Perché non ho smesso di scriverti versi

di Simone Consorti

 

ConsortiCover (2)

 

 

 

 

D’ in sulla vetta d’ una torretta

Visionario, solitario stai

Passero che sogni ben altra vetta

 

 

Passero che non ti passerà mai

Di lì vedi dentro una toletta

Una donna che con gesti gai

E’ più di mezz’ ora che si umetta

Mentre in cucina il forno fa guai

Vedi ragazzi andare di fretta

Chissà dove, verso quali viavai

Dalla toletta spunta una tetta

Ma tu te la sei persa. Ahi

Tutto il mondo non è che disdetta

Canti e trapassi questo lo sai

E sempre è la parola non detta

Quella che in punta di lingua hai

Dovremmo fondarla questa setta

Di disperati! Che società! I

Membri saremmo io te chi è in bolletta

Leopardi, e quant’ altri. Dai

Figurati che mi innamorai

E lei era talmente abietta

Che quando una volta mi ammalai

Si rifiutò di farmi la peretta

Passero, questa vita va stretta

A te come a me, vita di guai

Senza donne o qualcuno che ammetta

di amarci con l’ anima; in mezzo a vespai

E a libri buoni solo a far cassetta

Senza più editori buongustai

…No, pur senza l’ alloro che ti spetta

Tu del tuo costum non ti dorrai

Né io cercherò una mia vendetta

Io scriverò e tu il volo prenderai

Quando l’ uomo che tra sé balbetta

La sua noia più non capirai.

*****

 

 

La bocca a forma di chiglia vichinga

si aggirava come sempre ubriaca

tra i divani, con le mani da zingara

esperta in amore ed il cuore staka-

novista, vuoto come una siringa

Girava col suo umore di lumaca

si fermava preparando un’ arringa

Ma appena apriva bocca… una cloaca

Voleva le provassimo il respiro

perché il suo uomo lui l’ avrebbe uccisa

se la scopriva. E se gli davi retta

appena gli giungevi sotto tiro

crollava come una torre di Pisa

con quella sua bocca a forma sospetta

Io in genere non mi trovavo il naso

quando passava lei: me lo schiacciavo

per renderlo meno ovvio e, nel caso

me lo scopriva, agghiacciato gridavo

di non averlo, che ero tutto raso

da quando ero finito accanto, a tavola

a un noto assaggiatore sadomaso

smorsato prima e quindi fatto incavo

Mi risparmiò sempre, per tenerezza

forse. E fu una fortuna tutta mia

che quella strana vita sia passata

Solo a distanza colsi la sua brezza

Ma oggi, forse, dalla nostalgia

mi ci sottoporrei, alla fiatata

Giuro che sembrava di stare dentro

un racconto di Poe: proprio nel centro.

Poesie tratte da “Perché ho smesso di scriverti versi“, Aletti 2009.

[Prefazione di Stefano Petrocchi -Ho iniziato a leggere i versi di Simone fra una lezione e l’altra, all’università. Di tanto in tanto mi passava qualche foglio scritto con la stampante ad aghi, che io mettevo via quasi subito. Non c’era molto da dire: quelle poesie mi sembravano, e ancora oggi mi sembrano, bellissime. La ragazza che camminando diceva con le anche cose tutt’altro che fatue, il passero la cui solitudine non passerà, ma anche la principessissima che in questo libro non figura, prendevano posto senza fatica nel mio immaginario accanto a Bocca di Rosa, Valmont e Toto le héros.

Dei versi e dei libri degli altri si parlava invece parecchio. Non c’è voluto molto a scoprire in Simone una versione aggiornata del lettore totale di cui scrive Mallarmé – nel suo pantheon di riferimento si indovinavano, tanto per cominciare, Catullo, Leopardi, Gozzano, Fred Buscaglione, De André, Woody Allen… Tuttavia lo stato di malinconico esaurimento che avrebbe dovuto conseguirne, sembrava produrre in lui non tanto tristezza quanto un’euforica tensione creativa. Guardate le rime. In alternanza a quelle più facilmente cantabili prende vita nelle poesie di Consorti un campionario inopinato di parole spezzate o agglutinate alla fine del verso: reci (/ Ta davanti…) in rima con preci (/ Pizio versicolo non ha in sé alcun significato ma a sua volta fa eco con Vizio), artisticon Lizst, i (/ Concerti), staka- (/ novista) con lumaca. Quest’ultimo esempio, per altro, compare in un testo che è un autentico tour de forcestilistico, con versi ipermetri, rime per l’occhio e così via (La bocca a forma di chiglia vichinga).

L’uso a tutto campo della rima a me pare la cifra della scrittura in versi di Consorti, insieme con la tendenza al recupero di strofe e metri tradizionalmente strutturati: non proprio di canzoni, sonetti o sestine è fatto il suo canzoniere, ma a queste forme si pensa inevitabilmente in quanto alluse e talvolta garbatamente parodizzate. Se metto l’accento su questi aspetti tecnici è anche per provare a suggerirne una lettura di senso che vada oltre la predominante componente ludica. Forse non è del tutto azzardato intravedere, nelle fratture e ricomponimenti tra parole o nel ritorno percussivo delle rime, l’immagine sensibile di un’esperienza di separazione (patita, deprecata, esorcizzata) e ricongiungimento (instancabilmente sognato) con il destinatario di questi versi.

L’autore racconta soprattutto il momento dell’apparizione numinosa dell’oggetto del desiderio, l’accelerazione del battito cardiaco e l’appannamento della vista, e poi il momento dell’abbandono bruciante in cui il tempo con-vissuto con la donna amata ritorna come rimorso, recriminazione, rimpianto. In questo senso il titolo della raccolta, Perché ho smesso di scriverti versi, sembra indicare lo spazio strettamente delimitato tra amore e disamore in cui può accadere la poesia: nonostante lo sconfinamento verso temi ulteriori e perfino qualche accenno “civile” nella sezione centrale del libro (complessivamente più “libera” nell’orchestrazione formale), scrivere per Consorti presuppone sempre un dialogo privilegiato con un “tu” femminile assente.

Ricordo che Simone, alle mie insistenze perché raccogliesse in volume i suoi versi, rispondeva che si proponeva di farlo dopo essersi impegnato nello scrivere un certo numero di romanzi. Il fatto che intendesse ascendere una sua stravagante scala di rispettabilità nelle occupazioni letterarie, conoscendolo, non mi sorprendeva. Avendo avuto ripetute prove del suo talento sapevo che era soltanto questione di tempo. ]

 

 

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  3 comments for “Perché non ho smesso di scriverti versi

  1. véronique vergé
    23 dicembre 2009 at 17:19

    La rima e il ritmo fanno uno spazio alla vita, quando mi ha sembrato,
    che l’anima nel centro della poesia, scruttatore della vita, sente immobilità,
    nocciolo della tristezza amorosa,
    la musica salva il passaggio del desiderio
    al sentimento di disgusto,
    e fose dell’illusione scrivere il vincolo
    tra gli esseri.
    Il corpo addolorito in la luna nera
    del desiderio.

    Belissima poesia che strappa qualcosa di noi.

  2. 23 dicembre 2009 at 18:21

    Grazie a Marco Rovelli per aver postato queste bellissime poesie di Simone Consorti, un vero grande talento. A giudicare da questi canti ironici si nota la grande capacità tecnica di piegare le cosiddette “forme chiuse” alle più disparate esigenze dell’espressione, così che l’endecasillabo in quartine o in ottave e sestine alternate con distico finale si piegano perfettamente alle esigenze del ritmo e dell’espressione senza minimamente appesantirne il respiro. Questo è possibile solo con una grande padronanza tecnica al servizio di una forte e sentita ispirazione. Del resto Simone Consorti ha dato prova di essere molto versato anche nella poesia narrativa, d’invettiva, non gridata e non retorica, ma tutta nel testo dei “parlanti” che “si fanno” sulla carta, un po’ alla maniera dell’antologia di Spoon River di Lee Masters. Penso a Nome e soprannome, 2001 e soprattutto a Made in Italy , 2009 Editrice Atelier.Contrariamente che in Lee Masters, in Consorti non c’è il senso nostalgico e desolato dei morti che “parlano” retoricamente al lettore-vivente. Qui la forza è tutta nell’antiretorica della rappresentazione a tutto tondo di personaggi- mostri, emblemi di ciò che pullula negli ambienti urbani , nelle periferie del postcapitalismo, “from under”.
    Nessun artificio retorico; ritmo e stile sono tutti nella rappresentazione, nello “sparire” della voce del poeta-narratore:pefetto esempio di mitopoiesi o di “mise en abime” senza nulla concedere al narcisismo o all’interferenza del poeta /autore : qui si vede cosa vuol dire “rappresentare e far parlare un personaggio, sparendo, non lasciando intravedere la “funzione di regia” del poeta/narratore: quando ciò riesce, allora il “testo” ha raggiunto lo scopo, ha un suo perfetto equilibrio, al di là della forma chiusa (rima, metro) o aperta (verso libero).
    Sì, sono d’accordo con Petrocchi circa la versatilità e il grande talento di Simone Conforti. Sarebbe un bel modo di ricordarlo, da parte di tutti coloro che amano la poesia, comprando , regalando e facendo circolare i suoi testi. Ne vale davvero la pena.

  3. daniele lucci
    3 gennaio 2010 at 09:29

    Trovo queste poesie davvero musicali e felici. Ogni immagine si risolve in un suono, che ne è una specie di eco. Già alla prima lettura, alcuni versi rimangono impressi nella memoria. Spero di poterne leggere presto altre

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