Chi non lavora non fa

28 dicembre 2006
Pubblicato da

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La legge 30 e il nuovo corso politico: quali prospettive sul lavoro precario?
di
Ignazio Riccio

Circa tre anni fa entrava in vigore la legge 30, conosciuta da tutti come legge Biagi, una normativa che continua a far discutere poiché ha dato un nuovo volto al mondo del lavoro in Italia.
Fare delle riflessioni sulla legge 30 è d’obbligo, visto che non ha migliorato le condizioni professionali e sociali dei lavoratori atipici, anzi in molti casi le ha peggiorate.
La legge Biagi ha prodotto l’esatto opposto di quanto il governo di centrodestra aveva promesso, e cioè sicurezza e tutele. I governanti affermano che il tasso di disoccupazione in questi anni è sceso, anche se ciò è accaduto per effetto della regolarizzazione degli immigrati e per lo scoraggiamento dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici al Sud, ma quello di cui il Paese ha bisogno davvero è “buona occupazione”, fatta di difesa delle persone e reddito sociale per tutti. A questo si puntava con il nuovo governo di centrosinistra che, però, sta già disattendendo le aspettative dei lavoratori.

L’Unione, quando era al governo prima di Silvio Berlusconi, in nome della libera concorrenza nei mercati, aveva già ridotto salari e diritti, smantellando il sistema pensionistico ed il servizio sanitario, privatizzando i servizi sociali e rendendo sempre più facile assumere e licenziare.
Il duro attacco contro i lavoratori sferrato dal pacchetto Treu è stato, successivamente, portato alle estreme conseguenze dal governo della Casa delle libertà che si è messo in luce per una politica esplicitamente reazionaria in materia di diritti civili e nella difesa spregiudicata dei propri interessi particolari.
Oggi, con la vittoria di Romano Prodi alle ultime elezioni politiche si riuscirà a rendere possibile una reale inversione di tendenza? A noi non sembra, vediamo perché.

1 Il fallimento della legge 30

Con l’entrata in vigore della legge 30 è aumentata fortemente la percentuale di crescita delle collaborazioni. Quasi la metà (46%) dei collaboratori coordinati e continuativi è diventato un lavoratore a progetto, il 23% è rimasto un co.co.co. nel pubblico impiego (in virtù della possibilità di proroga); il 5,8% è stato costretto ad aprire la partita Iva, con un forte aggravio di costi.
Di contro, la percentuale delle stabilizzazioni è piuttosto bassa: il 6,5% degli ex collaboratori ha attualmente un contratto a tempo indeterminato ed il 6% è invece stato assunto a tempo determinato, mentre un altro 5% ha un contratto di lavoro in somministrazione o a contenuto formativo. Il 7,3%, infine, soprattutto donne e lavoratori meridionali, è stato espulso dal mercato del lavoro: non lavora più, o lo fa in nero.

Le condizioni dei precari, quindi, non sono migliorate, il che significa che, a fronte di una regolamentazione giuridica diversa, le condizioni di vita dei lavoratori atipici sono rimaste quelle che ormai sindacati, associazioni e coordinamenti dei lavoratori denunciano da tempo.
Anche sui salari la situazione è desolante. Basti pensare che rispetto ad un orario di lavoro che supera ampiamente le 38 ore settimanali, soprattutto nel privato, il 46% dei collaboratori ha una retribuzione inferiore ai 1.000 euro al mese. Tra questi, poco meno di un quarto, guadagna meno di 800 euro. I redditi più elevati non superano, in ogni caso, i 1.500 euro al mese.

Da un’indagine promossa dall’Ires-Cgil risulta che l’80% dei lavoratori precari si dichiara insoddisfatto. E non solo per la retribuzione: un grande elemento di scontentezza è dato dal fatto che si svolgono mansioni impiegatizie, ma con un trattamento economico e contributivo non adeguato. In particolare, le tutele dalle quali i collaboratori si sentono più esclusi sono legate a diritti basilari: la maternità, seguita dai diritti sindacali e dalla malattia.

2 I progetti dell’Unione

Dopo aver vinto le elezioni politiche, il centrosinistra sembra voler ricalcare una politica già vista e già bocciata dai lavoratori.
Non c’è una proposta organica in merito alla necessità di un recupero salariale o di una redistribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente. Rispetto alle questioni del mercato del lavoro e della precarietà, non si intende abrogare la legge 30, ma solo alcune tipologie contrattuali (job on call, staff leasing e contratto di inserimento), risultate estranee alle stesse esigenze delle imprese.

Analogo ragionamento vale per le politiche sull’immigrazione. Non basta abrogare gli aspetti più negativi determinati dalla legge Bossi-Fini, bisogna dare pari diritti e dignità nel lavoro e nella esistenza quotidiana ai lavoratori immigrati.
Rispetto alla riduzione del 5% del costo del lavoro, in un anno, (si tratta di circa 30 miliardi di euro) il taglio riguarda, per gran parte, i contributi sociali, previdenziali e sanitari, versati prevalentemente dalle imprese che servono a finanziare il sistema pensionistico e la sanità pubblica.

Si è promesso, in modo preciso e dettagliato, uno sviluppo delle privatizzazioni dei servizi sociali e di quelli a rete, della sanità e della previdenza e l’incremento del cosiddetto federalismo fiscale. La previdenza privata è stata definita “il pilastro del futuro”.

3 I rischi per i lavoratori

In questo scenario ci prepariamo a vedere un film già visto. Il compito affidato alla triplice sindacale (Cgil, Cisl e Uil) dovrà essere quello, in base ad un copione ampiamente collaudato, di ridurre al minimo la conflittualità sociale e di far accettare i nuovi sacrifici ai lavoratori in cambio della possibilità di partecipare, anche se in modo subalterno, alle decisioni assunte dal governo, dalla Confindustria e dai grandi istituti di credito in materia di politica economica e sociale. Senza dimenticare la garanzia di mantenere e accrescere un consolidato potere economico esercitato attraverso i Caf, i patronati, la gestione di corsi di formazione e di cooperative, la possibilità di gestire il lavoro in affitto.

Un recente studio statistico Regione/Istat che prende in esame l’intero territorio regionale ci dice che per la prima volta nell’ultimo quinquennio la disoccupazione è in aumento e a questa si affianca una crescita del lavoro incerto e irregolare. Crescono gli atipici e non si tiene conto della qualità dell’occupazione.

In questo contesto di grande precarietà, l’operazione fatta dalle giunte regionali con la contrattazione relativa al precariato interno all’Ente regionale, composto da circa 400 lavoratori a tempo determinato, è grave e illuminante di ciò che potrebbe accadere su scala nazionale per la pubblica amministrazione se non si stabilizzano tutti i precari.

Tutta la legislazione regionale è improntata allo sviluppo ed al governo dei processi di privatizzazione dei servizi e al ridimensionamento degli stessi. Alcuni esempi riguardano la legge sui trasporti, che superando in peggio il governo Berlusconi obbliga gli enti locali proprietari del trasporto pubblico locale a mettere a gara il servizio; poi la legge sulla scuola, che è stata sventolata come una normativa di salvaguardia dell’istruzione pubblica e invece, ossequiosa della legge Berlinguer, ha finanziato, attraverso una partita di giro con gli enti locali, la scuola privata ed in particolare quella confessionale; infine la politica sanitaria, fatta di aziendalizzazione spinta delle strutture pubbliche, di tagli ai servizi, di finanziamenti alle strutture private, di aumento dei costi delle prestazioni ai cittadini e di trucchetti quali il passaggio di servizi ed utenti dal settore sanitario a quello sociale che non garantisce gli stessi obblighi di prestazione.

Non sarà possibile – ne siamo convinti – riuscire a far condividere alla gente questi tagli al welfare sapientemente combinati con le politiche di precarizzazione e flessibilizzazione delle strutture, in cui a rimetterci, come sempre, sono esclusivamente i lavoratori.

4 Il superamento delle leggi Treu e Biagi: il reddito sociale e il sindacato metropolitano

Le riforme del lavoro del 1997 (Pacchetto Treu) e del 2003 (Riforma Biagi) sono in perfetta continuità. Potremmo dire che se il centrosinistra ha dischiuso una porta, il centrodestra l’ha spalancata. Chiara è la natura di classe di queste leggi: in un contesto di crisi del capitalismo italiano si punta ad un sostegno alle imprese mediante la riduzione del costo del lavoro e la moltiplicazione delle forme di assunzione serve a ridurre la coscienza di classe dei lavoratori, individualizzando il loro rapporto con l’impresa. Si aggrediscono i diritti sindacali che, seppure formalmente riconosciuti, non potranno essere mai esercitati da parte di chi è facilmente ricattabile, non avendo alcuna certezza di stabilità occupazionale.

La lotta alla precarietà è oggi centrale. Non basta invocare immaginari santi protettori del precario, ma bisogna puntare ad una nuova organizzazione del conflitto, in un sindacato metropolitano che proponga lotte immediate per l’abrogazione delle leggi di precarizzazione (Biagi o Treu che siano), delle delibere dei Comuni che applicano tali leggi, dei provvedimenti di attuazione della legge Biagi ad opera delle Regioni.

La lotta alla precarietà può passare anche attraverso una campagna per il reddito sociale; reddito che non può essere inteso come corrispettivo dell’accettazione della precarietà, così come non può essere un sussidio di povertà come si è fatto in Campania (con l’erogazione di 300 euro mensili alle famiglie che, annualmente, hanno un reddito inferiore ai 5 mila euro).
Il reddito sociale è mezzo per ridurre la ricattabilità del precario che, solo se in possesso di mezzi di sussistenza, potrà liberamente scioperare, organizzarsi in sindacati, rivendicare diritti e facoltà. La battaglia per il conseguimento del reddito sociale è, dunque, utile strumento per la crescita di una coscienza di classe tra soggetti che contrattualmente sono diversi, ma che hanno in comune una condizione di vita caratterizzata dall’incertezza, dalla precarietà e dallo sfruttamento.

La lotta alla precarietà si intreccia con la questione del Governo; è possibile pensare di superare la precarietà a fianco di chi, ieri, è stato artefice del Pacchetto Treu e si è opposto all’unico tentativo degli ultimi anni, troppo presto dimenticato, di espansione dei diritti dei lavoratori, ovvero il referendum sull’articolo 18? A fianco di chi ha dichiarato, in campagna elettorale, che “se andremo al Governo vareremo modifiche parziali alla legge sul lavoro […] la flessibilità serve per aiutare i ragazzi ad entrare nel mercato del lavoro, ma siamo contrari al precariato infinito” (Romano Prodi, la Repubblica, 12-03-05)?

Esiste una distanza incolmabile tra le rivendicazioni dei movimenti contro la precarietà e il centro liberale dell’Unione, distanza dovuta alla rappresentanza obiettiva di ragioni di classe contrapposte: da un lato gli interessi degli imprenditori, dall’altro quelli dei lavoratori.
Lotta alla precarietà significa, quindi, lotta alla prospettiva di collaborazione di classe e lotta alla concertazione, metodo con cui le classi dominanti puntano a corresponsabilizzare le rappresentanze delle classi subalterne nell’attuazione del proprio programma, metodo utile a rimuovere l’opposizione di classe al programma antipopolare.

da Proteo n°3 2006/2007

Bibliografia
Umberto Carabelli, Legge 30, Ricominciamo da cinque, 21 aprile 2006, www.eguaglianzeliberta.it
La sinistra, il lavoro e le donne, 5 aprile 2006, www.robinik.net
Mario Fezzi, La legge Biagi? Ha avuto effetto zero, in “Diario”, 3 febbraio 2006.
Dario Di Vico, Biagi, un simbolo da salvare, in “Corriere della Sera”, 13 maggio 2006.
Sandro Mangiaterra, L’estate dei ricchi e poveri, in “Il Venerdì di Repubblica”, 28 luglio 2006.
J.Arriola – L. Vasapollo, L’uomo precario, nel disordine globale, Jaca Book, Milano.
Aa. Vv., Lavoro contro capitale, Jaca Book, Milano .

5 Responses to Chi non lavora non fa

  1. b.georg il 29 dicembre 2006 alle 11:19

    in sostanza: contratti a tempi indeterminato per legge (mi permetto di suggerire: in aziende di stato senza vincoli di bilancio, crepi l’avarizia), reddito sociale (notare la differente denominazione rispetto al “reddito di cittadinanza” di cui parla il post-operaismo e i csoa: si sa che a sinistra appena si è in due si fondano tre partiti), governo monocolore di rifondazione – sempre che non sia troppo di destra, tendenziale superamento del capitalismo in un solo paese. con questa prospettiva i precari, e con loro tutto il proletariato, saranno salvi (intorno al 2100).

    mi permetto di suggerire in alternativa: ammortizzatori sociali in termini di denaro (sussidi monetari sul modello danese) e servizi (supporti all’abitazione, alla formazione, alla mobilità, alla cultura) nei periodi di non lavoro, assunzione da parte del sindacato del ruolo di supporto del lavoratore finalizzato alla sua ricollocazione, parificazione contributiva per tutte le forme di contratto, tendenziale superamento del modello ipergarantiti vs. nongarantiti. con questa prospettiva i precari saranno meno ricattabili, più garantiti, più in grado di agire una flessibilità attiva e non passiva costringendo management e aziende a puntare sulla qualità dell’ambiente produttivo (intorno a marzo 2007, volendo, e con questo governo).

  2. Giuseppe Iannozzi il 29 dicembre 2006 alle 11:50

    I precari non dovrebbero esistere in un mercato del lavoro sano, in una società sana che non fa dei lavoratori degli schiavi;
    la legge Biagi è solo da bruciare in tutti i suoi punti: è quanto di più squallido e immorale sia stato prodotto contro l’uomo;
    mi domando se la legge Biagi, un insulto a tutti i lavoratori precari e non, verrà mai abrogata ma in toto da questo fantomatico governo di sinistra.

    E’ tutto da rifare. Dalle fondamenta.

  3. robertologo il 29 dicembre 2006 alle 12:18

    Quello che non capisco è perché aprirsi una partita IVA è una “costrizione” mentre invece la “stabilizzazione” è considerata un modello di virtù. Gli “aggravi di costi” della partita IVA medesima (come le spese di costituzione di una micragnosa s.a.s) sono la nervatura statolatrica di un sistema fiscale che nessun gorverno italiano affronta seriamente (come gli ordini, le corporazioni, gli interessi sindacali che ormai vengono contestati anche dalla base). Se andiamo a sbirciare il Modello Unico per le imprese vedremo che nel 2007 il prelievo fiscale è aumentato di una manciata di punti percentuali. Mentre Bertinotti canta le lodi del management Fiat, chi decide di aprirsi un’attività – qualsiasi tipo di attività – non solo deve spendere 1000 euro e rotti per rimpiguare le tasche di notai e amministratori pubblici, ma pagherà anche più tasse. Speriamo che riescano davvero a beccare gli evasori, quelli veri, non il pizzicarolo dietro l’angolo. Personalmente non ho il reddito di un dentista con yacht ormeggiato davanti al Billionaire. Mi avvicino di più a quello dell’operaio-massa. Ma a differenza di quest’ultimo non ho la continuità del salario e (quasi) nessuna forma di tutela previdenziale. Comprendo cosa significa “lavoro usurante” ma spero che quello stesso operaio mi consideri un alleato e non un ‘nemico di classe’. Eppure qualche mese fa ho ricevuto la mia bella multa dalla Agenzia delle Entrate. Pugno di ferro sui “precari evasori”? Se la politica dei sacrifici e dell’austerità per rimettere a posto i conti pubblici la chiedono a me e a quelli come me stiamo messi male. Altro che “errori di comunicazione”.

    P.S.
    Il reddito sociale fa il paio con quanto ho letto qualche giorno fa qui su NI, le modeste richieste rivolte a facce sognà maggico Warter.

  4. marco v il 1 gennaio 2007 alle 16:59

    …dalle mie parti, poi, un caso eccezionale di flessibilità “al contrario”: una mamma operaia – separata, figlia a carico, 1000 euro al mese – si ritrova un accordo sindacale unitario che le leva mezz’ora di pausa (passati da 90 a 60 minuti). Questo le impedisce di andare a prendere la figlia scuola e tornare in tempo al lavoro, come aveva sempre fatto. Arriva in “ritardo”, ogni giorno, di mezz’ora al lavoro. il sindacato, per non mettere in discussione il nuovo accordo con l’azienda, si volta dall’altra parte. La mamma chiede una cosa soltanto: di poter recuperare la mezz’ora di ritardo con mezz’ora in più di lavoro a fine giornata. Nisba. Chiede, allora, che le venga tolto dallo stipendio (già bassissimo) il corrispettivo di questa mezz’ora in meno di lavoro. Nisba.
    Brucia ferie e malattie per un anno, mentre l’azienda, una multinazionale, le chiede di trovare una soluzione.
    Forse l’azienda non sa che la “soluzione” (che potrebbe essere una baby sitter..) costa. E lei non se lo può permettere.
    Alla fine il sindacato di base promuove mezz’ora di sciopero solidale con la mamma operaia. Risultato? E’ stata LICENZIATA.
    Ora il provvedimento è stato impugnato e si andrà il prossimo 9 gennaio in tribunale.
    Ecco il concetto di flessibilità che hanno i padroni: i lavoratori devono mostrarsi disposti alla più elastica flessibilità, loro no. Evidentemente a loro non piace.
    Beh..: neppure a noi, se è per questo!!

  5. maria luisa il 1 gennaio 2007 alle 20:16

    E’ una situazione che si sta inasprendo sempre più. Da co.co.co sono passata a Partita IVA per poter collaborare con l’Università. Alla fine ci si comporta da professionisti, si pensa da professionisti si pagano le tasse come i professionisti e lavoro come una ricercatrice. Il mio sapere, la mia coporeità, il mio cervello, finchè regge, siamo la mia piccola impresa. Ma quello che vedo intorno a me fa pensare ad una crisi che sta minando non solo i redditi personali, le capacità individuali di progettarsi, ma anche la qualità delle stesse collaborazioni. Il saltellare da un posto all’altro, lo stare in un progetto e dover pensare a quello successivo (non oso pensare alle maternità, alle malattie, etc.) mina completamente la possibilità di approfondire le competenze, di mettere radici anche solo mentalmente. E lo spazio dedicato alla formazione qualificante si sta assottigliando. Per non pensare a quanto accade negli enti locali, dove sono i precari a stendere regolamenti, testi legislativi e protocolli. Non possono essere assunti per non intaccare i fragili equilibri tra settori interni, i patti sindacali etc. Siamo in una situazione di stallo pesante. Il reddito sociale, o qualsiasi altra forma di sostegno economico in questo bailamme non porta a soluzioni strutturali. Nei Paesi civili, dopo che una legge è stata applicata, si verifica se funziona e velocemente si inseriscono strumenti di correzione, o la si abroga. E’ arrivato il momento di riprendere completamente il testo della Legge Biagi, e verificare gli ammortizzatori sociali e le altre forme di supporto all’occupazione.



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