A proposito di scuola #2

14 aprile 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

“Ogni volta che sento la parola cultura metto mano alla pistola”. Sempre più spesso ascoltando chi parla della situazione della cultura e dell’educazione oggi in Italia mi viene in mente la famosa frase di Goebbels. Ma in un senso un po’ rovesciato. Mi spiego. Che si stia consumando sotto i nostri occhi – implacabile – un disastro sociale di consistenti proporzioni per quello che riguarda la scuola, l’università, la ricerca… è l’indiscutibile fatto con cui si deve confrontare chiunque lavori tra aule, banchi, laboratori. Tagli alle risorse, perdita di autorevolezza, fuga dei cervelli, eccetera. La questione diventa dunque, preso atto della crisi, analizzare come agire rispetto a questo stato che sta diventando appunto endemico; come delineare delle direzioni di controtendenza. Se ci si fa un giro perlustrativo, il panorama di riferimento è piuttosto scoraggiante. Gli allarmi si susseguono (e i media, ad ogni guizzo, si buttano a pesce sul dibattito per farlo diventare una vetrina dell’emergenza), mentre esponenzialmente si moltiplicano gli appelli teorici, civili, pedagogici a ricostituire una mappa di valori perduti. Allora ecco che si sente un gran parlare, un infinito gran parlare di cultura, di importanza della cultura, di centralità della scuola… ed è a questo punto che viene da mettere mano non alla pistola, ma quanto meno al nodo scorsoio, perché tra le righe di questo esteso fronte di indignazione retorica, si intravede un’insufficienza di analisi, e alla fine – senza troppe colpe – di capacità di coinvolgimento.
Ma non generalizziamo, partiamo da un caso esemplare: il pamphlet appena uscito da Eleuthera intitolato L’educazione impensabile. Paolo Perticari, l’autore, insegna Pedagogia generale e Filosofia della Formazione all’Università di Bergamo, e ha sicuramente ben chiaro lo stato dell’arte dell’educazione oggi in Italia. Talmente chiaro che mette il tema in cima alla lista delle priorità di un’ideale agenda di intervento pubblico: “Il problema di un’educazione culturale rappresenta un problema politico fondamentale”. E non si può non essere d’accordo. Più problematico diventa capire qual è il contesto in cui si va a operare. Perché l’idea che si è fatto Perticari – e che non lesina a ribadire con afflato millenaristico – è che il mondo per come lo conoscevamo noi stia andando alla deriva. Le coscienze si impoveriscono; l’estetica e la fede sono divenute al tempo stesso “l’arma e il teatro della guerra economica mondializzata”; le persone si trasformano in “somme di neuroni viventi divorati dall’invidia e dalla noia”; l’educazione e l’insegnamento “nelle democrazie tecno-populiste sono sostituite dallo stordimento e dalla banalizzazione che passa attraverso la comunicazione e le sue telecinetiche”; lo scoppio del tessuto sociale fa sì che per emergere i ragazzi s’inventino addirittura assassini; la nostra è una “società da consumo di massa in cui rischiamo di venire abituati a vivere e pensare come dei porci”; la società dell’informazione porta – in sintesi (sua) – alla deprivazione mentale. Fino a paragonare quest’adesione all’industria culturale al comportamento di un Eichmann – e la banalità del male alla macchina banale che è la condizione (“quantitativa, bancaria, monoculturale, monolinguistica”) dell’essere umano occidentale nel momento in cui cresce e conosce il mondo. Un orizzonte oscuro in cui niente si salva: né Carosello che surclassava l’audience le “notevoli trasmissioni televisive del maestro Manzi”, né praticamente la modernità tutta (“industrie culturali, industrie del turismo, programmi televisivi, multimedia, hi-fi, hi-tech, happy hours, moda, industria della comunicazione e dello spettacolo, sport e così via: queste attività non hanno la funzione di liberare il tempo individuale, ma al contrario di controllarlo per massificarlo al massimo”).
A pelle, rispetto al quadro che disegna Perticari, con tutta la sua carica savonaroliana, si prova un senso di empatia moraleggiante. È vero, del resto, la delegittimazione sistematica delle professioni della cultura ha prodotto i suoi amari frutti; mentre, è altrettanto vero, il Novecento ci aveva abituati a un (anche potenziale) ruolo di avanguardia culturale, sociale, della scuola e dell’università. Oggi gli agenti formativi e culturali sono, si sa, molteplici, e molto spesso antagonisti rispetto all’educazione scolastica: quello che propongono è sicuramente un consumismo culturale diffuso.
E il punto allora sta proprio qui. Come relazionarsi a questi agenti culturali orizzontali? Per allargare il discorso: come aggiornare il bagaglio teorico, pedagogico, cercando di integrare il mondo del consumo culturale e quello di una possibile critica della società? Perticari trova la sua soluzione con una via un po’ corta. Sostituisce, nel suo orizzonte di riferimento, i grandi maestri del pensiero critico novecentesco (Gramsci, Benjamin, Arendt…) con le voci più rilevanti del post-colonialismo (Spivak, Bhabha…), e lo fa alla ricerca di un fantomatico “altro” che verrebbe a rinnovare, mettendola profondamente in crisi l’educazione odierna strumentale a un mercato. La sua sicurezza in questi casi è abbastanza assoluta: “Al momento attuale”, dice Perticari gnomicamente, “tutta l’educazione occidentale risulta chiusa nei confronti dell’evento dell’altro e lo patisce”. Le intenzioni dell’Educazione impensabile sono ottime: partire dal difetto, dalla disfunzione, dall’ignoranza di Socrate e Don Milani, dall’impensabile appunto, all’interno di un processo di trasmissione che faccia diventare adulti, che formi come cittadini, come cittadini critici, capaci di immaginare un mondo diverso. L’aspetto che però sembra sfuggire a Perticari è forse il contesto in cui vive. “L’altro” che la società italiana rappresenta gli fa abbastanza schifo, lo deprime, e lui non simula certo il suo atteggiamento di demonizzazione: “L’educazione come ricerca di una riappropriazione non coercitiva dei desideri, degli affetti, del sensibile, del simbolico, del religioso teologico e ateologico, richiede un impegno a lungo termine nell’ambito delle politiche dell’educazione europee […] Questa non può nascere in call center, né tanto meno nei circuiti della produzione audiovisiva, dei media, della pubblicità, della moda, della produzione commerciale di software eccetera”. Perché? Il rischio di preservare e reinvestire sul ruolo della scuola ha questo come rovescio della medaglia: liquidare la complessità delle trasformazioni della società che circonda le mura degli edifici scolastici.
Il territorio del dibattito andrebbe quindi ridelineato, a partire da quello che è il ganglio delle problematiche dell’educazione: il suo rapporto con le metodologie della comunicazione. Integrazione? Dialettica? Contrapposizione?… L’antitesi tra gratuità e pubblicità… Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

8 Responses to A proposito di scuola #2

  1. Marco il 14 aprile 2007 alle 11:27

    O, per dirla in termini più semplici: apocalittici o integrati?
    Dopo anni di riflessioni sono giunto a una conclusione: integrati. Perchè se neanche gli apparati propagandistici delle dittature sono riusciti a rincoglionire del tutto i popoli, non si capisce per quale motivo dovrebbe riuscirci la (molto più fluida, nonchè ovviamente molto più libera e critica) moderna società dell’informazione e dello spettacolo. E quindi contesto affermazioni tipo: le persone si trasformano in “somme di neuroni viventi divorati dall’invidia e dalla noia”.
    Frase che esprime un malcelato e snobistico disprezzo verso la gente comune. Vuol dire non conoscerla, non capire che rapporti umani solidi e significativi possono nascere anche di fronte a una playstation, o in un gruppo di amici che guardano Maria de Filippi, o nelle dinamiche interpersonali che si creano negli uffici di un’azienda. E a scuola: i ragazzini vivono e in certa misura subiscono la società dello spettacolo, ma non è per nulla detto che non sappiano reagire con vitalità, trovando strade nuove di coesione, affermazione personale, comprensione del mondo, rinnovamento.

  2. paolo il 14 aprile 2007 alle 11:27

    a partire da quello che è il ganglio delle problematiche dell’educazione: il suo rapporto con le metodologie della comunicazione.

    Non direi, il problema dell’educazione non ha niente a che vedere con la comunicazione o se ce l’ha è perchè vogliamo esplicare qualcosa di ovvio: che si comunica ogni volta che apriamo bocca.
    Se pensassimo così non usciremmo dal circuito masturbatorio del sistema educativo e culturale. Gli “scienziati della comunicazione” e tutti i falsi proseliti di “scienze della comunicazione” non stanno facendo niente.
    Lì si studia di Gramsci solo il quaderno che tratta di scuola, il resto non è affar loro…

    Il fascismo culturale consiste nel credere che le cose siano semplici. Il fascismo, ogni forma di totalitarismo (che annienta anche la cultura e l’educazione quindi), non vuole il rumore, il chiasso, la fanfara dei vanti, ma il silenzio, la semplificazione. Occorre elogiare, ma senza retorica, la complessità. Occorre ripristinare il tempo, la prima cosa di cui lo studio ha bisogno. Nietzsche diceva che la prima virtù del filologo, ad esempio, è la lentezza. La lentezza… proprio come oggi, vero?

  3. valter binaghi il 15 aprile 2007 alle 09:47

    Il problema di rapportarsi all’altro era tale per chi veniva da un’identità forte e consolidata, fatta di memorie spesse ed esperienze caratterizzanti: non certo i ragazzi di oggi, che fanno molto più in fretta ad accogliere un coetaneo straniero che una pagina di Omero, perchè gli stereotipi della culturqa globale sono ormai condivisi largamente. Il problema vero è l’io minimo, la mancanza di storicità identitaria, che rende flebili e precarie le relazioni: noi stessi, che siamo a cavallo di due mondi, fatichiamo a immaginare una cultura senza il valore primario che l’ha sempre accompagnata: la personalità.
    Il linguaggio dei pedagogisti fatica a rappresentarsi ciò che sta accadendo alle ultime generazioni, perchè è figlio di quella “paideia” che propriamente si sta eclissando. Ideale educativo fatto di contestualizzazione storica, lunga frequentazione del testo, confronto intergenerazionale tra maestri e discepoli: precisamente ciò che viene meno, sostituito da un apprendimento simultaneo e reticolare, che elimina precondizioni e attese: ciò che Scurati ha definito “inesperienza” e Baricco “barbarie” in due libri recenti e a mio avviso significativi, almeno su un piano fenomenologico. Per conto mio direi che si tratta di rileggere McLuhan che leggemmo trent’anni fa senza capirlo a fondo, e prendere atto di ciò che significa il tramonto della civiltà del “libro” (La galassia gutemberg) di fronte all’onnipervadenza dei media elettronici.
    Pensare a ciò che fecero i monaci nell’alto medioevo, quando copiarono e preservarono testi che quasi nessuno era più in grado di leggere.
    E tramandare a chi verrà, dopo la fine del diluvio.

  4. valter binaghi il 15 aprile 2007 alle 09:52

    culturqa è un errore di battitura, ma forse anche un neologismo

  5. volemose bene il 16 aprile 2007 alle 09:54

    “come aggiornare il bagaglio teorico, pedagogico, cercando di integrare il mondo del consumo culturale e quello di una possibile critica della società?”
    la quadratura del cerchio

  6. stefano zangrando il 16 aprile 2007 alle 13:21

    binaghi,
    sono d’accordo con te, perciò ti prego di darmi chiarimenti su un punto: che cosa intendi per “personalità” come “valore primario”? credi cioè il nuovo modo di generarsi di un nuovo tipo di “personalità”, quello più o meno rizomatico che tu descrivi, non abbia le carte per imporsi come “valore”? che cosa intendi, in particolare, per “valore” in rapporto a quello che chiami “io minimo”?
    potrò leggere la tua risposta, se me la darai, solo stasera, perciò fai pure con calma.
    grazie,
    sz

  7. valter binaghi il 16 aprile 2007 alle 19:04

    @zangrando
    Grazie Stefano, è un punto importante su cui non ho riflettuto fino in fondo.
    Provo. Intanto siamo su un piano di constatazione, non (per ora) giudizio di valore: mi sembra difficile negare che l’uomo “humanus” su cui si è forgiata la civiltà dell’occidente moderno, e che comprende tipi antropologici come il liberale colto ma anche il cristiano padre di famiglia, l’artista romantico o lo scienziato positivista, si fondasse sulla capacità della “paideia” moderna di essere normativa e socializzante ma anche di promuovere l’individuazione personale e di sancire l’autorevolezza della generazione precedente affidando un ruolo ancora importante all’esperienza oltre che all’istruzione teorica.
    E’ altrettanto innegabile che tutto questo è saltato perchè la cultura elettronica e il nuovo ambiente del ciberspazio rendono obsoleto un punto di vista individuale, frutto di lunga preparazione (figlio del libro, per McLuhan), così come la storicità sostituita dall’istantaneo (Virilio) rende incomprensibile il ricorso ad una laboriosa contestualizzazione (Baricco) e semiotizza interamente la realtà (Baudrillard, ma anche Scurati)
    Ora, ciò che abbiamo sempre definito la “personalità” non è un’eredità genetica, ma il traguardo di un’educazione, e per giunta ne rappresenta il risultato ottimale e sempre un po’ elitario. Se viene a mancare la “paideia” che lo forgiava, questo tipo di ideale umano si eclissa, sostituito da qualcosa che è presto per giudicare (anche perchè non è fatalmente determinato, ma risulterà frutto di scelte politiche e scolastiche improcrastinabili) ma che nelle sue avvisaglie più romantiche è il navigatore della rete, più leggero di una caravella e senza l’illusione della spezia, nelle peggiori l’io minimo (Lasch), senza corpo e senza storia, che per darsi un’identità ha bisogno di vedersi come spettacolo, e propone narcisisticamente se stesso ovunque si possa lasciare traccia d’immagine, e le sue gesta su Youtube. La scuola è spaventosamente inerme di fronte a tutto ciò: propone ciò che è essenziale e va assolutamente preservato (il classico in letteratura, l’intelligenza critica del metodo scientifico, la comprensione storica dell’uomo, la civiltà giuridica) ma lo fa con i metodi di una “paideia” che non ha presa sulle forme percettive e sull’intelligenza emotiva dell’adolescente odierno. Quindi non insegna e non incide, se non nel peggiore dei modi, cioè avallando la burocrazia come unico stile di vita sociale possibile (educazione come frequenza, certificazione e valutazione, qui Illich ha scritto cose che restano). Ti ho risposto?

  8. stefano zangrando il 16 aprile 2007 alle 20:08

    Sì Walter, grazie.
    Mi hai dato molti stimoli di riflessione e mi piacerebbe approfondire, ma ho un’indisposizione che mi rende difficile l’uso della tastiera; del resto per ora non ho repliche che non rischino l’off topic. Tuttavia mi piacerebbe continuare confrontarmi con te su questi argomenti, e non solo da insegnanti. Se hai voglia di contattarmi, ti do questo indirizzo e-mail e appena posso ti rispondo: stadtmitte[at]libero.it



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