Da “Giovanni Attanasio e la costruzione del battello di polistirolo”

2 luglio 2007
Pubblicato da

dscf0797.JPG di Michelangelo Zizzi

Il demone del giudizio

‘Per il resto non ho nulla da dichiarare.’
Anonimo meridionale, a mezzogiorno, anni fa, a Fasano.

Prologo

La scena nel romanzo è questa: Giovanni adulto è di ritorno dal paese delle cernie, il battello è stato perduto. Invischiato in fatti di cronaca viene condotto a giudizio; proprio allora invece di rispondere divaga e ricorda della scoperta strepitosa, dello specchio moltiplicante, dell’assenza di luce nella cavità gastrica della cernia.

Ecco ci siamo, adesso viene. Verrà. Verrà qualcosa e insieme a questa saremo più liberi perché Giovanni Attanasio non sarà solo un cono d’ombra sulle previsioni di vendita di una azienda di una provincia dell’Italia centrale negli anni Settanta (con radio gracchianti la domenica, i pic nic al lago, le gite fuori porta e tante altre cose lustrate dai ricordi), non sarà solo un pensiero fisso per il critico, ossessione dei lettori, ossimoro per i geometri del senso, eccesso per i puritani, illegalità per i farisei, agonismo per i pigri, stillicidio di lenta sedimentazione per gli amanti della letteratura d’azione, pantano di putrefazione per gli amanti degli scarichi, illegittima icona per i realisti, inverosimiglianza oltre le retoriche dell’inconscio per i freudiani, cattivo esempio per le madri che devono fare la spesa in ampi supermercacati onnicoscienti, preservativo per gli erotici, magra consolazione per i fagici, ma anche un chiodo infisso nel centro di una letteratura, una pendola che batta cardiaca come un risucchio di sensi un attimo prima dell’esito finale se ci sarà mai (fosse dell’amante che accede alla vulva, alle labbra che bruciano in braci di desiderio ribattuto, o del pene sfinito in vulva adamantina con collare o meno di peli cangianti sulle sete porporine dell’età verde o della rete per il centravanti davanti al portiere solo, l’ultimo campanello dell’ultimo giorno di scuola o l’adolescenza che svia senza essere stata troppo compresa), insomma non solo un personaggio. Ma adesso finalmente qualche cosa di più vivo. Di vivo.

Dietro alle pagine di un romanzo che succhiate rovistando, interpretate mangiando, sputacchiate ingoiando, bevete nell’astemia del genio e senza sapere da dove cominciare. Dietro un romanzo che vi dice una vita e mezza. O forse più. E in quel mezzo che non vista vi passa la soluzione.
Dovete solo accomodarvi. Aspettare. E’ un fatto millenario.
Distogliervi da questa messinscena. Adesso ve lo dico con chiarezza. Distogliere lo sguardo. Andare indietro. Portarlo dentro. Questo è il primo passo. Per il resto leggete e saprete.

A quel tempo (proprio mentre Mussolini sta stabilendo il trattato di non aggressione con la Germania), si diceva, si ripeteva, lo raccolgono le testimonianze, Giovanni era leggero (era ormai solo un’icona), ma così leggero, a causa del vento del 1939 che spirando da Foligno il primo giorno dell’anno verso sudovest diede a tutta l’Italia una spinta retrograda, che i giudici pur di farlo deporre in udienza dovevano trattenerlo a terra con funi assicurate per mezzo di anelli d’acciaio conficcati sul patio delle testimonianze, nonché attraverso altri espedienti: si rafforzarono infatti nella convinzione che per quanto evanescente dovevano pur giudicarlo, che pure dovevano essere arbitri o giudici e non solo ascoltatori, si dissero queste cose, se le comunicarono sottovoce, a volte ad alta voce pur di rinforzarsi nei loro propositi.

Era così leggero che a volte per una folata improvvisa del vento (fosse stata una finestra disocchiusa, un ventaglio troppo agitato o persino per un colpo di tosse) egli cominciava a volteggiare, ma involontariamente. Dovevano seguirlo allora con lo sguardo: batteva al vuoto come una decalcomania troppo svanente impressa ad uno stendardo liquefatto sotto lo scirocco infeltrente, come un’icona di un impero smarrito che si è sciolta assieme all’intonaco in una miriade di particelle leggendarie che a malapena ricostruiscono un dedalo di tracce, una didascalia che lo scolaro si rifiuti di leggere per troppa pigrizia troppa ostilità per le avvertenze e che lascia come un’eredità volatile in mezzo a caso di un diario e che un giorno un vento avrebbe dissipato fino alla fine in botola di tombino.

A quel tempo Giovanni era sottile (era ormai solo un’icona, un carattere tipografico, il battito, il flan sul computer) come un foglio di pasta di riso che una cartomante cinese una volta avesse utilizzato non per divinare bensì per nascondere il volto, il sorriso sadico di chi ti ha indovinato il destino e ti possiede come per una rifrangenza delle tue possibilità immediatamente scoccate alle bocce del cammino, come andare in tombino, in discesa di rapido paravento.
A quel tempo Giovanni era sgretolato (era ormai solo un’icona, un carattere tipografico, il battito, il flan sul computer), tanto, come una fine di precoce amore, il rapido susseguirsi di visioni di crollo d’antichi solai di Thomas.

Eppure, nonostante tutto, ebbe la possibilità di rispondere alle domande. O almeno tentò di farlo.
C’è sempre, sempre qualcuno, che rovistando i fondi dell’esistenza, per troppa cautela, o per quella smania di dover fare una ricognizione ci chiede qualcosa. Qualcosa che a volte è un tutto, o il fantasma svanente della possibilità di tutto, come chiedere se mai abbiamo amato. A volte basta quell’altro fantasma della coscienza. Esso stemperato a dovere dall’arte culinaria della psicodinamica che ci dice come dobbiamo comportarci, esso più vampiro che fantasma, neanche tenue a volte, ma proprio in suzione alla carotide sbattente, svegliata dalla tachicardia lussuriosa della paura di dover rispondere, esso più monito, emblema della legge, che vampiro, pronto a portarci in un tribunale, ci conduce al luogo di tutte le interrogazioni.
E che mai dovremmo rispondere?
Tutta questa sinossi di domande, di risposte, questo andar alla cieca su un terreno scosceso. Tutto questo risentire.

Eppure molto tempo prima Giovanni non si fece domande quando un giorno della sua infanzia a Natale si meravigliò dei regali in astucci lustrati. Illibato, irresponsabile, assonnato scartabellò e ne riuscì uno splendido trenino.
E non bastava. Perché era tutto un paesaggio sterminato, fatto di mondi ad incastro.
Si partiva dalla polvere depositata sul bancone della biglietteria, dagli occhi annacquati di verde insipido del ferroviere che sta entrando a destra per chi guarda e si finiva al desiderio che sono grande e ti devo raggiungere in città che l’amante stava formulando nel corso dell’inizio, della sua adolescenza, prima ancora di essere trafitto dalla sequela artigliante di labbra della sua giovane fidanzata. Devo fare il biglietto per Foggia. Sono 1500 lire nel 1976.
– Solo andata?
– Solo andata.
Ma non finiva lì, perché il mondo era lungo, largo. Profondo. Come la biscia ruscellante che seguì a guisa di prefica in un’altra parte del romanzo il lugubre spettacolo del funerale della cernia, quando tutti gli animali menomi piangevano.
Contemplando quel giocattolo iniziatico. Giovanni lo contemplava. Il mondo si estendeva per chilometri quadrati. Decine, centinaia, migliaia. Poi l’altezza del cielo che scavava oltre ogni limite o oltre ogni sogno di sfondamento che i pionieri dell’aeronautica stavano ammansendo. C’erano cosmi che si interpolavano. Erano mondi sotterranei o laterali. Tutti i pensieri, le fissazioni, i desideri di quanti avreste incontrato. Uomini o semplici animali, vegetali composti in foreste e ginestre del deserto. Poi la sessualità orogenica dei minerali che fiondati, pressati in caverne d’abissi di secoli recondite o schiacciati da un mostruoso peso di montagne si sarebbero sviluppati in cristalli regolari o irregolari.

La desinenza del viaggio era il suo inizio e viceversa e già Giovanni piccolo lo sapeva.
Anticipava con celere calcolo dello scacchista ogni mossa, eppure sfrenato non resisteva al non compito di cedere all’entusiasmo di perdersi in una dolina tonda e verticale che il vento avrebbe, affastellando foglie, miraggiato per il percorso. E tutte quelle fanciulle che avrebbe potuto avere. Quella collezione smisurata dell’avere tutto. E quell’avere che era un perdere. Quel labirinto di possibilità che una sola vita avrebbe selezionato, separando il certo dall’esser stato possibile.
Vedeva il suo trenino, il circuito tondo del diametro di un metro e mezzo che era l’universo intero e finito, perfettamente parmenideo dove ogni cosa era compiuta. Stava contemplando il brillare della plastica metallizzata, il colore nero della notte di fuliggine e viaggio della locomotiva, quando si accorse di un’altra cosa.
Proprio allora quando tutto sarebbe dovuto iniziare, Giovanni si accorse dei materiali d’imballaggio.

Quel guscio artificiale, industriale.
Quella pasta di tenero materiale petrolifero, sbiancato, che si sdruciolava sotto le mani: i pani di polistirolo. Una confezione grande, per il piccolo Giovanni grandissima. Ci poteva stare dentro come veleggiando in un’altra nascita.
Una specie di conchiglia, lo stesso materiale che conteneva in piccolo le boccette delle vitamine ricostituenti che la mamma gli dava nei periodi d’insonnia. Eppure smisurato.
Cominciò a scavarlo, sin da quel Natale. Giovanni aveva appena cinque anni e scavava come un cucciolo di cane che rintani una leccornia. Ci entrò dentro tutto e tutto il cosmo scomparve.
Si affacciò per vedere fuori tutto e tutto gli parve essere scomparso. Una zattera, un aereo.
Ecco come un battello fu iniziato, dal semplice scavare nella pasta. Prima di essere varato un giorno del tempo ulteriore, nel proseguo della storia, sbattuto dalla veloce tramontana che scuote le resistenze dei porti, le draghe artificiali, ogni elemento di civiltà.
Una grotta da catabasi, un cubicolo.
Non il tempo, ma proprio l’eternità.

Commisto al desiderio di essere altrove, per molto tempo nei giorni seguenti, Giovanni davanti allo specchio si sorprendeva di essere vivo.
Si toccava il mento, le sopracciglia.
Si vedeva come riflesso.
Ma non come avveniva nel battello di polistirolo. Quello non era la possibilità di visitare il mondo, ma di esserlo.
Non una, ma tutte le possibilità insieme e mai finite del tutto.
Quel giorno Giovanni con l’aiuto di papà, montò il trenino e vi gioco per delle ore. Finse di divertirsi.
Ma nella notte sognò mondi interi, cosmografie eruttate dall’essere interno, tutto l’universo traversato, vinto. Sognava un battello di polistirolo e il suo viaggio.

Catturato da varie perturbazioni celesti o da cataclismi umanistici, che per quanto mossi in basso, per quanto remoti, pure lo toccavano, attratto dalla vegetazione degli uomini quando si sporge dal battello, intelaiato dal fascino delle cose morte e senza calore che qui, sulla terra che si fredda, si posano, a volte richiamato dal lamento di vergine straziante di una velina appena deflorata nel camerino, grazie al suo udito strepitoso, Giovanni si trovò spesse volte avvolto nelle nebbie che insistono in padania, smarrito l’orientamento. Faceva freddo, e si trovava a terra, dirotto quanto una meteora piombata nel gabinetto del mondo come un rifiuto che intasa il circuito, quando si accorgeva che la ionosfera era perduta, almeno per il momento, così come anche perduta sembrava la via che porta alle cernie sozze e rutilanti e quell’altra, solo a tratti intravista che faceva uscire dalla scena degli attori, da tutta quella messinscena, insomma tornato terrestre, Giovanni sembrava indebolito. Ed una volta catturato doveva essere interrogato.

A volte la sua coscienza si riaffacciava sotto forma di dovere.
Insensato doveva sembrare a quel ragazzo puro ogni obbligo.
A lui tuttavia si rivolsero altre domande: secche, anagrafiche, esatte, puntuali come i compiti della medicina preventiva, della vaccinazione profilattica dell’impero americano, della lotta al terrorismo su base globale.
Lo si esaminò per anni. I giudici, anch’essi figure retoriche furono rinvenuti dagli archeologi del fasto futuro assieme alle altre scartoffie, imbalsamati nell’atto promulgativo, nell’istante in cui celebravano la resistenza all’immaginario, raffigurati tradizionalmente con l’indice alzato, lo sguardo ammonente, le ciglia severe, il livore di bile gialla, verde, scusata dall’esercizio della professione, la loquela rareffatta, rallentata nell’emissione del giudizio, e conseguenzialmente della condanna.
Sfatti come i cadaveri delle truppe di Alessandro che il Nilo fa galleggiare su barche di papiri, svanenti come le anime dei propositi che abbiamo appena formulato.
Ma solo perché il romanzo si stiva nel sotterra come le strie nere di plutonico petrolio del mesostene.
Finché io giudici non aprirono il libro, e lessero.
Anch’essi erano stati trasvalutati nell’atto conclusivo dell’epopea di Giovanni. Quando trasfigurò oltre i cieli.
Non rimasero che logori manichini.
Uno degli archeologi non ancora svezzato all’arte di scavare con la troll ne aveva infatti appena sfigurato un paio.

Tuttavia nello spazio della lettura infine, lo si interrogò.
– Insomma Attanasio, lei asserisce di aver pernottato in stomaco di cernia. O almeno leggiamo così dai documenti che abbiamo a disposizione.

In effetti nella camera oscura non si vedeva come passasse il tempo ma si supponeva che la cernia stesse nuotando a causa dei rumori d’amnio periferico ed ottuso, ma greve e duro come di sfregamento pericardico a volte che Giovanni udiva dal di dentro, soprattutto se in equilibrio instabile riusciva ad appoggiare un orecchio alle pareti gastriche nelle quali era contenuto. Era riuscito infatti, infilandosi nelle maglie delle carni ittiche, sorpassando una membrana morbida delle ovaie, segando con la forza di volontà i setti intradurali a penetrare nell’intestino a spirale, volute digestive che risalgono, era riuscito a raggiungere lo stomaco che digerisce dal basso fino all’alto e poi fa riprecipitare il bolo di triptofano e gastrina verso le forche caudine della seconda discesa. Stava nell’ansa più bassa dello stomaco e ascoltava.
Era stato inghiottito da voragine di vulva buccale di una cernia troppo ghiotta, troppo distratta e da allora fu come se fosse stata spenta la luce. Le cernie siderali, che sono le padrone di un certo mondo, in una certa epoca si nutrono infatti da due cavità neanche distanti tra loro: ano originario e vulva beante. La bocca la tengono come un ornamento per accomodare una certa iconografia, rispondere alle sollecitazioni con le liste di denti aguzzi in segno di sfida, con una resa di denti ammorbati da labbra tese, ma sufficientemente circondanti quando sorridono o ridono di vero piacere. Come da bambino gli capitava di piombare nell’altro mondo appena la mamma gli diceva buonanotte, dormi tesoro. Chissà per quanto tempo il povero Giovanni era stato là dentro. Chissà per quanto tempo bollito a fuoco tellurico il romanzo era fermentato nei fossi d’inferi condotti di calcari in stillicidio dei sottosuoli. Dissipato oltre le prove deduttive degli accademici della Sorbona del Seicento per i quali già Rabelais aveva preparato una cena antisocratrica. Per un decennio fermentato sui fornelli a fuoco di polvere, d’inedia di troppi lettori, troppe megalopoli editoriali, troppi critici formati nell’era degli anni Settanta, con le bandiere rosso sangue, nell’era dei berlusconiani che sono stati fatti come dei golem postmoderni.
Ma anche Giovanni non se la passava meglio. Anzi: non aveva orologi, clessidre, lunari, almanacchi, meridiane. Non aveva bargigli, creste di luce ricavate neanche dai viadotti oculari. Infatti se pure avesse potuto risalire per oltre l’esofago, incunearsi nella glottide entrare in testa non avrebbe visto che buio: troppo spente le iridi cerniche, le palpebre in entropion.
Ma ecco forse è questa la camera oscura, il luogo liscio della pietrificazione.
Non è la consolazione questa che vi rimonta dall’esercizio della perdita, e neanche l’altro aggiustamento di Sigmund dell’elaborare il lutto, il tutto.
Forse aveva a che fare con il parto vero adesso Giovanni. Seconda nascita.
Ma di tutto quello ai giudici non seppe dire molto, solo gli pareva di essere stato vicino allo specchio. Provate a vedervi allo specchio, pensò. Provate e vedrete se è vero o no che la minima cognizione democratica deforma ogni collisione tra le cose, ogni grandezza, distorce la vista e impone più d’ogni altra tortura che io ora, ora debba rispondervi in modo chiaro ed equo.
E per di più asserire.

(Questo brano è apparso sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti)

(Foto A Inglese)

23 Responses to Da “Giovanni Attanasio e la costruzione del battello di polistirolo”

  1. luminamenti il 2 luglio 2007 alle 19:48

    Sempre bravo Michelangelo. Dato il panorama nazionale degli scrittori italiani, molto poco scrittori e molto ignoranti, mi sembra un’ingiustizia che non appaia come meriterebbe. Perchè oggi non conta essere ma valere. Cmq lui vale nonostante.

  2. Beba il 2 luglio 2007 alle 19:58

    Bravo ed esigente, il nostro Michelangelo!

    @Andrea
    le tue foto mi lasciano senza fiato e con gli occhi gonfi di piacere!

    :-)

  3. andrea barbieri il 3 luglio 2007 alle 00:30

    Però bisogna anche dire che Michelangelo ha il difetto del “guitar hero”. E’ bravo, perché non si può dire che non sia bravo, ma deve sempre farti vedere “quanto” è bravo, allora parte in arabeschi chitarristici che forse non sono sempre congrui col suo mondo poetico e con la sua sensibilità. Insomma l’abilità diventa un problema, come spesso accade per i disegnatori.

  4. elogiodelleccedenza il 4 luglio 2007 alle 12:53

    Grazie. Ma non osservate troppo lo splendido fotogramma anglista perché è da quel buco che Attanasio Giovanni una volta fu inghiottito per discese gastrocriptiche.

  5. tashtego il 4 luglio 2007 alle 12:54

    “…una pendola che batta cardiaca come un risucchio di sensi un attimo prima dell’esito finale…”.
    ma su, andiamo.
    capisco l’ansia di esibizione, l’amore per le parole, capisco averci determinati modelli di scrittura, ma un po’ di auto-controllo non guasta mai.

    the big trumpet

  6. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 13:11

    Senti chi parla, tashtego.

  7. tashtego il 4 luglio 2007 alle 13:56

    lumina, apparterfatto che non mi va di polemizzare in nessun modo, ma ti sei riguardato per caso le lenzuolate che scrivi?

  8. sitting targets il 4 luglio 2007 alle 13:56

    valere o essere? (da eric forrester fromm)

  9. Fabiano il 4 luglio 2007 alle 14:52

    pensavo che nessuno potesse superare
    – Giuseppe Berto (Il Male Oscuro)
    – Antonio Moresco (I Canti del Caos)
    e invece c’è!
    Grande Michelangelo.
    Ma quando
    – sarà finito?
    – sarà pubblicato?
    Ma quando sopratutto ci si accorgerà che meriti un grande editore?

    P.S.
    Addò agg’truvatu li “cernie siderali” ? Si fuera…..

    fabiano

  10. Andrea Leone il 4 luglio 2007 alle 16:11

    Credo che comunque lo Stile sia sempre la prova matematica dell’esistenza di Dio…Pochissimi ci arrivano, poi a quel punto- punto che rappresenta una verità scientifica-è anche questione di gusti. Qui è indubbio che ci siamo.
    Aspetto anch’io la pubblicazione del (dei) romanzi…
    Andrea Leone.

  11. Andrea Leone il 4 luglio 2007 alle 16:16

    Errata corrige: pubblicazione del primo dei romanzi dell’opera…

  12. La lingua il 4 luglio 2007 alle 16:17

    La lingua però può diventare anche il rifugio in cui si mette chi ha poco da dire. E’ questo il rischio che secondo me corre Michelangelo. Un modo per non mettersi davvero in gioco. Scavare il vuoto non è non avere niente da dire. Flaubert – cercando il nulla – trovò Madame Bovary. Qui però, ripeto, mi sembra paradossalmente che la lingua serva per tirare il freno a mano, per essere prudenti, per nascondersi con pudore.

  13. augusto il 4 luglio 2007 alle 16:38

    E’ spazio regale dell’eternità, la scrittura di Zizzi, celesti arazzi stillanti miele e ambrosia, distesa del grano d’oro, il giardino pensile che conserva la perla senza gravità. Le parole sono guardiane di mondi, suadenti e fiere sentinelle, si fanno spocchiose, austere lastre di granito per conservare la Purezza, non violarla. Il resto è senso incapace, quindi, porte chiuse.

    Augusto Iovine

  14. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 17:37

    Tashtego, a parte il fatto che polemizzi da solo con te stesso da sempre e quando non ti conviene più non rispondi alle osservazioni , io esprimevo con estrema sintesi la differenza tra chi si sa esprimere con eleganza, forma e capacità metaforica e chi scrive come un perenne comunicato stampo. La frase poi di Michelangelo che riporti è perfetta, proprio lì non c’è nulla da toccare. Se non lo capisci c’è proprio da cadere nello sconforto e speriamo che non ti assumano in futuro come editor da qualche parte.
    C’è già una tendenza alla piattezza espressiva in Italia che ci manchi solo tu ad aumentare il gregge

  15. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 17:39

    P.S a parte l’abisso culturale che ti separa da Michelangelo

  16. franz krauspenhaar il 4 luglio 2007 alle 18:07

    Lumina, ti consiglio di leggere il libro di Tash (Francesco Pecoraro – “Dove credi di andare”, Mondadori) e poi sulla sua “piattezza espressiva” ne riparliamo, se vuoi.

  17. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 18:28

    Non al libro mi riferivo, ma a come si pone su NI. Per il resto ogni tanto ho visitato il suo sito e apprezzato alcuni suoi pregevoli scritti. Ma la sua “specifica” osservazione su Zizzi è insensata e mi preoccupa la mentalità sottintesa che non condivido categoricamente.
    Questo non esclude l’illuminazione di un libro, in questo caso sarebbero altre le motivazioni sottintese al suo intervento qui che non intendo esaminare.

  18. la prima-vera ermetica il 5 luglio 2007 alle 12:31

    Michelangelo è un allevatore di cani corso, insegna seduzione rapida e teoria e tecniche del femminile nella Magnifica Università delle Murge, lo si può trovare in grotte, interstizi che la Storia non ha travolto (vive nutrendo tempi non umani), si sazia – non si ciba – di bombette, avvolte in formaggi di origini frante, ora è vittima della sindrome di Stoccolma. La sua sequestratrice, pare, sia una ammorbante giornalista – non umana – forse trovata nel bosco delle Pianelle.

  19. andrea barbieri il 5 luglio 2007 alle 13:00

    Spiego meglio il mio punto di vista su Zizzi, perché non capisco se coincide con quello di Lingua, anzi credo che coincida solo un po’. Quello che mi piace nel “guitar hero”, in questo personaggio che se non sbaglio è un medico corpulento e parecchio minaccioso, è il fatto che oltre a minacciare il prossimo (Zizzi questo è abbastanza deprecabile!), a volte, quando mantiene il contatto tra impeto, cultura e una bella sensibilità per la lingua, riesce a diventare un folle che minaccia, diciamo così, l’universo (questo è molto bello). Il fatto che sia ipercolto, iperletterario non è in sé un male, basta che questi “iperstrumenti” siano come gli spinaci per Braccio di ferro o le radiazioni per Hulk, insomma che lo portino a un grado zero di umanità, allo stadio del minacciatore dell’universo, perché lì diventa interessante e non-letterario. Esattamente come Adolf Wölfli assorbiva tutta la cultura che poteva dalle riviste che gli passavano in ospedale e poi ne faceva dei collage o dei disegni che si lasciavano dietro quella cultura, mettendo in scena un essere di una umanità sconcertante, elegantissima, fantasiosa. Un essere che si vendicava efficacemente della vita del cazzo del suo autore.

    Capisco che le mie spiegazioni sono abbastanza eccentriche, ma è quello che mi passa il convento della mia testa, quindi adattatevi.

  20. sitting targets il 5 luglio 2007 alle 13:21

    il pezzo è interessante, sono arrivato alla seconda riga poi ho avuto un calo degli zuccheri, comunque parla di attanasio cavallo vanesio.
    barbieri adattati tu. wolfli sta a zizzy come tu stai a rothko siffredi.

    la prima vera ermetica: ti immagino gran sorcona delle puglie riunite.

  21. andrea barbieri il 5 luglio 2007 alle 15:26

    Sitting, da come hai messo giù la proporzione, mi dai del Wölfli. Ti ringrazio del complimento, ma ti assicuro che un atomo della sua testa per quanto stramba aveva la potenza di un miliardo di miei cervelli – basterebbe il suo collage con la Campbell Soup decine di anni prima della Pop art a dimostrarlo. Wölfli era un poeta vero, io no, e rothko siffredi nemmeno.

  22. tashtego il 5 luglio 2007 alle 15:51

    era da tempo che non mi imbattevo nella parola “sorcona”.
    mai avrei pensato di ritrovarla qui, su N.I. 2.0.
    sarà un caso di tracciato carsico.

  23. citti franco il 5 luglio 2007 alle 19:42

    sorcona vosce der verbo sorcare.



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