha neanche un briciolo di sicurezza in se stesso, anche per chi ha i capillari delle gambe fragili, le famigliole con i primi bambini, i primi bambini attesi, guardati a vista, ammirati e rimirati, le biciclette, i ragazzi si fermano sulla sella e guardano di profilo che cosa?, i nonni, i finalmente nonni, qualche ragazza filippina o ecuadoregna molto grassa.
Arriva coi capelli in aria Marco, gli occhi ampliati come desiderosi di luce anche loro, post sonno post sbronza post qualcosa, il suo giacchetto jeans e i suoi jeans dello stesso colore bluastro a tinte rosse.
“Beh?”
Allora gli vado vicino e gli prendo il braccio, gli stringo le dita e gliele tiro indietro, lo spingo con una mezza spallata, lui cade subito a terra e io lo seguo, mi piazzo con il gomito sullo sterno, lo fermo anche se lui non si muove, fa forza soltanto con gli addominali, si tende.
“Wrestling”, mi dice.
“Hai rotto il cazzo”.
Gli prendo la faccia e gli stringo il mento con una mano, ho una presa tremolante, lui è steso, è un gesù cristo senza pietà, ha degli occhi calmi, galleggianti, che sfuggono a tutto, perfino a sé. E io invece sto usando una forza viscerale che ho alimentato con cura nelle ultime ore e che adesso non voglio che gli passi addosso. Che faccia pressione, attrito, voglio i segni. Ho come timore che me ne succhi un po’ di questa violenza del corpo, che non me la faccia scaricare, che la neutralizzi.
“Sei stressato per lo studio?”, mi dice.
Ho le gambe sulle sue gambe che scivolano, le persone sono distanti, non ci vedono e non accorrono, gli imprigiono le braccia, lo tengo giù, respiro a pieni polmoni come se stessi nuotando, gli premo sulle anche e in un momento in cui fa meno resistenza mi siedo praticamente sul suo bacino e gli do un pugno caldo e preciso sulla spalla destra. Lui stride, fa un verso di un pallone che si sgonfia.
“Non reagisci, eh? Ti ci senti una merda”.
“No”, mi dice, a voce bassa. “Sono curioso. Sono veramente curioso. Vedere quello che fai”.
Vorrei rovistargli dentro, vorrei sfilargli da dentro quella che è la sua radice dei nervi, sviscerare il tessuto vivo della sua sincerità. Che cos’è che riesce a portarlo sempre via?: “Dimmelo no? Ma che cazzo? Dimmi: Continuo a vedere Maude. Lo capisci, lo vedi, lo sai che cazzo provo per lei”.
Sorride e dice: “Sembri uno della mafia. Lo capisci che non mi fai male. Che non me ne frega un cazzo del dolore. Non mi fai male”, non parlava neanche ad alta voce.

Mia sorella sì era cattolica. Andava a messa, si inginocchiava, dava la mano al momento in cui il prete diceva di darla, diceva che il mondo sarebbe cambiato amando il prossimo, porgendo l’altra guancia, recuperando la pecorella smarrita. Sarebbe cambiato attraverso la verità. La verità, era convinta, rendeva liberi.
Era irrequieta, soffriva di bruxismo durante la notte e si estraniava dalle conversazioni durante il giorno, però cattolicamente cercava di essere gentile.
Davanti alla parrocchia aveva conosciuto Darek/Dario, un ragazzo polacco che era arrivato in Italia in bicicletta “per vedere Venezia” e dopo tre mesi, adesso, era a tutti gli effetti alcolizzato e, s’era scoperto, aveva contratto l’epatite c. Aveva cominciato, per questo?, a leggere la Bibbia in italiano e mia sorella gli aveva comprato un vocabolario dall’italiano al polacco e qualche volta era rimasta davanti alla chiesa a tradurgli dei pezzi. Lui aveva deciso di battezzarsi.
Una sera lei Francesca si era lasciata invitare a cena nella roulotte e aveva conosciuto il padre di Darek, un uomo di cinquant’anni, Pietro, separato dalla moglie, slegato rispetto a molte cose: uno che nella sua vita aveva fatto il violoncellista, il boscaiolo, l’operaio navale, che aveva avuto tre figli (grandi tutti e tre più di mia sorella) da due donne diverse, che aveva raggiunto Darek in Italia, con una qualche forma distorta di progetto/speranza (prendersi cura del figlio malato? provare a sbarcare il lunario in due?) e adesso qui cercava di sopravvivere montando scaldabagni ma un giorno sì e tre no. In una settimana mia sorella era andata a cena o dopo cena da loro a fumare e bere birra e vodka da discount praticamente tutte le sere. Diceva a mio padre che usciva a chiacchierare sotto casa, e la scusa non era una bugia. I due avevano spostato la roulotte e l’avevano piazzata a cento metri da casa nostra.
Poi, si era presa le pulci alla fica, e non aveva comprato nessuna pomata per eliminarle. Non era automatico, ma, immaginai, questa fosse la sua idea di essere innamorata.
I dettagli, le osservazioni, le interpretazioni, tutti solitamente confusi, embrionali, me li ricostruiva a brandelli di notte, come se non fossero completamente veri o verosimili con la luce del giorno. Il rumore di lei stessa che si torturava i denti la svegliava di soprassalto e veniva in camera mia, si sedeva sul letto, si grattava le gambe e la testa, e io allora mi svegliavo anch’io, e ascoltavo nel dormiveglia la sua dose di svuotamento. Si metteva le mani giunte davanti al naso e diceva cose apparentemente ponderate: “Ho comprato un biglietto aereo. Ho fregato i soldi a papà e ho comprato un biglietto aereo”.
“Per andare dove, scusa?”
“In Polonia”.
“Devi anda’ in Polonia? Con Pietro?”
“Voglio andare lì. Lui torna a prendere delle cose e io voglio accompagnarcelo”.
“Che devo dirti?”.
“Niente”.
“Allora, che vuoi?”
“Chiedimi perché lo faccio”.
“Lo so che mi dici. Che sei innamorata”.
“No”.
“…”
“Lo faccio perché è giusto”.
“Accompagnarlo in Polonia è giusto?”.
“…”
“…”
“Ti fai mai delle domande tu? Ti sei mai inginocchiato davanti a uno morto?”
“Che c’entra?”
“L’altro giorno sono andata all’obitorio. Darek è andato a riconoscere il cadavere di uno morto ubriaco a piazza Dante. Ci aveva dormito venti giorni insieme qualche mese fa. Sai che mi ha detto che come l’ha visto, gli è sembrato che se la passasse meglio dell’ultima volta che l’aveva incontrato”
“…”
“Allora. Perché vengono qui?”
“Ma chi?”
“Che cazzo di senso ha? Che motivo ha uno che vissuto la vita da tutt’altra parte, in tutt’altro modo, che cazzo di motivo ha di venire qui? Perché viene qui uno sulle cazzo di navi?”
“Dalla Polonia, con le navi?”
“Che c’è qui? Non c’è niente. Qui non c’è niente. Perché una persona con una vita un passato, perché una persona bella deve venire qui? Che cazzo c’è qui? …nostra madre che si ritaglia le diete per dimagrire dal Corriere Salute? Per questo sono venuti qui? A morire con una bella espressione stampata in faccia?”

Le pulci arrivarono da molte parti e poi si spostarono. Marco dieci giorni prima degli esami di maturità sparì, letteralmente. Dalla fica di mia sorella le pulci si impiantarono sui miei capelli, poi sui capelli di Maude, sulla sua fica, e alla fine, per numerose vie affluenti, invasero la scuola nei giorni degli esami di maturità, ma questo non fu colpa nostra.
Avevo telefonato a casa di Marco e i suoi avevano questa voce di disincanto cortese: Marco gli aveva detto che sarebbe stato fuori per dieci giorni a studiare e prepararsi con un suo amico.
Io mi svegliavo e poteva capitare di avere i brividi. Il caldo produceva l’effetto contrastante, una scossa alla base dello stomaco, una febbre estiva. Urlavo con Maude per motivi fragili, lei si irrigidiva. Mi rinfacciava le colpe con toni da tragedia. Mi hai fatto diventare infetta. A scuola mi chiamano Donnaccia, quelli che sono i tuoi amici anche.
“Le pulci?”.
“Ma che cazzo c’entrano le pulci! Mo’ vado a dire delle pulci in giro! Ma sei un demente? Non hai idea del perché mi chiamano Donnaccia?”
“No”.
“Vaffanculo. Sei un testa di cazzo Andrea”.
“Credi?”.
“Mi chiamano Donnaccia perché chissà con quanti cazzo di persone ti sei lamentato e hai raccontato di Marco”.
“Di Marco?”
“Di me e Marco? Sì, chi cazzo gliel’ha detto alla gente? Ti senti bravo a farmi passare da mignotta?”
“Maude”.
“Eh”.
“Maude”.
“Eh!”
Era vero? Non era vero che alle volte utilizzavo le sofferenze mie anche minime per avere a che fare con il mondo e ostentare il mio debito? Come dicessi, Guardate non sono felice, Sto dalla parte del giusto ma non sono felice. Guardate i segni sulle mani, le mie piccole stimmate. Mi sto guadagnando una santità minuscola e privata a soffrire per amore. È il mio cammino di formazione. La mia iniziazione. Ho il mio corpo in tensione sempre, io. Non ho pelle, e quel sottile strato di protezione epidermica appena si forma lo scortico e ve lo regalo, frantumi di crosta. Ho una generosità che è pubblica, io. Non rivendico niente. Non voglio proprietà. Ma non so soffrire da solo, non so assolutamente soffrire in silenzio.
“Maude, non capisco”.
“Cos’è che non capisci?”
“Non capisco come dovrebbe essere”.
“Dovrebbe per chi?”
“Come dovrebbe essere tra me e te, tra me e Marco”.
“Ma per chi?”
“Per una mia visione. Non lo so, per il mio modo di sentire le cose”.
“Mi sembra assurdo”.
“Cosa?”
“Che ti preoccupi sempre sempre sempre del giudizio esterno. Il mondo, porco cazzo. Di una credibilità rispetto a non so chi. Di una estetica. Andrea, ma che merda sei? Del funzionamento ti preoccupi. Parli di noi, della mia vita, come se fosse una cosa che deve funzionare. Ma che cazzo vuol dire, Andrea. Sei innamorato, non sei innamorato, devi farti per forza una domanda? Fatti questa e non rompere più i coglioni all’umanità. All’umanità, veramente! Alla mia umanità. Guardami. Sei insicuro di te? Questo lo accetto. Ti voglio bene, mica la merda. Ma il resto basta. Vuoi che qualcun altro ti dia l’autorizzazione a provare quello che provi? Vuoi una morale? Sai che cosa fai tu? Fai finta di essere assolutamente non protetto ma poi ti proteggi con questa bella sincerità da bambino idiota. La sincerità bella, la sincerità che deve essere bella. Tu vuoi che la sincerità sia gentile. Cazzo. Ma le persone sono un’altra cosa. Guardami in bocca!”. Spalancò le labbra. “Li vedi i denti storti in fondo. Tocca lì a sinistra che sembra tutto seghettato. Le carie. Guarda. Lo vedi che ci sono due denti sovrapposti a sinistra. Questa sono io, io sono questa, sono quest’ammasso. Se vuoi, io sono questa! Le persone sono creature complesse, cristo. O le ami per quello che sono oppure sei fottuto. Ma da subito”.

2 Responses to Da “Cassavetes”

  1. cf05103025 il 7 settembre 2006 alle 23:52

    A me è spiaciuto questo vuoto, questa carenza assoluta di commenti al racconto di Alessandro del Moro.
    Io non so chi sia Del Moro, mai sentito, magari come età potrebbe essermi figlio se non nipote, e nel suo lavoro ho visto serietà e impegno e anche una ricerca di articolare un intreccio complesso.
    Nell’insieme non mi è piaciuto tanto, però c’è forza, ripeto: impegno.
    Davvero mi fa pena ‘sta cosa: io l’ho letto il primo giorno che è comparso, e vabbè, è un racconto lunghetto…
    però nessun commento non depone bene per i lettori di NI, no, proprio no.
    Sono deluso, per Alessandro del Moro,
    guarda un po’.

    MarioB.

  2. Giorgio il 11 settembre 2006 alle 12:50

    è un racconto che ha molto da dire. è scritto bene.

    (Postare un articolo sul concetto di letteratura: 250 commenti.
    Postare un racconto: zero lettori.
    è normale?)



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