Visione delle ossa aride

29 dicembre 2007
Pubblicato da

di Giorgio Vasta

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Camminando per Palermo, una volta con il piede prendo un osso. È bianco, calcinato dalla luce della luna, a forma di pugno, completamente spolpato. Lo tocco con la punta della scarpa e poi me lo passo da un piede all’altro per un po’ di metri, schivando i platani e lanciandolo in avanti sul marciapiede. Quando torno in città ed esco a camminare ne trovo spesso, di ossa. Sono piccole esplosioni secche e dure. Eruzioni. Credo vengano fuori dal cemento della strada. Si trovano le ossa degli arti, un pezzo di colonna vertebrale, una mandibola. Animali che muoiono e restano lì in laboriosa decomposizione, i gas che scoppiettano nel silenzio della notte, la giostra degli insetti visibili e invisibili che brulica e si nutre, una specie di festa biologica, necrologica (nella misura in cui a Palermo, ogni giorno, biologia e necrologia coincidono in modo naturale, senza strepiti), che prosegue nel corso dei giorni con la pietra che assorbe i resti, con la loro restituzione quando dopo la pioggia l’acqua reflua porta fuori quello che stava nel profondo.
Nessuno in città ci fa caso. E tantomeno qualcuno lo trova triste o disgustoso. È la morte, sono dei morti, animali morti, niente di più. Semmai si apprezza la capacità locale di farne qualcosa, dei morti, di rifunzionalizzarli, la ricapitalizzazione ludica delle ossa animali. Trovi un osso mentre aspetti il verde per attraversare. È piccolo, ha la forma giusta, il peso adatto. Intorno a te ci sono altre persone. Dai un calcetto all’osso, gli fai percorrere qualche metro, lo si sente raschiare sulla pietra, qualcosa tra lo stridere e un piccolo barrito. Un ragazzino più in là colpisce a sua volta, così, senza pensarci troppo, l’osso scorre di nuovo tra i piedi della gente. Ancora un calcio leggero, il verso della frizione, e parte un fraseggio minuto, perimetrato, di una trentina di secondi, colpetti precisi, un impegno ozioso attendendo che il semaforo cambi e si possa attraversare.
C’è in tutto questo, lo ripeto, una naturalezza profonda. Nessuna intenzione di stupire, di dissacrare o di sovvertire. Per i palermitani, scambiarsi le ossa è una forma di comunicazione. Non residuale, non ultima o apocalittica. No, è una forma di comunicazione prima e primigenia, un modo di parlare fossile e condiviso. Qui non arriva Ezechiele a profetare ottenendo che le ossa si riaccostino, che su di esse corrano di nuovo i nervi, che la carne ricresca e la pelle si ridistenda, morbida o callosa, in ogni caso pelle, e che, nel caso degli animali, ricrescano anche il pelo, la lana o le piume. Qui le ossa restano ossa, camminando batti con il piede contro l’infelicità serena della materia. Ci giochi un poco e poi prosegui. Te ne vai dove devi andare con la coscienza rarefatta, e dunque acuminata, di vivere immerso nella biologia crudele, nella metamorfosi, migliaia di bestie Yorick che fanno capolino dai muri dei palazzi, ti basterebbe grattare un poco la pietra per farle riaffiorare bianco latte, per dialogare e interrogarle sulla loro vita minerale. Te ne vai con le ossa nel pensiero, la percezione ancora viva di come con gli altri hai poco prima, all’incrocio, costruito qualche imprecisa geometria, il rumore dell’attrito che si confondeva con le voci e le risate, gli si mescolava.
Diversi anni fa, quando ancora vivevo a Palermo, ho visto che in un pezzo di marciapiede di via Libertà era intarsiata una mandibola. Lunga e stretta, credo di capra, con almeno tre quattro denti ancora incastonati. La rastrematura del frammento di chiostra affiorava leggermente. Al solito non mi ero chiesto cosa ci facesse lì, do per scontato che a Palermo le ossa animali, oltre a venire dimenticate per le vie, assorbite e restituite, vengano anche raccolte, triturate e mescolate alla calce, impastate, lavorate per fare le strade e le case. Però mi ricordo di avere pensato che Palermo ha una vocazione alla preistoria, all’estrazione disperata di forma dall’informe. Ma la forma trattiene in se stessa l’informe, perché ogni forma ha memoria dell’informe. E dell’informe, dell’immenso inorganico originario, perdura, nella forma, una specie di infelicità costitutiva, un’infelicità della materia che è arcaica e irriducibile. Necessaria ma non triste. Un’infelicità serena che nel tempo è diventata indifferente.
Sfiorando con l’indice i denti della capra, le microscopiche ondulazioni offuscate da un velo di pietra, mi ero ricordato che l’episodio di Ezechiele che fa profezia nella valle dei resti è chiamato Visione delle ossa aride. La mia vita a Palermo, fino a quel momento, era stata questo, una quotidiana serena indifferente visione delle ossa aride. Una permanenza, una manutenzione dell’indifferenza. Adesso mi preparavo a partire.
Osservando con gli occhi e con le dita il pezzo di bocca incastrato nel cemento, la smorfia, il belato duro, avevo però pensato che questo dolore della materia è insuperabile, che in ogni pietra c’è una bocca incastrata, una bocca animale inascoltabile, e che ognuna di queste bocche mi avrebbe accompagnato dovunque fossi andato, in ogni città, in ogni casa, affiorando sorda dalle mie pareti, dalle mani degli altri e dalle frasi, dalle loro frasi, dalle mie frasi, a ricordarmi che l’origine non può essere abolita.

18 Responses to Visione delle ossa aride

  1. […] continua a leggere su Nazione Indiana […]

  2. Francesca il 29 dicembre 2007 alle 17:45

    (Il pezzo mi ha ricordato le “ossa biancheggianti” di Bartolo Cattafi).

    Vedere le ossa nelle culture primitive è vedere l’invisibile, l’anima che abbandona il corpo.

    E’ molto bello il modo in cui qui l’osso diventa un simbolo di eredità personale – le ossa inaridite del profeta il luogo stesso da cui proveniamo e che ci portiamo dentro solido e segreto anche quando ce ne allontaniamo.

  3. Cappuccetto rosso il 29 dicembre 2007 alle 21:49

    questo scenario apocalittico mi turba non poco…

  4. luminamenti il 30 dicembre 2007 alle 10:57

    Questo scritto è bello, ma mi sembra di fantasia. Fantastico. Retoricamente fantastico. Non ricordo di aver mai visto tante ossa per la strada, o raramente, a Palermo (a parte ossa di aborti nelle catacombe dei padri Cappucini). Immondizia sì! Non mi risulta che per i palermitani, a cui appartengo per nascita, scambiarsi le ossa è una forma di comunicazione. Non credo che questa retorica del fossile o dell’arcaico o del primitivo esista a Palermo. Palermo è una città ormai, anche negli strati sociali più elementari, perfettamente inserita nel circo mediatico dello spettacolo della modernità indifferente e nichilista. Dallo Zen a Borgo Nuovo fino alla Guadagna.

  5. giorgio vasta il 30 dicembre 2007 alle 12:05

    Per Luminamenti.
    Il pezzo è, come dici, retoricamente fantastico. O meglio, credo, intercetta un episodio isolato (l’incontro con un osso) e lo esaspera fino a riconfigurare completamente un luogo, facendolo aderire a nuove regole fisiche e sociali dettate dalla stessa esasperazione di partenza (meccanismo retorico, questo, frequentissimo). Non intende sollecitare un confronto con la memoria che ognuno può avere di Palermo, nella quale latitano gli incontri con le ossa (non latitano quelli con l’immondizia, è vero: se però al posto delle ossa avessi collocato l’immondizia il pezzo sarebbe diventato “sociale”, cosa che non mi interessava), ma suggerire una percezione possibile, “preistorica”, di un luogo che dal mio punto di vista non evolve, e in questo non evolvere ha le sue ragioni di fascinazione e di frustrazione. In questo senso non sono d’accordo sul fatto che Palermo sia oggi perfettamente inserita nel circo mediatico. Ci sono stati e ci sono tentativi di adeguamento a prospettive insieme elegiache e spettacolarizzanti, laboriose operazioni di cosmesi, c’è un’amministrazione pubblica che propone quotidianamente la retorica del rilancio e dell’appartenenza a un’identità più ampia di quella regionale o comunque meridionale (senza però mai allontanarsi – ineguagliabile esempio di pensiero ancipite – dal solito orgoglio localistico, la terra il sole il mare e tutto il resto), ma mi sembra che tutto ciò riguardi un livello appunto sociale ed epidermico. La pelle. Un po’ più sotto, sotto la pelle e dentro la carne, si sentono le ossa, si riconosce la preistoria. Una specie di “naked lunch” nel quale inizio e fine coincidono irreparabilmente. Ovvero, sulla punta della forchetta della mia percezione di Palermo ci sono ossa immutabili e non una pelle in cambiamento.

  6. luminamenti il 30 dicembre 2007 alle 12:54

    @ Giorgio Vasta. Capisco quello che vuoi dire. E comprendo quello che “vedi”. Sarei tentato di dire che concordo. Però ti invito a una riflessione. Dire che Palermo non è inserita nel circo mediatico mi sembra alquanto azzardato, perchè Palermo e più concretamente i suoi abitanti, “guardano” Palermo in quest’ottica. Che poi tu, io e qualche altra mosca bianca vedano altro, su questo concordo, è ancora possibile per fortuna. Ma i Palermitani, la maggior parte, “vedono” il Grande Fratello” e si adeguano (a modo loro ovviamente, con tutte le peculiarità da conserva che il palermitano ha).
    Non comprendo come palermo d’altra parte possa uscire dal mondo (mediatico).
    E mi sentirei di dire con certezza che “Palermitani” non ce ne sono più! Palermo, ormai dal momento in cui sono decaduti i Florio, è stata colonizzata da Agrigentini, Trapanesi innanzittutto, poi da tutte le etnie delle varie provincie. Non dimentichiamo che per molti anni è stata in mano ai Corleonesi. I Palermitani, sono quelli che avevano rilanciato la possiblità storica che Palermo divenisse capitale d’Italia ma non riuscirono nel progetto. Dopo quel momento, Palermo è andata in discesa e i palermitani sono o morti o scomparsi o emigrati o hanno abbandonato il centro storico. Lavorando con dei seminari nelle scuole, di tutti i gradi, io mi accorgo che i ragazzi parlano di PSP (playstation portatile, l’articolo più richiesto e venduto quest’anno), di video giochi, ipod, pc, sky eccetera e ignorano completamente la storia di palermo, ignorano la città e la sua arte e non conoscono i suoi luoghi, a parte mcdonal e i pub alla moda, e questo lo vedo eguale sia tra i più privilegiati socialmente ed economicamente, sia tra quelli meno fortunati che cmq non si fanno mancare nulla dei media moderni (naturalmente non ci vedono nulla di male nella tecnologia, anzi. E’ nella dissociazione schizofrenica tra passato e futuro che constato un problema, ma sono certo che proprio dal mondo della scienza arriveranno soluzioni a questo, ho fiducia nel tessuto metafisico sotterraneo che abita la scienza).

    Cmq il tuo scritto mi è piaciuto e mi fa piacere che non t’interessava farlo diventare sociale. Merito del tuo immaginale!

  7. cronopiocervellatore il 30 dicembre 2007 alle 17:05

    Imperia/ Albenga marzo 2006

    “ ALBA”

    Sorge la luce
    ma il cuore
    non vede
    che osso
    di morti
    montato
    a neve

    Personal PS- conoscevo un certo Lucio Vasta di Riposto (CT) ne sai niente ?
    Ciao, buon lavoro e Buon Anno

  8. giorgio vasta il 30 dicembre 2007 alle 17:23

    Per Luminamenti.
    Prendo il tuo spunto e mi permetto di svilupparlo.
    Circa un anno fa ho insegnato a Palma di Montechiaro. Si tratta di un comune in provincia di Agrigento, noto per il suoi legami con Tomasi di Lampedusa (è la Donnafugata del Gattopardo) e perché nell’aprile del 1960 ospitò un convegno sulle condizioni di vita e di salute nelle aree depresse della Sicilia occidentale, organizzato da Danilo Dolci (si trattava di un luogo in questo senso emblematico). Per alcuni giorni ho avuto a che fare con ragazzi delle superiori, tutti di Palma o di comuni limitrofi ancora più piccoli. Palma, come detto, è in provincia di Agrigento. Agrigento è un luogo molto più defilato e periferico di quanto sia Palermo. Ugualmente, i ragazzi di Palma stabilivano con i loro coetanei di Agrigento, di Palermo, ma anche di Roma e di Milano, un legame mediato dalla tecnologia. Ognuno di loro, cioè (e devo questa deduzione a Evelina Santangelo), “accedeva” alla contemporaneità attraverso la tecnologia. Il cellulare, la navigazione in rete. In questo modo i ragazzi di Palma erano rappresentativi di una inclusione nel circo mediatico. A soprendere era però quello che stava intorno alla loro specifica competenza in fatto di tecnologia (di “fruizione” minima della tecnologia, più esattamente). I loro punti di riferimento, infatti, restavano (e constatarlo era desolante) quelli dei loro genitori: la famiglia come feticcio irrinunciabile, la coppia come totem, la casa di proprietà e così via (è chiaro che mi sto permettendo una generalizzazione statistica, nel senso che tra quei ragazzi ci sono sicuramente delle eccezioni significative a questo standard). Una tensione, quindi, quella tecnologica, che muove da una parte, e un’altra tensione, altrettanto potente, che fa trazione in direzione opposta. O forse no: forse tecnologia e tradizione, nonostante le apparenze, oggi “tirano” dalla stessa parte, contribuendo a produrre, nel loro amalgamarsi, un conservatorismo impressionante.

    Ora, tornando a quanto dicevamo e procedendo in modo mi rendo conto un po’ troppo sintetico e grossolano, per me la tecnologia sta alla pelle quanto la tradizione sta alle ossa (e chiarisco che non considero in nessun modo la tecnologia deteriore e la tradizione come un’esperienza positiva). L’inclusione di Palermo (di Palma, di Agrigento) nel circo mediatico è secondo me parziale perché viene resa imperfetta, credo, da qualcosa che resiste, da uno stile che molte volte trasforma lo squallore in folklore, ovvero, in sintesi, da un’idea (ma in realtà da una prassi) di tradizione che non mi piace. Le ossa del pezzo, in sostanza, quelle che avverto come costitutive e insuperabili, sono ossa di un organismo deforme.

  9. luminamenti il 31 dicembre 2007 alle 07:47

    Ho letto il tuo ultimo commento, e mi ci ritrovo.

  10. angelo il 31 dicembre 2007 alle 09:00

    Giorgio, non spiegare!!!

  11. enrico il 31 dicembre 2007 alle 18:36

    anche a me ha ricordato Cattafi (“L’osso, l’anima”)… complimenti, davvero un bel brano, capace di evocazione – ogni spiegazione ulteriore parrebbe superflua

  12. giorgio vasta il 31 dicembre 2007 alle 19:04

    Per Cronopio.
    So che il mio cognome è molto presente nel catanese, meno nella zona di Palermo, però non conosco Lucio Vasta.

  13. Dominica Villa il 1 gennaio 2008 alle 13:12

    Ho apprezzato molto quello che dice, e per come lo sa dire.

  14. leon il 1 gennaio 2008 alle 20:09

    come pezzo di narrativa surreale con un che di apocalittico lo apprezzo senz’altro: dove quel giocare a palla con l’osso incontrato per strada intriga, come affascina il trasudare d’ossa che si percepirebbe su ogni pietra della città di Palermo, altresì per discorso dell’informità della materia trattenuta dalla forma: l’infelicità, necessaria ma non triste, serena, ora indifferente. Io credo però che di questo si possa dire di qualsiasi città arcaica, archeologicamente predisposta a questo tipo di osservazione, dove infatti la coscienza subirebbe di per sé una dilatazione. Credo sia il fascino evocativo delle ossa, punto. A me è capitato di vedere ossa per una settima intera dopo aver letto Il nome della rosa di Eco: nel punto in cui Adso e il suo maestro dimoravano in quell’ossario maledetto. O magari leggendo qualche poesia di Campana, dove quella figura scheletrica ossessione per quanto è viva e suggestiva.

  15. Lousatumular il 5 gennaio 2008 alle 15:47

    […] Ne ha visti andare sotto terra un bel po’ ai suoi giorni, riempire i campi intorno, l’uno dopo l’altro. Campi santi. Più spazio se li seppellissero in piedi. A sedere o in ginocchio non si può. In piedi?
    Potrebbe anche darsi che la testa affiorasse un giorno per una frana con un dito puntato. Deve essere come un alveare il terreno: cellette oblunghe. […]
    James Joyce – Ulysses

    Le ossa, ne parlavo proprio ieri sera, hanno un che di affascinante. Poi ho pensato: nani ridotti all’osso sulle scapole di giganti scheletrici
    Le ossa craniche dell’etmoide e dello sfenoide, la loro forma che ricorda qualche strano animale preistorico, i nomi che gli anatomisti hanno loro assegnato, le loro parti e peculiarità, come l’apofisi crista galli, la lamina cribrosa. Disosso i miei appunti di anatomia, li trovo e li spolpo: lo sfenoide è la chiave di volta del cranio, unisce l’osso frontale,parietale, l’occipitale e l’etmoide.

    E’ proprio lì, incastonato all’interno del cranio. Difficile che spunti dal terreno, spunterà solo in caso di cranio fracassato.
    Chissà, forse tra qualche secolo spunteranno anche le nostre ossa, forse ci saranno più etmoidi e sfenoidi circolanti per strade. Crani presi a calci, occipiti volanti, parietali spezzati, vertebre rotolanti, coccigi appuntiti, denti frantumati, omeri, femori etc.

    Chissà quali ossa, chissà in quali città…

  16. leon il 5 gennaio 2008 alle 20:57

    …ma sono le ossa dei morti dentro la bara che mi danno spesso da pensare. Penso alla carne che si slega e allo scheletro che viene fuori: e considero il tempo. Il tempo del cadavere che si fa scheletro dentro la bara mi fa impazzire: quel groviglio di ossa che diventerà polvere. Penso allora alle ossa dell’usuraia in Delitto e Castigo, e mi immagino che celati sotto quel masso non siano i denari ma le ossa della vecchina uccisa. Ne sento lo scricchiolio, immagino un sinistro echeggiare a rabbrividire gli usci bui delle case alveari di San Pietroburgo… Una teoria di ossa vuole il suo contorno di disfacimento, di decadenza fisica e ambientale: un osso preso al laccio sul marciapiede, a un semaforo, incastonato se vuoi in una cavità di muro, non riesce a infondermi questa visione arida che dà il dipinto, almeno non così completamente. Il sito dove le ossa dimorano credo facciano la loro parte in quanto contribuiscono alle facoltà ritenitrice d’immagine delle ossa. Le ossa che incontri per strada sono spogliate comunque di suggestività.

  17. Lousatumular il 11 gennaio 2008 alle 14:27

    A proposito di Dostoevskij, a proposito della morte e delle sue parti,
    leggo dai fratelli Karamazov:

    […] Ai fatti, dunque. Quando, ancor prima di giorno, il corpo dello starec, preparato per la sepoltura, era stato collocato nella bara, ed era stato trasportato nella prima stanza della cella, adibita a ricevere gli ospiti, era sorta fra coloro che attorniavano la bara la domanda se non convenisse aprire le finestre della stanza. […]

    […] Ed ecco passato di poco mezzogiorno, cominciar qualche cosa che, sulle prime, la gente che entrava e che usciva avvertì in silenzio, fra sé, e anzi col timore evidente in ciascuno di partecipare a chicchessia il pensiero che gli germogliava dentro […]

    […] I non credenti se ne rallegrarono; e, dei credenti, ce ne furono certi che si rallegrarono ancor più dei non credenti, “giacché piace agli uomini la caduta del giusto e la sua ignominia”, come aveva detto appunto lo starec in uno dei suoi ammaestramenti. Il fatto era che dalla bara era cominciato a uscire a poco a poco, ma in modo sempre più sensibile via via che il tempo passava, un odore di putrefazione, che verso le tre dopo mezzogiorno s’era ormai manifestato fin troppo chiaramente, e seguitava ancora gradatamente ad aumentare […]

    […] di questo odore di putrefazione non si fa gran caso, e non è la incorruttibilità dei corpi che la si ritiene indizio precipuo della glorificazione dei penitenti, ma il colore delle loro ossa, dopoché i corpi siano rimasti lunghi anni sottoterra, e vi si siano anzi putrefatti: – Se si rinvengono le ossa gialle come la cera, questo è indizio principalissimo che il Signore ha glorificato il giusto estinto; se invece che gialle si rinvengono nere, allora vuol dire che il Signore non s’è degnato di glorificarlo […]

  18. Mgiovanna il 13 gennaio 2008 alle 23:01

    Negli scaffali dell’Istituto di Anatomia del Laterino, quando ero a Siena all’Università, lo sfenoide era custodito in una scatola di plastica trasparente, accuratamente avvolto nella bambagia come una delicata farfalla di cartapesta. per prenderlo in prestito non bastava lasciare il documento al bidello, occorreva giurare che lo si sarebbe trattato con la massima cura, e che avremmo maneggiato con delicatezza le sue ali fragili, seguito il tragitto dei forami con fili di capello per non infrangerne lacalcinata bellezza.
    Le ossa asciutte e biancheggiate non hanno per me alcuna connotazione mortuaria o luttuosa, spogliate come sono di carne e sangue! Sono quel che resta del corpo, lo scheletro essenziale che non si corrompe.
    Di morte, carne e sangue si nutrono i riti del nostro Sud. Dalla teca del sangue di San Gennaro ai macabri cimiteri barocchi di Napoli, ai cuori ed agli arti d’argento appesi come ex voto nelle chiese, alla stessa immagine del Cristo che porge con la mano destra il suo cuore stillante sangue come cibo e bevanda per i devoti. Religione e sangue,religione e Sud sono inestricabilmente legati… e il fatto di sapere che le piaghe di padre Pio forse sono state procurate ad arte non cambia le cose.
    Non abbiamo fatto poi tanta strada dagli altari coperti di vittime sacrificali dei sacerdoti agrigentini…Comunque la tua lettura del Sud muove sempre associazioni e ricordi sopiti…



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