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Orti di guerra

di Linnio Accorroni

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Consiglio di lettura numero uno: aprire il libro e piluccare, in mero ordine cronologico, tre o quattro ‘Orti’ di seguito o tre o quattro pagine di seguito (cioè più o meno 7/8 ‘Orti’) senza interruzione alcuna. Come per miracolo, d’acchito, ci si troverà, dopo la lettura, sia essa cursoria o meditatissima a: sorridere, indignarsi, sghignazzare, immalinconirsi, scuotere la testa, incazzarsi, rattristarsi, commuoversi. Chiudere il libro. Se lo si desidera: uscire, leggere altro, incontrare, passeggiare, sentire musica, guardare la Tv, mangiare, dormire. Riaprire il libro: rieseguire fedelmente ciò che sta scritto nel Consiglio di lettura numero uno.
Consiglio di lettura numero due: partire dall’‘Orto’ 164, andare al 212, passare al 27, stare fermi due minuti sul 56, saltare il 95 (leggerlo poi, dopo tutti gli altri), e così via. Tenere presente che i numeri suddetti sono puramente indicativi e possono essere tranquillamente sostituiti con altri a piacimento. L’importante è che non si sfori dal 288 perché tanti sono gli ‘Orti’ presenti in questo bizzarro, avvincente libro. Scegliere infine, essendo guidati dall’irruenza del caso e dall’arbitrarietà della logica, un proprio percorso, individuale e intimo. All’uopo, se lo si desidera, procurarsi anche dei dadi. Un po’ come nel Gioco dell’Oca di sanguinetiana memoria, un po’ come si può fare di fronte a quel capolavoro (a metà) che era Il gioco del mondo di Cortàzar. Onore e merito dunque alla Fandango che ha riesumato dal terrain vague dei remainders questo libro di Edoardo Albinati, già uscito per Fazi nel 1997. Una nuova edizione arricchita, oltre che da una celebre foto di Michael Light in copertina, anche da un cd che, rara avis, si differenzia dal maremagnum dei prodotti similari perché non contiene la solita lettura, spesso monocorde e tristanzuola, dell’autore che recita, tra il catacombale e il birignao, una antologia picciola dei propri scritti, ma è qui invece impreziosita, oltre che dalla lettura ispirata dell’autore, anche dall’eterogeneità di un’offerta musicale stilisticamente multiforme, caratterizzata da una curiosa esplorazione di musiche e suoni, tra sperimentalismo e mainstream, tutto sapientemente coordinato da Fabrizio de Rossi Re. La programmatica frammentarietà di questo libro può senz’altro servire come una specie di contravveleno per chi sente di vivere immerso dentro una smodata quantità e proliferante caoticità di messaggi e di informazioni; in cui fondo, ma anche principio disarmonico e generativo, è un Caos assordante e tumultuoso, privo di una qualsiasi logica comprensibile o riducibile a un qualche orizzonte di senso. In effetti, la forma scombinata e inusuale di queste micrologie albinatesche, la loro eteroclita struttura può essere considerata una prima, fors’anche inconsapevole, risposta alla furia caotica della contemporaneità: l’illustrazione di un senso e di una logica possibile rinvenibile proprio nei pezzi e frammenti di questo collage scomposto e fibrillante di sogni, visioni, istantanee, allucinazioni e barzellette, schegge televisive ed ecfrasi di quadri famosi, agiografie scomposte e surreali, tranches de vie e descrizioni di battaglie, sinossi filmiche e canzonettistiche, dissipazioni e lungimiranze, promesse e rimorsi, fate morgane e novellette, storie, con la minuscola e con la maiuscola, tutti per la penna (o la tastiera) infuocata di Edoardo Albinati. Così, alla fine di questo sconnesso bailamme di micronarrazioni, al termine di questa turbolenta reviviscenza di immagini e personaggi, restano comunque in mano al fortunato lettore tanti fili possibili con i quali connettere e intersecare tanto scialo di fantasia, sensibilità e fabulazione. C’è una specie di unità in questo caotico, ma virtuoso, affastellarsi di una incontrollata fertilità narrativa: “un’economia di guerra applicata alla prosa”. Provvidenziale quindi la ‘Tavola’ in finale di libro, in cui l’autore, in rigoroso ordine alfabetico, estrapola le pagine in cui il lettore, incline alla virtù antica dell’Ordine e del Sistema, potrà trovare i nuclei fondamentali: dai primordi degli ‘Orti-Alcol’ discendendo per li rami fino agli ‘Orti-X-Mas’. Che cosa, poi, siano davvero questi ‘Orti’, ce lo spiega la spavalderia cristallina che caratterizza la prosa di Albinati: “Ho visto vecchie foto degli anni quaranta, orti di guerra al Gianicolo, davanti al Vittoriale, nei giardini sotto Castel Sant’Angelo, […] spazio utilizzato al meglio, genio italico al lavoro sul dettaglio dopo aver sbagliato tutto nel complessivo, un’idea, insomma, di ricucire laboriosamente la ferita creata di slancio, l’altra faccia dell’errore, il lavoro minuto e preciso, cuori chinati a lavorare, e la terra che si sente sollecitata in quegli strani posti, a crescere frutti comunque, fior di lattuga e fior di zucchina, lontana dalla campagna,…”. ‘Orti’ comunque che se, come limite cronologico, hanno il triennio 1993-96, tematicamente sconfinano, con sprezzante ribalderia, dal calcio alla cultura, dal sesso al cibo, dalla musica alla scuola, dalla politica al personale, … Ecco, in fondo, che cosa ci rimane, per fortuna, degli anni che passano: “ un quadrato di righe con cui sopravvivere giorno dopo giorno”.

(apparso su Queer, settimanale di “Liberazione”, il 30 dicembre 2007)

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9 Commenti

  1. Mi sforzo ogni giorno di trovare il bello persino nell’assurdità delle rotatorie infinite che incrocio nei miei itinerari su strada e sono propensa ad incastrarmi in una infinità di percorsi mentali dove mescolo immagini suoni testi e quant’altro. Non mi disturba anzi il contrario tale inusuale tecnica di scrittura utilizzata da Albinati. Scritto prima degli eventi del 2001 rileggendolo adesso assume toni quasi profetici. La metafora dell’orto di guerra inteso come escamotage di sopravvivenza mi piace. C’è un orto che mi aspetta il diciassette e le troppe virgole mi hanno piacevolemente stordito poi Linnio ed Albinati non potevano darmi un inizio d’anno migliore. Da un punto di vista storico gli orti di guerra ho sempre pensato rientrassero nelle raccomandazioni di tono propagandistico e psicologico del fascismo, un rimedio inefficace e insufficiente a sfamare la popolazione stremata da una disastrosa politica autarchica. Coltivare carpe e trote nelle fontane e grano nelle asfittiche aiuole pubbliche – ma non insalata perché l’olio per condirla non c’era. Un invito demagogico di Mussolini. In periferia e nelle campagna il discorso cambia, ci sono stati sempre gli orti nelle strategie di sopravvivenza ed anche oggi è una abitudine diffusa. Buon Anno e buon orto a tutti.

  2. Ma sì, finalmente un paio di centinaia di pagine, ed oltre, da poter leggere proprio nell’ordine in cui si desidera.
    Nutrono, questi orti di guerra di Albinati.
    Ho aperto a caso, ed è comparso il n.186, che ricordavo come uno dei più graziosi: “Nell’orto le serve raccoglievano ciliegie e cantavano in coro ubbidendo a un ordine preciso, che era stato impartito per tenere occupate quelle bocche maliziose col canto ed evitare che si mangiassero le ciliegie.”
    La curiosità: la foto in copertina di Michael Light dal book 100 suns, è la stessa usata per la copertina del romanzo Bompiani i normali-professione cavia di david gilbert.
    Ottimo 2008 a tutti.

  3. Ormai l’ansia da recensione induce i recensori, per mettersi un po’ in primo piano rispetto ai recensiti, ad usare qualsiasi stratagemma per essere “originali”. Con il risultato di creare una complicità di casta letteraria solo con chi il libro l’ha già letto. Invece della “penna infuocata” di Albinati si servono di penna con i lampeggianti. Triste. La recensione non dovrebbe mai perdere il suo umile ruolo di servizio.

  4. Viola ha ragione. E tuttavia l’umile ruolo di servizio a volte può essere interpretato come la descrizione un po’ pallosa di un libro palloso…

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