Seduzioni pericolose

20 dicembre 2006
Pubblicato da

corrucciata.jpgdi Mauro Baldrati

E’ magica Parigi di notte. Di tutte le città in cui Laura ed io abbiamo vissuto – Los Angeles, Roma, Londra, Berlino – Parigi ha un fascino speciale. E’ la città del cuore, la città che lo riscalda, il mio cuore freddo.
Laura è fuori. Talvolta esce da sola, e anch’io lo faccio, certe sere. Un tempo uscivamo sempre insieme, poi abbiamo deciso che non vi è nulla di male in una certa autonomia personale. Per molti anni siamo stati un’entità unica, vincolati da un legame simbiotico. Ma è normale, è sempre così nella fase iniziale.


Anche oggi siamo molto uniti, siamo compagni di vita, condividiamo il continuo vagare per il mondo. La nostra convivenza è ampiamente collaudata, e ci sosteniamo, ci consigliamo, ci difendiamo a vicenda. Eppure penso spesso, con nostalgia – forse con rimpianto? – al nostro prima incontro, il nostro vero incontro, a Bologna, quando tutto è iniziato.

Come mi piaceva con la sua aria corrucciata, seduta di fronte a me nella pizzeria Scalinatella, a due passi dalle due torri. La guardavo e la mia mente si svuotava, diventavo come un rettile, un insetto in contemplazione di un colore, di un petalo di fiore; pendevo dalle sue labbra, e ogni sua parola usciva dal significante e volava nello spazio.
Mai avrei pensato che una ragazza potesse piacermi fino a quel punto. Soprattutto mai avrei pensato che il mio progetto iniziale, elaborato a freddo, pianificato con cura, “voglio farmi la bella fascista”, si sarebbe colorato di quei riverberi di desiderio oscuro. Oscuro, sì, perché non sapevo più chi ero, né perché ero seduto di fronte a lei, così distante, irraggiungibile, anche se stava parlando con me, aveva accettato il mio invito e sapeva cosa volevo.
Mi ha colpito subito, alla prima occhiata. Quella sera di maggio era in piedi accanto al banchetto dei facinorosi di Destra e Rivoluzione, fascisti dichiarati, anche se apparentemente educati e gentili. Noi del centro sociale eravamo partiti per rispondere a questa provocazione, i fascisti in Piazza Nettuno a Bologna, come osavano? Avremmo fatto a pezzi il banchetto, l’avremmo bruciato, e se loro si opponevano, beh, una bella ripassata a tutti. Eravamo una ventina di compagni, in ordine sparso ma pronti a riunirci, con qualche randello nascosto sotto la giacca.
“Ehi, guardate, c’è quella strato della fascista” ha esclamato Giak, appena siamo arrivati a tiro. La fascista era una leggenda a quei tempi. Ne avevo sempre sentito parlare, di questa attivista di una bellezza clamorosa, ma non l’avevo mai vista. Sono rimasto abbagliato: vestita di nero, coi capelli biondi sulle spalle, distribuiva volantini ai passanti. Sembrava una regina. Era una regina. La sua ostilità mi trapassò come una spada celtica: la volevo, quella ostilità, mi abbacinava, mi toglieva il respiro.
“E adesso cazzo facciamo?” ha detto di nuovo Giak quando sono spuntati i poliziotti, un nutrito drappello in pieno assetto antisommossa. Venivano da Piazza Maggiore, dove c’era il comizio di Alleanza Nazionale. Quelli di Destra e Rivoluzione ne avevano approfittato per insediarsi col banchetto abusivo. Impossibile attaccare, uno scontro coi celerini sarebbe stato una disfatta. Così abbiamo gridato qualche slogan, alzato i pugni, cui loro hanno risposto con risate e qualche gestaccio (ma non hanno fatto il saluto romano, sono troppo furbi) e tutto è finito lì.
Ma io, come avrei potuto attaccare, se non fossero spuntati i poliziotti? Attaccare coi randelli lei? No, non avrei potuto. L’unica cosa che desideravo era conoscerla, guardarla da vicino, e avere una storia con lei. In quegli anni ero single, nomade, bello e allegro, nulla e nessuno poteva fermarmi.
Sì, dannazione, quel giorno decisi che, a qualunque costo, mi sarei buttato nell’impresa forse più complicata della mia vita: avrei conquistato quella ragazza ostile, la bellissima nemica, la regina fascista. La regina dei dannati.

Iniziai raccogliendo informazioni su di lei. L’ostacolo da superare infatti era avvicinarla, parlarle. Non potevo certo infiltrarmi tra i fasci, troppo rischioso. Qualcuno avrebbe potuto riconoscermi anche se, va detto, io non sono mai stato uno degli attivisti di punta del centro sociale. Mi piaceva ascoltare musica, andare alle feste, spassarmela; avevo insomma una concezione leggera della vita, non mi andava di dedicare tutto me stesso alla causa.
Quindi, ho cercato di sapere chi era, cosa faceva. Non è stato difficile. I compagni più giovani, quelli più curiosi, ancora aperti al mondo e alle sue variabili, conoscevano sempre qualche coetaneo di estrema destra loro compagno di scuola, o vicino di casa, o parente. Così ho saputo che lavorava part-time alla biblioteca del quartiere Barca, durante le ore serali. Lì potevo tentare un abbordaggio. I compagni, divertiti e solidali con me in questo progetto, mi aiutavano a preparare il piano. Uno in particolare, Papa Magus, ha detto che quelli di Destra e Rivoluzione avevano la sede intitolata a Julius Evola. Se lei è in biblioteca, ha detto, potresti chiedere un suo libro, poi fare qualche battuta ecc. Ma io, ho detto, non so nulla di Evola, l’ho sentito nominare, ma vagamente, cosa potevo dire? “Appunto” ha detto Papa Magus con un ghigno, “tu sei un perfetto ignorante. Però con le ragazze ci sai fare. Dunque enfatizza questa tua qualità. Va’ da lei a chiedere, umilmente, falla sentire una maestrina. A volte funziona”.

Quando le ho chiesto se c’era qualche libro di Evola disponibile non ha distolto gli occhi dal video. Ho persino dubitato che avesse udito le mie parole. Poi ha detto: “c’è Imperialismo pagano e Cavalcare la tigre”. E io: “ah”. Lei continuava a guardare il video, come se parlasse al computer, e non a me. “Quale mi consiglia?” ho chiesto. Allora mi ha guardato. E’ stato come i suoi occhi – di un colore nocciola chiaro, molto luminosi – agitassero le mie cellule, le facessero vorticare in un flusso che mi tramortiva. “Perché vuoi leggere Evola?” ha chiesto, “è considerato un autore maledetto”. Ha continuato a fissarmi, forse curiosa, forse inquisitoria. Però c’era garbo nella sua voce, come una pazienza che sembrava confermare l’efficacia del mio approccio morbido. “Mah” ho detto, e non era la mia bocca a parlare, erano i miei occhi, i miei gesti, la mia richiesta silenziosa, “me ne ha parlato un amico…” E’ rimasta in silenzio qualche secondo, continuando a fissarmi. Ho tentato, attivando tutte le mie facoltà, di cogliere qualche significato, qualche messaggio nel suo sguardo: mi stava studiano? Mi stava esprimendo simpatia? Compatimento? Niente da fare: i suoi occhi nocciola erano protetti da uno schermo invalicabile. “Evola era un disperato” ha detto, tornando a guardare il video. “La sua esaltazione dei valori tradizionalisti, l’onore, il coraggio, e il suo attacco radicale all’occidente, al Cristianesimo, alla democrazia, sono condivisibili, ma rivelano un pessimismo verso la vita che personalmente mi infastidisce”. Forse non erano le sue parole, che non rispondevano alla mia domanda, ad abbattere le mie risorse, ma quel suo distogliere lo sguardo da me, quel chiudere la porta, appena socchiusa, di comunicazione tra noi. “Prendi Cavalcare la tigre” ha detto, “è il più facile”. Eccomi servito. Dietro di me, intanto, si era formata una discreta coda, e qualcuno cominciava a pestare i piedi. Così ho preso il biglietto con l’indicazione dello scaffale dov’era riposto il libro, ho registrato il prestito allo sportello e sono uscito.
Fuori, ero schiumante di rabbia. Possibile che fosse già tutto finito? Il mio progetto era dunque fallito?
No, non ero il tipo da arrendermi così facilmente io.
Ho girellato per il quartiere, che non conoscevo, perché da studente fuorisede qual ero, si finiva sempre per frequentare gli stessi luoghi, e la Barca non era tra quelli. Mi sono stupito contemplando i vecchi, malandati palazzoni, scatole coi muri sbrecciati e ammuffiti, e dopo un’ora sono tornato davanti alla biblioteca. L’avrei aspettata, piantato di fianco all’ingresso come un gendarme, e l’avrei costretta a guardarmi, ad ascoltarmi, e ad accettare un invito a cena.

E’ uscita col telefonino all’orecchio. Se mi ha visto, non l’ha dimostrato. Ha iniziato a camminare spedita, ed io l’ho seguita. Le sono andato di fianco, le ho sorriso. Lei mi ha guardato, ha sbarrato leggermente gli occhi, si è di nuovo concentrata sulla telefonata. Siamo arrivati alla fermata dell’autobus, lei ha finalmente chiuso la conversazione. Mi sono avvicinato, le ho detto “scusami, sai”. Lei mi ha trapassato con lo sguardo. Per quanto abbia nuovamente tentato, con tutte le mie antenne in azione, di sondare i suoi occhi, di capire se esprimevano irritazione, o curiosità, il suo schermo ancora una volta ha depauperato tutti i miei sforzi. Allora ho attivato la mia risorsa più potente, il cazzeggio. Ho iniziato a fare battute, ho detto che l’unica cosa che desideravo era chiacchierare con lei, conoscerla. Come sempre le mie parole non erano importanti, erano semplici suoni che contenevano una carica di simpatia, di attrazione, dichiarazioni non formulate, codici segreti che si facevano strada nella sua struttura protettiva. Che finalmente ha iniziato a incrinarsi. Le sono sfuggiti dei sorrisi, qualche battuta. Poi è arrivato l’autobus, e ha detto: “insomma, cosa vuoi?” Le ho ripetuto che volevo solo fare la sua conoscenza, per esempio uscire a cena insieme. Lei ha detto “perché dovrei uscire a cena con te?” Una domanda spiazzante, che avrebbe potuto demolire chiunque, ma non me. Non ho risposto infatti, ho lasciato che fossero i miei occhi, fissi nei suoi nocciola, a parlare. Ho detto semplicemente “ecco, dunque”, e ho riso. Anche lei ha riso, ha detto “telefonami domani” e mi ha dato il numero, mentre saliva sull’autobus. Io sono rimasto a terra. Se non mi avesse comunicato il suo numero l’avrei seguita, non l’avrei mollata per nessun motivo, perché non ero un tipo che mollava: avrei fatto attenzione a non essere ossessivo, né minaccioso; la mia insistenza sarebbe stata morbida, di velluto, ma tenace.

Il clima nella pizzeria Scalinatella era caldo, allegro. Lei, Laura, stava masticando un bocconcino di pizza alla rucola. Guardavo la sua bocca, e la desideravo con una tale intensità che gli occhi mi si offuscavano. Volevo il suo cibo masticato, volevo prenderlo dalla sua bocca, con la sua saliva, la traccia della sua voce, l’idea di un suo sorriso.
Mi sono massaggiato gli occhi cercando di riprendermi dalla vertigine. Se non facevo attenzione rischiavo di cadere in uno stato confusionale, e allora addio progetto di conquista.
Il fatto era che non capivo. Non capivo lei. Laura mi sfuggiva, e tutto era avvolto in una nebbia fitta che mi impediva di avere il controllo della situazione. La storia sembrava svilupparsi indipendentemente da me, e questo mi squilibrava.
Laura si è pulita le labbra col tovagliolo, ha detto: “tutto bene?” Io ho cercato di riprendermi, ho detto “benissimo”. Lei allora è tornata pensierosa, e ha continuato il discorso interrotto: “per me essere di destra” ha detto, fissando un punto alle mie spalle, “non significa appartenere a un partito politico, ma a un’idea. E’ un buio anche, ne sono cosciente. E’ il buio che avvolge la nostra società, l’ipocrisia dominante, lo schifo degli accordi politici sottobanco, il disprezzo per il popolo”. Mi ha guardato, ho colto il suo flusso di persona non-riconoscibile, e il suo sfuggire mi disarticolava. Non avevo difficoltà a recitare la mia parte di ragazzo allegro e sempliciotto; ero infatti perfettamente confuso.
“Io frequento il circolo Destra e Rivoluzione” ha detto, e sembrava inseguire un pensiero lontano, “ma la considero un’esperienza conclusa. I ragazzi mi telefonano, mi pregano di aiutarli durante le manifestazioni e i volantinaggi, e non riesco a dire di no. Ma voglio chiudere”. I ragazzi la pregavano di essere presente. Mica stupidi. Con una come lei l’attenzione era assicurata. “Diciamo” ha continuato, “che la mia appartenenza al circolo è stata determinata da un’amicizia… molto intensa con uno di loro”.
“Una storia d’amore?” ho chiesto, allarmato.
“Sì” ha detto Laura, e ho intuito un sorriso mentre chinava la testa e tagliava uno spicchio di pizza. “Una storia che mi ha coinvolto profondamente. Una storia finita”.
Ho messo altro peperoncino sulla mia pizza capricciosa. Avevo bisogno di sapori forti, quasi violenti. Volevo sapere tutto di lei: era andata nel gruppo solo per amore? Ero travolto dal suo mistero, ferito dai suoi segreti. Lei sembrava leggermi nei pensieri, ha detto: “lui era uno dei capi. Aveva il culto dell’eroismo, del coraggio, proprio come Evola; quello che voleva era… vivere con intensità, come se ogni giorno fosse l’ultimo. Però lui era unico”.
“Perché parli di lui al passato?” ho chiesto.
“Perché è morto” ha detto.
“Ah” ho detto, colpito.
“Nel circolo ci sono troppi ragazzi imbecilli che vogliono solo fare casino” ha detto, cercando, forse, di dissimulare l’emozione. “E’ questo che non mi piace dell’ambiente”.
Ho finito la birra e ne ho ordinato un’altra. Anche da noi c’erano ragazzi che volevano solo fare casino, ma non aggredivano gli omosessuali e gli immigrati.
Ma che stavo facendo? Mi venivano gli scrupoli morali? Mentre ero con lei, e stavo cercando di realizzare il mio piano?
E’ arrivata la cameriera, una ragazza sorridente, con una faccia ammiccante. Ha chiesto se volevamo ancora qualcosa. Laura ha guardato il menu, ha detto che avrebbe gradito una fetta di torta, ma la voleva dividere con me. Ho accettato volentieri, mi piaceva la parola “dividere” che usciva dalla sua bocca.
Mentre aspettavamo il dolce mi sono scusato e sono andato in bagno. Forse era una forzatura, ma avevo bisogno di uno stacco, per raccogliere le idee.
Sulle scale ho letto la frase di Murolo appesa sul pianerottolo:

Scalinatèlla
Longa longa
Longa longa
Stretturélla stretturélla
Addò sta chella Mammuratèlla?

In bagno mi sono sciacquato la faccia con l’acqua fresca, e mi sono guardato allo specchio: a quel ragazzo con la pelle gocciolante che mi fissava ho chiesto: sai cosa vuoi? E lei, cosa vuole da te? Sei sicuro di volere continuare con questo gioco? E se le dicessi tutto? Se le dicessi che sei un commediante, che volevi giocare, rimorchiarla come hai fatto con tutte le altre, ma non ci stai capendo niente, perché non capisci lei?
Sono tornato giù. Laura mi stava aspettando col dolce. C’erano due piattini, ma ho detto che volevo mangiarlo dal suo, con lo stesso cucchiaino. Ho riso, un riso di puro cazzeggio, la mia specialità, e anche lei ha riso. Ha affondato il cucchiaino nella torta, me l’ha porto. Io ho detto “no, prima tu”. Lei allora lo ha portato alla bocca, lo ha fatto scivolare tra le labbra. Lo ha affondato di nuovo nella torta, e toccava a me. Ho assaporato con voluttà il boccone, c’era la sua bocca su quel dolce, le sue labbra, la sua lingua. Ho sentito un calore in faccia, forse sono arrossito. Le ho sfiorato una mano con la mia, due volte. Le mie dita cercavano le sue, si sono intrecciate. Ho sentito un brivido – il brivido – che mi correva lungo la schiena. L’intensità del gesto di intrecciare le dita con una ragazza era seconda solo al bacio, per me.
“Che dici, usciamo?” ha chiesto. Le nostre dita erano ancora intrecciate, e lungo quei canali correvano emozioni, domande, promesse. “Certo” ho detto. Ci siamo alzati, abbiamo recuperato i giubbotti. Il suo era di raso, di un arancione quasi rosso, che contrastava coi suoi capelli biondi. Indossava una gonna al ginocchio, e calze nere. Io avevo cercato di vestirmi di nero, un dettaglio per essere in tema, in stile, ma il risultato era che sembravo uno dei nostri compagni black bloc…
Laura ha chiesto di fare una passeggiata nella zona universitaria. Ci siamo incamminati per via Zamboni, fino a Piazza Verdi. Io avevo ritrovato la mia verve, la mia leggerezza, scherzavo, facevo battute sciocche. Anche lei rideva coprendosi la faccia, o appoggiandomi la testa sulla spalla.
In piazza c’era poca gente: qualche drappello di studenti, un paio di punk bestia con famiglie di cani, due automezzi dei vigili urbani e due dei carabinieri. Gli agenti erano al bivacco, chiacchieravano, fumavano. Era una bella serata di maggio, l’aria era fresca, dolce.
Abbiamo imboccato via Petroni. Fuori dai pub, dalle rosticcerie pachistane ragazze e ragazzi sedevano sui lastricati del portico, qualcuno suonava la chitarra. Arrivavano odori di fritto, di spezie. “Sembra di essere ad Amsterdam” ha detto Laura, “in uno di quei quartieri etnici. A me piacciono i quartieri multirazziali”. D’un tratto mi ha colto alla sprovvista, ha detto: “tu credi che io sia razzista, vero?” Ci siamo fermati, mi ha fissato. Un lampione, che irradiava la luce di taglio, faceva brillare i suoi occhi di una luminosità strana; sembravano gli occhi dei felini, che nella notte riflettono la luce come specchi. Mi sono impappinato, ho detto “mah… no… ecco”. Sentivo il suo sguardo su di me, che indagava, frugava. Poi Laura mi ha tirato per un braccio, abbiamo ripreso a camminare. “Io non sono razzista” ha detto, con voce improvvisamente allegra. “E’ un luogo comune che essere di destra corrisponda a essere razzisti”.
Avrei voluto replicare, ma non ero lì per discutere. Le ho passato un braccio intorno alla vita, l’ho tirata a me. Lei non ha fatto resistenza, ha aderito col suo fianco al mio. Ho sentito il suo calore, la sua morbidezza. Ho annusato i suoi capelli: odore di frutta, di muschio.
Siamo tornati indietro, di nuovo sotto i portici, abbracciati. In piazza ci siamo fermati davanti alla Scuderia. Arrivava una musica blues, molto lenta, una chitarra e un’armonica. L’ho abbracciata, ho cercato la sua bocca. Per un attimo ho rivisto il ragazzo che mi fissava dallo specchio: cosa vuoi da lei? E lei cosa vuole da te? E se le dicessi tutto? L’ho baciata. Le nostre labbra si sono unite, ma è durato solo un attimo. Si è staccata, mi ha appoggiato il dito indice sulle labbra. “Ehi, piano” ha detto. Mi ha guardato, e di nuovo non sono riuscito a decifrare quello sguardo, che proveniva da terre lontanissime, inesplorate. Poi Laura ha chiesto: “che ore sono?” Ho guardato l’orologio: le dieci e mezza.. Quando, in situazioni come quella, lei chiedeva l’ora voleva dire che si era a una svolta: o si tornava a casa, ognuno nella propria, o la serata subiva una accelerazione decisiva. Stava a me premere il pedale. “Facciamo un salto a casa mia?” ho detto. Era uscita bene la mia voce, rilassata, sicura. Il mio stile cool era tornato, mi sentivo nel pieno delle forze. Ero bravo a mettere a proprio agio le ragazze, a farle divertire. Laura ha chiesto: “dove abiti?” Ecco il punto dolente. Lo era sempre. La mia casa era lontanissima, quasi a Rastignano, e non avevo la macchina. “Meglio che andiamo da me” ha detto Laura, “abito al Pratello”. Dunque mi invitava a casa sua, una bellissima novità. Finalmente il meccanismo tornava a muoversi secondo le regole, l’armonia, la luce, la leggerezza, ed io lo controllavo, libero dai vortici di confusione e paura e incomprensibilità.

La casa era piccola, carina, in una vecchia costruzione sopra i portici di Via del Pratello. Laura abitava da sola, non conviveva con altre studentesse o amiche, come me, che condividevo la casa con altri tre compagni fuori corso-fuori tutto.
Era arredata con gusto, fiori, tendine alle finestre, un tappeto arabo sul pavimento di mattoni rossi tirati a lucido, un divano bianco con una gualdrappa indiana sulla spalliera.
Mi sono tolto la giacca, l’ho appesa all’attaccapanni, nel vestibolo. L’ho abbracciata, ma si è divincolata. Ha riso, ha detto nuovamente “ehilà, piano”. Era un gioco di abbracci e resistenze, baci rubati e negati, di richieste e di promesse. Aspettavo a lanciare l’assalto finale, quando finalmente si sarebbe abbandonata tra le mie braccia, e sarebbe stata mia. Non era ancora il momento di forzare. Dovevo seguire il flusso. Darle tempo.
Nel salottino ho fatto alcuni apprezzamenti sull’arredamento. Laura mi ha ringraziato, mi è venuta di fronte e mi ha guardato negli occhi. Di nuovo, sotto il suo sguardo blindato, inconoscibile, le mie certezze si sono sgretolate. Mentre stavo cercando di riprendermi, di riacquistare la mia serenità, mi ha appoggiato una mano aperta sul petto e, con un sorriso, d’un tratto ha spinto con forza, quasi una sorta di violenza. Dietro di me c’era il divano, sono caduto con un tonfo che ha fatto sobbalzare la gualdrappa, che mi è caduta sulla testa. Per un attimo sono rimasto accecato. Mi sono liberato, l’ho guardata sbalordito in piedi di fronte a me. Aveva le mani sui fianchi, le gambe divaricate, gli occhi che brillavano di una luce strana, sinistra.
“Dunque mi hai preso per una puttanella fascista, eh?” ha detto.
Mi si è chiusa la gola. Disanimato sul divano, immobile, la guardavo e mi sembrava un’altra ragazza, una perfetta sconosciuta. Era una strega, una bellissima guerriera-strega che mi stava aggredendo. “Credi che non sappia chi sei?” ha detto, avvicinandosi. Non riuscivo quasi a respirare, per la distorsione dell’immagine, per la curvatura dello spazio. “Credi che sia così stupida?” ha detto, e la sua voce era secca, sarcastica. Era una creatura di sogno – o di incubo – sbucata da un luogo remoto, pericoloso. La sua figura mutava, anche se non era lei a cambiare, non erano le sue forme, la sua morfologia, ma la mia visione: liquefatto sul divano, accecato, rivivevo le sensazioni dell’unico acido che mi ero fatto in vita mia, un anno prima a casa di Papa Magus: non era il mondo – non era Laura che si trasformava; non c’erano allucinazioni o visioni, era la mia percezione che si modificava di continuo. Il mio punto di osservazione si spostava, scivolava lungo piani inclinati. E la desideravo più di prima, strega cattiva e minacciosa: non era più lei che doveva essere mia, ma io che volevo essere suo; ero il suo schiavo, poteva fare di me ciò che voleva. “Ti ho riconosciuto, cosa credi. Io non dimentico mai una faccia” ha detto. Si è sfilata le scarpe, è salita sul divano. “Eri con quei deficienti che ci ricoprivano di insulti. Appena ti ho visto, in biblioteca, con quell’aria da scioccherello, ho capito chi sei”. Un pensiero unico, all’improvviso, ha illuminato il vuoto in cui ero precipitato. Ero partito per conquistarla, scientificamente, invece era lei a manovrare me. Ecco cosa non capivo del suo sguardo: stava giocando come la gatta col topo, mi faceva esibire come un guitto da avanspettacolo. Laura mi è venuta sopra, ha cercato di allargare le gambe, ma la gonna era troppo stretta. Così l’ha tirata su, l’ha sollevata oltre l’inguine, scoprendo le mutandine rosa. Le calze, fermate da una sottile giarrettiera rossa, arrivavano quasi a filo con gli slip. Alcuni peletti biondi uscivano incorniciati dal lembo di pelle nuda delle cosce. “Sei uno del centro sociale, persone ottuse, buone solo per fare casino”. Guardavo, con un senso di capogiro, le mutande gonfie sull’inguine e mi alzavo sui gomiti, attirato da una forza irresistibile verso quella visione. “E sai una cosa?” ha detto Laura, “sei anche carino, oltre che sciocco, per cui non sei tu che ti fai la fascista”. Io intanto continuavo a sollevarmi, andavo su e tutto intorno a me si oscurava, si sfilacciava. “Sono io, io che mi faccio il compagno fessacchiotto”. Mi ha messo una mano sulla nuca, accompagnando la mia testa che era ormai a pochi centimetri dal triangolo in rilievo. “E adesso fammi vedere” ha detto. Sentivo già il profumo, l’essenza fragrante che m’inebriava. “Cosa?” ho trovato la forza di chiedere, prima di iniziare il viaggio, “cosa devo farti vedere?” La sua mano mi ha dato la spintarella finale. “Sei lento, eh? Fammi vedere come si serve il pasto un comunista”.
Ho affondato la faccia nell’ambrosia. Tutto è andato a posto. Iniziava il salto nell’iperspazio.
E d’un tratto, mentre ero in orbita, e mi perdevo in lei, una forza improvvisa, incredibilmente potente, mi ha strappato dal divano. Laura, che mi aveva afferrato per il bavero della camicia, mi teneva sollevato con un braccio. Sbalordito, mezzo strangolato dal colletto della camicia che mi premeva sulla gola, l’ho guardata. Ho guardato quella faccia ignota, che spuntava da chissà quale tenebra: i suoi occhi, che ricordavo nocciola, erano diventati rossi; la pelle era bianca come il marmo, e le labbra, tirate in una sorta di ghigno, scoprivano quattro canini lunghi e affilati come quelli di un gatto.
“Adesso sono io” ha detto, “che mi servo il pasto”. La sua bocca si è avvicinata alla mia gola, ho sentito le sue labbra, erano gelide. Poi è accaduto qualcosa: mi sono abbandonato totalmente a lei, le ho offerto la gola. Ero suo, totalmente; un senso di languore si diffondeva in me e spazzava via ogni resistenza, ogni pensiero. Quando i suoi canini hanno lacerato la vena non ho provato alcun dolore, ma solo un lungo, intenso brivido. Ho chiuso gli occhi, mentre qualcosa di pesante, di sporco, usciva da me, se ne andava per sempre come se la mia vena squarciata fosse una porta spalancata da cui uscivano vapori mefitici, pesantezza, e dolore, tanto dolore.

Sono rimasto una settimana nella casa, con le finestre oscurate. Laura, quando tornava dalla caccia, poco prima dell’alba, si mordeva un polso e mi offriva il suo sangue. Io mi attaccavo con una sorta di voracità, succhiavo avidamente quel nettare delizioso, che mi provocava incredibili visioni: mentre il sangue zampillava nella mia bocca volavo sopra montagne innevate, volavo nel vento, nel cielo azzurro; vedevo foreste, giardini, deserti assolati. E sentivo un’energia nuova, di straordinaria intensità, che si diffondeva in me, scacciando il senso di inedia e di debolezza estrema che mi costringeva a passare tutto il tempo sdraiato sul letto.
“Bene, la metamorfosi è compiuta” ha detto Laura, all’alba dell’ottavo giorno. “Ora sei rinato. Sei un essere del tutto nuovo, sei bello, e forte. Sei immune da tutte le malattie, dai veleni e dalle droghe. Il cibo non ha nessuna importanza per te. Puoi mangiare, quando vuoi fingere di essere umano, ma non ne hai bisogno. Sei immortale, ma non indistruttibile. Anche se le ferite, qualunque ferita, si richiudono in pochi minuti, puoi essere annientato dal fuoco e dalla luce del sole. Dovrai fare molta attenzione, ma io ti sarò vicino, ti insegnerò. Sei pronto per uscire, per andare a caccia. Inizierai domani notte. Tu sarai il mio compagno, ti ho scelto per questo. E’ giunto, per me, il momento di avere un compagno. Ho già provato col ragazzo di cui ti ho parlato, avevamo così tante cose in comune! Ma è morto durante il processo di metamorfosi. Può accadere, se il soggetto oppone una forte resistenza. E’ come coi trapianti di organi degli umani: può scatenarsi il rigetto, e si muore. Tu, invece, ti sei lasciato andare completamente. Ce l’hai fatta. Sarà divertente avere un compagno comunista, nei prossimi secoli”.
Le ho sorriso, mentre balzavo in piedi, scattante. Mi sentivo pervaso da una forza smisurata, ed ero veloce, rapidissimo nei movimenti. Laura era tornata la ragazza di sempre, con gli occhi nocciola e quella sua aria leggermente corrucciata che mi aveva stregato quando l’ho conosciuta. Tornava sempre così, dopo la caccia, mentre quando usciva, dopo il lavoro alla biblioteca, aveva gli occhi rossi, che copriva con occhiali scuri, e la pelle marmorea. Era bellissima, e l’amavo come non avevo mai amato nessuna ragazza in vita mia.
“Quindi”, ha detto, con un sorriso, “sei uno di noi adesso. Benvenuto. Benvenuto tra i vampiri”.

(Foto di Mauro Baldrati)

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18 Responses to Seduzioni pericolose

  1. ilduca70 il 21 dicembre 2006 alle 01:32

    Interessante e scritto bene , ma il finale mi è sembrato non aderente al testo, come dire, un po’ retorico e forzato.

  2. Marco Saya il 21 dicembre 2006 alle 10:09

    Bello, mi ha riportato a tratti…nel mio 68′ milanese, il ricordo di una bellissima ragazza del Fronte delle Giuventù che in P.zza San Babila mi seguiva con un affilato coltello…e dietro a lei , due enurgumeni e poi la corsa di cento metri in 9 secondi netti per raggiungere la statale…

    Parigi di notte? Splendida…ma quest’anno la tradirò per Berlino, città altrettanto amata.

    Marco

  3. Burt ma non reynoldnèlancastermadukeoftheyorkshire il 21 dicembre 2006 alle 11:36

    se non fose per l’ambientazione bolognese non sembra neppure un racconto italiano. mi ha ricordato un film di cui non ricordo il nome, erano un gruppo di vampiri americani che andavnop in giro su un furgone coi vetri oscurati,e c’era un tipo che veniva infettato e una lei bellissima che lo faceva bere dal suo polso-poi la seduzione è forte, avvincente molto, e mi ha fatto pensare a un libro di de carlo che cmq non c’entra niente, tecniche di seduzione, che mi è piaciuto-e la regina dei dannati non è un libro? cosa sono queste baldrus, citazioni?covers?

    cmq è un racconto molto bello, si legge in un fiato, davvero ben scritto col finale a sorpresa!

  4. Paolo S il 21 dicembre 2006 alle 12:07

    Burt, il film è Neardark, di Kartherine Biglow se non erro. Un film di vampiri con sole a palla, geniale!
    Il racconto è bello e particolare, ma forse l’atmosfera sessantottina e i telefonini cozzano un po’.

  5. hag reijk il 21 dicembre 2006 alle 12:36

    Un racconto bifronte -forse offerto a Giano. E divertente. Ricorda quei sogni ad occhi aperti che si conducono col desiderio (e costellati sempre di piccole forzature) sino ad un punto morto, al punto cioè in cui la soluzione può essere solo nell’irreale, nell’allucinazione. In qualche modo trasmette una “nostalgia” per tutto ciò che non siamo, che non è mai stato e che però spesso ci perseguita nel continuo tentativo di uscire dalla regolarità di certa vita, dai quartieri che ci circondano -così come da certe “trappole” di impegno politico o sociale, spesso lì per catalogare o per dare appigli solidi quanto rocce pronte a franare al primo passo falso. Un racconto su una mancanza, un’assenza: sulla mitica amazzone sempre pronta ad andarsene non appena ne incrociamo lo sguardo. Ma, seppure raramente, accade talvolta che le porte tra i mondi si schiudano…

  6. ponzio p. il 21 dicembre 2006 alle 12:40

    una decina d’anni da stavo con una bolognese. si chiamava paola. molto simpatica, anche se litigavamo spesso. era di destra. non di estrema destra, c’era già alleanza nazionale. beh, una volta, nel pieno dell’intimità, mi esortò:” dài, ponzio, scopami da fazista!”.
    capii al volo. la sbattei per terra e la presi così, come mi trovavo, in missione…
    ogni volta che ci penso mi piego in due dalle risate.
    questo bel racconto mi ha fatto ricordare quel fatto lontano. bravo baldrati, un narratore puro e vero.

  7. lorpat il 21 dicembre 2006 alle 15:29

    Ma lo vedi come ogni tanto le cose si mettono per il verso giusto? Stamattina presto, uscendo di casa, mi sono infilato in tasca LE MEMORIE DAL SOTTOSUOLO di Dostoevskij. Dovendo restare qualche ora in una sala d’aspetto, non avrei potuto fare scelta migliore. Questo libro meraviglioso, insieme con le musiche sacre di Mozart, è quanto di meglio ci possa essere per cercare di anestetizzare certi “tipi” di tempo.
    Una volta tornato a casa, mi sono poi imbattuto nelle SEDUZIONI PERICOLOSE di Mauro Baldrati. Le ho lette tutte d’un fiato, e soltanto dopo aver sbrigato qualche altra faccenduola, mi sono accorto di non stare più in sala d’aspetto e di non avere più tra le mani il libro di Dostoevskij. Cosa voglio dire con questo? Niente, proprio niente. Semplicemente è successo che sono passato da un autore all’altro senza neanche accorgermene. La cosa mi ha fatto molto piacere, e anche se non significa proprio niente, io adesso penso che dovremmo sentirci tutti un pochino più sollevati.
    Fregnacce a parte, a me pare che Mauro Baldrati abbia scritto un racconto molto più attuale di tanti altri sermoni dedicati all’attualità.
    E dire che ne poteva venir fuori anche una specie di elogio dell’antifascismo militante. Per fortuna la storia è bella, molto bella, addirittura pornografica… come del resto quasi tutta l’attualità che ci circonda.

  8. lucia il 21 dicembre 2006 alle 18:12

    leggendo d’un fiato il racconto, molto bello, ho notato lo stridore del telefonino sottolineato dal repentino passaggio da un passato che pare molto lontano ad un presente vicinissimo anche nella forma verbale, “Iniziai raccogliendo informazioni su di lei. ….Quando le ho chiesto se c’era qualche libro di Evola disponibile non ha distolto gli occhi dal video. Ho persino… ” sicuramente non e’ stato un caso, una svista, anzi sicuramente voluto: passare al presente per coinvolgere maggiormente il lettore… ma mi pare una cosa che stride un pochino ecco, per il resto proprio un bel racconto. Ciao Lucia

  9. mauro baldrati il 22 dicembre 2006 alle 00:48

    Intanto grazie a tutti, per la lettura e anche le critiche.

    Qualche risposta mirata: più che covers, Burt, le considero rispetto delle regole di genere. Ormai nei romanzi, ma non solo, anche nei film, insomma nelle opere, ci sono delle regole acquisite. Per esempio, nella fantascienza stellare si fa sempre il salto nell’iperspazio per superare la velocità della luce, che è una tecnica inventata da Azimov e ancora oggi usata. Così nel film della Bighelow il ragazzo beve dal polso di lei, e anche nei libri di Anne Rice, l’autrice de La Regina dei Dannati (e anche di Intervista col Vampiro), la creazione del nuovo vampiro avviene per scambio del Sangue Tenebroso tra la vittima e il creatore.

    Lucia, stride? Può essere. Il tempo, la decantazione del testo mi aiuteranno a capire. A me comunque vengono spesso spontanei dei salti di tempo narrativo…

    Paolo, tu ci vedi un’atmosfera sessantottina? Eppure anche oggi ci sono i centri sociali e gli scontri con le formazioni di destra. Io l’ho inteso più come un ambiente black bloc di oggi.

    Buona notte a tutti!

  10. veronique v il 22 dicembre 2006 alle 08:11

    Ipnotizzato, il lettore scopre una storia d’attrazione fatale: cade in una trappola perché segue la voce narrativa in modo abbagliato ed assorbe lo sguardo affascinato del personaggio maschile. Fin dall’ inizio, Laura aspetta il suo oggetto d’amore in una danza erotica, silenziosa, pericolosa. I vampiri condividono un legame di sangue tra sottomissione e dominazione. Il cinema rende un omaggio bellissimo a loro. Penso a Nosferatu, Dance of the vampires, the hunger. Questa novella mi ha fatto anche pensare alla letteratura cannibale.
    PS: La reggina dei dannati è un libro scritto da Alice Rice, con il personaggio di Lestat, vampiro libertino. Storia magnifica ma la mia preferita è Carmilla.

    Buon natale a tutti.

  11. Giò il 23 dicembre 2006 alle 14:37

    Non so, non mi convince.
    Condivido lo stridore di cui parla Lucia, anche se concordo con il nesso fra black bloc contemporanei e certe atmosfere da 77 bolognese (più che da 68 parigino).
    Però il finale a sorpresa mi sorprende poco.
    E la rappresentazione della ragazza mi pare riproduca semplicemente certe fantasie stereotipate maschili. Forse, Mauro, se ci lavori un po’ ancora prendendo un po’ le distanze dallo stereotipo, sia femminile che vampiresco, puoi dargli più originalitìà. Ma è solo una questione di mio gusto personale,
    ovviamente. Buon Natale a tutti.
    Giò

  12. Burt ma non reynoldsnèlancastermadukeoftheyorkshire il 23 dicembre 2006 alle 17:30

    paolo,grazie per avermi ricordato il titolo,che e non sbaglio in italiano era il buio si avvicina.

    giò,ma quale stereotipo scusa? solo pechè ci viene descritta una bella figa,perdona il temine? secondo me tu devi essere una lettrice,giusto?però sarebbe ora di abbandonare queste visioni postfemministe,solo perchè c’è una che scopre le coscie è stereotipo?allora anche lui è un bel fico, se mauro fosse maura allora srebbe uno sterotipo femminile?il finale non mi sembra a sorpresa,perchè il bravo baldrus ci fornisce degli indizi , lui che la guarda e non la capisce,le sembra diversa,le piace il suo 2mistero2, insomma ci prepara e ci ipnotizza,come ha scritto giustamente veronique.

    mica per difendere baldrus, che è già a posto di suo,però a me mi ha convinto in pieno,una storia molto particolare di vampiri rivelati.

  13. Giò il 24 dicembre 2006 alle 10:27

    @Burt ma non eccetera.
    sì, sono una lettrice, è evidente, e vivo a Bologna.
    Ma non sono mai stata né femminista, né tantomeno post, per carità.
    Mi dispiace se ti ho dato fastidio, ma lo stereotipo, sia femminile che vampiresco, c’è, ed è letterario-cinematografico-culturale e tutto il resto.
    Al punto che è senso comune, oramai.
    Ora, è normale che la vita quotidiana e le fantasie che la addolciscono si basino su stereotipi. Ed è legittimo che un racconto riprenda gli stereotipi, ovviamente: lo si fa in continuazione. Solo che la latteratura può (e in certi casi deve) lavorarci sopra di più, su questi modi comuni di sentire, in un gioco di scarti, riprese e ancora deviazioni.
    Ma, ripeto, è solo una mia opinione su cosa per me è più divertente leggere. Ed è un fatto di gusti personali.
    Spero che Mauro non si sia risentito come te.
    Un sorriso, dài.
    Ciao a tutti
    Giò

  14. mauro baldrati il 24 dicembre 2006 alle 12:45

    No, giò, non mi sono affatto risentito, anzi, può darsi che tu abbia in parte ragione. Parli di stereotipo maschile, ma se c’è stereotipo, è reale, è in carne ed ossa, ed io vi ho attinto, come spesso accade nella scrittura. Anche Marco Saya, nel ricordare il suo 68 milanese, forse ha intuito una sfumatura, uno stile. L’ambientazione, l’ho già scritto, è attuale, ma la storia è più complessa. Ora, mi permetto qui, che siamo in un bellissimo blog letterario, di superare quella reticenza che in letteratura tende a nascondere – a negare – le matrici delle storie, quelle vere intendo, quelle di cui spesso lo stesso autore non è affatto cosciente perché se le porta dentro come fantasmi, o ferite…

    Come Marco Saya, anch’io ricordo il mio ’68-69 ravennate, quando, ragazzotto quindicenne confuso e brancolante come tutti i ragazzotti di quegli anni – per un verso più scafati di quelli attuali, per un altro molto meno – occupavo le scuole, cercavo di annaspare nel movimento studentesco. C’era, in giro per la città, una famosa “squadraccia” dell’ M.S.I., temutissima, composta da giovani bellissimi, biondi, con gli occhiali a specchio, che avevano una fama feroce, picchiatori, aggressori e così via. Era capeggiata – sì, era proprio lei il capo – da una ragazza di una bellezza clamorosa, bionda, che volantinava con loro, come una regina, la Reginna dei Dannnati. Noi, i ragazzotti del movimento, andavamo a guardarla (da lontano, eh, persino col binoccolo) ed eravamo innamorati di lei: della sua ostilità palese, della sua estrema pericolosità, del suo mistero (non dimentichiamo che il mistero ostile della figura erotica-amata è uno dei tratti principali della discesa agli inferi amorosa di Proust). Ci facevamo dei viaggi mentali-erotici pazzeschi su di lei, la “bella fascista”. Dopo una quarantina d’anni, forse la mail di un caro amico ha fatto riemergere quel fantasma, ed è nato il racconto. Poi, com’è giusto, tutto viene mescolato, cambiato, confuso, ridipinto, per caso o per intenzione, e gli stili si confondono, e i personaggi si sdoppiano e si triplicano.

    Quindi, avete colto – con ottime intuizioni direi – l’emergere di questi retroscena, immagini cristallizzate ma mai cancellate, ed io mi sono preso la libertà di rivelarle qui. E sono anche convinto che queste intuizioni agiscano sul lettore di un testo, e possono determinare risposte mutevoli, di apprezzamento, di intrigo, di ammirazione, ma anche di imbarazzo, fastidio, e indifferenza, che è forse il massimo dell’atteggiamento difensivo. Ma questa, credo, è proprio una delle caratteristiche della scrittura.

    Ricambio gli auguri di buone feste a tutti.

  15. Burt ma non reynoldsnèlancasterbutthedukeoftheyorkshire il 24 dicembre 2006 alle 17:07

    forte, non te la sei fatta allora la bella fascista,te la sei fatta adesso col racconto!anche se poi è lei che si è fatta te e con un finale un pochino fuori dagli schemi neh?scherzi a parte è divertente questo commento con la storia del racconto!

    e kmk@giò,non che non me la sono presa però vorrei dirti che lo stereotipo è un pochetto il tuo,il pregiudizio femminile insomma, dai.sempre queste menate della visione maschile non appena si parla di una ragazza in un certo modo.ti mando anche io i saluti e gli auguri.

    a tutti gli auguri.

  16. Burt ma non reynoldsnèlancasterbutthedukeoftheyorkshire il 24 dicembre 2006 alle 17:10

    oh,non so cosa ho attivato, su kmk giò,che vuole dire comunque giò,è venuta fuori una e-mail-link. mah!

  17. Paolo S il 24 dicembre 2006 alle 17:22

    Si Burt, il film si chiamava Il buio si avicina, in italiano. Mauro, grazie per i redietro le quinte, sempre preziosi e interessanti… e a tutti, auguri

  18. Giò il 24 dicembre 2006 alle 18:14

    Burt no, non ci capiamo.
    Non me la sto menando perché mi dà fastidio la ragazza figa rappresentata in un certo modo, ti giuro: non sono così scemotta, mi spiace.
    Eppoi, ricordo che anch’io quando avevo quindici anni ero combattuta fra il fatto di sbavare per il bello biondo MA fascista e non per l’amico di sinistra MA bruttarello e poco attraente, uff…
    (e quasi quasi mi facevo fascista pure io…)
    :-)

    Il punto è: se devo scrivere un racconto che riprenda/rimescoli/ritriti miei ricordi (e/o di altri) insieme a tutte le suggestioni letterarie e cinematografiche che qui sono state giustamente evocate, allora come lo scrivo?
    Se lo scrivo come te lo sto dicendo ora, il racconto resta banale, no?
    Col che non sto dicendo che Mauro ha scritto un racconto banale come quello che sto scimmiottando; dico solo che secondo me potrebbe dare più mordente al racconto se si staccasse di più dal senso comune che tutti, in questa piccola discussione, abbiamo condiviso.

    Vabbè, si fa per redimere la vigilia natalizia (con annessi parenti e simil-parenti) con riflessioni simil- e paraletterarie, no?
    :-)
    Basta ora, non rompo più (anche perché il parentame reclama).
    Ciaooooo



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