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Toglietemi tutto ma non il mio pc

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di Elio Paoloni

E’ uscito per Marsilio Non c’è niente da ridere di Livio Romano. Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera (pagine del Mezzogiorno) del 24 febbraio.


Nel più accidioso e festaiolo (e un po’ malavitoso) dei Sud vede la luce un protagonista trentenne che non è precario e neppure pistolero (le due opzioni dell’attuale narrativa italiana, scriveva qualcuno sul web): l’alter ego di Livio Romano, per destino o per scelta, è carico di responsabilità e di agende che manco il nordest (i veri stressati siamo noi terroni, basta entrare in uno dei nostri bar, caffeifici da tre secondi al banco e via, altro che tavolini e happy hour, perchè ci sono esattamente gli stessi impegni del resto del mondo civilizzato e manco l’ombra di trasporti, strutture e servizi altrove disponibili). E’ un uomo col senso del dovere, Gregorio Parigino, che si muove come uno scacchista per conciliare lavoro e affetti, assistenza familiare e solidarietà amicale.

Ma pur essendo uno degli scrittori più efficaci nel tratteggiare i difetti dei conterranei Livio Romano non si è mai fatto ingabbiare dal dolorismo, malattia tutta meridiana: il suo eroe è attivo e ottimista, giusto un po’ sciroccato dagli ansiolitici (imprescindibili per restare sani in una gabbia di matti). Se si eccettuano i dettagli necessari ad ancorare la narrazione (è ovvio che un salentino riconoscerà certi climi, certi tic) questo è il meno meridionale dei romanzi meridionali e potrà deludere sia i settentrionali in cerca di colore sia i meridionali in cerca di ponderose riflessioni sul meridiano. Romano aspira a raccontare – con una scrittura inevitabilmente più fluida, leggera, meno sfaccettata del solito – la vita di tutti, una storia italiana, forse europea. Una storia comune, quindi zeppa di follie.

Di poco comune, qui c’è lo sturbo dello scrittore: succede che Parigino scriva, infatti, ed è questa la vera dannazione. Con l’aiuto dell’alprazolam il nostro eroe è in grado di farsi carico di tutto il circo familiare e amicale (troverà sempre il modo di sistemare le cose, un po’ come il fratello perfettino de La terra di Rubini) ma ogni incombenza imprevista lo allontana inesorabilmente dal portatile. E’ questo l’unico vero dramma. “Tutto cospirava contro di lui, tutti lo interrompevano, lo ostacolavano, ogni cosa intralciava, ritardava, posticipava… c’era sempre un appello, qualcuno che ti cerca, che ti strilla, che ti urla dietro… bisognava rifiutarsi, ingannare per non essere ingannato, innalzarsi per non essere schiacciato… intuiva che realizzare i suoi propositi in quelle condizioni era impossibile, ma capiva anche, con chiarezza ancora maggiore, che quella era l’unica cosa che giustificasse la sua vita, tempo, tempo, prima di tutto gli serviva del tempo”. No, non è una frase di Romano, questa: è tratta da un libro disperato del defunto scrittore cubano Reinaldo Arenas, Arturo, la stella più brillante. Arturo morirà in un campo di concentramento castrista per omosessuali ma il suo tormento – passando dalla tragedia alla commedia – è lo stesso di Parigino, lo stesso di Livio Romano, lo stesso di ogni scrittore. Parigino si nasconde anche dalla moglie per strappare alla routine quotidiana qualche ora da dedicare al suo vizio (quello della scrittura è un vizio socialmente inaccettabile, più infamante di qualsiasi perversione sessuale). Non gli importa nulla di essersi fratturato una gamba, aver sfasciato una macchina e ammazzato il conducente  di un’altra vettura: è terrorizzato dall’idea che la moglie, informata sul sito dell’incidente, scopra la sua tresca col pc, scambiandola inevitabilmente per la tresca con una comare. Se nel vaudeville a essere continuamente rinviato è il percorso verso il letto (e non manca nel romanzo un intrigo del genere) il tragitto interrotto di Parigino è quello verso lo scrittoio.

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10 Commenti

  1. Per Franz Krauspenhaar,

    E’ una bell’idea che concedere un posto ai romanzi del Sud.
    Benché questo romanzo sia il meno meridionale dei romanzi meridionali.
    Il personaggio sembra simpatico.
    Ma è vero che il dolerismo sia la malattia del Sud?

  2. niente male….anzi!

    a quanto pare la dipendenza dall’alprazolam equivale alla dipendenza dal PC, in certo modo, fraintendimenti annessi!

  3. cara Veronique, il meridionale spesso si duole per tutto. Esiste il modo dire “chiagni e fotti”, tipicamente napoletano; per chi piange anche quando ci sarebbe da fare ben altro che lamentarsi. Ma è tipico di moltissimi italiani, anche del centro e del nord. Un caro saluto.

  4. giochino:

    quanto razzismo c’è in questa frase??

    “””E’ una bell’idea che concedere un posto ai romanzi del Sud.”””

    sono aperte le votazioni.

  5. Secondo me le votazioni non si devono manco aprire.
    Veronique è francese, il suo italiano non è perfetto, ed eventualmente pecca di ingenuità e non di malafede o razzismo.
    Così parlò Barbara, che sono io..:o)

  6. Per Franz Krauspenhaar,

    Grazie mille per la spiegazione. Leggendo NI, si impara molto a proposito di Italia.

    Barbara,

    Grazie, hai capito bene il mio problema.

    Daniele,
    E’ un giochino. Allora non mi offendo.
    A volte sono un po’ eccessiva. Non volevo ferire qualcuno

  7. va bene, prendo nota
    chiedo scusa a tutti e a Véronique in particolare!
    col rispetto di sempre a tutta NI
    buon lavoro

I commenti a questo post sono chiusi

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