Colpo di Stato in 5 mosse

31 marzo 2010
Pubblicato da

a Luigi

-Mossa n. 0. Il re che cede alla tentazione di esistere, ha già compiuto il primo passo verso la propria caduta. La mossa numero zero del colpo di stato spetta al re in carica.
-Mossa n. 1. L’inizio. All’inizio, la posizione del servo è la più vantaggiosa, oltre che la più pericolosa. È anche tra le posizioni più difficili da raggiungere, poiché il vero servo è colui che è sempre accanto al re. Durante questa fase, bisogna agire solo quando il re lo ordina.
-Mossa n. 2. La transizione. Nella fase di transizione, quando ci si prepara a diventare a propria volta re, è un continuo viavai di messaggeri, spie, amanti e traditori; è il momento della potatura, durante il quale la propria identità viene cancellata dal contatto abrasivo con la corte e con l’intrigo. La potatura è infinitamente più importante della corte o dell’intrigo che pure l’hanno provocata.
-Mossa n. 3. La descrizione. Non c’è modo più sicuro per far precipitare un re che quello di descriverne con lucidità la tecnica di potere. Tentato da questa descrizione, il re vorrà talvolta correggerla, talaltra invece, come se fossero i fili che legano una marionetta, si atterrà alle parole che descrivono la sua potenza, giudicandole esatte. In tutti e due i casi, finirà comunque con il rivelare il proprio segreto, diventando vulnerabile.
Sembra che allo stesso modo le tigri, se poste di fronte ad uno specchio, restino paralizzate.
-Mossa n. 4. L’eliminazione. L’eliminazione del re deve avvenire per mano altrui, e per motivi del tutto estranei ai propri. (Del resto, dopo la mossa numero due qualsiasi motivo o fine deve per forza di cose diventare estraneo e indifferente.) (v. Appendice, infra).
-Mossa n. 5. La fine. Una volta preso il posto del re, ogni attività deve cessare; ogni decisione, ogni azione, ogni esibizione, ogni macchinazione, ogni pensiero, ogni ordine, devono essere aboliti, perché ora sono diventati dannosi.
Quest’ultima è la parte più ardua, quella dove quasi tutti si perdono.

Appendice alla mossa n. 4 del Colpo di stato: Lettera di un padre amorevole al proprio figlio.

Molte volte, nell’arco della vita, l’uomo è colto dalla fantasia di sterminare un proprio simile, ma sono molto pochi, rispetto a quanti provano tale desiderio, coloro che in effetti lo portano a termine, e ancora meno sono quelli che vi si preparano con pensieri e ragionamenti, qualunque cosa possano significare, in simili turpi tempeste, parole come “pensiero” o “ragione”. Eccoti dunque, figlio amatissimo, dopo la lettera sui tacchi delle scarpe e quella sulla gomma da masticare, una nuova lettera, dove troverai riflessioni e indicazioni attorno all’assassinio, qualora tu voglia commetterne uno.
Si può voler uccidere la persona che in un dato momento è stata o è oggetto di odio, tale che la si giudica meritevole di morte; anche chi prova odio per noi, lo vorremmo assassinare per timore che possa nuocerci in futuro; a volte, d’altro canto, vogliamo uccidere anche coloro che sono oggetto non dell’odio ma del nostro amore, o coloro del cui amore siamo noi l’oggetto; volentieri, pure, si immagina di uccidere chi ci appare del tutto indifeso, come un vecchio o uno storpio; infine, può succedere di voler uccidere chi ci è del tutto indifferente.
Enumerate le vittime, passo a descrivere le specie dell’assassinio, e mi sembra che tali specie potranno essere solo due: e della prima specie saranno tutti gli assassinii la cui esecuzione sia di un qualche vantaggio a chi li compie, mentre alla seconda specie appartengono quelli che, portati a termine, non ne procurano nessuno; avrai cioè una specie di assassini che hanno un fine, e un’altra, in cui gli assassini eseguono il loro delitto senza un preciso scopo.
Delle uccisioni sacrificali praticate durante i riti religiosi, non terrai alcun conto, considerandole estranee alla natura del nostro oggetto, anche se uno potrebbe dire che ogni assassinio è in realtà un sacrificio eseguito per placare l’ira di un qualche dio.
Negli assassinii compiuti tenendo di mira un vantaggio, poi, occorrerà distinguere tre generi: quelli in cui il vantaggio è proprio, come in un assassinio per vendetta di un torto che tu abbia subito; quelli in cui il vantaggio è altrui, come in un assassinio che tu debba eseguire per conto di qualcun altro; e infine quelli compiuti contro uomini di comando, e in cui il vantaggio, dicono, andrà ai più: appartiene a quest’ultima specie l’assassinio politico. Tuttavia, tale sistemazione delle specie dell’assassinio dovrà tenere conto di un fatto che le rende in realtà tutte molto simili tra loro, ed è che, a quanto sembra, i più non possono eseguire alcuna azione senza che gliene venga un qualche premio: perciò vedrai che un uomo che uccida per conto di qualcun altro, vorrà sempre ricevere una ricompensa per il suo delitto, e d’altra parte l’omicidio politico è sempre eseguito o fatto eseguire dalla fazione che ne trarrà, o crede di trarne, il più immediato e consistente vantaggio. Pertanto, negli assassinii eseguiti con un preciso scopo, non si può dare che quello che compie materialmente l’assassinio non speri di ottenerne un qualche sia pur minimo vantaggio.
Un’altra distinzione andrà fatta riguardo la natura di questo vantaggio, che potrà essere materiale, come nel caso che tu uccida un uomo per impossessarti dei suoi averi, o spirituale, come chi decida di assassinare un infante per trarre piacere dal terrore di quello, o di assassinare un tiranno per salvare la propria patria.
Di tale genere spirituale dovette essere, per esempio, il vantaggio che venne dall’accoltellamento di Cesare da parte dei senatori, quale ci viene tramandato nelle storie della Roma antica. Di tali accoltellamenti probabilmente non se ne vedrebbero mai nelle odierne camere del Senato, sebbene i loro componenti continuino a fregiarsi del titolo di senatori. Anche se i nostri senatori avessero il timore che il governo della repubblica stia scivolando verso la tirannide, infatti, sarebbero mai capaci di una congiura che avesse come scopo il pugnalamento pubblico del tiranno, nella camera del governo, davanti a telecamere e riflettori? Credo di no, figlio mio, sebbene certo tali senatori odierni potrebbero, o forse già hanno potuto, organizzare una simile congiura, e provocare la morte del tiranno o di altri avversari: ma se ciò avvenne o avviene o avverrà, è sempre attraverso vie celate, e non pubblicamente. In tempi non lontani, si organizzavano le fucilazioni, che possono essere considerate un assassinio politico, ma che tuttavia non venivano quasi mai eseguite da quegli stessi che le avevano ordinate, e che pertanto sono anch’esse differenti dall’accoltellamento di Cesare.
Per venire al secondo punto della divisione che ti ho indicato, cioè quello dell’assassinio la cui esecuzione non provoca alcun vantaggio, né materiale né spirituale, si può dire che esso avviene, nella maggior parte dei casi, per un puro accidente, come può essere il caso dell’omicidio che gli uomini di legge chiamano colposo, o di un assassinio che, pur dovendo procurare un qualsiasi vantaggio, non ne ha procurato alcuno, come avviene di molti assassinii politici: e ti confesso di ritenere che l’assassinio politico vada posto a metà strada tra gli assassinii che procurano un vantaggio, e quelli che non ne procurano alcuno. Similmente, dirai che ogni assassinio, anche il più apparentemente distante dai luoghi del potere, può, sotto un certo aspetto, essere considerato un assassinio politico.
Sebbene la maggior parte degli assassinii privi di vantaggio sia dunque costituita da assassinii colposi o il cui scopo non è stato conseguito, all’interno della nostra divisione questi due generi sono da considerarsi di un tipo impuro, per così dire, inquantoché, sebbene effettivamente non abbiano prodotto vantaggi, tuttavia o furono eseguiti per un semplice errore, o furono concepiti per uno scopo, e se non l’hanno poi conseguito, ciò non significa che un tempo non l’abbiano avuto.
Dovendo comunque stabilire quale tra questi due tipi di assassinio sia da ritenere più puro, e cioè quale sia maggiormente privo di scopo, credo che sceglierei quello che, pur avendo uno scopo, non lo conseguì. Sembra infatti che all’uomo non sia concesso di agire contro la propria volontà, e pertanto gli assassini involontari vanno considerati alla stregua di chi, pur senza avvedersene, aveva una celata volontà di uccidere. E se tale segreta volontà è di certo presente in coloro che assassinano qualcuno in preda ad una qualche insanità mentale che li colga improvvisa o che li vinca dopo un lungo assedio, lo può anche essere in coloro che, in preda a un qualche genere di distrazione, compiono un gesto che finisce con il provocare la morte di uno o più, quando non di loro stessi.
Posta in tal modo la questione, è verosimile che l’assassinio che, una volta eseguito, non conseguì lo scopo per il quale era concepito, fosse stato, nel più profondo intimo di chi lo progettò, privo per l’appunto di tale scopo, e sia pertanto da giudicare più vicino al secondo punto della nostra divisione.
Per quel che riguarda le armi da usare in un assassinio, e coloro che le fabbricano, poi, attendi quella, delle mie prossime lettere, dedicata alle chitarre.
Rimane però ancora da stabilire cosa sia in effetti l’ultima specie di assassinio, quella cioè cui non è mai stato legato, fin dalla sua ideazione, non solamente nelle profondità dell’animo, ma anche alla sua superficie, alcuno scopo.
Un assassinio senza uno scopo appartiene a quel tipo di atti i quali vengono compiuti senza volontà, e la cui esecuzione, se hai ben meditato sul contenuto di questa e altre mie lettere, è preclusa alla moltitudine; quest’ultimo tipo di assassinio, pertanto, è quello che più raccomando a te, figlio amatissimo, come il più difficile da conseguire, e il più necessario di una profonda disciplina spirituale.
Gli alberi sanno forse delle loro foglie quando cadono? Eppure tutti i giorni moltissimi ne lasciano andare morte. Ecco, tu stesso sul flusso del tuo sangue non hai maggior controllo che sulla corrente di un fiume, e allo stesso modo dovrai regolarti nell’esecuzione dell’assassinio: dovrà accadere come a un fiume che precipiti in una cascata, e, come il fiume non sa nulla del proprio percorso, né il fiore alcunché della propria bellezza, così anche tu dovrai compiere l’assassinio senza sapere nulla del tuo cammino verso di esso, come se in ogni momento il pugnale che tieni in mano dovesse servire semplicemente per forzare un barattolo troppo serrato, piuttosto che piantarsi nel cuore della tua vittima. Per far questo considera in ogni momento, figlio mio, che la via che porta all’assassinio è ritorta e piena di false svolte, e che dunque ogni tuo passo, ogni tuo più piccolo gesto, anche quando tu non ci poni mente, possono essere passi e gesti che ti avvicinano all’esecuzione dell’assassinio senza che tu lo sappia o ne abbia memoria, o anche essere passi e gesti che al contrario ti faranno sboccare in uno di quei falsi sentieri che, in apparenza, non conducono a nulla.
Solamente Dio, infatti, conosce la vera Via,
tuo padre ti saluta e ti abbraccia.

(Traduzione dal francese e dal latino di A. Angera)
Il testo è tratto da Lapin, “In cuniculum“, La Carmelina, Ferrara, 2009
Foto di Marco Belli. Si ringrazia Viviana Piccolo

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2 Responses to Colpo di Stato in 5 mosse

  1. Alla canna del gas. « LIBERALBLOG il 31 marzo 2010 alle 12:44

    […] Perdere le elezioni non piace a nessuno, ma si sa la politica è così, non contempla il pareggio, o si vince o si perde. Sta il fatto che chi è abituato a perdere da molto tempo (la Sinistra) dovrebbe avere già l’adeguato patrimonio immunitario alla sconfitta e quindi cercare di reagire con un certo stile ed una certa eleganza. Male che vada, ci si dovrebbe abbandonare ad una sbronza o alla consueta sniffata di coca. Qualcuno invece ha optato una scelta assai radicale: la canna del gas, non so come altro spiegare questo post. […]

  2. Samuele Parlato il 1 aprile 2010 alle 12:42

    il non velato circuito che s’è voluto creare tra questo (bel) testo e le appena compiute elezioni non sarebbe male, peccato che poi, Comencini insegna, il racconto della storia prende una piega totalmente opposta a quanto esposto nella lettera deamicisiana. Oddio, a pensarci magari non sarebbe male: invece di un delitto per diletto (un diletto regale, completamente disinteressato e grazioso, quindi in pieno accordo con la disposizione d’animo descritta verso la fine nel testo del Lapin), un sommovimento profondamente volontario e preciso e spietato. Chissà fra un secolo che fiction ne tireranno fuori (e peccato pensare che Martinelli, per allora, non potrà più prestare i propri servigi ai politicanti di turno).



indiani