Il museo del liuto di Arpino

2 ottobre 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Zirjab dovette fuggire dalla Spagna per le gelosie del suo maestro El Mosuli, vi ritornò nel 821 stabilendosi definitivamente a Cordoba, protettovi fortemente da Abderrhman II. Fu precisamente in questa città, circa l’anno 825 che Zirjab, meditando sul liuto, vi notava insufficiente espressione, quasi mancanza di vita, e vi aggiunse la quinta corda. La pose al centro tingendola di rosso. Fu probabilmente lo stesso Zirjab a dare alle corde del suo liuto altri colori coi significati degli umori del corpo umano.

La prima corda è gialla, la bile.

Ogni volta che dici la parola fine, mi si sfila una vertebra.
Ho una spina dorsale lasca,
come le funi che usano i maghi dilettanti.
Mi basta una piccola scossa per togliermi il nerbo.

Eppure questa mia adesione al passato non basta,
le cose muoiono, i figli spariscono: non lasciano eredi.
Togli le corde vocali ai cani e i paesi si svuotano,
mentre le case diventano stagni, o musei:
in ordine, con tanti quadri pieni di fiori
e una musica al centro per ogni volta che passi,
senza fermarti neanche per le foto di rito.

Non fa né caldo né freddo qui,
c’è una temperatura adatta alla conservazione.
Non ci sono zanzare.

Te lo dico con amore: facciamo una prova.
Guarda aldilà del davanzale un punto fermo qualunque:
il ramo di un albero, la finestra della chiesa di fronte,
il tettuccio di quella macchina rossa. Fissa lo sguardo,
come se invece degli occhi tenessi un cappio. Ci sei?
Per me è il principio d’indeterminazione:
nel momento in cui afferro l’oggetto
mi si sballa di colpo il punto in cui osservo.

(Catturare è il male: ogni legame
è un nodo scorsoio,
così come ogni pietra
che servirà a lapidarti.)

La seconda corda è rossa, il sangue

Senza difese, sognare mia sorella, la sua faccia contro la mia,
mi accade sempre d’estate, anche adesso che lei è grande
come un appartamento di cento metri quadri.
Ho nostalgia ma non di tutto. Il sole di Edinburgo,
i viadotti autostradali, tu che recitavi da guerriera.
La paura è che stia per morire. Le si gonfino le ossa,
le salga la febbre fino a bollire. La stringo come dovessi sposarla.
Quando è nata, mia madre restò in ospedale per giorni:
mio padre rientrava in fretta e la mattina presto
le consegnava altre sacche di plasma, contribuendo oltre il dovuto
alla formazione fisica delle donne di casa. Sarà sempre così,
non imparerà mai a parlare quest’uomo, ma compenserà la sua assenza
con la disponibilità costante alla resa, a comunicarsi e dare il sangue.

La terza corda è di colore naturale, la flemma

Sono diventato un piccolo divo negli ultimi tempi:
appena mi giro c’è un insetto color trasparente
che non fa che ripetermi quanto bello è il mio viso,
anche se poi – è inevitabile – si mette a lagnarsi
di sé; e del fatto che questo paese è allo sfascio,
non c’è più cultura, non esiste morale, e la gente
s’innamora del primo venuto. Dico sempre di sì.
Ma la verità è che vorrei insegnarti ogni mossa
come fanno i maestri di sci o pianoforte,
sovrapporre a conchiglia le mani od i piedi,
far convergere i gesti, guidarti, o farmi guidare
da te. È tutto buono ciò che rimane. Tossisci,
ti volti di scatto, cadi, mi guardi. Va bene ogni cosa
che non sia evanescente. Le cose che faccio mi servono
per tenerle a memoria, trattenere le cose, mettere ordine:
falso/vero/falso, come in una tabella di Frege.
Non c’è una sola frase che in fondo
non potrei meditare e capire, a patto che tu mi conceda
quel tempo. Ce n’è tanto, vero?
La noia è un regalo, ha una forma non circolare,
è una figura iperbolica, un asintoto,
un’offerta inesausta che non cede al consumo.

La quarta corda è nera, la malinconia

Ti lascio questa lettera per quando mi chiuderò dentro casa,
comincerò a grattarmi le dita dei piedi fino a mostrarne le ossa,
e ti parlerò soltanto all’orecchio, indicandoti la roulotte parcheggiata
all’inizio del viale. Ti dirò, sono loro, ci spiano da anni. Non posso più uscire.
Sarà un mese in cui il tempo avrà perso, agosto o dicembre non farà differenza,
gli uccelli moriranno d’infarto, e ti dirò che ho voglia di fica, ridendo.
Fammi un favore, non esser gentile, colpisci sui denti, feriscimi dove
miravi quando, a dieci anni, eri contro ogni ingiustizia.
Cavami l’occhio di scandalo che non riesco a trovare,
tagliami la gamba all’altezza dell’inguine,
sradica tutti i blocchetti alle porte.

26 Responses to Il museo del liuto di Arpino

  1. Al De Santis il 2 ottobre 2006 alle 13:56

    Sempre bravo Christian. Davvero interessante ed intrusivo questo testo. Particolarmente tellurica la parte dedicata alla sorella…
    Sbaglio o liberamente si cita il (per me straordinario) libro “La melancolia del corpo” di Shelley Jackson, con la suddivisione in collerci (bile), Sanguigni (sangue), Flemmatici (flemma) e melanconici (malinconia) ?

  2. Cato il 2 ottobre 2006 alle 16:28

    Un grandissimo testo. Una delle cose più belle in assoluto che ho letto, non solo di Raimo, ma in generale qui su NI negli ultimi tempi. Complimenti e grazie.

    “non imparerà mai a parlare quest’uomo, ma compenserà la sua assenza
    con la disponibilità costante alla resa, a comunicarsi e dare il sangue.”

    C’è da meditare, come sempre avviene quando la voce poetica sa farsi radicalità e singolarità del dire: memoria senza rimpianti e arte dei giorni.

  3. Nonvogliosaperelapassword il 2 ottobre 2006 alle 16:29

    E’ la più bella poesia che hai mai scritto. Bravo. Bastardo.

  4. lello voce il 2 ottobre 2006 alle 16:45

    Molto bella Christian, complimenti!

    lello

  5. cadmio il 2 ottobre 2006 alle 21:06

    Ti fa venir voglia di cominciare a spacciare… E mi fa venir voglia di inginocchiarmi e pregare (pregare, pregare) più vai avanti a leggerlo e più ti fa venir voglia di essere letto… si, l’aria e’ fresca, il sole scalda quel giusto che ti fa venir voglia di andartene a dormicchiare su un prato, ti fa venir voglia di fare di più e meglio. qualcosa di sensuale che ti fa venir voglia di baciarla. Le parole battute a macchina, l’impatto preciso. Ho voglia di toglierti i vestiti al buio. mi fa venir voglia di mettermi subito in viaggio, ma anche di morire non solo per vasculopatia, ma anche per altre malattie, tumori compresi. Sai quando hai voglia di agganciare copertine, numerare fogli, scambiare, scrivere, fare pacchi… sai… No, non sai. Neanch’io.

  6. alfredo raimo il 2 ottobre 2006 alle 21:14

    te lo voglio dire qua fratello bravo. gonfiali come ‘na zampogna, faje er grugno.

  7. nanook il 2 ottobre 2006 alle 21:52

    una poesia STUPENDA, non so che dire. quello che penso l’ha già scritto cadmio, di cui sottoscrivo ogni parola, tutte, tutte. incredibile. sono senza fiato.

  8. batd il 3 ottobre 2006 alle 04:35

    bella davvero. lennon sui dieci anni: “I didn’t know, I didn’t foresee. It happened bit by bit, gradually, until this complete craziness is surrounding you, and you’re doing exactly what you don’t want to do with people you can’t stand – the people you hated when you were ten.”

  9. enricodelea il 3 ottobre 2006 alle 10:47

    mi piace parecchio – ci ritrovo la bella lezione morale-espressionistica di autori come Cesarano Volponi Roversi – (“ogni legame / è un nodo scorsoio,/ così come ogni pietra / che servirà a lapidarti”) – davvero notevole

  10. ParoleSante il 3 ottobre 2006 alle 11:12

    “La noia è un regalo…”.

  11. cristiano il 3 ottobre 2006 alle 11:36

    bravo, christian. non so perché ma mi ricorda vollmann che però non hai mai scritto poesie.

  12. puzza di piedi il 3 ottobre 2006 alle 13:07

    “si mette a lagnarsi di sé”

    ma la poesia deve essere sgrammaticata, caro raimo?

  13. password il 3 ottobre 2006 alle 13:08

    “Una delle cose più belle in assoluto che ho letto, non solo di Raimo, ma in generale qui su NI negli ultimi tempi. Complimenti e grazie”.

    forse è difetto o aspetto connaturato e consustanziale alla poesia postata, oggi, sui litbolg… ma sarebbe sempre d’uopo, io credo, anteporre a tali improvvisi post poetici una nota d’autore – specie se si tratta di un autore come raimo che spazia dal lavoro editoriale lato sensu alla narrativa ai versi (anche quelli non riusciti, come patrizia & c.), con diseguali risultati, a mio parere – una nota d’autore in cui si spieghi (condividendo il proprio ‘poiein’- !!??) se il testo proposto è manufatto linguistico interlocutorio, o se invece appartiene ad un lavoro in corso – per coglierne tenuta, indirizzo, e derivazioni.
    cosa c’entra, qui, così, ad una prima e seconda lettura, (il titolo e) la cornice di questo zirjab stile mille-e-una-notte rivisitato? è davvero, come sembra dalle reazioni dei lettori entusiasti di cui sopra, una cornice efficacemente assorbita nel ‘racconto’? o volutamente e proficuamente straniante? sarà… cosa c’entrano termini come ‘fica’ , ‘sci’, ‘roulotte’ e soprattutto l’infelice ‘mi si sballa’, dentro un tessuto che – stavolta – riesce discretamente a disporsi fra gli archi della confessione drammatizzata (prosastica) e della trasfigurazione (poetica)?
    mi piace questo poeta, in oscillazione confusionaria fra intenti vagamente civili, ragionativi, discorsivi (prosastici, sterili) – leggi patrizia & c.; e immersioni (discretamente riuscite) fra campate di lirismo turbato che bene si tengono tra loro – qui. è, dunque, lavoro in corso? è, dunque, un ‘poeta-tentativo?’ (‘non offenderti se ti chiamano tentativo’). un giorno è il cantore della cronaca precaria che si fa riflessione esistenziale; l’altro giorno è raffinato artigiano di metastoriche schegge lirico-mediatative…
    e allora sarebbe il caso, almeno per il momento, di raffreddare facili entusiasmi, che fanno male a ‘sti poeti (tanti, troppi) di oggi, facendo passare un po’ di tempo prima di giudizi e valutazioni encomiastiche (ripeness is all); e di lasciar stare ‘linee’ che possano includerlo – come ‘cesarano – volponi – roversi’… per quelle (neglette e ‘scomode’, omogenee e di tenuta ultradecennale), c’è buffoni, solo per fare un (altro) nome.
    questo vale soprattutto per raimo, di cui riconosco, forse sbagliando, una certa ‘impazienza’ adolescenziale (immatura) nel proporre le tappe del proprio lavoro in corso, che in questo modo si è portati a misurare anche in rapporto agli altri testi e alle altre tappe proposte, in un tutto alquanto disorganico e disomogeneo (e allora gli si potrebbe ritirare la password per un po’, perchè lavori un po’ in ombra, che non fa male).

  14. cristiano prakash dorigo il 3 ottobre 2006 alle 13:32

    bravo. c’è sempre una tensione allegra quando si deve leggere un tuo pezzo. che raramente delude. me, almeno.

  15. Cato il 3 ottobre 2006 alle 14:48

    Ho dato il mio giudizio su “quel” testo, non sull’opera omnia di Raimo (che non conosco, se non per i frammenti che di tanto in tanto emergono su NI). Lo leggo per quello che è e mi si presenta: un testo (a mio modo di vedere) più che riuscito, dove il discorso metapoetico e il dettato lirico si fondono in unità fino a lasciare indistinguibili i due ambiti di partenza: in sottofondo, un pensiero che si dipana e cerca di districarsi tra volontà di essere canto e controllo attento di eventuali derive: al centro, ciò che rimane e si staglia, è un cristallo metamorfico di memoria che ambisce a farsi soglia, apertura (“arte dei giorni”).

    L’unica cosa che si può “rimproverare” (al di là delle virgolette, prendete il termine con tutte le molle possibili) è la mancata (almeno finora) interazione dell’autore coi suoi lettori. Il resto non so.

  16. christian raimo il 3 ottobre 2006 alle 16:47

    vedersi commentare le proprie cose è un privilegio, che implica una responsabilità. su NI cerco di non pubblicare materiale grezzo, ma cose che hanno già una maturazione, magari incompleta. questo testo mi era stato commissionato da una manifestazione che la regione lazio aveva organizzato sui luoghi museali. il museo del liuto di arpino mi aveva intristito, mi sembrava un luogo deserto e parzialmente inutile. quando ho consegnato questo lavoro ai responsabili del museo, ci sono rimasti male. volevano uno scrittore che “promuovesse” la cultura. su quest’idea dello scrittore come “promotore di cultura” si potrebbe ragionare.
    comunque, accetto le critiche di password, ossia le tesaurizzo, postare i testi qui l’ho detto già mi è utile proprio come fosse un laboratorio aperto. sfrutto, sfrutto l’attenzione e l’intelligenza dei commenti, ma anche la chiacchiera più svaccata dei vari troll.
    sulla mia ricerca poetica non me la sento di fare un discorso organico. credo effettivamente di patire accessi di centrifugicità, che può rivelarsi confusione. non riesco a “godere” emotivamente della maggior parte dei poeti che vengono pubblicati anche dalle collane più attente della poesia italiana contemporanea. dal bianco, buffoni, bacchini, ma anche de angelis, zeichen, elisa biagini, massimo sannelli… ciò che vale in italia oggi direi. ci sono poeti italiani, diversi appunto che stimo, ma nessuno mi fa “piangere”, non so come dire. mi interessano vetoori di ricerca opposta, albinati versus mesa, santi versus giovenale. leggo moltissima poesia e cerco di trovare delle forme e degli spazi che siano nella fruizione aperti. nazione indiana lo è.

  17. jordan il 3 ottobre 2006 alle 16:47

    scusate, io non ho capito se questa bella poesia è di raimo o di arpino.
    mi togliete il dubbio?
    grazie.

  18. jordan il 3 ottobre 2006 alle 16:48

    ah ok, non avevo letto il commento di raimo.
    tutto a posto.

  19. CaviaDiLaboratorio il 3 ottobre 2006 alle 18:47

    “questo testo mi era stato commissionato da una manifestazione che la regione lazio aveva organizzato sui luoghi museali”. Non era la risposta che cercavi, password?

  20. maria (valente) il 3 ottobre 2006 alle 23:00

    Anche a me questa poesia piace molto. La cornice è perfetta, un salto nel passato filologico- letterario alle origini (leggendarie?) della lirica romanza su cui ebbe tanta parte quell’autentica fucina dell’Andalusia araba tra un’evoluzione musicale e melica (con richiami a quell’altra di tipo filosofico-scientifica e medica ), che è anche, contemporaneamente, un ritorno alle origini dell’oralità poetica tipica dello stile di Raimo (che in questo caso, si atteggia addirittura a poeta di corte, su commissione). Ma se in altri casi ci trovo dei difetti di prolissità, versi in esubero, stavolta ogni elemento trova la sua ragion d’essere. E’ un tutto armonico. Non c’è che dire, questo liuto ha un suono pregiato, nonostante l’autolesionismo del poeta che t’implora:
    “Fammi un favore, non essere gentile, colpisci sui denti, feriscimi…”

  21. db il 4 ottobre 2006 alle 09:27

    per quel che vale, anch’io ho apprezzato. e siccome vedo che CR ha un rapporto giusto coi commentatori, su questa base dico 2 cose peregrine:
    1- questa è meglio delle altre sue che ho letto
    2- un’ultima limatina forse la meriterebbe. penso a quei pochi sbafi, a quelle poche slanguazzate che sembrano avvicinare il testo alla real life, e invece forse no. (ad es. la stanza sulla sorella mi ha fatto suonare in mente Bang Bang, NB nella versione Sonny&Cher – e questo, che considero un fatto positivo e dunque un complimento, senza che la stanza cerchi agganci)

  22. Vittorio Eremi il 4 ottobre 2006 alle 09:48

    Poco da dire sulla poesia. Interessante anche se forse le corde sono state suonate troppo singolarmente senza creare un’armonia totalizzante. Diciamo che gli assoli sono ottimi, ma manca un po’ in arrangiamento per utilizzare un punto di vista musicale. Complimenti all’autore per alcuni picchi filosofici (“la noia è un regalo”), sicuramente una piacevole scoperta all’interno del panorama di Nazione Indiana (è la prima volta che leggo Raimo). Tuttavia vorrei chiedere proprio a Raimo di ragionare sullo scrittore “promotore di cultura”. È giusto: uno scrittore-poeta non può esserlo, altrimenti sarebbe uno storico/studioso/filologo/divulgatore/ecc. Ed è indubbio che oggi l’emorragia di libri gialli, rosa, noir, colpi editoriali che sovraccaricano le librerie (i classici libri da edicola, per intendersi) dice sì dove sta andando la cultura, ma non fa cultura. Tuttavia trovo nella poesia contemporanea in generale (non in questa poesia) l’immagine di un laboratorio di scrittura troppo personale chiuso nella esperienza unica e difficilmente trasmissibile, comunicabile dell’autore. Posso citare le Linee di Florinda Fusco o le Impronte sull’acqua di Marotta apparse qualche tempo fa proprio su un post di NI. Mi sembra che oggi si faccia più attenzione alla costruzione visiva o “musicabile” di un testo piuttosto che alle parole utilizzate o al pensiero che vi sta dietro. Questo farsi artista a tutti i costi del poeta da una parte satura il panorama di prodotti di laboratorio, dall’altra contribuisce all’estraniazione dello scrittore. In definitiva, caro Raimo, qual è il ruolo di un poeta? Sa ancora scrivere libri, fare Letteratura? Lo chiedo a lei che ha fatto un laboratorio più accessibile a noi poveri lettori.

  23. jack carter il 4 ottobre 2006 alle 16:29

    “Ed è indubbio che oggi l’emorragia di libri gialli, rosa, noir, colpi editoriali che sovraccaricano le librerie (i classici libri da edicola, per intendersi) dice sì dove sta andando la cultura, ma non fa cultura.”

    I just saw this movie and have to say I enjoyed it. Get Carter details Jack Carter, played by Michael Caine, who goes to his brother’s funeral and begins to suspect that his death was not an accident. I thought the acting, particularly on the part of Caine, was excellent. I also enjoyed the music and cinematography. If you’re a fan of british gangster films and/or enjoy Michael Caine films, I recommend Get Carter. You understand, mr. Eremi? I am a son of a gun! And you are NOTHING!

  24. Cristoforo Prodan il 5 ottobre 2006 alle 02:48

    Sembra essere il tuo destino, Christian, quello di dover ancora “limare” e studiare e migliorare e, e, e… Ogni tuo “testo” viene o amato incondizionatamente, come la Roma, o criticato aspramente o, ancora, osservato attraverso un microscopio ipercritico che riuscirebbe a banalizzare qualunque cosa.

    Io invece ci vedo, nei tuoi ultimi scritti, o comunque in quelli ultimamente postati, che fa lo stesso, quello che altri non possono vedere. Una grande malinconia per qualcosa di perso o non (ri)trovato. O i sintomi di una crescita, ma di un bambino che non vuole alzarsi dal letto il primo giorno di scuola.

    Non rincorrere i fantasmi del passato, inventane di nuovi. Tempra la tua anima e il tuo corpo “con il sole e con l’acciaio”. Recupera te stesso, nella tua raimotudine, e la scrittura ti seguirà.

    Okay, mi dirai che non sei tu, che è fiction, fiction, vecchia fiction scritta per… nell’anno del signore… eccetera. E ti chiami Christian Raimo, come tutti.

    cp

  25. un amico il 6 ottobre 2006 alle 00:41

    anche a me capita di sognare mia sorella. io ho un fratello (pazzo).
    mentre sogno mia sorella ho una polluzione (notturna).
    pare che sognare una sorella che non ho significhi che voglio la mia fidanzata nuda qui, ora.
    un amico.

  26. teloquee il 8 ottobre 2006 alle 23:10

    squalor



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