Misha Glenny: McMafia – viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato

18 luglio 2009
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di Federico Varese – Professore di Criminologia all’Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy (Oxford University Press, 2001) e di Mob and Mobility, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

MISHA GLENNY, McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale, trad. di Anna Zapparoli, Milano, Mondadori, pp. VIII-448, € 18,00

Negli anni Novanta ho viaggiato spesso nella Russia Centrale e soprattutto nella città di Perm’, ai confini con la Siberia, per raccogliere materiale destinato a un libro sul crimine organizzato, e a ogni visita mi trovavo ad aprire un conto corrente in una banca che al viaggio successivo non esisteva più. Una volta parlai del fallimento delle banche con uno dei miei intervistati, il leader di un gruppo mafioso locale – un tipo corpulento, la cui corte si riuniva in un ristorante alla periferia della città. Indossava un completo bianco e parlava nel gergo dei criminali russi, che aveva imparato nel carcere dove era stato incoronato “boss”.

Non posso immaginare uno scenario più improbabile per un’intervista: qualcuno cantava, e male, una celebre canzone pop russa a un volume intollerabile e il mio interlocutore doveva respingere le attenzioni di un drappello di avvenenti ballerine del ristorante. La sua organizzazione, a quanto si diceva, controllava tre delle banche cittadine, eppure anche lui aveva perso denaro nel fallimento di uno degli istituti di credito locali. Non molto tempo dopo quell’incontro, nell’agosto 1998, la Russia si trovò ad affrontare la peggiore crisi economica dalla fine del comunismo. La valuta perse il settanta per cento del suo valore e metà delle banche chiusero i battenti. Molti altri mafiosi persero denaro. Mentre me ne sto al sicuro nel mio studio in una città universitaria a diverse migliaia di chilometri e a più di dieci anni di distanza, mi chiedo quale effetto avrà la crisi attuale sui vertici del crimine organizzato di tutto il mondo.

In Russia ho imparato che i mafiosi non sono né più furbi, né meglio attrezzati di molti di noi quando si tratta di affrontare un’emergenza finanziaria. Più in generale, lo studio del crimine organizzato mi ha guarito dall’idea che i criminali siano altrettanti Moriarty: Napoleoni del crimine al centro di una rete con mille diramazioni, di cui (come dice Sherlock Holmes) «conoscono perfettamente ogni minimo fremito».

Dal titolo, il lettore potrebbe essere tentato di immaginare che l’oggetto di McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale sia appunto una malvagia società per affari senza limiti geografici, organizzata in modo impeccabile, sempre pronta a sfidare la legge, con il suo quartier generale in una qualche capitale straniera, magari Mosca, e in grado di irradiare la propria ragnatela in tutto il mondo aprendo succursali, per esempio, in Bulgaria, Israele, India, gli Emirati Arabi, oppure in Nigeria, Brasile, Colombia, Columbia Britannica e Cina (questo l’elenco dei luoghi visitati da Glenny). L’idea di una cospirazione mondiale orchestrata da un Napoleone del crimine ha spesso lasciato le pagine di Arthur Conan Doyle per approdare in quelle di studi accademici, rapporti di polizia e resoconti giornalistici. Il libro di Glenny non rientra nel filone di testi che abbracciano teorie cospirative cosmiche. Mcmafia è un esempio del miglior giornalismo investigativo anglosassone, un illuminante viaggio nel ventre criminale del nostro pianeta. Glenny, ex corrispondente della BBC nei Balcani e autore di una storia della fine della Jugoslavia, è guidato dalla passione per la ricerca dei fatti e per la denuncia delle sofferenze umane, senza dimenticare che molte di esse sono frutto di politiche insipienti, non di rado emanate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Il termine “McMafia” è stato coniato dallo studioso inglese Mark Galeotti, una delle fonti di Glenny, per descrivere un fenomeno simile alla creazione di un marchio di fabbrica (branding) nell’economia legale. Nel selvaggio Est postsovietico, i criminali ceceni erano divenuti celebri per la loro violenza spietata. Ben presto il loro nome cominciò a essere assunto da gruppi diversi, privi di alcun legame (etnico o di altro genere) con la Cecenia. “Mafia cecena” divenne dunque un marchio di fabbrica, un brand che da solo incuteva terrore. Bastava affermare di essere parte di tale organizzazione per assicurarsi l’accondiscendenza delle vittime. Aver fama di essere violenti e spietati è un bene prezioso nel mondo della malavita, perché consente di risparmiare sull’uso della forza. Induce le vittime alla remissività, e lo fa a costo zero.

Questa dinamica non è appannaggio esclusivo dei malavitosi dell’ex URSS. Glenny racconta che in Giappone, un paese in cui la mafia opera allo scoperto, si è avuta, secondo la polizia locale, «una significativa concentrazione di potere [della Yakuza] nelle mani di tre sole “famiglie”». A quanto pare, Masahisa Takenaka, boss della Yamaguchi-gumi, «alla testa di 100.000 affiliati, poteva vantare il titolo di capo di tutti i capi del mondo». Si sarebbe tentati di credere che Moriarty sia emigrato in Giappone e abbia costruito lì il suo impero. Solo un Napoleone del crimine potrebbe “controllare” così tante persone. Le fonti ufficiali nascondono il fatto che alcune gang indipendenti si rivolgono alla Yamaguchi-gumi chiedendo di poter affiancare al proprio appellativo il nome rispettato dell’organizzazione diretta da Takenaka. In questo modo possono fregiarsi di una temibile reputazione e in cambio pagano un onorario al boss Takenaka. Come accade con l’ammissione di un nuovo membro in un club esclusivo o quando si crea un nuovo College a Cambridge o a Oxford, i detentori del marchio devono avere la certezza che la reputazione dell'”azienda” non risulti compromessa dalle nuove reclute (non sono affatto rari i casi in cui le istituzioni sopra citate hanno commesso gravi errori). Il primo a osservare e teorizzare questo fenomeno è stato il sociologo Diego Gambetta, il quale sostiene che la mafia siciliana non è altro che un insieme di famiglie indipendenti, con in comune il marchio di Cosa nostra. L’ammissione di un nuovo membro in una delle famiglie deve essere approvata da tutte le altre, ed esiste un limite al numero di nuove reclute che possono essere affiliate. Cosa Nostra combatte con forza qualsiasi utilizzo non autorizzato del proprio nome e della propria reputazione.

Se il marchio condiviso è un bene prezioso per i gruppi criminali, allora è necessario che qualcuno si assuma il compito di proteggere quel marchio. Quando troppe persone di dubbia abilità si fregiano di una onorata reputazione, questa può risultarne danneggiata. Glenny descrive la fratellanza dei vory-v-zakone (letteralmente, “ladri con un codice d’onore”), un tema che mi affascina da quando cominciai a frequentare la Russia alla fine degli anni Ottanta, e che ho studiato a lungo. In tempi recenti, i vory sono diventati un’icona pop grazie al film di David Cronenberg La promessa dell’assassino (2007), in cui Viggo Mortensen impersona un aspirante adepto e i corpi degli attori sono coperti di elaborati tatuaggi. I vory compaiono anche nel thriller The Secret Speech, di Tom Rob Smith, appena pubblicato in Inghilterra, una storia ambientata nell’Unione Sovietica all’epoca di Chruščëv. Il recente romanzo italiano di Nicolai Lilin, Educazione siberiana, si ispira in parte alla storia vera dei vory per creare la comunità immaginaria degli urka siberiani, che non sono mai esistiti nelle forme descritte da Lilin (detto per inciso, la parola urka significa semplicemente “delinquente” in russo).1 La vera fratellanza dei vory emerse all’interno del sistema carcerario sovietico, dove sviluppò intricati rituali simili a quelli della chiesa ortodossa russa. Un vor veniva nominato capo dai suoi pari e ciò gli dava di fatto licenza di perseguitare gli altri prigionieri, politici e non. All’interno dei campi, la fratellanza era in grado di controllare i nuovi membri e punire le infrazioni alle regole. I trasferimenti da un campo all’altro assicuravano la punizione dei trasgressori. Con il crollo dell’Unione Sovietica, quando i vory uscirono dal sistema dei campi, molti esperti predissero che si sarebbero trasformati nella nuova forza del crimine organizzato. I vory avevano rituali e tatuaggi, ed erano un gruppo criminale di livello nazionale già confezionato. Una volta usciti di prigione, alcuni vory divennero veri e propri criminali organizzati, con un territorio di competenza e in grado di mobilitare una mano d’opera violenta, come il signore robusto che teneva banco al ristorante di Perm’, mentre altri finirono alcolizzati o drogati, incapaci di intraprendere attività criminose di qualche rilievo. Questi ultimi cominciarono a vendere il titolo di vor per denaro e non c’era nessuno in grado di fermarli. Il marchio era troppo difficile da proteggere e perse valore rispetto ad altri, più credibili, quali la “Solncevo” moscovita, la “Tambovskaja” di San Pietroburgo e la “Uralmaš” di Ekaterinburg. I marchi criminali tendono a essere di dimensioni ridotte e di pertinenza locale. L’unica eccezione è quella del Giappone, che si spiega col ruolo quasi legale del crimine organizzato: più la mafia può operare allo scoperto, più facilmente riesce a stabilizzare se stessa e la propria reputazione e così a limitare usi impropri del marchio.

Ma se le mafie sono “aziende” desiderose di proteggere la loro reputazione, che cosa vendono? Per rispondere a questa domanda, facciamo entrare in scena Viktor Kulivar detto Karabas, freddato nel 1997 dopo un decennio di onorata carriera come boss del porto di Odessa. In assenza di uno stato capace di proteggere i cittadini e le loro transazioni economiche, Karabas garantiva ai commercianti la sicurezza totale da attacchi compiuti da racket concorrenti o da avidi funzionari ufficiali. Offriva persino un servizio di arbitrato nelle dispute commerciali, in cambio di una commissione del dieci per cento netto. I suoi ammiratori raccontano a Glenny che Karabas aveva circoscritto gli spacciatori a una sola zona del porto di Odessa e aveva impedito la penetrazione in città del traffico di esseri umani. Nel cortile del Bagno turco al numero 4 della via Astaškina di Odessa, una targa commemora le imprese di Karabas: la memoria va alle eulogie pubbliche per Don Calogero Vizzini e i suoi simili nella Sicilia degli anni Cinquanta.

Il caso di Karabas suggerisce a Glenny una tesi generale sulle cause del fenomeno mafioso oggi: all’origine vi sarebbe la fine del comunismo. Eppure questa tesi non tiene del tutto conto del fatto che le mafie sono esistite anche prima della caduta del Muro di Berlino, in paesi diversi come il Giappone e la Sicilia, entrambe economie di mercato avanzate. Vale la pena di ricordare come nacque la Yakuza giapponese, un aspetto poco noto della storia di quel paese. In Giappone la transizione da una società feudale e agraria a una moderna e industriale avvenne rapidamente, durante il cosiddetto periodo Meiji (1868-1911). In questa fase, il paese vide la fine del feudalesimo, la diffusione dei diritti di proprietà (soprattutto nella sfera agraria) e la promulgazione della costituzione scritta (1889) e del codice civile (1898) accompagnati da un processo di centralizzazione del governo, a spese dei poteri feudali locali. Come effetto della diffusione della proprietà, le dispute aumentarono, sia tra individui, che tra cittadini e lo stato, soprattutto nell’ambito della tassazione. Il nuovo stato centralizzato però non fu in grado di equipaggiarsi con strumenti rapidi ed efficaci per risolvere tali conflitti. Allo stesso tempo, la transizione produsse una crisi per l’ampia e ormai inutile classe dei guerrieri al soldo dei feudatari, i famosi samurai. Individui in grado di usare le armi cominciarono a offrire i loro servizi di risoluzione delle dispute e di protezione extra legale al miglior offerente, dando di fatto vita alla Yakuza.

Il Giappone moderno ha faticato a sradicare la Yakuza dai gangli vitali dell’economia di mercato. Nel 1949, ricorda Glenny, venne per esempio approvata una disposizione che limitava drasticamente il numero di laureati dalla Facoltà di Legge dell’Università di Tokyo ammessi all’esame da avvocato: questa misura non fece altro che lasciare scoperto un notevole settore per la risoluzione delle controversie. In assenza di protezione statale, la Yakuza poté continuare a offrire servizi illegali di risoluzione di conflitti patrimoniali, perizie fallimentari e persino richieste di indennizzo in caso di incidenti stradali.

La tesi di Glenny può essere resa più generale e diventare molto simile a quella sostenuta da diversi studiosi, come Gambetta, Curtis Milhaupt, Mark West e il sottoscritto: quando un paese sperimenta un passaggio all’economia di mercato che si rivela rapido e imperfetto, e sono presenti individui senza padroni pronti a usare la violenza, gruppi extra legali possono emergere ed essere in grado di offrire servizi di soluzione delle dispute economiche. Tali gruppi sono gli antenati delle mafie di oggi. Eppure sarebbe sbagliato dare un’immagine troppo rosea di questi individui. È vero che il fenomeno mafioso non si può ridurre a pura estorsione e in certi casi fornisce servizi che portano un vantaggio a settori della società, ma nondimeno la “protezione” mafiosa produce un disastro collettivo. Nella sfera economica anche la mafia migliore favorisce l’inefficienza e riduce la concorrenza. Per un buon mafioso è importantissimo assicurare al proprio “cliente” il predominio del mercato. Proteggendo ladri e altri criminali, i mafiosi promuovono ulteriore crimine, poiché il ladro sa di poter vendere le merci rubate. “L’onorata società” opera senza tenere in minimo conto i princìpi della giustizia, dell’equità o del bene della società in generale. In un tale mondo non si può parlare di “diritto” alla protezione per cui si è pagato. Gli “uomini d’onore” possono esigere altri favori o altri soldi, o possono colludere con altre organizzazioni contro clienti che hanno sempre pagato regolarmente, e non c’è nessuna autorità superiore cui la vittima possa appellarsi

Va aggiunto e sottolineato che le mafie non si fanno scrupoli a proteggere i commercianti di merci illegali, si tratti di sigarette di contrabbando o di droga, oppure di organi umani, di donne o di bambini. Un esempio tratto da McMafia è quello di una giovane donna che chiameremo (con un nome fittizio) Ludmilla Balbinova. Convinta a lasciare Chişinau, in Moldavia, venne fatta viaggiare clandestinamente da Mosca al Cairo e venduta a un gruppo di trafficanti beduini con cui attraversò il deserto in un viaggio faticoso e degradante (le ragazze furono costrette ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo). Alla fine del viaggio Ludmilla fu comprata da un russo tenutario di un bordello a Tel Aviv e costretta a servire in media venti clienti al giorno, fino a quando riuscì a scappare e tornare a casa. Oggi lotta contro l’AIDS in un rifugio di Chişinau gestito dall’associazione non governativa La Strada. La descrizione fornita da Glenny del calvario di Ludmilla è allo stesso tempo istruttiva e memorabile.

Ludmilla la “merce” passò dalle mani di un lungo elenco di commercianti – moldavi, ucraini, russi, egiziani, beduini e russi israeliani – sebbene non esista un’organizzazione singola che gestisca questo traffico: un gruppo diverso controlla ogni singola tratta. In effetti, molti studi mostrano come le mafie facciano fatica a migrare al di fuori del loro territorio originario e anche a controllare tutte le fasi di grandi traffici internazionali. Persino in Israele, paese di modeste dimensioni che ha visto un massiccio afflusso di immigrati dalla Russia, Glenny scopre che i mercati illegali più rilevanti, per esempio quello della prostituzione, sono controllati dal «crimine organizzato locale» più che da sussidiarie di mafie basate in Russia, come la Solncevo o la Tambovskaja. È molto difficile, per esempio, dirigere una succursale a Dubai da una base in India. Non a caso i boss della mafia italiana si nascondono nelle aree controllate dalle loro famiglie, ed è lì che vengono arrestati. Lasciare il proprio territorio equivarrebbe a mandare un segnale di debolezza. Il principe, come ci insegna Machiavelli, deve vivere tra i suoi sudditi. Sono molto più comuni alleanze strategiche tra mafie localizzate.

Una volta accumulati i capitali frutto delle loro attività, i racket devono in qualche modo investirli, come farebbe qualsiasi altra impresa commerciale. E qui entrano in scena la globalizzazione e il riciclaggio di denaro sporco. Glenny dimostra come la deregolamentazione dei mercati finanziari abbia aiutato alcune mafie a reinvestire il proprio denaro all’estero. Stranamente, gli individui con questo compito tendono ad assumere nell’immaginario collettivo e tra le forze di polizia di tutto il mondo i tratti di moderni Moriarty. Uno di questi personaggi è l’uomo d’affari di origine ucraina Semën Mogilevič. Dotato di una mente di prim’ordine (come Moriarty), Mogilevič si guadagnò il soprannome di “boss cervellone” grazie alla laurea in Economia conseguita presso l’Università di Lvov. Il suo nome è stato associato al traffico di armi e droga, affari petroliferi poco chiari, prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. All’inizio degli anni Novanta si inserì nel sistema finanziario canadese acquisendo il controllo di un’azienda quotata sulla Borsa di Toronto. Nel 1996 ebbe un ruolo importante nello scandalo della Bank of New York, quando due funzionari di origine russa (uno di loro in veste di vicepresidente) movimentarono oltre sette miliardi di dollari attraverso centinaia di bonifici illegali. I funzionari citati da Glenny lo definiscono «uno degli uomini più pericolosi del mondo».

Forse Semën può sembrare poco adatto a impersonare il moderno Moriarty per via del suo aspetto: calvo, pesa circa centotrenta chili ed è fumatore accanito – nessuna rassomiglianza dunque con il personaggio di Conan Doyle, descritto come un uomo alto, snello e ben sbarbato nel racconto Il problema finale. Ma ci sono anche ragioni analitiche per vederlo sotto una luce diversa. Nella galassia della malavita russa Mogilevič svolgeva una funzione specifica: investiva denaro per conto della Solncevo. Tra i suoi investimenti, molti furono disastrosi e qualcuno si rivelò redditizio. Di recente, pare avesse offerto i suoi servigi alla Gazprom. Più che la mente della Mafia Globale sospesa nell’iperspazio, Mogilevič è il prodotto di entità saldamente radicate in un ambiente preciso e, come molti altri loschi figuri menzionati in Mcmafia, non è una variabile indipendente: questi individui vengono assoldati con mansioni precise da stati, servizi segreti, multinazionali o gruppi mafiosi, ma senza esserne parte integrante. Quando perdono la fiducia dei loro padroni, la loro carriera giunge presto al termine.

In questo momento, Mogilevič è ospite di un carcere russo. Sospetto che i suoi capi, stanchi dei cattivi investimenti, lo abbiano licenziato dandogli come unica buona uscita un corredo per la prigione. Eppure i mafiosi potrebbero avere un motivo per rallegrarsi. La crisi attuale è diversa da quella di cui fui testimone nell’agosto del 1998. Le valute hanno retto e i criminali, anche se hanno subito delle perdite finanziarie, riescono ancora a riscuotere efficacemente i loro crediti e possono dunque prestare denaro alle attività commerciali di tutto il mondo affamate di contanti.2 Nel mcmondo in cui viviamo, dovranno solo fare attenzione a non farsi imbrogliare da banchieri senza scrupoli.

1 TOM RON SMITH, The Secret Speech, Londra, Simon & Schuster, pp. 464, £ 12,99. NICOLAI LILIN, Educazione siberiana, Torino, Einaudi, pp. 344, € 20,00.

2 . In questo momento in Inghilterra circa 165.000 famiglie sono vittime di usurai senza scrupoli, spesso legati alla prostituzione e al mercato della droga.

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9 Responses to Misha Glenny: McMafia – viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato

  1. véronique vergé il 18 luglio 2009 alle 15:57

    Complimenti. E’ un articolo ricco che svela la ragnatela della criminalità organizzata, il rituale osservato, l’importanza della “fama” di crudeltà, del terrore, l’elaborazione del sistema in sintonia con l’economia, il passaggio di un mondo a un altro.
    La parte che mi tocca di più è la storia di Ludmilla. Non si prla più delle ragazze schiave venute dall’Est, costrette alla prostituzione, vittime della mafia.
    Mi torna nella mente un film quasi documentario da un cineasta israeliano( Terre promise credo in francese) che mostrava ragazze comprate nel deserto e vendute a un bordello.

  2. sparz il 18 luglio 2009 alle 20:10

    agghiacciante, come tutte le storie, per di più vere, di questi mondi. Mi chiedo se questi fenomeni, oltre che avvenire in Russia, Giappone, Israele, ecc. ecc., avvengano anche in Francia, Germania, Spagna, questo nostro Occidente che talvolta ci sembra così tranquillo e “sicuro”.

  3. Federico il 19 luglio 2009 alle 11:13

    Grazie! il film e’ di Amos Gitai, giusto? Qui si chiamava “Promised land” (2004). L’associazione non governativa La Strada ( http://lastradainternational.org/?main=home ) fa un grandissimo lavoro per proteggere le vittime del traffico. Ma certo questo non è un “mondo a parte”, come scrisse Gustav Herling del Gulag sovietico, ma parte del nostro.
    Ps in tema di cose agghiaccianti, oggi sui giornali inglesi e spagnoli c’e’ la notizia che un boss messicano del narcotraffico ha telefonato ad una radio locale per giustificare gli ultimi omicidi. Offre uno spaccato del modo in cui questi pensano.

  4. Ares il 20 luglio 2009 alle 12:30

    Chissà quante migliaia di famiglie italiane in questo periodo sono vittime degli usurai.

  5. véronique vergé il 20 luglio 2009 alle 16:58

    Si Federico, è il film di Amos Gitai. Un film che rimane nella mente.
    Grazie per il commento.

  6. doarki il 20 luglio 2009 alle 23:47

    iniziò cosi:https://www.nazioneindiana.com/2008/12/09/usura-triptyque/

    La paura è il surrogato dell’attesa
    Arriva alla luce del sole come una domanda importante alla quale non sai dare risposta come una nota interrotta come una canzone che ti piace
    Sono in quello stesso retrobottega dove ho passato intere giornate a giocare a carte ma oggi non sono qui per giocare sono qui per pagare
    Con quello che ho rimediato con il caffè che non è di compagnia amaro come un loto acerbo devo regolare gli interessi tirare fuori i soldi
    Il mio compagno di briscola vuole gli assegni i foglietti e non che prenda con l’asso di denari come un tempo c’è un odore di dopobarba di quelli comprati all’ingrosso in taniche industriali e capelli tagliati per terra misti a segatura bagnata
    Fuori piove come dentro di me mi scivola fuori la mia stessa paura
    Le voci si fanno gentili ritornano amichevoli loro mi aiuteranno ancora basta accettare adeguarmi in fondo dicono nessuno mi ha puntato una pistola alla testa
    Capire pagare restituire andare ad un nuovo appuntamento continuare abbeverarti alla sua fonte andare al macello
    Capire che l’usura è una violenza invisibile una lenta agonia che ti aspetta a braccia aperte
    A quell’abbraccio ti ci mandano tante cose
    Ti ci manda il direttore della banca che decide il tuo destino perché dall’oggi al domani da uomo sei diventato un numero
    Ti ci manda la tua voglia di fare
    La tua voglia di lavorare di pagare i tuoi dipendenti di non deludere chi crede in te di non piegarti
    E allora devi spiegare andare all’incontro con chi non sai con l’altra faccia delle cose
    Quando il tuo problema diventa troppo grande scali le gerarchie non puoi più essere gestito dalla manovalanza scopri un nuovo livello come nei videogiochi, conosci il burattinaio chi tiene i fili dove porta il tuo filo chi è il tuo ragno
    Salire le scale entrare nel tempio in un giorno qualunque mentre fuori c’è il sole e ci vorrebbe la pioggia

    L’uomo indossa una abito fatto su misura elegante non c’è niente di squallido intorno a lui
    Sul pavimento fatto di marmo incise sulla pietra ci sono le iniziali in bella mostra dell’azienda che presiede
    Preferisco restare in piedi ascoltare il lento sommesso rosario del devi capire purtroppo i tempi sono difficili le cose non vanno come un tempo sai bisogna imparare
    Bisogna imparare in fretta
    E allora scopri tutti i trucchi
    Come procurarti un assegno rubato come ti consiglia il cassiere cosi avrai tempo fino al giorno che sarà incassato e poi quando ci sarà la denuncia dirai di non ricordare chi come e perché avevi quel titolo
    Come si balla il valzer degli assegni di giro con la riunione del pomeriggio a casa del geometra in modo che il tuo assegno copre quello di un altro e quello di un altro quello di una altro ancora che coprirà il suo in un valzer che dura uno due dieci giorni un mese quattro mesi otto mesi un anno
    Come scontare fatture inventate nel castelletto di un altro e aspettare il tuo turno per parlare con il funzionario per inventarti una compravendita che non c’è mai stata con tutti i particolari per finanziare un acquisto inesistente con una busta paga inventata con tanto di numero di assunzione di linea telefonica e con una donna che risponde come la segretaria dell’azienda e ti dice che sì quell’operaio impiegato dirigente lavora li da almeno un anno che i suoi dati corrispondono e poi passare finalmente all’incasso e correre, correre fino a sera tornare a casa, sorridere, continuare.

    In metallurgia l’usura è la progressiva rimozione di materiale dalla superficie di un solido.
    Nella vita è lo stesso.
    L’usura avviene per scalfitura strappamento macinazione o erosione.
    Come tutto quello che ti accade nella vita. Come tutto quello che non vorresti ti accadesse nella vita.
    E così progressivamente, inesorabilmente cominci a perdere pezzi stessi di vita il calore di una amicizia i primi brandelli dei familiari cominciano a sventolare strappati da un balcone e tra un sorriso di cortesia e quelli di facciata le giornate ti macinano gli impegni erodono tutti gli impulsi

    Poi tocca alle cose materiali
    Una alla volta vanno via in sequenza l’onore le liquidazioni la pensione dei tuoi la macchina e poi la casa dove abitava la tua famiglia proprio al centro della piazza impossibile da mantenere allo stesso prezzo con cui oggi non compri neanche un appartamento e i terreni che ti appartenevano da più di cent’anni neanche li riesci a vendere li perdi direttamente cosi come le carte che svolazzano al vento
    Ti resta una grande conoscenza dei termini di scadenza delle stanze di compensazione degli studi dei notai dei prestiti e dei debiti
    Come si contraggono e come si espiano
    E una parola sul tuo conto: estinto.

    Era cominciata così
    All’inizio c’era nebbia come sugli anni andati una nebbia così intensa da non poter vedere
    Le porte chiuse alle spalle senza nessuna metafora.
    Mi è capitato di notte pensando ad una poesia che ho imparato a memoria che parla delle cose fatte e di quelle che ci capiteranno non per punizione sfregio maledizioni ma per la semplice essenza dell’uomo e dell’alzarsi del sole
    Una sorta di resistenza interna termica
    Un elenco banale di cose non portate via
    La prima lettera d’amore
    Nessun rancore
    E come premio il mare.

    cv

  7. lucia cossu il 21 luglio 2009 alle 00:26

    grazie doarki

  8. carmine vitale il 21 luglio 2009 alle 13:15

    grazie a te lucia per la lettura
    è in fondo una vera testimonianza per comprendere meglio le cose
    un saluto
    c.

  9. Federico il 22 luglio 2009 alle 19:16

    dal Corriere di Oggi: Draghi: «Rischio aumento dell’ usura»
    Il governatore di Bankitalia: «Con la crisi le imprese sono più aggredibili dalla criminalità organizzata»
    L’ALLARME- Per il numero uno di Palazzo Koch «c’è un altro aspetto per cui la crisi economica ha assunto rilevanza nelle questioni di cui qui oggi ci occupiamo. Durante la crisi le imprese vedono inaridirsi i propri flussi di cassa e vedono cadere il valore di mercato del proprio patrimonio. Entrambi i fenomeni rendono le imprese più facilmente aggredibili da parte della criminalità organizzata. Anzitutto, ma non solo, attraverso l’esercizio dell’usura nelle sue diverse considerazioni».



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