Ricordo di un poeta

20 novembre 2006
Pubblicato da

 ricordo-di-un-dolore.jpgdi Stefanie Golisch

Percorrendola a ritroso dal momento della scelta suicida, la vita del poeta Manfred Streubel (1932-1992) appare un fallimento: un uomo si spezza al centro. Si arrende.
In molte poesie Streubel evoca il  preciso istante in cui la capacità dell’uomo di resistere si esaurisce. Divenire scambiabile/ uno dei tanti, una prova malriuscita: questa è una possibilità. L’altra è di andarsene come scelse lui, quando non vide più nessuna possibilità, né per sé né per la sua  poesia.More...
Lontano dal mondo, peraltro, viveva già da lungo tempo, anche se il suo esordio come poeta prospettava ben altro avvenire. Infatti, con la pubblicazione del suo primo volume di poesie Laut und leise nel 1956, Streubel divenne da un giorno all’altro  una voce lirica importante nella giovane Repubblica democratica tedesca. Scrisse radiodrammi, opere teatrali e delicate poesie per bambini, ricevendo nel corso della sua vita  premi letterari e riconoscimenti ufficiali. Apparentemente faceva parte della vita letteraria, ma in verità la sua particolare posizione all’interno di uno stato che  conosceva solamente amici o nemici era molto più complessa. Infatti le sue difficoltà con il regime incominciarono già nell’anno del suo debutto. Al secondo congresso dei giovani artisti nel luglio del ’56 aveva coraggiosamente preso la parola, stigmatizzando il pathos vacuo che regnava nel paese e minacciava di soffocare la libertà artistica  con l’apodittico ordine di aderire ai fatali principi del realismo socialista. In conseguenza dell’ accaduto, Streubel era,  insieme a tanti altri, finito negli ingranaggi dei servizi di sicurezza, che in quei tempi stavano particolarmente allerta. Nell’autunno dello stesso anno  i carri armati sovietici  avevano soffocato la rivolta in Ungheria. L’influente capo della casa editrice Aufbau Walter Janka, uno spirito libero e indipendente, venne arrestato e rimase per anni in carcere. Il geniale critico letterario Hans Mayer e il filosofo Ernst Bloch, profondamente delusi e disgustati dallo sviluppo politico e sociale nella DDR, decisero di lasciare il paese che per una gran parte degli intellettuali della loro generazione aveva fino ad ora rappresentato la Germania migliore, il superarmento del nazismo, il futuro. In un tale clima di repressione lo straordinario successo di Streubel si tramutò ben presto nel proprio contrario: venne sottoposto a sorveglianza come potenziale sovversivo. Ma ebbe fortuna. I sospetti su di lui furono dissipati e – al contrario di tanti altri – non venne arrestato. La sua fiducia nel suo stato, la sua identificazione con gli ideali comunisti invece svanirono irrimediabilmente. In silenzio e senza clamore, come era nel suo stile, prende le distanze, si ritira in sé e nel mondo della sua poesia.  Nel corso degli anni sessanta riscopre  la rima, e, soprattutto, il sonetto, che diventerà la sua forma prediletta in assoluto. Per guadagnarsi da vivere lavora come redattore ad una rivista per bambini. Il suo rifiuto di partecipare attivamente alla vita letteraria  ufficiale lo rende però un emarginato nel suo stesso paese. Streubel accetta questa sua condizione di vita; così come lo impone la sua stessa poetica, resiste. Percorre in fuorigioco la strada tracciatagli innanzi per una istanza interiore, come accenna nella terzina finale del sonetto Le scarpe di Vincent:


 Si mantennero sempre fedeli l’una all’altra./ Ed anche se ogni passo fu una rovina/ Ora son lì: risolate a nuovo. E pronte per marciare.


 La sua vita si muove in un limbo. Senza essere né seguace di partito, né dissidente, appartiene  ad una  particolare categoria di persone che, sia  nell’est sia nell’ovest, rappresentava e rappresenta tuttora per la storiografia un punto interrogativo. E’ una faccia non gradita di outsider, sospetta in quanto non appartenente a nessun schieramento politico-ideologico, che sceglie di vivere ai margini.  Infatti, nel caso di Streubel si tratta di una non-appartenenza cosciente o addirittura esistenziale che, in nome della propria dignità, si carica della condizione di emarginazione, triste e fiera allo stesso tempo. Contrapponendosi ad un potere superiore, lo sforzo di restare fedeli a se stesso e ai propri ideali, si è incisa nella poesia di Streubel sotto forma di  necessità  interiore o fatalità. Solo sottomettendosi  ad un  rigidissimo canone formale, come lo è il sonetto, Streubel riesce di  tenere insieme  le dissonanze e le contraddizioni della sua esistenza. Questo atteggiamento assume nel corso degli anni una dimensione quasi simbolica: è l’impegno più nobile dell’essere umano di porre resistenza. Il sonetto Frammento Bonhoeffer, dedicato al grande teologo protestante tedesco, formula in modo programmatico questo imperativo etico ed estetico allo stesso tempo: ogni presente dice: resistenza. Anche se la poesia di Streubel al livello formale  ricorre ad un canone tradizionale, è pur del tutto contemporanea. Testimoniando la tragedia  personale dell’autore diventa anche la testimonianza della tragedia del proprio tempo: di un periodo storico decisivamente segnato dalle pretese pseudo-religiose di una ideologia che  ritiene di essere in possesso della verità ultima. Non è Streubel a scegliere il suo materiale, ma è lui che  viene scelto da esso per dare voce ad una condizione umana di funambolo che, sotto la minaccia della morte,  giorno dopo giorno deve ritrovare il proprio equilibrio.  Ciò che unisce tutte le sue poesie-storie è  la soglia: l’attimo delicatissimo che decide sulla caduta o sulla salvezza. Sospeso nel tempo tutto non sembra ma è possibile. L’orizzonte è quella della speranza che contro ogni probabilità  insiste sul proprio diritto di esistere. Fedele all’imperativo etico-estitico schilleriano che  raccomanda allo scrittore di non dare al suo tempo ciò che  esso elogia, bensì quello di cui ha bisogno, scrive la sua – verità. Il sonetto Allez Giobbe  lascia intuire  sia il prezzo di un tale atteggiamento verso di sé e verso la vita, sia il guadagno: A questa solitudine / nessun altro è arrivato./ Ora  da sè riemerge/ colui che perse un mondo./ In una scadenza nuova./ Finalmente egli è consistente./ Valido presente./ E’.

   
Esistere. Alla fine conta solamente quello. Anche se la poesia di Streubel  mira  sempre alla inquietante profondità del sentire umano,  riesce  pur sempre a evitare ogni tentazione aforistica o sapienziale: egli non richiama per sé una teoria della vita, ma si limita ad osservarla con gli occhi  di colui che attraverso una spietata  autoanalisi riesce a mirare fin là, dove la superficie  sembra quasi impenetrabile. I drammi di Streubel succedono nel quotidiano. Degenza in ospedale, Passeggiata di famiglia, Bel vaso: la catastrofe provocata da un’unica parola non detta, da una richiesta di aiuto trascurata, da uno sguardo che si volge vigliaccamente altrove, da una minimo moto interiore. Quasi invisibile è la mano che si sottrae, ma da essa tutto dipende: salvezza o rovina, riuscita o fallimento. Non c’e grande frastuono nei  naufraghi evocati in queste poesie. Silenziose accadono le rotture, quasi invisibili ma  sempre e dappertutto. Il mondo è in frantumi  eppure ogni fallimento porta in sé il germoglio  della speranza.  La possibilità del riuscire è  – ex negativo – presente in tutte le poesia di Streubel. In questo senso il poeta è anche, e non da ultimo, un cronista. E come tutti i veri cronisti la sua opera è a-temporale e a- spaziale. Nascita e morte. Guerra e pace. Vittoria e sconfitta. Amore e inganno. Amicizia e tradimento. Le storie degli uomini  sono sin dall’inizio sempre le medesime. Avvengono una accanto all’altra, contemporaneamente come nei dipinti degli antichi maestri che, non spiegando niente, si limitano ad annotare scrupolosamente la sterminata ricchezza della imprese umane. Letti ad alta voce, i sonetti di Streubel suonano come lo vuole l’etimologia.
Un’insanabile malinconia vi aleggia e il desiderio del bambino che alla fine i frantumi si possano – almeno per un attimo – ricomporre.

 
I libri di Manfred Streubel in Germania  non sono più in commercio. Un dossier, dedicato a lui, è apparso l’anno scorso nella rivista tedesca Muschelhaufen  ( www.muschelhaufen.de)

 

Fragment Bonhoeffer
Das stemmt sich: stürzend: gegen seine Grenzen.
So sehr bewirkt von widriger Gewalt
weist es hinein in kühnste Konsequenzen:
in eine ganz gelungene Gestalt –
die noch nicht möglich war – in dieser Eile! –
jedoch erkennbar ist als großer Plan:
als letzter Wille des Entwurfs, der Teile.
Und alles Tu-bare ist so getan –
daß es uns zwingt zu stärkerer Bestrebung:
so umzugehen mit dem Material,
das uns gegeben ist zu treuer Hand:
 
die Gabe zu gebrauchen in Ergebung:
daß noch das Bruchstück zeugt von Wurf und Wahl.
Denn alle Gegenwart heißt: Widerstand.
Frammento Bonhoeffer
                                                                  
Contro i suoi stessi limiti si scaglia,
così ispirato da una forza avversa
rimanda alle più ardite conseguenze,
ad una forma che – mai prima d’ora –
è così ben riuscita – in tale fretta! –
si riconosce però un gran bel progetto,
l’estrema volontà delle parti e del piano.
E ciò che era fattibile è sì fatto
che ci costringe ad un maggiore sforzo,
a maneggiare con estrema cura
quel materiale che ci è stato dato:
usare il dono con grande dedizione
che il frammento sia insieme sorte e scelta.
Perchè ogni  presente dice: resistenza.
Allez Hiob
Der hat sich wund geschrien.
Flehen und Fluchen.
Aber nun finden ihn
nicht, die ihn suchen.
Der war zu tief verschneit,
Frostiger Wandrer.
In solche Einsamkeit
reicht gar kein andrer.
Nun geht er selbst hervor
der eine Welt verlor.
In eine neue Frist.
Nun ist er endlich hart.
Gültige Gegenwart.
Ist.
Allez Giobbe
Sino allo stremo ha gridato
suppliche e imprecazioni,
ma chi ora lo cerca
non lo trova.
Sepolto da troppa neve,
viandante ghiacciato,
a questa solitudine
nessun altro è arrivato.
Ora da sè riemerge
colui che perse un mondo.
In una scadenza nuova.
Finalmente egli è consistente.
Valido presente.
E’.
Familienspaziergang
Sie gingen am Eissee entlang.
Mit knirschenden Schritten.
Der muntere Knabe umsprang
die Eltern. Die stritten.
Die waren gefangen im Streit.
Vergaßen den Rufer.
Der trollte sich traurig zum Ufer.
Und sah einen Vogel: zu weit –
um ihn zu erreichen, ganz leis.
Der flatterte hilflos im Eis.
Da war so viel Mitleid vonnöten.
Erst wollte der Knabe laut schrein.
Dann suchte er stumm einen Stein.
Sein Abbild zu töten. Zu töten.
Passeggiata di famiglia
Costeggiavano il lago ghiacciato,
che sotto i loro passi scricchiolava.
Il ragazzetto vispo saltellava
tra i genitori ch’ avevan altercato.
Erano così presi dalla lite
che non fecero caso al suo richiamo
e lui trotterellando triste a riva 
vide un uccello lontano – troppo –
per poterci arrivare pian piano.
Nel ghiaccio invano batteva le ali 
e di tanta pietà c’era bisogno.
Il ragazzo voleva gridar forte.
Ma zitto zitto cercò allora un sasso 
per uccidere  il suo ritratto. Per uccidere.
Erste Liebe
Plötzlich war das Schweigen wichtig.
Schwiegen sie zu zweit.
Für einander restlos richtig.
Und bereit.
Kein Gestammel. Kein Gestehen.
Stille Einigkeit.
Großes Staunen. Großes Gehen.
Und sie gingen weit.
Denn sie suchten Bäume: Schatten.
Einen Schutz für ihre Blöße.
Bis sie merkten, als es Mittag war –
Daß sie sich ins Licht verlaufen hatten.
Plötzlich schämten sie sich ihrer Größe.
Und sie wurden laut und sonderbar.
Primo amore
D’un tratto il silenzio fu importante.
Tacquero in due.
Per l’uno e l’altra il momento giusto.
Pronti.
Nè confessione nè alcun balbettio.
Unione silenziosa.
Lungo cammino e grande stupore.
E andarono lontano.
Perchè degli alberi cercavano: ombra.
Uno schermo alla loro nudità,
poi si accorsero che era mezzogiorno
e nella luce s’erano già smarriti.
Si vergognarono della loro grandezza
e divennero chiassosi e alquanto strani.
Kind vor totem Vogel
Daß das Schöne erst in solcher Starre
seine angeborne Scheu verliert!
Wie ich auf den großen Zauber harre,
der den kleinen Zauber repariert!
Wie denn soll ich diesem Körper glauben,
daß ihm gestern noch der Flug gelang?
Muß ich wirklich nun dem Wurm erlauben,
gierig zu verneinen den Gesang?
Wozu ist der Frühling denn gefiedert,
wenn er trotzdem aus den Wolken fällt
wie von einer fernen Faust zerknüllt?
Wenn er meinen Ruf nicht mehr erwidert?
Wenn der Sand ihn so zurückhält,
daß der Anblick mich mit Ekel füllt?
Bambino davanti ad un uccello morto
Che solo nella rigidità
perde il bello il suo innato terrore!
Come attendo la grande magia
che la magia piccola aggiusti!
Ma come posso credere a quel corpo
che ancora ieri riusciva a volare?
Davvero devo lasciare che i vermi
golosamente divorino il suo canto?
Come mai primavera si è impiumata,
se comunque cade dalle nubi, lui
gualcito come da un pugno lontano?
Se non risponde più al mio richiamo?
Se la sabbia a tal punto lo trattiene
che il vederlo mi riempie di orrore?
 

 (traduzione di Adelmina Albini) 

4 Responses to Ricordo di un poeta

  1. alcor il 21 novembre 2006 alle 11:25

    @garufi

    E’ possibile mettersi in contatto con la Golisch? Ho trovato una mail in rete ma mi è tornata indietro perché la casella è troppo piena.
    Grazie

  2. franz krauspenhaar il 21 novembre 2006 alle 18:17

    Non conoscevo questo poeta. Grazie a Stefanie e a Sergio.

  3. gianni biondillo il 21 novembre 2006 alle 19:17

    Non lo conoscevo neppure io, e dopo questa lettura mi sento più ricco. Grazie.

  4. How to care for a small bird il 26 novembre 2006 alle 12:06

    Given the baby bird crisis, what if
    each child were delivered a bird

    having tumbled from its nest

    Two major problems evolve
    One is feeding it

    another preparing it for the wild

    But before you build
    a home of newsprint and yarn

    try putting it back where it came
    Remember its fear, think of its shock

    to not be dead

    beset in a hand
    not yet full grown

    moving through space
    doing the best it can



indiani