Boccea come possibilità di ritorno

2 novembre 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Quando sento parlare di periferia periferia, di rivalutare la periferia, quasi subito sento puzza di bruciato, mi fa lo stesso effetto di chi insiste senza motivo a tessere le lodi di qualcosa di cui in realtà non finisce per far altro che marcare l’inferiorità. Mi viene in mente questa considerazione banale, la stessa che con meno sciatteria fa anche Rem Koolhaas nel suo Junkspace – rivalutare la “periferia” vuol dire continuare a legittimare la posizione dominante del “centro” – quando chiedo ai ragazzini che incontro per strada qui, a Boccea, che cos’è il loro quartiere, qual è la loro piazza, dove è il loro luogo dove sono cresciuti. Perché, dopo averci pensato un po’, dopo essersi guardati intorno come se all’improvviso si ricordassero dov’è che sono capitati, questi spilungoni con le felpe enormi mi rispondono sempre indicandomi un punto verso il centro: là. Via di Boccea (la via con tutti i negozi). Oppure la fermata della metro. Oppure la sala giochi “che però bisogna almeno arrivare a Pineta Sacchetti”. Sempre qualcosa che li faccia pensare a un altrove. Il posto dove stanno, sono vissuti, abitano, è chiaramente insufficiente.
Del resto è anche facile dargli ragione. Se un sabato qualunque di inizio inverno camminate per le strade di questo quartiere che è uno dei tanti agglomerati romani di case abusive, post-abusive, condonate, ricostruite, ampliate, completamente ristrutturate, rimbiancate, rifatte, la prima cosa che vi balza all’occhio può essere la quantità impressionante di centri di estetica. Come se insieme agli appartamenti anche agli esseri umani toccasse di continuo una dose di ritocco. Ci sono più centri di estetica/solarium che bar, per capirci. Ogni cento, alle volte ogni cinquanta metri, una vetrina vi dice quanto costa la ceretta, quanto rifarvi i capelli, un bagno solare, e soprattutto ricostruirvi le unghie.
Una pratica sconosciuta a qualunque italiano fino a dieci? cinque? anni fa, oggi l’onicotecnica, dal nulla, è uno dei settori economici più in crescita. Se non ce l’avete già, potreste farvene un’idea sul nuovo portale interamente dedicato (www.ricostruzioneunghie.com), su cui è possibile imparare come scegliere la giusta lampada UV per la ricostruzione delle unghie, e come mantenerla, correttamente, nel tempo. Oppure potreste informarvi di uno dei numerosi corsi – anche individuali, anche personalizzati – di ricostruzione unghie che vengono reclamizzati sulle vetrine dei centri estetici di Boccea.
Non c’è rischio di inflazione per tutte queste estetiste, di saturazione di mercato, come si dice in gergo? La ragazza in camice seduta fuori dal centro a due vetrine mi sorride e mi risponde di no. È l’unica attività che va qui. Tutte le altre cose che aprono chiudono dopo poco. È vero, è vero che ce ne sono tanti. Ce ne sta uno due negozi appresso. Che te devo dì, se vede che a noi qua a in periferia ce teniamo a facce belle.
Eppure la gente a Boccea per fortuna non è bella. Ed è questo, questa non bellezza, quest’aria stanca, sonnolenta, acciaccata, che uno respira qui, entrando a prendersi un caffè in un bar con i bicchieri lavati nell’acquaio, andandosi a controllare la posta in un phone center claustrofobico, o nel retro della sezione della ACLI che proprio oggi compie sessant’anni di attività, o chiacchierando con i gestori dell’unica libreria presente che si lamentano a turno del fatto che ormai Mondadori gli fa concorrenza attraverso la distribuzione dei best-seller nelle edicole e che le Poste gli tolgono gran parte del mercato dei libri scolastici e che gli insegnanti alle volte consigliano Moccia da leggere gli studenti, o passeggiando per i corridoi della parrocchia di San Filippo Neri per cercare qualcuno a cui chiedere se è vero quello che mi hanno detto vari ragazzini, ossia che il parroco ha chiuso l’oratorio per motivi di sicurezza e adesso lo fa usare come parcheggio, ed è questo, dicevo, questo senso di debolezza, di fiacca che mi fa sentire a casa nella periferia romana. Anzi: mi fa sentire come se la periferia romana fosse casa mia.
Mi spiego meglio, facendo un esempio sproporzionato. Una decina di anni fa ascoltai dal vivo, al Festival di Letteratura di Mantova, Edward Said, poco prima che la sua leucemia cronicizzata lo stroncasse, che parlava della questione palestinese, parlava di diritto al ritorno, e parlava del fatto che lui una casa dove tornare, ora che era vecchio e malato, non ce l’aveva, perché gliel’avevano distrutta, e perché da decenni avevano occupato la sua terra. Citando un verso famoso di Robert Frost, sentenziava: “La tua casa è quel posto dove, se ci devi andare, sono costretti a farti entrare”.
Mentre ero lì a Mantova ad ascoltare quest’uomo in fin di vita che era al tempo stesso uno dei più grandi intellettuali del Novecento, mi ricordo che pensai qual è il posto dove, seppure perdessi affetti, parenti, legami, vorrei tornare per sentirmi a casa. E mi venne in mente proprio l’immagine di questa periferia romana, con la sua assoluta coesistenza di squallore e pomeridiana bellezza, la sua – la definirei – mancanza di ansia da prestazione. Un senso di casa che permette – per dire – ai vecchi che passeggiano a Boccea di scendere a fare le spesa praticamente in pigiama, di stare ore seduti sul balcone a guardare il nulla. Questa normalità, questa pace eternamente post-prandiale mi sembra l’opposto, radicalmente l’opposto, della quiete artificiale di quella che Rem Koolhaas attribuisce alla Città Generica (sempre in Junkspace).
La Città Generica è un modello di trasformazione, consapevole e inconsapevole, che secondo l’architetto olandese, attraversa oggi le realtà urbane dell’intero pianeta, rendendole simili a dei cloni di se stesse. Abbellendole, rendendole funzionali, lasciando intatta la loro identità ma di fatto museificandola. È una città variegatissima la Città Generica, ma al tempo stesso anonima nella sua assoluta capacità di essere tutto e il contrario di tutto. Una specie di grande patina di restyling che reimpacchetta tutto, quartieri poveri e quartieri ricchi, rovine antiche e palazzoni novecenteschi, in un luogo unitario dove non esiste più però quella che è la caratteristica principale di una città: l’imprevedibilità, la tensione fra le parti. La vita.
Mi verrebbe da fare questo discorso, mi verrebbe da indicare le scalette che si insinuano tra un cortile e l’uscita secondaria di un ristorante cinese, o gli orti ricavati nel retro di villette costruite un piano diverso dall’altro, o l’umidità che cristallizza i sali di solfato del cemento e quindi fa gonfiare l’intonaco e lo fa scoppiare dall’interno e cadere, mi verrebbe da dire che in un contesto così, che in questo tipo di città, di corpo molle, bucato, tarlato, storto, io mi sento a casa. Lo farei questo discorso da ubriaco, se non apparisse un cervellotico delirio, alle quindicenni che a quest’ora, alle cinque, si dirigono verso la fermata Cornelia della metro A, per andare a fare un po’ di struscio a Piazza di Spagna. I capelli ipercotonati, le sopracciglia ridotte a una linea, le unghie splendidamente rifatte, è come se dovessero andare a dimostrare a qualcuno, a qualcosa, di essere anche loro all’altezza della città in cui abitano. La non bellezza è meravigliosa, vorrei dirgli.

28 Responses to Boccea come possibilità di ritorno

  1. sundancekyd il 2 novembre 2007 alle 20:01

    Vedo che questo mio è il primo commento a questo pezzo tuo. Spero di fare sufficiente onore a questa coincidenza. Anzi, Christian, perdonami, ma non ho potuto resistere, ho ‘dovuto’ scrivere questo commento.
    Ho sempre creduto, raccogliendone le prove – tutta una documentazione doviziosa e puntuale, che ogni vero scrittore per virtù di scrittura mimetizza nelle proprie pagine (quindi anche in articoli estemporanei, ‘brevi narrazioni di reportage’ come questa) la rivelazione intera di se stesso come scrittore, la sua più autentica identità che coincide per intero appunto con la sua scrittura: non parlo solo dello stile, ma proprio dei mattoni, dei materiali dell’edificio. Mi pare di avere individuato, nel tuo caso e nel caso di questo tuo particolare articolo, nella citazione che segue, appunto, l’epifania del più profondo te stesso che lo abita e si svela:
    “La Città Generica è un modello di trasformazione, consapevole e inconsapevole, che secondo l’architetto olandese, attraversa oggi le realtà urbane dell’intero pianeta, rendendole simili a dei cloni di se stesse”.
    M’interessa la parola ‘clone’, la riproducibilità industriale dello stile e dei materiali della scrittura, l’esportabilità dell’edificio del reportage narrativo breve, il modello della narrazione di reportage in scala che trasversalmente si consolida come si rimodella. Proprio come il modello delle realtà urbane che per quanto si trasformi come variazione del tema pure si conferma (e si conforma) come struttura architettonica trasversale al pianeta.
    E l’oggetto su cui ti cimenti è indicato. Boccea è un quartiere che conosco per ragioni familiari. Di Boccea mi colpisce quella sua aria molto popolare, ma anche guasta, desolante. E’ il trionfo dei mercanti nel tempio, della visione economica dell’esistenza (una vera e propria weltanschauung) ma non si può dire che sia un brutto quartiere. Né che sia disordinato fino in fondo (notoriamente il disordine è principio di bruttezza, ‘qualità’ antiestetica, o ‘estetica del caos’- non ‘calmo’). Ci vedo un tratto pasoliniano, quello più smaccato, dell’evoluzione consumistica che ha macinato tutto, anche la lingua. Una specie di strapaese senza un carattere speciale. Eppure poiché ci passo da anni e in genere un po’ veloce, in macchina, però mentre alcune strade e la ridda dei negozi mi ricordano certe volte, negli stradoni, Cassino, che di antico, e neppure di vecchio, nulla ha più, essendo stata disordinatamente ricostruita dopo la guerra per essere stata piallata dalle bombe (salvo alcuni pregevoli resti d’epoca romana: Casinum con la sua via consolare Casilina), pure ho avuto modo di cogliere alcuni gioielli, a Boccea, strade comprensorii e palazzetti, soffocati nel tempo dall’urbanizzazione selvaggia di cui parli tu. Persino lungo la Pineta Sacchetti, sull’altro lato, presso un semaforo che li divide da un bunker militare, ci sono dei villini meravigliosi. Edifici con un certo numero di appartamenti, ma con i giardini e gli orti, e con una loro grazia, molto popolare. E il tratto popolaresco, un po’ greve, mezzano, è dato dall’evidente tentativo di piallare quei superstiti coraggiosi di una edificabilità ancora a misura di cuori umani imponendo le linee dritte di certe circonvallazioni fatte di asfalto drenante durissimo e parapetti e divisori di travertino (un po’ con la stessa prepotenza con cui ai guerrieri di campagna celti nell’Inghilterra del Sud, che avevano collegato con piste sterrate i villaggi di case di paglia, i romani nel primo secolo dopo Cristo e fino a trecent’anni dopo imposero il lastricato di basole grosse). Periferie certo: queste case, vecchie, sono case delle periferie, ma periferie pregevoli, con una loro semplicità aggraziata. Certo, Boccea ha proprio, come sostieni tu, un carattere ‘misto’, ma quelli che ci abitano ho le prove che non sono spaesati e ci si sentono a casa. Anche tu mi pare ti ci senti a casa, mi pare che questo poi dici: questo è un quartiere cui potresti tornare come a casa.
    Ho tuttavia come l’impressione che più che una vera indagine nel cuore autentico di Boccea tu abbia esercitato un tuo personale modello di scrittura narrativa di reportage, abbia cioè svolto una tua personale esercitazione di genere, riproponendo ‘modi e stilemi’ e pose e materiali per ragioni diverse a te cari ma che per qualche ragione, o meglio per questa ragione, per la loro stessa connaturale replicabilità, per la loro stessa natura di oggetti industriali riprodotti con lo stampino, mentre ti fanno egregiamente raccontare quel quartiere (Boccea) te ne negano del tutto un’autentica conoscenza e te ne impediscono un’utile (per gli altri) testimonianza (cioè noi cosa abbiamo imparato?- niente).
    E quando è così, la narrativa di reportage a che serve?

  2. Gemma Gaetani il 2 novembre 2007 alle 20:27

    Cri: ti faccio i miei complimenti per esserti accorto e aver fatto scrittura del fenomeno che però è più noto come french manicure: “ricostruzione unghie” è denominazione troppo fredda… :0) Essendo tu un uomo la tua attenzione per questo fenomeno che dalle mani di Alba Parietti e Paola Barale, racchiuse nella cornice catodica, è arrivato pian piano nelle abitudini di molte donne, dimostra che non sei refrattario a questioni tipicamente femminili.
    Poi ti faccio quelli per aver fatto anche di Boccea scrittura.
    Però dissento in parte dalla versione che ne dai in questo pezzo. Quartieri come Trionfale, Monte Mario, Ottavia, Palmarola, Boccea, Pineta Sacchetti, Torrevecchia, per restare sempre in quel punto di Roma Nord che si avvicina più alla periferia che al centro, sono essi stessi microcittà, con un centro e una periferia interni e sminuzzati. A Boccea c’è quel mercato ortofrutticolo popolarissimo, ci sono le casette abusive, sì, ma c’è Castroni, per dire, e tutti i negozi di lusso che ci sono, anche se non ci sono decine di librerie: insomma, a Boccea una casa non costa di certo meno di 300.000 euro, e direi che la periferia è quella in cui una casa costa meno di tale cifra. Boccea non è esattamente periferia, non per ciò che comunemente si intende per periferia (posto dove abitano i poveri o i semipoveri, in una città): se lo è Boccea Bastoggi e il Quartaccio cosa sono? Antropo-discariche? Credo sia errata questa concezione geometrica della periferia, che mi sembra sia quella che adotti tu, nel caso di Roma. Che presenta un aspetto decisamente “maculato”, in questo senso… Quartieri come La Storta o l’Olgiata sono ancora più periferici di Boccea, ma sono periferie di gran lusso. Perché Roma è una città in cui a distanza di due metri puoi trovare giustapposte condizioni che altrove sono soltanto centrali o soltanto periferiche: Tor Di Quinto è attaccata a Ponte Milvio, che è zona borghese, a Tor Di Quinto ci sono accampamenti rom e travestiti, a Ponte Milvio proprio no. Prati Fiscali è attaccata al Tufello, che non è zona borghese con le sue case popolari e il suo parchetto dove trovi più siringhe che cacche di cane.
    Milano, per esempio, non è così. Il centro è il centro, la semiperiferia la semiperiferia, la periferia periferia e il vuoto intorno il vuoto intorno. Il centro di Milano ha tutte le caratteristiche di un centro, a Roma, escluso il centro stretto, cioè quello geometrico, non è così. Primo per la vastità dell’area che definitivamente occupa oggi Roma, e secondo perché Roma è ancora una città in via di civilizzazione architettonica, essendo stata sempre inferiore a molte città del Nord Italia in termini di gestione ordinata dello sviluppo edilizio e del decoro urbano (a Roma davanti a certe fermate dell’autobus c’è rimasto soltanto il palo giallo e aspettando un autobus ti ci puoi impiccare, stanco di attendere, a Roma dentro a certe buche nell’asfalto ci puoi fare il bagno quando piove ad agosto, a Roma non esiste il lavaggio strade!).
    Io credo che nelle cose che scrivi ultimamente la tua tendenza a cercare un senso ti faccia a volte correre il rischio di perdere il senso proprio, oggettivo, della cosa di cui parli. Boccea non è, né esteticamente né geometricamente, periferia, e ormai puoi benissimo scambiare un’adolescente dei Parioli per una del Quartaccio… Al Brancaleone è possibile che ce le trovi tutt’e due… E inoltre tutt’e due sanno cos’è una french. Ricordo benissimo, invece, che quando da adolescente andavo io a Piazza di Spagna, salendo sul 913 a Via Trionfale, mi pareva davvero di essere arrivata a New York e nessuna coetanea locale, a me e alle mie amiche, col nostro unico paio di 501, con le nostre Lumberjack invece che con le Timberland, con i nostri occhi sgranati davanti a Bacillario, ci avrebbero scambiate per ragazze del centro.
    (Un ultimo accenno a una cosa che, ancora, secondo me, è indicativa della maniera provinciale in cui gli italiani vivono sempre le cose. La french manicure, che nasce negli Stati Uniti, lì è pratica basica e diffusa, per una donna, come quella di andare dal parrucchiere. Non vedrai nemmeno un’obesa di duecento chili priva delle sue unghie di plastica per le strade di Manhattan, è certo. Importata qui ha assunto invece status di chiccheria, forse perché arrivata, appunto, medium la tv e alcune delle sue Signore come la Parietti, la Barale eccetera. Una french a New York costa dieci dollari, venti dollari, i “Nails”, i buchetti di negozio dove ti fai la french, sono pieni di lavoranti stranieri. A Milano, a Roma, arrivi a pagarla anche 150 euro).

  3. tashtego il 2 novembre 2007 alle 20:56

    @gemma
    bisognerebbe accordarsi sul termine periferia.
    se cioè significhi solo “luogo lontano da un centro”, in questo caso dal centro città, oppure “luogo lontano dal centro dove abita gente senza molti soldi”.
    cioè, se si debba fare anche una distinzione di censo-
    esistono aree molto periferiche che ospitano gente con i soldi, e molti.
    tuttavia, strutturalmente, non differiscono granché dalla periferia-periferia.
    anche a me ha molto colpito la quantità di negozi di manicure che c’è metti a manhattan.

  4. Gemma Gaetani il 2 novembre 2007 alle 21:03

    Un’altra cosa. Gli studi per rifarsi le unghie sono ormai un’attività inflazionata. Prova ne è il fatto che se leggi gli annunci su PortaPortese troverai decine di offerte per fare la french in casa, a prezzi ben più economici (un po’ lo stesso riflusso dei laureati in materie umanistiche che si offrono per fare ripetizioni a domicilio…). Perché per fare questo lavoro devi avere un diploma specifico, e molti negozi, dopo il primo boom di questa moda, hanno dovuto chiudere bottega, forse anche per i costi non accessibilissimi che non hanno determinato l’assunzione in massa delle unghie di plastica. Così come molte apprendiste onicotecniche sono entrate in possesso del titolo necessario per esercitare il mestiere dopo l’afflosciamento del boom, e sono rimaste col loro diploma sotto al braccio. Quindi quando riferisci, Christian (scusami, prima mi è scappata via l’h), che l’estetista di Boccea ti dice che “È l’unica attività che va qui. Tutte le altre cose che aprono chiudono dopo poco. È vero, è vero che ce ne sono tanti. Ce ne sta uno due negozi appresso. Che te devo dì, se vede che a noi qua a in periferia ce teniamo a facce belle”, in realtà fai reportage di una mera opinione. A Piazza Pietro Thouar, a Trionfale, ci sono 4 bar nel raggio di venti metri (la piazza avrà un diametro di quaranta circa). In mezzo alla piccola piazza c’è il mercato, e intorno, ai lati al mercato, ben 4 bar. E questo che dovrebbe indicare? Che in quella piazza sono nervosi o maniaci del cappuccio con la schiuma?

    Ti faccio questi appunti per contestare più il fatto stesso che osservando in loco e riferendo in sede narrativa si possa capire e rendere un senso oggettivo e innegabile, che te. A volte non c’è semplicemente senso, e intorno a Roma di luoghi comuni, belli e meno belli, da romana che di questa città ama anche Bastoggi e le buche nell’asfalto, io dico che ce ne sono già troppi… Roma è impossibile da modellizzare scrivendo. Impossibile. Puoi fare modello, emblema, di un metro quadrato, due, non di più, ma sarà comunque per eccesso o per difetto, per approssimazione, per generalizzazione.

  5. Beppe il 2 novembre 2007 alle 21:18

    Qualche giorno fa è passato qui su Nazione Indiana ‘Cos’è Roma’. Io ho fatto un intervento un po’ provocatorio e un po’ ironico, sul suo esotismo per chi vive in provincia e sulla forza delle sue contraddizioni per chi invece ci vive dentro.
    Eppure i vostri interventi (a questo punto li giudico alla pari e complementari) Christian Raimo e Gemma Gaetani mi hanno fatto essere esattamente lì a respirare l’essenza di Roma e, stranamente (per me che non ci vivo), ancora di più il suo fascino, e la sua complessità irrazionale e stupefacente.

  6. Gemma Gaetani il 2 novembre 2007 alle 21:43

    @ Tashtego

    Il mio dizionario dice che è la parte più esterna rispetto ad un centro. Se siamo d’accordo, necessariamente generalizzando, che il centro di una città è quello in cui vivono i più ricchi, nonché i più colti, allora a Roma la periferia in questo senso non esiste. Perché escluso il centro-centro, Roma è un’immensa periferia, composita, però, come la fantasia di un maglione di Missoni. Tanto che ai limiti del perimetro urbano romano trovi inaccessibili quartieri di lusso, alcuni venuti fuori dopo che la gente che poteva permettersi di comperare soltanto per un appezzamento di terra, mentre il mercato immobiliare romano iniziava a delirare sparando prezzi alti come stelle, se lo è comperato, ci ha costruito case-ville con giardino, orto e pure piscinetta e poi li ha condonati (vedi tutta Via della Storta).

    @ Christian

    Pensando ancora al tuo pezzo, io trovo sano, invece, rivalutare la periferia. Rivalutarla sempre di più dai livelli infimi che a Roma ha potuto raggiungere, e ancora mantenere, in certe zone, quella che una volta era ancora periferia in senso non soltanto geometrico. Cioè non solo non librerie, ma non negozi di generi alimentari, non farmacie, non ospedali, non luoghi di svago, non scuole, non linee di autobus!, non niente, niente di niente. Soltanto case e desolazione. Al Quartaccio fino a dieci anni fa c’erano soltanto le case popolari e la strada, ora le cose sono migliorate, ma così è ancora a Bastoggi. A Primavalle ora ci sono due cinema, e sono multisale e non va bene, ok, ma fino a dieci anni fa non c’erano nemmeno quelli! Dal muretto, se volevi scendere e fare qualcosa di diverso dal farti una pera, una canna, oppure metterti in tasca qualche pasticca per andare a ballare altrove, se eri della zona, non potevi farlo. Ora c’è una biblioteca bellissima, i cinema, negozi più carini, case più carine, e intorno una popolazione che ricomincia a respirare.
    La periferia va sanata, non facciamo gli iperpasoliniani fuori tempo, non facciamo gli intellettuali che intenti a decifrare la realtà possono cadere nell’errore di non vedere a un pelo dal proprio naso chiedendo che la periferia resti il bosco selvatico che può essere… Oggi bosco selvatico, a Roma, vuol dire che scendi da un trenino e un uomo disperato che vive in condizioni disperate e non integrate distrugge la tua relativa tranquillità col suo bisogno di mangiare, nella tua stessa città che come ha accolto te non ha accolto lui perché quest’uomo ti deruba e ammazza, come è successo a quella povera donna che è morta ieri…
    La periferia va sanata nel senso che ciò che rende sana una città (servizi, sicurezza, possibilità di svago, possibilità e dignità e decenza del viverci) va esteso a tutta la città. E dobbiamo pretenderlo. E decentrare – cioè estendere dal centro al resto del territorio queste caratteristiche che lì ci sono – è l’unica maniera possibile. Poi se ci sono due negozi di unghie, in fondo, ma chi se ne frega…
    Per fare i lirici a tutti i costi su Roma ci possiamo rivedere i film neorealisti: lì, per rubare una bicicletta, nessuno veniva ammazzato con una sassata sul viso. Perché quello era un film che parlava di tempi, e forse di luoghi, ormai diversi da questi.
    Scusa la foga, ma l’argomento “Roma” mi scalda.

  7. 3 il 3 novembre 2007 alle 01:05

    Odio i grafomani.

  8. tashtego il 3 novembre 2007 alle 10:43

    Una parola, decentrare. Lo si sta facendo, ma come? Si stanno rafforzando le periferie con centri commerciali mastodontici, enormi scatoloni chiusi dove arrivi e te ne vai in macchina, nessun rapporto con l’intorno, nessuna possibilità di fare davvero città. Eppure anche questa roba diventa presto molto attrattiva, soprattutto per i giovani del luogo. È un’occasione persa naturalmente, perché se hai un motore economico privato potente come la domanda di centri commerciali, tu amministratore, devi cogliere l’occasione per integrarli il più possibile con i vecchi e i nuovi tessuti, farne luoghi urbani, invece che meri contenitori circondati da parcheggi e da un delirio di raccordi.
    È difficile modellizzare Roma, è vero. Tuttavia c’è una costante che resta valida per tutta la seconda metà del Novecento, sino ai nostri giorni de gloria veltroniana: la qualità scadente della città che si produce, dovuta alla qualità scadente della classe dirigente locale, dell’imprenditoria quattrinara dove una decina di famiglie si spartiscono praticamente tutta la torta.
    Eccetera.
    Il discorso è complesso.

  9. giulio david il 3 novembre 2007 alle 12:49

    boccea è la suburra, periferia è quando la gente che la abita si sente tale, ai bordi di una civilizzazione non voluta, la via di boccea mi ricorda veramente lo stato delle cose ‘italiane’ e con esso un intrinseco senso di perdita e volgare dissipazione

  10. gianni biondillo il 3 novembre 2007 alle 14:47

    molto belli i tuoi interventi, Gemma.

  11. Gemma Gaetani il 3 novembre 2007 alle 17:03

    Scusa, Tash… Quando nei centri commerciali sorti dove prima c’era il nulla assoluto vedo le persone che trasformano questi non luoghi o luoghi che vorrebbero essere soltanto economici in nuove piazze di paese, che stanno sedute a chiacchierare e non a comperare, a godersi il calduccio d’inverno e l’aria condizionata d’estate ciucciandosi un gelato o un té, quando penso che passando davanti a una vetrina della videoteca possono scoprire che Pier Paolo Pasolini è stato anche regista se il cofanetto è in offerta, novanta o diciannove anni che abbiano questi gruppetti di persone, be’, sarò un’ottimista o una realista reale, ma non mi paiono luoghi così pericolosi per l’umanità! Direi che sono peggiori i club privé, o no? Un campo nomadi abbandonato a sé stesso dall’amministrazione, il nulla assoluto, o no? Insomma, i catastrofisti li leggiamo e apprezziamo tutti, ma se pure nel rapporto con una prostituta ci si può trovare calore umano, volendo, non vedo perché dovremmo dar fuoco ai centri commerciali. Per certa sinistra e certo nichilismo di pensiero che di certo non edificheranno mai un bel niente e che al confronto Camus era un comico di Zelig, i centri commerciali mi sembrano esser diventati le nuove chiese, capri espiatori di qualcosa che forse è più in certi occhi che guardano vedendo solo in parte, che veramente in questi luoghi. A me piacciono i centri commerciali come mi piacciono i vecchi empori di paese dove il profumo della candeggina si mescola con quello della pasta e la proprietaria ha cento anni, e credo che molta gente la pensi così: “Questa è la vita, Simon, e bisognerà pur viverla”, è l’ultima battuta che il Diavolo in veste femminile dice a Simon del deserto, omonimo film di Bunuel. Simon era uno stilita che viveva in cima ad una colonna combattendo IL MALE…
    Anch’io trovai agghiacciante entrando per la prima volta in un’Esselunga di Milano il fatto che la carta per i punti si chiamasse Fìdaty Card. Un nome che svelava, pur non volendo, quella che chi conosce l’economia sa essere la fidelizzazione del cliente. Ma se vuoi saperlo trovo peggiori luoghi come certi ristoranti del centro in cui una portata costa cinquanta euro o certi locali in cui un cocktail costa venti euro, proprio per ciò che rappresentano, cioè la selezione di classe all’ingresso. Per quanto non mi sogni di chiederne la chiusura, semplicemente non ci vado e non ci andrei neanche potendomelo permettere.
    Il centro commerciale non ammazza di certo, il nulla sì. Crea perfino posti di lavoro in quartieri che prima erano soltanto quartieri-dormitori, e anche i libri costano soldi in un negozio, se provi a pagare coi soldi del Monopoli o con l’aria non accettano… Creano un indotto non soltanto economico, ma direi vitale, cioè di vita e foriero di vitalità.
    I centri commerciali, infine, li costruiscono in periferia semplicemente perché il centro è già edificato, un centro commerciale a Piazza Navona a Roma o a Piazza Duomo a Milano non ci entra fisicamente. Non perché le masse di periferia sono più piegabili allo spendere: di fatto è il contrario. Vai a osservare le nicchie di socializzazione che le persone si ritagliano in un centro commerciale, ne vedrai perché ci sono. Non insisterò oltre, ma credo di aver chiarito che forse ciò che vediamo dipende da come guardiamo, in fondo l’unica cosa che volevo dire.

    Gianni, grazie, se lo dici tu vuol dire che non ho parlato a vanvera. Ti abbraccio.

  12. tashtego il 3 novembre 2007 alle 19:24

    non mi pareva di avere scritto un commento catastrofico.
    sono d’accordo con te nella non demonizzazione dei c.c.
    anch’io ho osservato il fenomeno che hai osservato tu.
    parlo di un difetto di progettazione proprio nel comprendere e nell’esprimere a pieno la funzione di centralità locale, molto attrattiva e in definitiva di riferimento, che possono assumere i centri commerciali.
    dei club privé non so nulla, ma non demonizzerei manco quelli.

  13. Marco il 4 novembre 2007 alle 01:23

    Che bello questo tuo pezzo. Soprattutto questo:
    “E mi venne in mente proprio l’immagine di questa periferia romana, con la sua assoluta coesistenza di squallore e pomeridiana bellezza, la sua – la definirei – mancanza di ansia da prestazione.”

  14. beppe sebaste il 4 novembre 2007 alle 19:43

    Vorrei soltanto testimoniare che questo pezzo mi è piaciuto molto. Basterebbero le parole “bellezza pomeridiana”. Sulle periferie avrei altre cose da dire, ma non è questo lo scopo o lìimpulso de mio commento (periferia, in fondo, è soltanto il luogo in cui abita le gente).

  15. christian raimo il 5 novembre 2007 alle 00:05

    vi ringrazio di tutti i commenti, davvero. credo che siano, e non lo dico per spirito democristiano, tutti molto centrati. quando tashtego e gemma gaetani rivendicano – giustamente – una assoluta precisione. o quando sundance kyd mette in dubbio il fatto che abbia utilizzato boccea come strumento per un esercizio seppure riuscito di stile. quello che ho cercato di fare, ma appunto il fatto che ci sia riuscito a metà mi conforta della bontà del proposito, un esercizio di verità difficile. applicare le intuizioni per me fulminanti di rem koolhaas al quartiere che sta a tra chilometri da dove abito io. del resto mi sembra che le cose che sono state dette nei commenti danno da pensare: il carattere cangiante, irrisolvibile della periferia soprattutto di quella romana mi sembra uno dei pochi punti di resistenza mentale contro quello che per me è il nemico implicito di una città come roma oggi: un classismo feroce, incarnato nel piano regolatore, nell’aumento spaventoso delle multe o nell’intervista che oggi massimo giannini faceva a veltroni in prima pagina di repubblica, in cui ho scoperto che il suo gatto si chiama clio e si lascia accarezzare facilmente.

  16. Cristoforo Prodan il 6 novembre 2007 alle 10:32

    I centri commerciali, così come gli outlet che ultimamente aprono come funghi a Roma e nel suo hinterland, SONO il demonio. Sono luoghi di omologazione in cui il nulla che c’era prima viene sostituito dal negozio col DVD in offerta del film di Pasolini in vetrina. Il nulla, il non avere nulla da dire o da fare non dipende dai luoghi ma dalle persone, dalla loro voglia di migliorarsi, di discutere e, come si diceva una volta, di partecipare. L’appiattimento verso il basso, operato da oltre mezzo secolo di demolizione culturale televisiva, ha reso le persone acefale, incapaci di autoorganizzarsi, di autogestirsi. Ma non volevo scivolare in un discorso politico, mi interessava invece l’analisi dei comportamenti che è stata fatta, in maniera narrativamente coinvolgente, sia da Christian sia da Gemma. Tutto molto bello, anche se ci vedo un po’ troppo feticismo nel dare importanza a fenomeni (come la “French”) che vengono assunti come pratiche ormai acquisite che tutti (tutte) praticano. Boh!, sarà proprio così?, in un paese in cui manco l’uso del preservativo è così largamente diffuso? E poi, mi irrita questo accanimento sui particolari, che possono essere sicuramente oggetto di critica sociale attraverso la narrazione, ma in cui forse manca il necessario distacco e disincanto per renderli pezzi di letteratura. A questo proposito sto leggendo in questi giorni un vero capolavoro, e cioè l’ultimo (in Italia, ma penultimo in assoluto) romanzo di John Updike “Villaggi”. Ecco, per me Updike riesce bene a essere critico nei confronti di certi comportamenti con quel distacco sufficente a farti vedere le cose nella loro reale miseria umana.

    “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”. (Pier Paolo Pasolini, «Vie Nuove» n. 36, 6 settembre 1962)

  17. The O.C. il 6 novembre 2007 alle 20:39

    Narratori de noantri?

  18. Pensieri Oziosi il 7 novembre 2007 alle 07:53

    Riporto da Prodan, qui sopra:

    «L’appiattimento verso il basso, operato da oltre mezzo secolo di demolizione culturale televisiva, ha reso le persone acefale, incapaci di autoorganizzarsi, di autogestirsi.»

    Perché, prima?

  19. Gemma Gaetani il 7 novembre 2007 alle 22:07

    Per amore di Pasolini, ma veramente, per amore di Pasolini, io credo che bisognerebbe smettere di citarne frasi scritte più di 40 anni in cui definiva un “ora” che è, oggi, un “allora”.
    Le mail hanno sostituito le lettere di carta, l’uomo è l’animale più duttile del mondo, mi pare che scrivere una lettera, su carta o davanti allo schermo di un computer, sia più o meno la stessa cosa. Chiunque pensi che un centro commerciale sia il demonio, per me, pur non entrando io, personalmente, praticamente mai in un centro commerciale da tempo, è toccato più che toccante. Anch’io vorrei vivere su una Terra diversa da questa, ma questa abbiamo. L’esistente è sempre imperfetto, si può mutare l’uso che si fa dell’esistente, non molto altro. Auspicare il Medioevo, a parte la sensazione orgasmatica che questa invocazione può dare, soprattutto in certi momenti bui, è poco utile. Lo ribadisco: “Questa è la vita, Simon, e bisognerà pur viverla”. E’ una battuta così eloquente che è meglio dell’intero Vangelo e dell’intero Capitale di Marx. Meglio New York, la baraonda, che una colonna e il digiuno. La lagna non porta molto lontano. Per me.
    La french, Cristoforo, è un fenomeno come lo è il cellulare. Vuol dire tutto e non vuol dire niente. Il poeta, lo scrittore, il sociologo, chi ti pare, osserva e trasfigura, cerca e dà un senso, ma sono inutili gli osservatori per i fenomeni, che esistono e vivono di vita propria e senso proprio, che a volte è un non-senso, a prescindere da chi cerca di dargliene uno o l’altro. Vivere oggi è un po’ come il traffico di Roma: o ti ci butti dentro e combatti, oppure resti a casa a dormire sognando strade percorse soltanto dalla tua macchina. E se sopravvivono i giapponesi, nell’urbanità, non vedo perché non dovremmo imparare a farlo noi.
    Saluti, da qualche chilometro di distanza, e non verso il centro città, da Boccea. (Dove vivo io stasera in un bar c’era un gruppo di alcolizzati e disadattati disperati che avrebbe fatto invidia al pulmino di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Se ci fosse stato un centro commerciale, al posto di quello squallido bar in cui il proprietario continua a smerciare alcool a persone che stanno evidentemente male e hanno bisogno di aiuto, magari dentro ci avrebbero fatto altro. Non credo ridursi a larve umane).

  20. tashtego il 7 novembre 2007 alle 22:46

    “I centri commerciali, così come gli outlet che ultimamente aprono come funghi a Roma e nel suo hinterland, SONO il demonio.”
    stai scherzando, vero cristoforo?

  21. Cristoforo Prodan il 7 novembre 2007 alle 23:58

    Il demonio… okay, era un’iperbole! io scrivo di getto e, come quando parlo, non penso troppo a misurare le parole col bilancino del farmacista. Però il senso di un profondo disagio per tutto ciò che ci circonda ce l’ho. Poi può darsi che sono io che sono disadattato. Mi ricordo che una volta, forse c’era più speranza, più voglia di capire e di cambiare. Ora si accetta la realtà come è e si dà quasi per scontato che questa è la migliore realtà possibile. Mi dispiace, ma io a questa semplificazione non ci sto. Perché è priva di fondamento. O vogliamo far la fine della suor Margherita dell’Aretino Pietro?
    Voglio capire, e voglio capire bene il perché dovrei accettare con entusiasmo queste finte realtà luccicanti. Un episodio per tutti. Un mio amico che frequenta la scuola di salsa al Warner Village all’EUR, a Roma, ha lì conosciuto una “ragazza”, tra i 30 e i 40, che lavora in quella struttura come “promotore” dell’annessa palestra. Volendo fare un po’ di palestra il mio amico le ha chiesto un’offerta sull’iscrizione, tipo se c’è un pacchetto che consentisse un certo risparmio eccetera. Lei gli ha risposto che ci avrebbe pensato e così è passato un po’ di tempo. Qualche tempo dopo il mio amico è tornato alla palestra e ha contrattato e effettuato un’iscrizione con una “collega” della ragazza con cui aveva parlato, poiché quella era temporaneamente assente. Per farla breve, proprio ieri il mio amico è tornato alla palestra e ha incontrato la prima ragazza, e le ha annunciato che si era iscritto; lei ci è rimasta di stucco, e poi gli ha spiegato il perché. Queste ragazze infatti non sono dipendenti della palestra che ha l’appalto al Warner Village, ma lavorano con un contratto a progetto semestrale, con un miserrimo fisso mensile e la provvigione del 2,5% sui clienti che riescono ad accalappiare (cioè stiamo parlando di cifre dell’ordine di grandezza di 10 euro a cliente, se va bene). Non solo: se nel semestre queste povere ragazze non raggiungono un certo numero di nuovi clienti acquisiti vengono cacciate via (a calci in culo mi verrebbe quasi da aggiungere). Questa è la vita, Gemma?, e bisognerà pur viverla? Possibile che tra san Simeone lo stilita e questa merda non c’è alternativa. Ora, come allora, ai tempi della frase di Pasolini, pensare che tutto questo falso splendore sia un bene, è oggi il fascismo.

  22. Gemma Gaetani il 8 novembre 2007 alle 11:08

    Cristoforo, io non ho mai detto che “questa è la migliore realtà possibile”… E’ la peggiore. Viverla vuol dire combatterla, starci dentro e modificarla.
    Tu introduci il discorso del centro commerciale come “azienda”. Ciò che lamenti è condivisibile (per me poi moltissimo, non amo la salsa e non amo il Warner Village). Ora però ti faccio un esempio, per farti capire che questa nemmeno più precarietà, ma disintegrazione lavorativa, oserei dire, è una modalità contemporanea trasversale ad ogni ambiente dove, in cambio di una forza lavoro, si producono merci o servizi retribuendo i lavoratori con denaro.
    Per un periodo ho scritto per alcuni giornali. Uno è serissimo, pagano e pagano subito. Quanto agli altri due, per uno ho dovuto incaricare direttamente un avvocato; per l’altro da mesi aspetto invano quei cento euro e rotti che mi devono dare, e sinceramente non mi pare il caso di scomodare un avvocato per una tale ridicola cifra. Ora, si potrà dire che la testata giornalistica capitalista non può essere: essa produce cultura, mica come, il centro commerciale, “merda”. Tuttavia, dal mio punto di vista di “lavoratrice” e osservatrice della stessa, potrei perfino dirti che la promotrice della palestra nel centro commerciale almeno dieci euro a cliente li vede subito… Non deve ridursi all’umiliazione di chiedere o pretendere per mesi ciò che ha prodotto, lavorando, con precisione e puntualità. Ma se lo facessi forzerei, me ne rendo conto. Quindi non lo faccio. E allo stesso tempo non mi sogno di sostenere né che il centro commerciale, né che la testata giornalistica siano il demonio. Te ne racconto un’altra. Sai che esistono i GOT, cioè i giudici onorari aggregati, quei giudici “di rinforzo”, diciamo così, che servono a smaltire il grosso dei Tribunali? Processi, cause, cioè, piccole, semplici, che costituiscono però la maggioranza, quella melma che, un condotto come quello pubblico, ci mette secoli, a smaltire. Un GOT prende uno stipendio, se così si può definire, che gli arriva in tasca mesi e mesi dopo aver giudicato quelle cause, facendo una domanda che viene liquidata quando lo Stato sgancia i soldi. Tutto questo mentre un giudice regolarmente assunto percepisce ogni mese il suo stipendio per nulla problematico, uno stipendio con cui una garconniere, un paio di festini con coca e trans, oltre a casa, palestra e quant’altro, ce li paga senza battere ciglio, volendo.
    Se quindi nel centro commerciale, nella testata giornalistica e perfino nello Stato le categorie professionali inferiori, nella scala dei dipendenti, subiscono sfruttamento, vuol dire che questi sono i tempi della precarietà e dello sfruttamento. I tempi, più che i luoghi, poiché in ogni luogo lavorativo così è.
    E’ questo oggi il fascismo? Non so, io ho un po’ nausea anche di definire tutto fascismo, ormai… Più che fascismo mi pare decadentismo, optando per una categoria culturale e non storica. E trovo che si può combatterlo in varie maniere. Trovo, per esempio, più sensato, in un giovane, aprirsi un negozio di unghie o di frittelle, utilizzando finanziamenti pubblici per l’imprenditoria giovanile, imparando un mestiere che poi potrà esercitare cadendo poco, forse, nell’alienazione, invece che restare decenni a procacciare clienti per corsi di salsa.

  23. Gemma Gaetani il 8 novembre 2007 alle 11:26

    Non so come dire – continuavo a pensarci – tempo fa leggevo un articolo che parlava di come l’apertura notturna e festiva è sintomo di sfruttamento della forza lavoro: non c’è più la domenica, non c’è più il diritto al riposo notturno. Sentenziava l’osservatore esterno. Io pensavo invece che, per dire, uno studente universitario che tutta la settimana voglia dedicarsi a frequentare lezioni e studiare comperando libri che costano un occhio della testa, almeno lavorando di domenica o di sera può rimediare qualche soldo.
    Oppure il famigerato call center: una mia amica, che lavora nel campo dell’editoria con contratti a progetto, vicina ai 40, lavorando in un call center nel fine settimana è riuscita a mettere da parte qualche soldo necessario a costituire un anticipo per comperarsi, finalmente, una casa.
    Spesso l’osservazione intellettuale fa più mistificazione che analisi oggettiva. Ora vige, nel campo intellettuale ed artistico della “denuncia”, della letteratura d’impegno, questa formula più abusata di Pasolini: “qualcosa che dovreste sapere”, “qualcuno che dovreste conoscere”, con questo sensazionalismo che fa sentire scrittori ed editori novelli Robin Hood… Ma io continuo a credere che dovremmo sapere che succede in un carcere, come si vive in un reparto psichiatrico, in un campo nomadi, in fila per un trapianto, in fila per l’assegnazione di una casa popolare: in fondo se in un call center o in un centro commerciale ti sfruttano, e non sei tu a sfruttare la situazione perché la tua esistenza sia migliore, com’è nel caso della mia amica, pronunci un catartico vaffanculo e te ne vai a cercare altrove. Credo. Di non dirlo sbagliando.

  24. Cristoforo Prodan il 8 novembre 2007 alle 15:27

    Sfrutta (la situazione) e non farti sfruttare. Un po’ come vivi e lascia vivere. O come il film di James Bond: vivi e lascia morire.

    Che dire Gemma, tu argomenti molto bene e io, che sono un ignorante, quasi quasi non riesco a trovare controargomentazioni da opporre. Ci provo, ma non so se riuscirò a essere altrettanto convincente. E allora ti dico subito che io non riesco ad accettare che la vita umana si riduca a raccattamento di denaro e a modi per spenderlo. Se tutto è mercimonio, se è giusto fare gli schiavi perché ci si deve comprare la casa o la macchina, cioè per affrancarci da uno stato di bisogno in cui qualcuno artificiosamente ci ha infilato, allora alzo le mani. Non c’è altro da dire. E da fare. Se invece il lavoro viene inteso come completamento della vita della persona, come contributo che questa può dare allo sviluppo del vivere comune e non solo del consumismo, allora non può – non deve – essere totalizzante o, per usare un termine desueto, alienante. E poi dai Gemma… un negozio di unghie, di frittelle, il call center! Ma che me li chiami lavori questi? Come quello dei GOT, la stessa cosa. La fame di denaro che c’è in giro, alimentata ad arte negli ultimi anni dall’esplosione iperbolica dei prezzi, delle tariffe, dall’incentivazione a consumi inutili (come l’abuso del cellulare), ha portato la gente ad arrabbattarsi con queste miserie di lavori (compreso quello dei GOT), senza farla riflettere sulle cause di questa bassa qualità del lavoro. I curricoli oggi fanno ridere, cameriera, operatore di call center, organizzazione di eventi. Cioè un cazzo di niente.

    Alle quindicenni che alle cinque si dirigono verso la fermata Cornelia della metro A per andare a fare un po’ di struscio a Piazza di Spagna, bisognerebbe cercare di far capire che oltre a quello nella vita ci sono un sacco di altre cose belle che si sono perse. Ma mica per loro, che magari sono pure contente di fare solo quello, ma per un senso di rispetto della dignità umana. Un principio ideologico se vuoi, che si basa non su conflittualità, catartici vaffanculo, sfruttamento, guerre, fame eccetera eccetera. Insomma, hai capito.

  25. Gemma Gaetani il 8 novembre 2007 alle 19:25

    Cristoforo, personalmente l’oggetto che di più amo sono i libri.
    Vivrei volentieri in un altro pianeta e con non più di una decina di persone, pagherei per esser nata secoli addietro, spesso da mia madre mi faccio raccontare come si viveva negli anni Quaranta e, credimi, c’è da restarne incantati.
    Volevo soltanto dire che ci deve pur essere una maniera non depressogena di vivere oggi, un modo di re-agire che non lasci che tutto ci sommerga.
    Purtroppo il denaro serve, ciò che ci piace o serve (anche un libro, per dire) non possiamo rubarlo.
    Io odio il mio lavoro, se vuoi vedermi chiaramente depressa basta che tu mi raggiunga dove lavoro: ma lo faccio perché a 35 anni dovrò pur procacciarmi il cibo da sola, e in questo la mia laurea in Lettere e la repulsione per attività quali “organizzatore di eventi”, “p.r.”, “addetto alle risorse umane” eccetera non mi hanno aiutato granché. Quindi faccio un lavoro che mi fa schifo, mi guadagno il pane: mangiare è un bisogno. Come quello di avere una casa in cui rispecchiare la propria identità, una propria tana, mangiare, avere soldi da spendere per le proprie passioni o per le proprie necessità, non sono bisogni indotti da nessun persuasore occulto, ma dalla stessa vita.
    So anch’io che esistono bisogni superflui e indotti nei quali cadiamo (vogliamo parlare delle sigarette, del perché, semplicemente, non ne vietano il commercio, i governi, invece di produrre cerotti alla nicotina con cui, e perfino corsi in cui, a pagamento, ovviamente, per provare a farci smettere dopo averci reso dipendenti?). In fondo per vivere sulla Terra ci basterebbero 4 vestiti e 2 cappotti per l’inverno, due paia di scarpe, nutrimento per lo stomaco (e per questo basterebbero un pezzetto di terra e alcune sementi) e per il cuore.
    Non capisci che sono d’accordo con te: abbiamo veramente bisogno di unghie di plastica incollate a quelle reali? Ma certo che no. Ma che vogliamo fare? Non ce le incolliamo punto e basta. Viviamo in altra maniera, e guardiamo i fenomeni di questo mondo come extraterrestri cadutici dentro.
    Anche se a volte – lo confesso – mi affascina chi vive il mondo senza chiedersi niente, so che vive di certo meno malessere di me e di tanti altri. “Sentire di aderire a questo mondo / come i boxer elastici Cavalli / che di nuovo indossavi”, l’ho scritto io… Divento un misto di Sandro Penna e Pasolini di fronte a persone così.
    Noi stiamo qui a farci squarciare in due da come va il mondo, intanto uno inventa i Post-It e diventa miliardario. Oppure si inventa Scientology e idem, e milioni di persone vanno dietro a quelle cretinate. Il mondo è assurdo, Cristoforo. Non la vita lo è, il mondo, sempre di più.

  26. Gemma Gaetani il 8 novembre 2007 alle 19:38

    “E poi dai Gemma… un negozio di unghie, di frittelle, il call center! Ma che me li chiami lavori questi?”

    Comunque mi hai fatto molto ridere con questa frase, grazie! Davvero. Ridere serve sempre. E’ stupenda la maniera in cui hai scritto questa frase, ti giuro, la rileggo e rido. Mi sa che me la metto sul desktop. :0)

    Un’altra cosa: perché evidenziavo, ottanta miei commenti fa, che sono dolci gli anziani che umanizzano i centri commerciali, andandoci senza comperare niente, per stare più caldi o più freschi e più in compagnia di quanto starebbero a casa? Per questa ragione, perché mi pare una maniera di sfruttare quei quintali di cemento rifiutando di sganciare un euro, di cadere nella trappola del bisogno indotto. E’ una maniera dada e furba di re-agire. Se ci pensi sono mitici.

    Gli adolescenti forse no, lo capisco anch’io, però non facevo retorica dicendo che magari, passando davanti alla videoteca, scoprono che esiste Pasolini. Noi siamo cresciuti ormai alienati, noi che siamo cresciuti negli anni Ottanta, ma i ragazzi di adesso sono a rischio assoluto di alienazione totale. Una volta un ragazzo dal mestiere molto remunerativo era in casa mia, tre anni fa. Guarda la libreria e dice: “Purgatorio, Inferno, Paradiso… Cos’è?”. Erano i tre volumi della Divina Commedia, ovviamente. Lui NON SAPEVA cosa fossero. Non lo sapeva. Era quello dei boxer di Cavalli. E io, per un momento, per questo l’ho invidiato.

  27. Marco il 9 novembre 2007 alle 11:26

    “Oppure il famigerato call center: una mia amica, che lavora nel campo dell’editoria con contratti a progetto, vicina ai 40, lavorando in un call center nel fine settimana è riuscita a mettere da parte qualche soldo necessario a costituire un anticipo per comperarsi, finalmente, una casa.”

    Scusa ma dove l’ha comprata casa, a Chernobyl?

  28. Gemma Gaetani il 9 novembre 2007 alle 13:43

    No, Marco… A Milano, zona Città Studi. Ha lavorato anni al call center la mia amica, di sabato e domenica, turni lunghi. E non fumava, né fuma, sigarette. E ha preso un bilocale minimissimo, il cui mutuo terminerà tra un bel pezzo.



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