Senza materialismo, ovvero la sinistra opinionista

15 aprile 2010
Pubblicato da

di Rocco Ronchi

Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all’interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un’epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.
La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L’arena della contesa è la sfera dell’«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l’ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l’intenzione programmatica di rompere con l’eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.
Le conseguenze di questa precisa opzione ideologica sono la cronaca politica degli ultimi anni. In primo luogo, quel fenomeno registrato dalla chiacchiera giornalistica come «buonismo» e stigmatizzato dagli avversari come difetto di «realismo». Divenuta opinione, la sinistra non può infatti che essere la paladina delle buone intenzioni e delle buone pratiche contro le cattive intenzioni e le cattive pratiche attribuite sistematicamente all’avversario. Nell’ambito della contesa politica, essa si autocomprende come la portatrice dell’opinione vera – vera perché disinteressata, vera perché votata al bene pubblico – di contro all’opinione falsa perché viziata dall’interesse privato e dal calcolo egoistico. D’altronde la verità di tale opinione non può avere altro fondamento che una persuasione cocciuta. Nessuna scienza, infatti, la sorregge e la giustifica, dal momento che il materialismo come scienza della prassi è stato liquidato dalla stessa sinistra come inutilizzabile ferrovecchio «marxista».
In secondo luogo, il moralismo e lo snobismo estetico. Fattasi questione di opinione, la lotta politica cessa di essere «politica». Prende piuttosto la forma prepolitica e impolitica del ribrezzo morale e della ripugnanza estetica. Non ha torto Berlusconi quando afferma di essere il collante dell’opinione di sinistra («il partito di Repubblica»). In tanti, in questi ultimi anni, hanno avuto modo di constatare come persone indubbiamente «di destra» si siano risolte a fiancheggiare la sinistra, perché per cultura, per rettitudine morale, per buona educazione, trovavano insopportabile – sul piano estetico e su quello morale – le performance del capo e della sua oscena cricca. Il giudizio politico era sostanzialmente irrilevante. Ora, il sentimento di disgusto è certamente giustificato, tuttavia c’è da chiedersi se possa essere efficace per una trasformazione reale dello stato di cose, se possa funzionare politicamente o se non sia piuttosto il segno di una metamorfosi della sinistra in una specie di «ceto sociale» (ampio ma minoritario) caratterizzato dalla condivisione intellettuale degli «eterni ideali» del buono, del bello, del vero e del giusto. Presso questi palati idealisti il «buon gusto» sostituisce la «coscienza di classe» e il Kitsch – definito dallo scrittore Hermann Broch l’equivalente estetico del male morale – diviene il nemico da combattere. In tempi certamente più duri dei nostri e, perlomeno, altrettanto privi di speranza, un vecchio materialista come Bertolt Brecht si faceva beffe di questo genere di sinistra. Invece dei leghisti, doveva fronteggiare Hitler all’acme della sua potenza, eppure lanciava frecciate al vetriolo agli intellettuali di sinistra che vendevano Ansichten o Meinungen (opinioni) all’angolo della strada, credendo «idealisticamente» che «persino il fatto che avete fame dovete apprenderlo dai libri» (la citazione è tratta da Dialoghi di profughi, opera di sconcertante attualità composta durante l’esilio finlandese di Brecht e che da tempo immemorabile è purtroppo sparita dalle nostre librerie)
Infine, la contraddizione ultima in cui si viene a trovare una sinistra mondatasi dal materialismo: essa diviene movimento d’opinione nel momento in cui, per ragioni esclusivamente materiali, la sfera dell’opinione pubblica è venuta meno. Il consenso razionale che la sinistra cerca suppone infatti un’opinione pubblica di taglio kantiano, una specie di grande «coro» composto da uomini liberi e assennati di fronte al quale gli attori della scena politica devono proporre le loro opinioni. Con il voto l’opinione pubblica giudicherebbe e la palma del vincitore dovrebbe andare all’opinione migliore. Tale supposizione «razionalistica» (molto «alla Habermas») spiega perché poi, sotto sotto, a dispetto delle tante botte prese, la sinistra non riesca a farsi una ragione delle sue ripetute sconfitte e inclini così verso il risentimento e il disprezzo aristocratico nei confronti di quella stessa gente che vorrebbe persuadere.
Ma l’opinione pubblica non è la sfera della libera discussione razionale. È piuttosto un prodotto artificiale, una costruzione materiale dei media. A caratterizzarla sono paura dell’isolamento e gregarismo, mimetismo e violenza. Un materialista non coltiva illusioni sulle masse e non matura, quindi, risentimenti elitari. Un materialista sa, come scrive Jean Paul Sartre nella Critica della Ragion dialettica, che le opinioni della maggioranza si producono per contagio, in quanto ognuno nella massa pensa, desidera e «opina» secondo l’Altro. Gramsci fissava materialisticamente nell’egemonia l’obiettivo della pratica politica socialista: per cominciare a vincere bisognava cioè occupare il posto dell’Altro, divenire il principio di un nuovo contagio emotivo ed ideologico. Gilles Deleuze, negli anni ’70, parlava di «concatenazioni collettive di enunciazione» che si devono diffondere epidemicamente. La destra lo fa quotidianamente occupando militarmente le casematte della comunicazione sociale. Ignorare o sottovalutare questo livello dello scontro, fare spallucce quando si solleva la questione «materiale» della comunicazione e del suo monopolio di fatto, dando a intendere che si hanno ben altri e più profondi problemi di cui occuparsi, significa per la sinistra abdicare in anticipo al proprio ruolo critico.
Il materialismo aveva assicurato alla sinistra un fondamento scientifico. La «novità» del marxismo rispetto all’eterna e indeterminata fame di giustizia, che caratterizza strutturalmente un’umanità gettata in una situazione di «penuria» (l’espressione è ancora del Sartre «dialettico»), è tutta qui. Gli offesi, per una volta, hanno avuto a disposizione per la loro lotta, non una morale, ma una scienza: una scienza della storia e una scienza della natura. Con il marxismo, la filosofia, come scienza della verità, è entrata prepotentemente nell’arena della lotta politica e gli offesi hanno finalmente potuto fare a meno di una morale astratta, con il suo corredo ideologico di ideali e di valori. Brecht lo aveva capito benissimo: divenuti scienziati materialisti, gli ultimi si potevano liberare dal ricatto della virtù, alla quale venivano educati per sopportare stoicamente la loro miseria oggettiva. Il marxismo, per lui, assume il valore del Metodo, nel senso cartesiano e scientifico del termine. Lo qualifica con l’aggettivo «Grande» perché assicura non solo la conoscenza certa ma anche la liberazione dell’uomo e la possibilità di una vita finalmente «gentile», «al di là del bene e del male» (il marxismo di Brecht, da questo punto di vista, è profondamente nietzscheano). Senza tale incondizionata fiducia nella filosofia (cioè nella scienza), perfino gli orrori del comunismo, vale a dire la sua strutturale amoralità pragmatica, resterebbero senza spiegazione.
Alle spalle della sinistra attuale non vi è allora, come ingenerosamente si crede, il vuoto delle idee. L’imprecisione ideologica che la caratterizza, financo nel nome (che vuol dire infatti «democratico»?), è figlia di una crisi schiettamente filosofica. Non è soltanto la crisi del Grande Metodo quella che genera la nostra sinistra «post-moderna» e «post-materialista», ma è la crisi dell’idea stessa di scienza, della possibilità cioè di fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura). Una crisi tutta novecentesca della quale è perfino inutile tracciare la storia tanto è nota. Venuto meno il rapporto con l’Assoluto, non restavano che i valori, gli ideali eterni di giustizia, le tradizioni più o meno nobili alle quali fare riferimento e con le quali sperare di persuadere una opinione pubblica artefatta: le «opinioni», insomma. L’alternativa di fronte alla quale una sinistra «leggera» si è trovata a scegliere era, dopotutto, quella posta dal vecchio Platone all’inizio della filosofia: o scienza o opinione, verità o retorica, pedagogia o seduzione. Se oggi le si rimprovera di assomigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, la scelta era obbligata: opinione, retorica, seduzione.
Il vicolo cieco nel quale si è cacciata è ben espresso da una grande mistica cristiana, materialista e platonica, Simone Weil. La Weil osservava, infatti, che quando le opinioni regnano sovrane, quando la scienza non è più in grado di guidare l’azione, la sola legge che decide quale opinione prevarrà è quella della forza e del prestigio: forza e prestigio della retorica, forza e prestigio del denaro, forza e prestigio delle armi. Tutte doti, lo sappiamo, date in grande profusione proprio all’avversario che vorremmo combattere. Se, dunque, non si vuole assistere alla definitiva metamorfosi della sinistra in ceto sociale minoritario, la questione teorica e pratica del materialismo (il Grande Metodo) deve essere posta all’ordine del giorno. Lo si dovrà fare però senza indulgere in tentativi ingenui di «rifondazione». La crisi del materialismo, la crisi novecentesca dell’episteme, dunque anche la crisi del marxismo, deve essere parte integrante nel nuovo discorso teorico materialista. Le ragioni che rendono allora particolarmente interessante oggi la lettura di un testo giudicato per molto tempo out of date come la Critica della Ragion dialettica di Jean Paul Sartre sta proprio nella sua pretesa di andare materialisticamente oltre il materialismo storico e dialettico.
In un saggio denso, arduo e appassionante titolato La materia della storia. Prassi e conoscenza in Jean Paul Sartre (Ets, Pisa 2009), che ha il sapore del corpo a corpo intellettuale con un pensiero difficile e sfuggente, Florinda Cambria ha chiamato questo esperimento «materialismo assoluto». Sartre, scrive, non pensa la materia come dato inerte o come fatto costituito, ma come prassi in atto, come un farsi che si fa e che non è mai completamente fatto, e spoglia questo fare dalla dimensione «soggettiva» e «umana» che sembrerebbe implicare (anche nel suo pensiero precedente), per restituirlo allo «sfondo di immanenza» che lo contiene. C’è insomma fungente alle nostre spalle una specie di totalità aperta e in divenire che ci «avviluppa» (l’espressione è di Sartre), in cui i confini dell’organico e dell’inorganico, del naturale e della protesi tecnologica, dell’umano e del non umano, sfumano fino a perdersi.
La materia dei materialisti assoluti assume allora i contorni di questa totalità che non è né storia umana né natura oggettiva e che non cessa di presentarsi, con le sue «esigenze», in tutte le concrete «situazioni di penuria e di lotta» nelle quali siamo gettati.
Kalle e Ziffel, i due protagonisti del Dialogo di profughi di Brecht, avrebbero senz’altro apprezzato questo modo profondamente spinoziano di parlare della materia, così diverso, a giudizio di Ziffel, da quello dei «tedeschi» (cioè degli intellettuali), «i quali sono poco dotati per il materialismo. Anche quando ce l’hanno, ne fanno subito un’idea, e allora è materialista uno che crede che le idee derivino dalle condizioni materiali e non viceversa, e della materia non se ne parla più». Parlarne nuovamente è invece oggi assolutamente necessario. Per questo bisogna salutare come un importante evento editoriale la recente pubblicazione del dimenticato libro di un trascurato autore «marxista», Josef Dietzgen, L’essenza del lavoro mentale (Mimesis), un autodidatta di genio, conciatore di pelle e agitatore rivoluzionario internazionalista, che aveva suscitato, al suo primo apparire, nel 1869, gli entusiasmi di Marx e di Engels (il volume contiene inoltre in appendice la prima edizione critica integrale in italiano della Acquisizione della filosofia del 1895). Come ricorda il curatore del volume, Paolo Sensini, Dietzgen, muovendo da un’analisi materialistica del processo della conoscenza, spinge la sua ricerca fino all’elaborazione di una nuova filosofia della natura, di indubbio sapore spinoziano, nella quale la materia si spoglia della sua veste «metafisica» e «filosofica». Non più semplice cosa inerte data in spettacolo a un soggetto separato ma totalità che ci avvolge da ogni parte e di cui la conoscenza è un aspetto costitutivo, una continuazione con altri mezzi, quelli caratteristici della specie umana, come la funzione clorofilliana lo è per le piante. «Lo spirito umano, scrive Dietzgen, spiegato filosoficamente e che si autoriconosce, è un frammento, una parte della natura assoluta». Parole insolite per un materialista «duro e puro», che ci ricordano però come «materialismo», per i socialisti, non fosse soltanto sinonimo di una «teoria» ma indicasse una prassi avente come meta nientemeno che la reintegrazione dell’uomo nell’assoluto.

(pubblicato su il manifesto, 11/4/2010)

Tag: , , , , , , , ,

77 Responses to Senza materialismo, ovvero la sinistra opinionista

  1. diego il 15 aprile 2010 alle 10:37

    ah rocco ronchi! mi ricordo una straordinaria introduzione a Gelb ed altre straordinarie letture! ma –

    e se la ‘strutturale amoralità pragmatica’ non fosse esattamente ciò che di seduttivo ha da offrire lo spettacolo?
    strutturale: come sopra, nel mondo dell’opinione vige la legge del più forte (ma a pensarci schmittianamente anche e soprattutto nella dura fissità delle norme); dunque è la spietatezza di chi determina, pratica e produce leggi e spettacolo a sedurre. La prassi è spietata, il suo movimento è violenza, il turbamento della violenza, lo sconcertante di una violenza amorale, quando viene spettacolarizzato seduce: se ce la fai lo puoi fare. Lo-puoi-fare, se ce la fai. Ma tanto non ce la fai, lascia fare chi ce la fa e goditi lo spettacolo, al riparo.
    Che senso può avere la cesura pedagogia/seduzione quando la seconda si nutre dei valori che – in un confronto ideologico materialista – dovrebbero essere insegnati dalla prima?
    Un’amoralità pragmatica sociale versus un’amoralità pragmatica individuale? E la differenza dove sta?
    In quest’ottica qualsiasi filosofia religiosa, cristiana e non, sembra essere molto più ‘avanti’ – se è lecito parlare in termini posizionali – non solo per quanto riguarda un’etica o una morale, ma soprattutto nella prassi. Penso al martirio, che dalle nostre parti material-opinionistiche è tristemente evaporato: le condanne bipartisan alla lotta armata, il tentativo riuscito di disinnescarne la portata morale che sta nello scendere in campo, nell’assumersi la responsabilità corporale dell’azione violenta, dimostra come la stagione del confronto laico sia destinata alla fissità dei ruoli, di chi guarda e di chi confeziona violenza da guardare.

  2. G. P. il 15 aprile 2010 alle 10:44

    Cambierei solo il titolo:

    COME FARSI MALE CON NIENTE

  3. jacopo galimberti il 15 aprile 2010 alle 12:08

    pezzo dotto e interessante.

    Il PD non vincera’ mai le elezioni, salvo il caso in cui la destra si vada a complicare la vita in un rocambolesco e conflittuale dopo-Berlusconi. Ma come si dice giustamente qui, cosa terra’ insieme il PD scomparso Berlusconi?

  4. charles il 15 aprile 2010 alle 17:09

    proprio di questo problema si discuteva la settimana scorsa a casa di amici: l’incapacità di quella parte che per semplicità chiamo sinistra di porsi la domanda fondamentale: in quale realtà sociale sono immerso? quali le forze che la muovono?
    invece di progettare a prescindere da queste forze
    studiare il modo di operare con esse e su di esse
    volendo, usandole anche solo come sponda…
    ringrazio rocco ronchi per la chiarezza
    ps ricordo ancora i suoi seminari alla statale

  5. Paolo S il 15 aprile 2010 alle 17:32

    Dài da pensare, Diego…

  6. Sascha il 15 aprile 2010 alle 19:43

    “Ma l’opinione pubblica non è la sfera della libera discussione razionale. È piuttosto un prodotto artificiale, una costruzione materiale dei media. A caratterizzarla sono paura dell’isolamento e gregarismo, mimetismo e violenza.”

    Elizabeth Noelle Neumann, morta a 94 anni poche settimane fa, è l’ispirazione di queste parole sante. La sua identificazione della paura di essere isolati come massimo principio organizzatore dell’opinione pubblica è forse la singola idea più profonda espressa sull’argomento (il testo base è ‘La spirale del silenzio’ ed Meltemi). L’opinione pubblica, ahime’, non è quella descritta da Habermas (e comunque da lui descritta al passato) e quindi l’analisi che Ronchi fa dell’impasse della sinistra italiana che si ostina a cercare di vivere come se quella fosse l’opinione pubblica è assolutamente perfetta.
    L’unica aggiunta da fare è che la ‘destra’ vincente e potente è altrettanto allo sbando e non parlo solo dell’Italia ma dell’intero occidente dove da trent’anni le masse la premiano elettoralmente costringendo anche i suoi avversari ad adeguarsi all’ideologia mercatista-internettiana-umanitaria che lo sta strangolando. Chi possiede i mezzi di comunicazione può imporre il suo potere e la sua storia ma quante altre elites nella storia sono finite male lo stesso pur possedendo simile potere? In un mondo irreale la capacità di gestione strategica finisce per girare a vuoto o peggio.
    I fautori dei diritti umani, promuovendo la guerra all’Irak, ci hanno tolto un bel peso morale: ebbene sì, la violenza al servizio del bene è pienamente giustificata. Non che io, persona di una certa età e di squisito buon gusto, voglia vedere gente morta per strada, visto che, con questi chiari di luna, sarebbero più altro poveracci o persone di sinistra. Ma quando le contraddizioni dell’economia occidentale costringeranno a, ehm, ‘riforme di struttura’ per garantire il sogno libertario di Goldman Sachs e Google spero che i più giovani non si lasciano più irrettire dal chiacchiericcio democratico e sappiano diferndersi. Lo dico da persona che non ha mai avuto sovverchie simpatie per la sinistra e, da giovane, credeva fermamente a quel chiacchiericcio che oggi mi appare così fatuo e castrante.
    Quanto agli scrittori la mia opinione è quella di scrivere quel che devono senza preoccuparsi dell’effetto immediato delle loro opere e che pubblichino con chiunque sia possibile allo scopo di lanciare messaggi in bottiglia per lettori anche futuri che possano comprenderli.

  7. Fabio Nardini il 15 aprile 2010 alle 19:49

    La mancanza di una seria analisi materiale del berlusconismo (chiamiamolo così per comodità) è il limite strutturale delle posizioni anti-Berlusconi, anche di quelle più condivisibili. La disamina delle infinite magagne giudiziarie (e non solo) di Silvio Berlusconi non riesce, e ormai dovrebbe essere palese, a incidere sul piano politico. Perchè? La risposta, quando è vagamente tentata, butta il discorso sulla “televisione”, sul “controllo dei media”, quando non va semplicemente a scadere nel moralismo snobistico. Cerca di capire le basi materiali del berlusconismo, le sue coordinate di classe, ci porterebbe certo su un terreno dichiarato fuori moda ma forse ci aiuterebbe a capire perchè Berlusconi sia votato nonostante sia inquisito, ridicolo, buffonesco ecc. La risposta potrebbe essere più semplice di quello che sembra: è votato perchè ritenuto da chi lo vota, a torto o a ragione, capace di difendere i propri interessi. Che sono poi quella “piccola borghesia imprenditoriale” o ceto medio, che ha assunto l’egemonia del discorso politico in Italia negli ultimi decenni, mentre socialmente si trova indebolita e pressata dalla crisi: da qui la soluzione di scaricare le proprie paure e insicurezze sullo straniero, con quel meccanismo di costruzione del consenso sociale che risponde al nome di “politca della sicurezza” (uno degli assi portanti di ogni politica di destra oggi).
    Ripensare le basi materiali della politica è indispensabile per riprendere a fare politica.

  8. xema il 16 aprile 2010 alle 00:16

    scusate, ma perche ve la prendete tutti (implicitamente) col PD (che è facile come sparare alla croce rossa) quando ci sono ancora in giro una miriade di partiti auto dichiarantesi di sinistra? se questi sono materialisti allora basta rivolgere a loro le vostre speranze. Se non lo sono meritano davvero il vostro sdegno, perchè tradiscono ciò che dichiarano di professare. L’ equazione: niente materialismo = niente scienza e quindi niente filosofia mi sembra davvero massimalista ed intollerante. Partiti non socialisti e non conservatori esistono in tutta europa e non mi pare non abbiano strumenti per interpretare la realtà ed avanzare proposte politiche.

  9. Alcor il 16 aprile 2010 alle 15:57

    grazie del post, marco

  10. Tommaso il 16 aprile 2010 alle 21:30

    Premetto che non ho una idea chiara di cosa si intenda generalmente con il termine materialismo, e cosa con questo intenda l’autore, a parte una vaga concezione di quello che e’ stato il materialismo storico, tanto che sono dovuto ricorrere a wikipedia per una sua definizione. (http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo)

    Quindi, l’impostazione dell’autore mi sembra distorta. L’opposto di materialismo non e’ “opinionismo”, tanto piu’ una nazione come l’Italia, permeata fino al midollo di “cultura cattolica” in senso lato.

    La domanda che fa da sfondo al testo mi sembra invece essere l’eterna domanda su cosa significhi “sinistra” in senso politico.

    Se, con materialismo, intendiamo, stando sul vago, il concetto di comunismo/ socialismo in senso lato, e’ evidente come non possa esistere nessun partito politico, oggi, che possa utilizzare questa definzione, ed essere operativo nella realta’.

    In questo senso, e in un certo senso, la politica di oggi e’ tornata alle coordinate pre-illuministe di una politica pragmatica fatta della pura gestione del potere. La differenza, appunto, e’ che oggi il “popolo governato” non e’ solo carne da cannone o da tassazione, ma vi gioca un ruolo molto piu’ centrale, e delicato, appunto sia come “opinione pubblica” (qualunque giudizio di merito si abbia sulla sua forma attuale) che motore di consumo (nei paesi di matrice europea).

  11. marco rovelli il 16 aprile 2010 alle 21:51

    Grazie Alcor, l’ho postato perché mi pare che rischiari i fondamenti della crisi odierna di una sinistra che non c’è. E’ venuta meno un’analisi, non si ragiona più in termini di blocchi sociali e di “classi”, le pratiche (e il radicamento che ne segue) sono sparite e resta una forma vuota capace solo di definirsi in termini morali – vuoti, in fin dei conti – e solo in relazione a chi un progetto ce l’ha (come ben rileva Ronchi) – e al comitato centrale si è sostituito un ufficio sondaggi (buttando via del pci il bambino e tenendosi l’acqua sporca). Ricominciare faticosamente a tessere delle “concatenazioni collettive di enunciazione” è un compito che ha a che fare con questi luoghi, e con chi li frequenta. Poi, fuori di qui.

  12. gina il 17 aprile 2010 alle 08:10

    uh:)
    si, marco, la concatenazione collettiva di enunciazione è anche lettera….riamente e anche rispetto al discorso che fate sulla responsabilità dell’autore (“Benché rinvii sempre ad agenti singolari, la letteratura è concatenazione collettiva di enunciazione”:) il cuore del discorso. Se hai tempo sarebbe interessante proseguire.

  13. francesco pecoraro il 17 aprile 2010 alle 08:29

    molto interessante.
    peccato che nella seconda parte il concettismo di stampo marxista prevalga sull’analisi della nudità della sinistra italiana contemporanea.
    alla fine l’articolo dembra dire, senza dirlo esplicitamente, che la sinistra attuale soffre, oltre che di carenza pragmatica, anche e soprattutto di carenza ideologica.
    e tuttavia non è che, in questo momento, citare testi di brecht, sartre, eccetera, oltre che ri-sfoderare il materialismo (senza darsi la pena di definirne gli eventuali contorni nell’analisi del contemporaneo – dandone cioè per scontati gli strumenti, mentre non lo sono affatto), possa aiutare granché.
    insomma sarebbe importante, assodata la vacuità perdente del terreno della doxa (sul quale il berlusconosmo è imbattibile), che qualcuno ci spiegasse COME USCIRNE e con quali strumenti, di comunicazione e non.
    per esempio: le classi sono sparite davvero?
    e se no, dove si nascondono e come scovarle?
    e se invece sì, a chi si deve rivolgere il messaggio di sinistra e cosa deve contenere?
    il comunismo prometteva una società nuova et giusta, cioè di eguali.
    il suo fallimento storico è sotto gli occhi di tutti.
    dunque: quale promessa, quale pre-figurazione, può oggi produrre un’venetuale “vera” sinistra?
    io le risposte (al di là di un generico rafforzamento del welfare e di un altrettanto generico ambientalismo) non ce l’ho, nemmeno lontanamente.
    qualcuno ce l’ha?

  14. francesco pecoraro il 17 aprile 2010 alle 08:30

    eventuale

  15. georgia il 17 aprile 2010 alle 09:42

    Pecoraro: le classi sono sparite davvero?

    Se per classi intendi comunanza di reddito, direi che sono più vive che mai, ma creano solo frustrazione, strumentalizzabile dal populismo della destra
    Se intendi appartenenza di classe (perchè questo poi conta politicamente) direi di sì, direi che al momento siano sparite, diventate invisibili (o che perlomeno, come appartenenza, ne esista una sola: quella che difende i suoi privilegi piccoli o grandi che siano e che si raccoglie compatta sotto la protezione di berlusconi-bossi)
    La televisione berlusconiana ha sicuramente distrutto o per lo meno diluito la vecchia appartenenza. Come può esistere (esistere politicamente) una classe che si identifica nel lavoro se la stragrande maggioranza degli italiani si pone come altra classe nei confronti dei lavoratori immigrati e chiede allo stato protezione
    di classe contro di loro?
    La classe proletaria nasce (come coscienza di classe) con lo sviluppo industriale e con le organizzazioni difensive come partiti, camere del lavoro, sindacati, diritto di associarsi e di scioperare senza venir massacrati dall’esercito (ad es da bava beccaris). Oggi che il capitale si è globalizzato e spalmato (legalmente) fuori dai confini nazionali, noi abbiamo ancora partiti e sindacati unicamente nazionali, questo comporta che l’identità di classe o si ricrea a livello globale (o per lo meno europeo) o scompare per mancanza di strumenti di identificazione.
    In questa situazione il rafforzamento (e allargamento) del welfare, dell’istruzione, la difesa dello statuto dei lavoratori, l’ambientalismo diventano lotte necessarie non solo di sinistra, ma rischiano di apparire (ad opera della propaganda televisiva) quasi estremiste.
    Non tira una bell’aria e spolverare astrattamente vecchie teorie e soluzioni ottocentesche (come se per incanto fossero teorie valide in ogni tempo e in ogni luogo solo perchè stilate in base ad un pensiero materialista) serve a poco, serve solo a fare letteratura oleografica.
    geo

  16. georgia il 17 aprile 2010 alle 09:43

    scusate in corsivo deve andare solo la frase di pecoraro

  17. francesco pecoraro il 17 aprile 2010 alle 12:13

    @georgia
    “In questa situazione il rafforzamento (e allargamento) del welfare, dell’istruzione, la difesa dello statuto dei lavoratori, l’ambientalismo diventano lotte necessarie non solo di sinistra, ma rischiano di apparire (ad opera della propaganda televisiva) quasi estremiste”.
    sono d’accordo: aggiungerei diritti civili, laicità dello stato, politica estera, eccetera.
    ma un bersani, un franceschini, un veltroni, una serracchiani, eccetera (cito nomi a caso, ma non tanto), nemmeno in questo campo sono capaci di lanciare parole d’ordine chiare, semplici, coraggiose, nelle quali ci si possa basicamente riconoscere: basta rammentarsi dei tecnicismi nei quali si perse il governo prodi, nel farsi carico di un risanamento finanziario dello stato (sacrosanto, ma politicamente disastroso) facendone una priorità a fronte di una linea di governo che avrebbe dovuto tenere e rilanciare sui punti da te elencati.
    ma sul piano della recriminazione c’è materiale a iosa: quella che serve, senza spingersi necessariamente su piani astrattamente filosofici e però senza nemmeno appiattire et banalizzare sul presente, è una teoria della sinistra contemporanea, ovviamente legata a un’attendibile teoria della società italiana contemporanea (se non in generale capitalistica).
    il marxismo storico costruì un quadro generale grandioso nel quale le storie nazionali erano casi particolari di un processo storico generale.
    oggi sembra servire un itinerario inverso, anche a causa dell’anomalia italiana.
    eccetera…

  18. francesco pecoraro il 17 aprile 2010 alle 12:16

    insomma come rispondere alla domanda: che cazzo fai quando il tuo avversario è potenza ecoomico-mediatica prima che politica ed è capace di schiacciarti sul piano della comunicazione (esplicita, ma sopra-tutto implicita), qualsiasi cosa tu voglia comunicare?

  19. sara ventroni il 17 aprile 2010 alle 12:22

    Un articolo scottante, si direbbe.

    Concordo con Francesco Pecoraro sui limiti della seconda parte dell’intervento.
    Epperò resta valida l’opposizione tra ‘scientificità’ della lettura materialistica versus aleatorietà della ‘doxa’ (e volendo, resta ancora più valida l’opposizione tra l’imperativo categorico di ‘agire secondo princìpi di giustizia’ e la vocazione a ‘essere buoni’, opposizione a suo tempo messa in risalto Brecht, per distinguere la terrestrità dell’umanesimo marxista da quello interiore, escatologico: cristiano).
    Spiace però il mancato riferimento, qui, a Guy Debord, uno degli ultimi, apocrifi, visionari interpreti del materialismo (della parte meno studiata: i passaggi relativi alla merce come feticcio), e le sue visioni tremendamente profetiche della “Società dello spettacolo integrato”.
    Analisi che ora, forse, occorrerebbe riconsiderare per capire qualcosa della degenerazione del discorso politico a ‘opinione’.
    Nel passaggio dal valore “d’uso” a quello di “scambio” della merce (il carattere simbolico prevale su quello materiale, della merce stessa), il lavoratore è il produttore e il destinatario finale del sogno, in un circuito che affonda nell’immaginario, nei desideri, nella libera e individuale aspirazione al bene(ssere): un universo rispetto al quale è difficile porsi come osservatore, ovvero: acquisire una coscienza; perché apparentemente il lavoratore non è (non accetta di sentirsi) sfruttato e tutti, teoricamente, hanno libero accesso al proprio sogno.
    Per Debord, evidentemente, questo tipo di capitalismo ‘da incantesimo’ non poteva essere destrutturato dall’interno. Da dentro lo ‘spettacolo’. Ovvero: non si poteva destrutturare questo tipo di immaginario con un altro immaginario. L’unica risposta allo spettacolo era il silenzio.
    Io comincerei col chiedermi, e chiedere, se siamo d’accordo o meno.

    [Veltroni, per esempio, ma anche Rifondazione col caso Luxuria all’Isola dei famosi, ha giocato la carta del: sostituisco la tua narrazione con la mia. Voglio vincere sul tuo terreno, quello dell’immaginario: una strategia che porta a ‘valorizzare’ l’appetibilità di un discorso, senza sapere a cosa quel ‘discorso’ servirà. Per questo, forse, la sinistra può anche vincere le elezioni – e manco più quello, poi – ma non sa cosa fare, perché il discorso politico è “pubblicità comparativa” (il mio immaginario è meglio di quell’altro) di un prodotto che non c’è].

    @Francesco Pecoraro
    Il grande rimosso, il convitato di pietra è: il ‘lavoro’.
    Le condizioni del lavoro.
    Il legame tra (condizioni di) vita e lavoro.

    Il “lavoro” è un tabù. Lo è in un sistema a competitività spinta, per cui ciò che prima poteva diventare motivo d’indignazione (lo sfruttamento selvaggio) ora è solo fonte di imbarazzo privato (più per gli italiani, che per i lavoratori stranieri). In questo, la trasformazione antropologica è evidente, e compiuta, nella parabola esistenziale looser/winner. Parlare di disagio sociale o mettere in discussione il trattamento contrattuale fa crollare le quotazioni personali in azienda, in cantiere, o dove che sia. Significa che – foresticamente appunto, come nelle dinamiche del regno animale, allo stato brado – non si è di fibra sufficientemente resistente per stare al gioco, e dunque è giusto venire espulsi. O sopraffatti. In una battuta: soddisfatti o rimpiazzati. C’è sempre un grande serbatoio di ‘risorse umane’ da vampirizzare. Questo è il meccanismo implicito, e piuttosto elementare, su cui si basa l’attuale ecosistema lavorativo. Per rimanere nell’arena è preferibile ‘apparire’ non-sfruttati; anche se lo si è.
    Il punto di criticità è che molti, tanti, sono costretti (si direbbe: ricattati) da oggettive ragioni di sopravvivenza quotidiana ad accettare di lavorare a qualsiasi tipo di condizione. In nero, contratto a progetto (per lavori che a progetto non sono), in ritenuta d’acconto, pagamento a sei mesi, a giornata.
    La legge lo consente.
    La mediazione tra lavoratori e datori di lavoro (lo Statuto?) è un elemento imprescindibile. Anche nei sistemi a liberismo spinto. Tutela della salute, del lavoro, dell’istruzione, della maternità.
    A lungo termine, sono argomenti di cui ci si deve occupare, anche in relazione alla stabilità di un paese.
    E arrivo al punto: il lavoro deve tornare a essere questione centrale del Diritto (la maiuscola è enfatica): occorre rimettere le inelencabili deformità contrattuali (ora a norma) fuori legge.
    Come s’è fatto con lo schiavismo.
    Questi dovrebbero essere gli ‘oggetti’ di studio del nuovo materialismo della sinistra.
    Ma quando qualcuno si prova a denunciare l’orrore della legge Trenta (e il suo ‘making of’: da Treu a Biagi) gli danno del brigatista.
    Questo è lo spirito dei tempi.
    Non personificherei, poi, come un monstrum, la globalizzazione (anche i possedimenti della corona inglese o spagnola o della Chiesa erano globalizzati. I grandi capitali tendono, da sempre, al massimo dell’espansione e al massimo dello sfruttamento delle risorse, umane e ambientali: di capitali ‘multinazionali’ se ne parla da quasi due secoli): la globalizzazione è la scusa che usano i piccoli, medi, grandi, singoli imprenditori o datori di lavoro per giustificare manodopera o prestazioni a basso costo, dai braccianti agricoli ai commessi nel supermercato.
    Eppoi, lo studio dei rapporti di produzione non appartiene a nessuna epoca. Non è mai datato, in sé.
    Le realtà, le soluzioni e i linguaggi cambiano, ma
    l’analisi non può rinunciare all’esame dei rapporti di forza, e dei diritti.
    Altrimenti non resta che tirarci un colpo di fucile e levarci di torno, come ha fatto Debord.
    Ed è silenzio.

  20. Alcor il 17 aprile 2010 alle 12:28

    giusto @tash (tuo first commento, chè gli altri non li ho letti)

    ma questo è un post e mi sembra l’inizio possibile di una discussione e un richiamo a certe divagazioni alla serie delle interviste

    poi anch’io ho delle riserve sull’ultima parte, ma cominciamo a fissare qualche chiodo sulla parete delle discussioni

  21. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 13:06

    Partirei da un punto: non è facile, ri-tessere quella tela, e nessuno ha la parola magica. Non c’è nessun Messia che abbia il Verbo, né un nuovo Marx. Si deve ripartire dalle pratiche sociali, è questo che manca: senza pratiche sociali (un insieme complesso di apparati culturali, lotte sociali, riorganizzazione dello spazio territoriale…) non ci può essere alcuna concatenazione condivisa – l’intellettuale può venire solo come nottola di Minerva, non inventa nulla, ma può intra-vedere e portare alla luce realtà sommerse, crepuscolari. Allora nessuno può risponderti, Francesco, con due battute. Il punto è che manca un’analisi dei rapporti di produzione (compagni torniamo ai rapporti di produzione!, questa esclamazione di Brecht al congresso degli scrittori antifascisti del 35 dovrebbe essere stampata nelle nostre menti…). Dunque la centralità del lavoro, concordo con Sara. (lavoro implica una riparamterazione delle classi – che non sono, come scrive Georgia, semplicemente comunanza di redditi, ma comunanza di condizioni).
    Ed è questo che la mini-sinistra italiana non fa da tempo. Basti pensare a tutta la mancata analisi sul lavoro autonomo di seconda generazione (sul quale insiste da tempo Sergio Bologna), e all’imprinting che il centrosinistra ha dato al precariato – e mi riferisco sia alla legge Treu quanto alla Turco-Napolitano (dico sempre che il migrante regolare è sempre un “clandestino potenziale” e il “clandestino” è il “precario assoluto”).
    Ma quando si parla di centralità del Lavoro la mini-sinistra attuale pensa ancora al lavoro di epoca fordista, e non è in grado di ripensarlo all’altezza dei tempi. Ma non solo: liquidità globale (e qui non sono d’accordo con Sara, la globalizzazione attuale implica un enorme salto qualitativo rispetto all’economia-mondo del primo capitalismo pre-industriale, che a sua volta è altra cosa dall’ampiezza dei possedimenti) – liquidità globale, dicevo, implica nuove forme di vita, che ancora la mini-sinistra non è riuscita a intercettare. E lì, allora, la costruzione di un altro spazio metropolitano (basta andare mica tanto lontano, a Barcellona per esempio, per vedere un pensiero di città differente, nella quotidianità – “Critica della vita quotidiana” del resto era il titolo dell’opera di Henri Lefebvre [nume peraltro di Debord] che rivendicavo a un “diritto alla città”), e allora nuovi diritti civili che si attagliano alle necessità di queste nuove forme di vità e di socialità…

  22. georgia il 17 aprile 2010 alle 13:48

    che non sono, come scrive Georgia, semplicemente comunanza di redditi, ma comunanza di condizioni

    Kavolo ma io non ho mai detto una cosa del genere, anzi ho detto che oggi l’unica classe (accumunata da privilegi piccoli e grandi in difesa) è quella che si raccoglie sotto la protezione di bossi e berlusconi (e sfido chiunque a credermi così scema da pensare che il reddito di berlusconi o dei berluscones sia comune a quello dell’operaio) e chiede protezione.
    Io semmai ho detto che l’identità di classe (l’identità, la coscienza di se e non la classe astratta) nasce solo se nascono sindacati e partiti che ne difendano i diritti ecc. Bene oggi tale identità a livello prolerario (italiani e stranieri) non esiste perchè i diritti dei lavoratori (escluso gli impiegati statali e i pensionati che sembrano essere gli unici a sentirsi in gran parte classe alla vecchia maniera) non possono più essere difesi adeguatamente a livello nazionale. Io ho detto solo questo :-).
    Sì gli intellettuali al momento sembrano capaci solo di intra-vedere e portare alla luce realtà crepuscolari :-) … beh hai detto tutto :-)))).
    P.S
    In spagna c’è una speculazione edilizia (distruttiva dell’ambente) che è quasi peggio della nostra. Non è tutto oro quel che luccica;-)

  23. sara ventroni il 17 aprile 2010 alle 14:04

    @Marco

    chiarisco: non intendevo sovrapporre la dimensione fordista alla situazione ‘fluida’ cui tu ti riferisci, e giustamente.
    Ho fatto cenno ai capitali ‘multinazionali’ (o alla gigantesca, a suo tempo, questione dello schiavismo) per dire che le questioni sono sempre state grandi, estese, oltre-le-forze, di difficile mappatura, ma questo non ci salva dall’affrontarle, magari ‘scomponendole’, nel territorio.

    [vagamente OT, ma nemmeno tanto]:

    l’attenzione posta sul successo della Lega in relazione ai suoi scarsi passaggi televisivi, la leggo (quest’attenzione, da parte della sinistra) come ‘fame d’aria’ (o sensucht) di chi, per ingenuo spirito d’aggiornamento, ha scambiato realtà televisiva con realtà tout court (un tipo di ‘misunderstanding’ ovviamente favorito da B., il quale può agevolmente costruire, nei media, e immaginario e racconto della realtà).
    Leggo dunque quest’attenzione come bisogno (per ora espresso in modo confuso, non veramente programmatico) di riscoprire e interpretare – andando oltre l’egemonia dell’immaginario – i segnali e tutte le contraddizioni che vengono dal cosiddetto territorio, ovvero il luogo nient’affatto virtuale dove le persone-persone, prima ancora che le persone-elettori, vivono.

  24. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 14:06

    Mi riferivo a questo che scrivevi: “Se per classi intendi comunanza di reddito, direi che sono più vive che mai” – dal che si deduce che tu dia quel significato al termine classe. Se non è così, tanto meglio…
    E per restare sula correttezza di un lessico politico – non ha senso chiamare “classe” l’elettorato del pdl. Se mai, dovremmo parlare di “blocco sociale” – che nella fattispecie è un aggregato di capitalisti rampanti esclusi dal capitalismo tradizionale italiano (il salotto buon di Mediobanca per intenderci), un media impresa trasmigrata dal patto sociale democristiano, una microimpresa che paga i costi della trasformazione postfordista e della frammentazione dei processi di produzione, un lavoro autonomo di seconda generazione per il quale la questione sociale si è trasformata in questione fiscale, un proletariato e sottoproletariato urbano colpito dai fenomeni di disgregazione metropolitana… Ma appunto questa non è una classe, ma un blocco osciale. (Perdona l’acribia, sembra che l’abbia con te, ma non è un fatto personale :-) .
    Quanto agli intellettuali – la cosa del portare alla luce realtà crepuscolari non la dicevo in senso svalutativo, credo piuttosto che sia questo il compito dell’intellettuale, dire al mondo e portare alla luce una coscienza che si produce nella pratiche sociali. Il problema, appunto, è che oggi manca un certo tipo di pratiche sociali, entro le quali riguarda anche la neutralizzazione e l’impotenza (soggettiva e oggettiva) dell’intellettuale.

    Ps Cerco, c’è una pseculazione edilizia fortissima in Spagna, e anche a Barcellona, che non fa eccezione alla realtà delle metropoli capitalistiche… Però insieme a questo c’è un tessuto urbano che resiste e presenta forme di socialità assai diverse dalle nostre realtà, ne parlavo giusto ieri con un italiano che abita là e che mi ci ha chaimato a suonare.

  25. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 14:08

    uff, perdonate i mille refusi nei due interventi che ho scritto senza rileggere… “dire il mondo” e non ” dire al mondo” per esempio…

  26. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 14:13

    Io sulla Lega penso che sia una forza politica che riesce a dar senso al mondo della vita quotidiana, ciò che la mini-sinistra non riesce a fare. Sta sul territorio, anzitutto (grazie a una struttura di partito leninista, paradossalmente, operativa, funzionante, a contatto con la gente), e grazie a questo riesce a dare parole d’ordine semplici e d’impatto (come i bolscevichi fecero nel 17, pane e lavoro…), che s’intrecciano, certo, con un potere mediatico pervasivo che produce stereotipi e paure finalizzate al controllo sociale, segnatamente nel discorso pubblico sull’immigrazione.

  27. georgia il 17 aprile 2010 alle 14:54

    “Se per classi intendi comunanza di reddito, direi che sono più vive che mai” – dal che si deduce che tu dia quel significato al termine classe.

    Veramente dal che si deduceva che attribuivo, ironicamente, a te tale significato ;-)
    P.S
    Perdona l’ironia, sembra che l’abbia con te, ma non è un fatto personale :-).
    Ad ogni modo oggi l’acribia (se intendi scrupolosa osservanza della metodologia ) rischia di lavorare solo nel vuoto.

  28. georgia il 17 aprile 2010 alle 14:57

    per la precisione il successo in percentuale della lega è dovuto solo alla bassa partecipazione (che fa alzare le percentuali) in realtà in numero di voti ha perso pure lei. Per cui non è esatto parlare di successo della lega, più esatto dire minor in-successo.

  29. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 14:58

    Georgia, che dici? “Se per classi intendi comunanza di reddito, direi che sono più vive che mai” lo avevi scritto a Francesco, quindi se mai lo attribuivi a lui e non a me… smemorata neh :-)
    E comunque non si tratta di “scrupolosa osservanza della metodologia”: significa semplicemente usare le parole con un minimo di senso e di significato condiviso, e non usarle a casaccio, tutto qui. Direi che questo continua a essere un esercizio utile, almeno in questi luoghi.

  30. maria il 17 aprile 2010 alle 15:43

    E’ venuta meno un’analisi, non si ragiona più in termini di blocchi sociali e di “classi”, le pratiche (e il radicamento che ne segue) sono sparite e resta una forma vuota capace solo di definirsi in termini morali – vuoti, in fin dei conti – e solo in relazione a chi un progetto ce l’ha (come ben rileva Ronchi) – e al comitato centrale si è sostituito un ufficio sondaggi (buttando via del pci il bambino e tenendosi l’acqua sporca). Ricominciare faticosamente a tessere delle “concatenazioni collettive di enunciazione” è un compito che ha a che fare con questi luoghi, e con chi li frequenta. Poi, fuori di qui. marco rovelli

    maria
    sono d’accordo con queste parole e in generale anche con gli altri commenti di Revelli.

    Concordo anche con sara ventroni quando scrive:

    “lo studio dei rapporti di produzione non appartiene a nessuna epoca. Non è mai datato, in sé.”

    Ovviamente questi concetti prefigurano una riflessione filosofico-politica che la sinistra dovrà fare e che fino ad ora non ha fatto forse perchè estremamente difficoltosa

    Linko in proposito un testo di mario tronti che appunto partendo dal secolo scorso e dalla sconfitta epocale della sinistra propone delle riflessioni molto interessanti al fine di ricreare una nuova cultura politica declinata a sinistra che possa evitare “i due eterni pericoli.”: estremismo e opportunismo

    http://www.centroriformastato.it/crs/mercurio/mario_tronti/laboratorio

    maria

  31. gina il 17 aprile 2010 alle 15:44

    mi permetto di ipotizzzzzzzzzzzare che la questione cardiine sia avviluppata nella seconda metà del pezzo :)

  32. georgia il 17 aprile 2010 alle 15:47

    si lo dicevo a francesco naturalmente, ho fatto confusione di commento visto che mi hai risposto tu, lo dicevo a francesco che si interpelleva se esistessero ancora classi.
    In realta, riassumendo, volevo dire una cosa banalissima: che esistono poveri (sempre più poveri) e ricchi (sempre più ricchi), ma che non esiste più identità di classe, però esiste un blocco che si raccoglie intorno a berlusconi e bossi votandoli in cerca di protezione come se fossero una classe (ma è già successo con mussolini, anche se non nel voto). Tu lo chiami blocco sociale, ma non sono convinta che sia una definizione esatta. Forse inizialmente, ma non oggi perchè è ormai un blocco molto variegato e non ha alcuna caratteristica sociale in comune (forse il razzismo e la paura dello straniero). Io lo chiamerei (a parte un piccolo numero di persone che davvero ha interessi in comune con berlusconi) blocco incanaglito. Gli interessi di classe oggi si difendono a livello internazionale. A livello nazionale e locale si difendono solo poteri territoriali e privilegi (piccoli e grandi) che non bastano certo a creare identità di classe (almeno nel senso in cui lo intendi tu) ma servono ad aumentare il razzismo in tutte le sue componenti irrzionali.
    Gli unici a sentirsi classe sono, non a caso, i salariati statali che possono difendere il loro lavoro nel solo ambito nazionale.
    Berlusconi andava fermato anni fa, ora gli abbiamo permesso (facendolo governare) di concentrare un tale potere (sfruttato da bossi) che sarà dura levarglielo. L’unica cosa certa è che con tante opposizioni diversificate berlusconi fara (o megli disferà) tutto quello che gli piacerà.

  33. georgia il 17 aprile 2010 alle 15:49

    maria rOvelli e non rEvelli ;-)

  34. marco rovelli il 17 aprile 2010 alle 15:55

    Bhe, uso “blocco sociale” nell’accezione di “blocco storico” che gli ha dato Gramsci. Basta intendersi.
    Grazie per la difesa dell’identità rOvelliana :-) [pensa che ho fatto pure una collana insieme a marco rEvelli per far capire che non sono un refuso :-)]

  35. georgia il 17 aprile 2010 alle 16:00

    beh sai … possiamo fare blocco, anch’io ho la sindrome del refuso ;-)

  36. maria il 17 aprile 2010 alle 16:01

    Georgia,

    sì è vero, mi scuso per il refuso, soprattutto con marco,
    so benissimo che sono due persone ben distinte:-)

    maria

  37. Sascha il 17 aprile 2010 alle 16:16

    Curiosamente, nessuno pare conoscere l’Elizabeth Noelle Neumann di cui parlavo e a cui Ronchi si ispira nel suo articolo.
    Era tutt’altro che marxista – anzi! – ma nei suoi studi parlava quel linguaggio della realtà che manca da molte analisi moraliste di sinistra. E il suo campo d’indagine – l’opinione pubblica, la sua formazione, le sue mutazioni – dovrebbe essere d’estremo interesse in chi scrive.
    Dovreste davvero leggerla.

  38. xema il 17 aprile 2010 alle 16:29

    esatto, Sascha

  39. sara ventroni il 17 aprile 2010 alle 19:57

    @Sascha
    Nessuno, mi pare, qui ignora o sottovaluta i suggerimenti.
    Ben vengano, anzi.
    Almeno per me funziona così, il ‘contagio’.

    Mi associo a Maria, e taglio e copio questo passaggio del suo link:

    “Vogliamo farla una battaglia culturale di critica,
    demistificante e destrutturante, dell’ideologia della flessibilità?
    Dire che la precarietà del lavoro che ne consegue è nient’altro
    che la condizione post-moderna della alienazione umana,
    e forma, nostra contemporanea, dello sfruttamento.
    L’insicurezza sociale, l’impossibilità di programmare un’esistenza,
    la paura, anzi l’angoscia del futuro non sono, esse, l’innesco di quella nevrosi collettiva, ormai caratteristica simbolica
    della nostra meravigliosa civiltà”

    E aggiungo, sottolineando i suoi tentativi di unire o comporre le forze centrifughe: le riflessioni di Tronti – se solo ne avessero coraggio, il segretario e la corte degli spin doctors – fortificherebbero la corporatura gracilina e cagionevole del Pd, ovvero dell’organo partitico che eredita la parte più consistente (almeno teoricamente, numeri alla mano) del Pci; eredità per certi versi più scabrosa di quella dei figli cadetti – ai quali tocca in sorte il signum araldico ‘falce & martello’ – di Rifondazione et cetera.

    L’alienazione e lo sfruttamento post-moderni sono interclassisti. Attaccano le cellule nervose, vitali: dal ceto medio in giù. Facendosi largo nelle maglie larghe della programmatica frammentazione contrattuale, perché non vi sia – appunto – coscienza, non dico di classe, ma esistenzial-lavorativa, comune. E invece, nell’atomizzazione, ciascuno non può far altro che pensare a tenerselo stretto, quel lavoro di sei mesi o un anno. Perché la sopravvivenza viene prima di tutto.

  40. francesco pecoraro il 17 aprile 2010 alle 20:22

    Concordo con i commenti di Sara e sono d’accordo con la definizione di classe che ci rammenta Georgia.
    Tuttavia, scendendo su un piano pratico, si può pure fare, come è stato ricordato, una politica basata sull’opinione “buona”.
    Personalmente non mi interessa, né intendo votare un partito che la metta in pratica, ma si può fare.
    Se non esistono più classi capaci di riconoscersi come tali e se la questione del lavoro si è culturalmente ridotta al binomio loser/winner, secondo il quale la responsabilità di una data condizione di sfruttamento non è dello sfruttatore ma è dello sfruttato che è così coglione da farsi sfruttare (questo è il nucleo essenziale del berlusconismo che invade le menti soprattutto dei giovani), se l’opinione, l’immagine del mondo e della propria condizione individuale avviene per contagio per così dire “memetico”, piuttosto che, per esempio, attraverso la presa d’atto di una condivisione di stato, allora almeno per la gestione del presente la strada mediatica intrapresa (male) dal Veltroni è pure possibile.
    Cioè è possibile una politica che emetta messaggi e vada a caccia di consensi generalizzati senza necessariamente incardinarsi né sugli interessi di classe, né sulle questioni di fondo e strutturali che marcano una società.
    Ma non la puoi fare se non possiedi accesso a una rilevante quota-parte dei media.
    E non sto parlando solo dell’informazione, ma di tutta la programmazione, a partire dal luogo dove veramente si gioca la partita, l’intrattenimento.
    Su questo punto Ronchi fa giustamente notare come sussista una contraddizione forte tra il praticare una politica di opinione e il non disporre dei necessari mezzi di emissione.
    In pratica la sinistra si sarebbe persa anche per aver sotto-valutato il nucleo portante di una democrazia mediatica, la televisione.
    Io sarei abbastanza d’accordo su questo.
    Ormai è noto e condiviso: a partire dai primi Anni Ottanta, la diffusione e la potenza dei media è progressivamente riuscita a cancellare tutto il resto: bisognava partire da qui.

  41. sara ventroni il 17 aprile 2010 alle 21:26

    @francesco

    scrivi:

    “In pratica la sinistra si sarebbe persa anche per aver sotto-valutato il nucleo portante di una democrazia mediatica, la televisione.
    Io sarei abbastanza d’accordo su questo.
    Ormai è noto e condiviso: a partire dai primi Anni Ottanta, la diffusione e la potenza dei media è progressivamente riuscita a cancellare tutto il resto: bisognava partire da qui”

    Verissimo. Epperò mai scambiare realtà televisiva con realtà tout court.
    La quale realtà, se trascurata, rientra – mostrificata – dalla finestra della Lega.
    Voglio dire: l’egemonia mediatica serve a creare consenso, e siamo d’accordo. Ma non impolpa i contenuti: se i contenuti non ce li hai, la televisione non te li dà. Oppure puoi mediatizzarti fino al midollo, competere con B. sul suo territorio immaginifico, e hai perso in partenza. Questa era la strada di Veltroni.

    Un semplice esempio: il problema delle donne, oggi, non sono le veline o le presentatrici farcite di botulino, ma il ritorno alla scelta obbligata tra sfera pubblica e privata: evidentemente, se non ci sono condizioni minime (per continuare a lavorare devi poter contare sugli asili nido, è lampante; e su contratti che questa maternità la prevedono) la scelta di diventare madre oscilla tra: maternità come missione apocalittico-mistica o malattia che ti sei presa.
    Altro che donna ‘integrale’ e indipendenza.
    E invece, anche molte donne cadono in confusione e scambiano realtà televisiva (non rappresentativa, nemmeno statisticamente) con la realtà quotidiana. E si convincono che la nuova frontiera del femminismo sia la battaglia contro la chirurgia estetica.
    In questo, dunque, vittime del ‘misunderstanding’ di cui parlavo prima, per cui la realtà raccontata dalla tv finisce per diventare tutta la realtà.
    E non si fa più politica di base, ma critica dei costumi o meta-televisiva.

    Nessuno scende dalla montagna del sapone:
    i mezzi di comunicazione servono a creare (costruire, mantenere) consenso: ma se non stai sul territorio, i movimenti che sul territorio ci stanno, ti fottono; perché le condizioni di vita e di lavoro la televisione non solo non li racconta, ma li trasfigura in altre narrazioni.

    [sullo spoil-system in Rai, e sulla mancata legge sul conflitto di interessi mi taccio]

    Più brutalmente, si dovrebbe puntare al jacKpot:
    uso del mezzo-televisione e (non: o) rapporto diretto col terriotorio.
    Le due realtà non devo essere sottovalutate, ma nemmeno confuse.
    Se pensiamo che il piccolo schermo possa esaurire (o se pensiamo di potergli delegare) tutte le questioni scottanti della realtà, siamo davvero lost in berlusconi. Nell’animo.

  42. sara ventroni il 17 aprile 2010 alle 21:27

    *territorio

  43. gina il 18 aprile 2010 alle 08:43

    “Benché rinvii sempre ad agenti singolari, la letteratura è concatenazione collettiva di enunciazione”

    Il reddito di cittadinanza per una nuova politica delle arti
    di Gianmarco Mecozzi e Luca Santini

    ABSTRACT

    Occorre oggi mettere a nudo non tanto, come avveniva in densi dibattiti del passato, il ruolo sociale dell’artista e del produttore di cultura, quanto piuttosto il suo essere sociale puro e semplice, nella sua materialità di lavoratore intermittente, diviso tra la necessità di dare espressione all’energia creativa e il contatto deprimente con un mondo del lavoro che allontana da sé anche soltanto la speranza di un futuro dignitoso. In una società nella quale gli eventi spettacolari, mirati alla creazione di consenso sociale su vasta scala, e gli interventi artistici, prioritariamente dedicati alla ricerca dei linguaggi, si susseguono senza soluzione di continuità, avere la forza e la possibilità di immettere, in questo campo di battaglia così essenziale, i germi fecondi del discorso sul reddito di cittadinanza è una grande opportunità.

    Il ruolo dell’artista nella società contemporanea è stato oggetto di dibattiti accaniti e numerose interpretazioni. Dal vate di dannunziana memoria, al grido dada “la poesia è di tutti” fino all’artista organico, le mille sfaccettature di un mestiere misterioso, lungo tutto il corso del secolo passato, hanno avuto modo di essere concepite e inventate, analizzate e vagliate, abbattute con ferocia o sposate con passione.

    Oggi, un po’ in polemica con vecchi schemi e con concetti ormai inutilizzabili, un po’ in risposta alle sfide di una crisi sociale di ampie proporzioni, sembra diffondersi sempre più la consapevolezza della collocazione sociale dell’artista, come produttore ormai compiutamente precarizzato, al pari di larga parte della forza lavoro contemporanea. Le prime avvisaglie di questa nuova presa di coscienza si possono forse intravedere già nel capolavoro di Luciano Bianciardi, La vita agra, Bompiani 2001 [1962], romanzo che ha per protagonista un giornalista in erba, traduttore spiantato, collaboratore editoriale a progetto, perso nel labirinto dei contratti a termine, delle spese a fine mese, della “vita messa al lavoro”. Più vicino a noi si ricorda Cordiali saluti di Andrea Bajani (Einaudi 2005), in cui l’Io narrante è uno scrittore sui generis, impiegato da un’azienda imprecisata, che ne sfrutta le doti letterarie per fargli scrivere lettere di licenziamento che sappiano abilmente nascondere la brutalità a volte un po’ violenta del congedo, che sappiano colpire al cuore i malcapitati dipendenti. Oppure ancora si può citare di Francesco Dezio Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004), racconto autobiografico, dai tratti visionari e quasi alla Paolo Volponi, di un’esperienza di formazione-lavoro in una grande fabbrica di motori per automobili.

    Questa letteratura contemporanea di successo e di valore ha il pregio di mettere a nudo, talvolta in modo impietoso, non tanto, come avveniva in densi dibattiti del passato, il ruolo sociale dell’artista e del produttore di cultura, quanto piuttosto il suo essere sociale puro e semplice, nella sua materialità di lavoratore intermittente, diviso tra la necessità di dare espressione all’energia creativa e il contatto deprimente con un mondo del lavoro che non lascia quasi più a nessuno neppure la speranza di un futuro dignitoso.

    Anche se la precarietà è senza dubbio un dato strutturale e probabilmente non più eliminabile nelle nostre economie, e anche se essa riguarda da vicino gran parte del mondo produttivo postfordista, si possono comunque osservare delle specificità per quanto riguarda il lavoro precario svolto del settore delle arti e, in particolare, in quello dello spettacolo. I lavoratori dello spettacolo, infatti, rispetto a tutto il resto della popolazione lavoratrice, presentano degli elementi caratteristici. Il principale consiste della dissociazione tra prestazione lavorativa in senso formale e in senso sostanziale: la prestazione intesa in senso formale (oggetto di remunerazione) si attiva soltanto quando un committente chiede la realizzazione di un prodotto specifico (esecuzione di uno spettacolo, di una collaborazione, di uno scritto), mentre in realtà l’attività in senso sostanziale intesa come ricerca, impegno, approfondimento, studio viene esercitata continuamente, ben oltre i limiti contrattuali della prestazione lavorativa formale. Per questa fondamentale ragione il lavoro nelle arti e nello spettacolo sfugge agli schemi del rapporto salariale, e in particolare al suo elemento primo e fondativo, quello della retribuzione commisurata all’orario di lavoro. Infatti, la formale attivazione della prestazione lavorativa -quando, ad esempio, viene preparato materialmente uno spettacolo- costituisce una voce infinitesima del tempo effettivamente impiegato nel concepimento e nella realizzazione dell’opera artistica. Le ore di studio, aggiornamento, ideazione, benché formalmente estranee alla prestazione lavorativa remunerata, sono in realtà componente vitale e indispensabile per il raggiungimento del risultato finale. Può ben dirsi, quindi, ininfluente per il lavoratore dello spettacolo la distinzione tradizionale tra sfera lavorativa retribuita e sfera extralavorativa o del tempo libero. L’intero tempo di vita è indistintamente coinvolto nella produzione artistica, anche se poi gli schemi angusti della società salariata operano artatamente una distinzione tra un tempo di formale attivazione della prestazione lavorativa, che viene remunerato, e un tempo invece di formale inattività e di “attesa”, durante il quale non si viene retribuiti.

    Questa situazione, che potremmo definire di autonomizzazione dei produttori dalla società salariale, che forse non è una vera novità per il ruolo d’artista, poiché gli è almeno in parte intrinseca, tende oggi a farsi egemone e a riguardare strati crescenti del precariato contemporaneo. Invero la precarizzazione dei rapporti sociali coinvolge ormai tutti gli strati sociali più dinamici; inoltre l’immissione nella sfera produttiva di competenze extralavorative, di qualità e saperi acquisiti nella vita quotidiana o comunque appresi nei circuiti formativi non certificati, sono frontiere ben più che esplorate dall’accumulazione capitalistica contemporanea. Il contenuto della prestazione lavorativa (non soltanto per gli artisti) tende ad arricchirsi, a farsi complesso, talvolta indeterminato, fino a sconfinare in una generica disposizione a risolvere creativamente problemi e a fronteggiare situazioni impreviste. Il prodotto del lavoro, in modo non dissimile dalla creazione d’arte, risulta talvolta dall’interazione non prevedibile in anticipo tra il soggetto e l’ambiente circostante (per una lettura suggestiva dell’economia postfordista e dei suoi portati sulla soggettività dei lavoratori si veda Andrea Tiddi, Precari, Deriveapprodi 2002, ora interamente scaribile sul sito http://www.bin-italia.org). L’eccezionalità dell’artista, insomma, non trova più fondamenti sociologici. Ed è proprio per questo forse che la nuova letteratura post-industriale, cui sopra si è fatto cenno, scopre con tanta lucidità la non separatezza dell’intellettuale e dell’artista dal resto del corpo sociale.

    Questa nuova situazione delle arti e dei suoi produttori potrebbe trovare un momento di sintesi a partire dal concetto di reddito universale di cittadinanza.

    Il reddito di cittadinanza (detto anche reddito di base o basic income) rappresenta un tentativo di abolire (o di allentare) il legame che esiste tra il reddito e il lavoro salariato. Il reddito di cittadinanza, per essere compiutamente tale, e dunque per distinguersi dalle varie forme di sussidi e dalle misure di tipo assistenzialistico oggi esistenti, deve essere universale e incondizionato. L’universalità si traduce nel fatto che l’erogazione viene destinata a tutti i soggetti che compongono la comunità politica, senza distinzioni di sesso, di status giudico, di condizioni personali; unica eccezione alla regola dell’universalità può essere prevista in ragione dell’età del beneficiario, per cui potrebbe legittimamente prevedersi che l’accesso all’erogazione venga limitato ai soli maggiorenni. Il requisito dell’incondizionatezza impone invece che non siano previste cause di decadenza dal beneficio. Nessun obbligo può quindi essere posto in capo al beneficiario, sotto la condizione della revoca del basic income.

    Nella forma ideale il reddito di cittadinanza dovrà consistere in una somma bastante per condurre una vita dignitosa, versata regolarmente dallo stato o da un diverso ente pubblico al singolo individuo, indipendente dal possesso o meno di altri redditi da lavoro, da capitale o da pensione, il reddito di cittadinanza verrebbe erogato a tutti i residenti, come una sorta di dotazione inalienabile, un quantum di ricchezza che spetta agli individui in quanto tali. Scopo fondamentale ed effetto auspicato di una simile misura sarebbe la difesa a oltranza della dignità umana, dato che i singoli individui sarebbero maggiormente liberi di accettare o meno di volta in volta le proposte di impiego, e sarebbero in generale maggiormente capaci di determinare autonomamente i propri percorsi esistenziali.

    Molti dei maggiori studiosi contemporanei della società e del lavoro, da Alain Supiot a Ulrich Beck, da André Gorz a Ralf Dahrendorf, si sono confrontati con questo tema e hanno auspicato a vario titolo l’introduzione di una qualche forma universalistica di sostegno dell’individuo. Gruppi di precari, collettivi studenteschi, forze politiche progressiste hanno sposato e fatto propria questa proposta, facendola oggetto di battaglie, rivendicazioni, momenti di discussione pubblica. I fautori del reddito di cittadinanza suppongono che dall’introduzione di una simile misura deriverebbero consistenti benefici a livello sociale, dallo sviluppo di attività di volontariato e di servizio pubblico, a una maggiore partecipazione democratica, fino a un sostanziale riequilibrio nei rapporti tra i sessi.

    Per quanto riguarda il mondo delle arti una misura di compiuta garanzia del reddito potrebbe avere un significato particolare. Nonostante, infatti, l’intermittenza sia insita nel mondo nello spettacolo, contraddistinto in prevalenza da rapporti di impiego a tempo determinato, i lavoratori dello spettacolo, nel periodo di inattività tra un contratto e un altro, non godono normalmente di benefici specifici rispetto ai lavoratori di altri settori. Il sussidio di disoccupazione, ad esempio, assai di rado può essere goduto dai lavoratori delle arti, poiché presuppone per definizione la stipula di un contratto di lavoro subordinato, il solo per il quale è previsto l’obbligo da parte del datore di lavoro di versare una quota per l’assicurazione contro la disoccupazione. Come è noto, però, il lavoratore dello spettacolo e soprattutto l’artista, pur svolgendo di fatto un lavoro caratterizzato da effettiva subordinazione, viene di regola impiegato come libero professionista o come collaboratore a progetto. Inoltre secondo la normativa vigente (art. 40, punto 5, R.D.L. 4.10.1935, n. 1827) i lavoratori dello spettacolo, anche se dipendenti, sono esclusi dall’obbligo assicurativo contro la disoccupazione, tranne che nei rari casi in cui non gli sia richiesta una specifica preparazione tecnica, culturale ed artistica.

    Pertanto le tutele previste per gli operatori nei settori dello spettacolo sono ancora più inefficienti e inique di quelle previste per tutti gli altri protagonisti del vasto mondo della precarietà, e ciò in contrasto con quanto avviene in molti contesti nazionali europei, che prevedono semmai delle forme di garanzia rafforzate proprio in favore di soggetti intrinsecamente esposti al rischio dell’assenza temporanea o prolungata di reddito. In Olanda, ad esempio, esiste un programma welfaristico denominato Wik, in virtù degli quale vengono erogati 500 euro agli artisti per “permettere loro di avere tempo di fare arte”. La Francia accorda invece una tutela particolare ai tecnici e agli artisti dello spettacolo dal vivo (teatro, danza, circo, arti di strada) e dell’audiovisivo (cinema, radio, televisione), grazie al quale circa il 70% dei tecnici e degli artisti iscritti a questo speciale regime di previdenza riesce a vivere lavorando soltanto 4 mesi all’anno. Nulla di tutto questo esiste, invece, in Italia.

    Questa situazione carente sul piano delle tutele sociali si riflette in una condizione di sudditanza tutta ai danni dei lavoratori dello spettacolo e degli artisti. Ogni artista dipende infatti direttamente da un padrone. L’artista visivo si dibatte, con molta fatica e altrettanto lucro, tra compratori e collezionisti di varia estrazione (banche, collezionisti eccetera). Il teatrante (e la questione Fus l’ha colpito in pieno) senza i finanziamenti dello stato, della regione, della provincia, del comune, non può muovere un dito. E quando lo stato, la regione, la provincia, il comune, non elargiscono fondi: il teatrante non può lavorare. La dipendenza della produzione cinematografica dai grandi capitali, o, se parliamo di produzioni indipendenti, la dipendenza da una rete di distribuzione degna di questo nome, è nota ed evidente a tutti. Taciamo delle tristi sorti del poeta. Il lavoro delle arti è sprofondato nell’assistenzialismo.

    Il reddito di cittadinanza può mutare questa situazione. Assumendo ipoteticamente come dato l’affidamento di un reddito di cittadinanza universale slegato da ogni prestazione lavorativa viene gioco facile immaginarsi, per i lavori delle arti, un futuro ricco di imprevedibili possibilità. Il lavoro dell’artista ne sarebbe drasticamente trasformato e probabilmente le attività artistiche avrebbero un’azione molto più estesa. Il ruolo dell’artista, le sue possibilità di espressione e la forma stessa del suo lavoro, potrebbero subire trasformazioni significative e strutturali.

    Oggi che il tempo del capitale ha oltrepassato i confini della fabbrica e ha invaso ogni interstizio sociale, ora che il tempo precario e flessibile è diventato il tempo dominante, possiamo forse comprendere meglio la situazione apparentemente misteriosa dell’artista. Oggi che il lavoro immateriale è diventato maggioritario e che il lavoro di relazione e di creazione è al centro della produzione, la condizione lavorativa del teatrante, e con essa le trasformazioni del mondo dello spettacolo, appaiono meno eccezionali e marginali rispetto al resto del mondo del lavoro.

    In una società nella quale gli eventi spettacolari, mirati alla creazione di consenso sociale su vasta scala, e gli interventi artistici, prioritariamente dedicati alla ricerca dei linguaggi, si susseguono senza soluzione di continuità, avere la forza e la possibilità di immettere, in questo campo di battaglia così essenziale, i germi fecondi del discorso sul reddito di cittadinanza è una grande opportunità. É una opportunità certamente per chi fa del basic income il suo obiettivo primario. Ma è una grande opportunità anche per chi, artisti e lavoratori del mondo dello spettacolo, opera oggi in Italia in un mercato lavorativo nell’occhio del ciclone e che sarebbe interessante e importante che entrasse più strettamente in relazione con il resto del mondo del lavoro.

    da http://www.bin-italia.org

    da

  44. francesco pecoraro il 18 aprile 2010 alle 08:47

    @sara
    ti sembrerà strano, ma concordo su tutto.
    aggiungo solo che se mi è abbastanza chiaro cosa vuol dire “stare in televisione”, altrettanto non posso dire su cosa vuol dire (in pratica) “stare sul territorio”.
    Insomma, sentire la realtà: ma come?
    Concretamente non mi sembra ci siano strade diverse dalla militanza.
    con la militanza di base stai sul territorio e vi introduci i tuoi sensori.
    ma la militanza l’ottieni solo su un messaggio forte, su convincimenti forti, su motivazioni forti e “identitarie”.
    non l’ottieni se sei un partito di opinione.
    non l’ottieni senza costruire un vero senso di appartenenza.
    non l’ottieni se stai lavorando alla cancellazione di ogni tradizione di militanza interna e di ogni centralismo, se stai rinnegando un passato in cui militanza e organizzazione e appartenenza erano centrali…
    insomma, mi sembra un cane che si morde la coda.

  45. georgia il 18 aprile 2010 alle 09:29

    beh … però scusatemi ma anche tutto sto parlare di successo della lega (che non è vero se non in percentuale, ma solo perchè quasi la metà non ha votato) e di territorio è cosa un po’ indotta dalla tv, o no?
    Stare sul territorio cosa vuol dire?
    Incitare sempre agli istinti più brutali e fare le ronde vuol dire stare sul territorio? Dare addosso all’immigrato e scatenare i propri potenziali elettori (come fanno calderoli e borghezio, per nominare solo i più rappresentativi) vuol dire stare sul territorio? Portare i maiali a pisciare nel territorio dove dovrebbe sorgere una moschea, vuol dire stare sul territorio?
    Difendere i diritti degli immigrati anche contro la volontà del popolo (di detto territorio) incanaglito vuol forse dire essere fuori dal territorio? Difendere la libertà di culto di altre religioni, vuol dire essere fuori dal territorio? ecc.
    Sinceramente c’è qualcosa che non mi torna ;-) Sangue e suolo è forse diventato, attualizzato, Sangue e territorio? …
    Della serie come sdoganare il razzismo … sul territorio;-)
    geo

  46. Alcor il 18 aprile 2010 alle 10:16

    Tra le altre cose, Ronchi dice :

    «Alle spalle della sinistra attuale non vi è allora, come ingenerosamente si crede, il vuoto delle idee. L’imprecisione ideologica che la caratterizza, financo nel nome (che vuol dire infatti «democratico»?), è figlia di una crisi schiettamente filosofica. Non è soltanto la crisi del Grande Metodo quella che genera la nostra sinistra «post-moderna» e «post-materialista», ma è la crisi dell’idea stessa di scienza, della possibilità cioè di fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura).»

    trovo che abbia ragione, e perciò la crisi è profonda e sarà lunga, anche se la sinistra dovesse vincere le elezioni.
    E prima o poi le vincerà, se non altro per ciclicità fisiologica e alleanze al centro, e se vincerà con il nostro voto, sarà, com’è ormai da molti anni, un voto dato di malavoglia.
    Di idee/opinioni ce ne sono anche troppe, ma tutte “leggere” mutevoli e deboli.

    Mi chiedo se sia possibile ri-” fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura)” in un tempo mobile e se ci sia poi, venisse rifondata, il tempo e i modi per trasmetterla e farla diventare terreno comune per contagio.

    Mi piacerebbe, in effetti.

    La mia perplessità sta tutta qui, non sull’analisi, ma sulla possibilità, oggi, in un mondo mutevolissimo di produrre analisi che riescano ad acchiappare la realtà stabilmente.
    Una delle ragioni, forse, per le quali abbiamo tante idee leggere e tante opinioni fragili è la mancanza proprio di “tempo” per elaborarle.

    Ed è proprio questo che secondo me ha fatto vincere la Lega, che ha unito una spregiudicatezza totale nel creare mitologie momentanee (celti, dio po ecc.) buone finché servono e pronte ad essere sostituite con altre altrettanto utilitarie e magari tradizionaliste, ed essere in sintonia con la pancia acritica dei cittadini.

    Se per qualche ragione che non vedo, e che ovviamente è fantastica, la Lega sentisse che i cittadini desiderano la presenza degli immigrati sul territorio padano, diventerebbe immediatamente pro-stranieri.
    Questo cinismo pragmatico unito alla presenza sul territorio per ora le dà una forza che non so quando scemerà.

    Non so nemmeno se è vero che la presenza sul territorio della Lega ricalchi l’antica presenza del PCI.
    Quella del PCI si fondava su un’idea forte, oltre che su un ottima organizzazione. Non c’erano solo le sezioni, nelle sezioni arrivava quello che veniva deciso a livello centrale, e così era per l’Arci, per la CIGL con la cinghia di trasmissione.
    Per avere le Frattocchie ( e anche lì, in apparenza la Lega ha imparato dal vecchio PCI) bisogna avere qualcosa da insegnarci e scriverla magari su Rinascita e poi comunicarla attraverso l’Unità e i segretari di sezione.

    Non avendo più quel patrimonio di idee, la competizione della sinistra tutta, che se cita Marx lo cita, scusate, in modo museale, è perdente.
    Non può cedere plasticamente alle pulsioni più bieche dei cittadini come fa invece la lega, non ha più una classe stabile di riferimento, non sa leggere, anche perché i suoi dirigenti sono dei matusalemme interiori, se non sempre esteriori, le necessità delle giovani generazioni.

    Io però non dispero. Bisogna ricominciare a pensare, questo è certo.

  47. maria il 18 aprile 2010 alle 10:20

    Gina scrive “Nella forma ideale il reddito di cittadinanza dovrà consistere in una somma bastante per condurre una vita dignitosa, versata regolarmente dallo stato o da un diverso ente pubblico al singolo individuo, indipendente dal possesso o meno di altri redditi da lavoro, da capitale o da pensione, il reddito di cittadinanza verrebbe erogato a tutti i residenti, come una sorta di dotazione inalienabile, un quantum di ricchezza che spetta agli individui in quanto tali. Scopo fondamentale ed effetto auspicato di una simile misura sarebbe la difesa a oltranza della dignità umana, dato che i singoli individui sarebbero maggiormente liberi di accettare o meno di volta in volta le proposte di impiego, e sarebbero in generale maggiormente capaci di determinare autonomamente i propri percorsi esistenziali.”

    maria

    un reddito di cittadinanza versato a tutti INDIPENDENTEMENTE da altri redditi di lavoro , pensione o addirittura CAPITALE, peraltro molto diversi tra di loro come chiunque sa, e con anche la possibilità di RIFIUTARE un lavoro non apprezzato, mi verrebbe da dire che solo una società comunista potrebbe realizzare simili condizioni ma poi mi correggo e dico no nemmeno quella, casomai il paese dei balocchi!!!

    Ma dico ,come si può sostenere una cosa del genere, chi produrrebbe la ricchezza necessaria a sostenere simile bengodi?
    Il reddito di cittadinanza dovrebbe , poi, anche riequilibrare il rapporto tra i sessi, promuovere un fantomatico volontariato ecc. ecc.

    Il reddito di cittadinanza è concetto di cui si discute molto e giustamente in questi ultimi anni, ma una versione così estrema e sconclusionata non l’avevo mai vista.

    Con queste “analisi” sarà arduo ricreare una politica di sinistra e un’egemonia culturale che renda possibili, nel corso del tempo , nuove e giuste forme di lavoro nell’ambito di una uguaglianza sociale più grande possibile.

  48. gina il 18 aprile 2010 alle 10:35

    maria
    ti avevo (non te, ma una reazione del genere) ovviamente messa in conto.
    Nn per altro, ma perché mi occupo della questione da + E – una decina d’anni. No problem dunque.
    sai lavoro in una azienda postfordista qualunque con contratto a tempo indet (che culo!!!), e quotidianamente, agghiacciantemente, il mantra (mio, che non mi occupo di marketing, E del responsabile marketing) è: SPETTACOLO!
    (colpi di scena quotidiani: evidentemente non hai la minima idea di cosa sia una macchina da guerra e una concatenazione collettiva di enunciazione. ma ci vivi dentro, ci sei installata, qualsiasi mestiere tu faccia)

  49. Alcor il 18 aprile 2010 alle 10:40

    quanto alla televisione, scusate, ma di che televisione parliamo?

    anche lasciando perdere il nostro sistema, che è bloccato, su quella pubblica, almeno da noi, non occorre spendere parole.
    quella privata è un sistema industriale, e non si vede, o almeno io non vedo, come una qualsiasi sinistra possa avere i mezzi per possederne una che non sia marginale, di opinione, di nicchia

    puntare alla televisione è come volere la luna

    Vi ricordate come fu spernacchiato il povero Fassino, soprattutto da noi, quando esultò all’idea di “avere una banca”?

    c’era poco da spernacchiare, adesso arriva la Lega, dice “vogliamo le banche” attraverso le fondazioni, e nessuno si scandalizza, si spaventa soltanto, avere le banche per la Lega vuol dire avere in mano la possibilità di finanziare la piccola e media impresa sul territorio (non si può fare a meno di questa parola) e non solo, potrebbe finanziare qualsiasi settore che ritenesse cruciale, potrebbe anche decidersi a distribuire in qualche modo un reddito di cittadinanza agli artisti, ahimè, e allora addio, avremmo anche gli artisti padani

    scusa @Gina, ma sono d’accordo con @Maria,una versione così sconclusionata non l’avevo mai letta neppure io, anche senza pensare al nostro debito pubblico, e poi a un eventuale paese di bengodi io guarderei molto attentamente in bocca, prima di accettarlo in dono

  50. gina il 18 aprile 2010 alle 10:48

    alcor
    ci mancherebbe: service! (e nn capite amichevolmente neh, una benemerita fava di materialismo assoluto)

  51. maria il 18 aprile 2010 alle 10:49

    Georgia in parte ha ragione, nel senso che si chiede cosa voglia dire oggi stare sul territorio, io credo che questa frase sia ormai diventata una sorta di mantra tanto più attraente dopo la vittoria leghista al nord che è stata grande bisogna riconoscerlo.

    Tuttavia penso che l’espressione sia fondata, perché stare sul territorio significa anche conoscerlo insieme ai suoi problemi, non a caso la lega per adesso riscuote i suoi maggiori consensi tra i piccoli imprenditori, partite iva, commercianti, lavoratori autonomi e non nel pubblico impiego riserva storica della sinistra, ma una volta accanto agli operai ed altri strati sociali e culturali, e adesso quasi ultimo fortilizio da difendere.

    Voglio dire che non si votano dei sindaci o dei governatori perché promuovono le ronde e basta, ma perché, in qualche modo essi riescono a intercettare interessi economici e desideri delle popolazioni locali, amministrando forse anche bene, penso che Verona non sia amministrata peggio di Firenze, chissà forse anche un po’ meglio.

    A me pare impossibile che si possa votare lega ma se tre grandi regioni del nord lo fanno non mi posso consolare dicendo che sono razzisti, magari lo sono davvero, ma il problema è :come hanno fatto a diventarlo?

    Chi c’è dall’altra parte?

    maria

  52. Alcor il 18 aprile 2010 alle 10:59

    @gina

    se non capiamo una benemerita fava di capitalismo assoluto faccelo capire tu, che ci vuole?

  53. gina il 18 aprile 2010 alle 11:02

    te l’ho già detto una volta (E FA PARTE DEL DISCORSO): vuoi che ti passi anche il filo interdentale?:)

  54. maria il 18 aprile 2010 alle 11:12

    cara gina,
    perché non avrei una minima idea di come sia strutturata una macchina da guerra? Credi forse che sia vissuta in altri pianeti dove imperava la pace? credi che prima del postfordismo fossero tutte rose e fiori?
    Penso di no, farei un torto alla tua intelligenza, io ho criticato un preciso passo del testo che hai passato, che non poggia su nessun criterio economico, su nessuna analisi della realtà ormai globalizzata, per cui con tutta la considerazione dell’ambiente di lavoro di cui parli, mi resta impossibile condividere la proposta politica che lo scritto contiene, per un semplice motivo: non contiene nessuna proposta politica ma soltanto dei desideri che tra l’altro io non condivido nemmeno, come quello appunto di ricevere un surplus di reddito anche se lavoro per esempio.

    Eppoi quale lavoro, quale pensione, glisso dul capitale, dovrebbe il documento entrare nel merito, distinguere le varie forme di ricchezza o di povertà, indicare dove si prendono le risorse, insomma cercare di indagare la società e i suoi rapporti materiali con criteri un po’ più rigorosi . Perlomeno credo.
    maria

  55. georgia il 18 aprile 2010 alle 11:13

    il veneto è sempre stato di destra locale, la lombardia non è della lega ma degli ex democristiani, in piemonte ha vinto il pdl + lega con candidato lega, solo perchè grillo ha preso una fraccata di voti a causa dell’alta velocità, non do la colpa a grillo, solo ne prendo atto. Tra l’altro non so neppure se la lega sia a favore o contraria all’alta velocità, certo il pdl è a favore.
    Ora la coalizione della bresso ha preso solo pochissimi voti in meno al candidato lega, se ci sommi i voti persi a favore di grillo (almeno la metà diciamo) la sinistra ha parecchi più voti in piemonte. Che vuol dire? che la sinistra è più radicata nel territorio?
    Secondo me ci lasciamo sempre condizionare dalla tv, volenti o nolenti. Io prendo atto della vittoria politica della lega che però non è fatta solo di voti (che non sono poi neppure aumentati) e di presenza sul territorio (che palle ‘sto territorio) ma sopratttto di alleanze, abili e pragmatiche alleanze. La lega da sola forse non prendeva manco un comune.
    Invece di parlar tanto di territorio e di sangue, parliamo di politica: la lega è l’unica che oggi fa politica al punto tale che anche se perde voti vince regioni ;-). E la politica non è solo cosa nostra di territorio;-). Il territorio alla lega serve per incitare al razzismo, però poi fa Politica, forse con la p maiscola, cosa che gli altri non fanno più o meglio, non gli viene più permesso di fare, perchè l’elettore di sinistra pensa che la politica sia una cosa sporca e sia meglio starle lontano … ad esempio guarda il problema banche, hai sentito qualche leghista della base scandalizzarsi se la lega cerca di procurarsi una banca? Altro che territorio ;-) …

  56. Alcor il 18 aprile 2010 alle 11:17

    ma cara gina, se posti un lungo pezzo che maria fraintende e io pure – e vedremo gli altri, sempre che lo leggano – lo posterai per fare DISCORSO anche con noi, o di noi non ti interessa? neppure come eventuali supporter?

    [il filo interdentale ce l’ho, grazie]

  57. maria il 18 aprile 2010 alle 11:20

    Cara gina,
    capitalismo assoluto, una cosina da nulla, non credo, però, che se qualcuno obietta qualcosa tu possa limitarti a consigliare il filo interdentale. Non ti devi stizzire così.

    maria

  58. gina il 18 aprile 2010 alle 11:27

    maria
    ho linkato un sito di concatenazioni collettive di enunciazione inter-nazionale: facci un giro. fior di sociologi, economisti, e giuslavoristi praticoni della fuffa?: i criteri economici che tu citi a paradigma sono paradigmi da praticoni della fuffa, gli stessi che consentono linee di fuga. ripeto (RITORNELLO) vedi te stessa anche come un meccanismo dell’ingranaggio. fatti macchina astratta. facci un giro. de-riterritorializza.

  59. gina il 18 aprile 2010 alle 11:27

    MATERIALISMO assoluto

  60. georgia il 18 aprile 2010 alle 11:57

    certo che una delle caratteristiche della sinistra è saper dialogare :-).
    Se chiedi, dialogando, qualcosa, una ti dice prima che sei isolata culturalmente (e stop), poi che sei un implume nel nido che aspetta l’imboccata, se non chiedi e fai un commento ti dice che il commento è insensato e quindi di cancellarlo, l’altra ti offre il filo interdentale … e andiamo bene :-).
    Anche a me l’articolo copiaincollato da gina non è sembrato granchè, mentre ho apprezzato molto la segnalazione del sito dove ho fatto un giro e ho trovato molti articoli interessanti come uno di marazzi sul manifesto (che non trovavo più) e di questo ringrazio gina
    geo

  61. gina il 18 aprile 2010 alle 12:06

    georgia
    a chi scambia materialismo assoluto (che poi è la trama del pezzo quisssù) per il capitalismo assoluto non posso che ironicamente offrire del filo interdentale ma con tutto l’amore possibile, cosa che comprende anche il dialogo cosa che che contiene anche lo sfrigol-io del conflitto che, personalmente, non mi turba.

  62. maria il 18 aprile 2010 alle 12:09

    ma scusa gina , io ho fatto dei rilievi di natura politica che continuo a sostenere su dei passaggi precisi del testo che hai postato.

    Se ora quello scritto poggia su una serie di riflessioni o studi sul concetto di reddito di cittadinanza, che io stessa ho ricordato come problema fondato di questi tempi, non significa che non debba essere, almeno in parte persuasivo, senza che si debbano leggere 300 libri, e comunque sia ,se alcuni giuslavoristi o sociologi, sostengono i passaggi in questione mi ritengo libera di non condividerli anche se ad enunciarli sono il fior fiore di una parte del pensiero politico di questo nostro tempo.
    Questo senza nulla levare alla validità del loro pensiero che non credo debba essere prelevato come un pacco.

    Seppoi chiedersi come si possa pensare di erogare un reddito unversale di cittadinanza anche oltre altri redditi posseduti, sia roba da praticoni della fuffa, come tu pensi, o una linea di fuga, non so cosa dirti, se non che siamo in molti a dover fare dei giretti di apprendimento, o di ripetizione come si faceva a scuola una volta:-).

    maria

    maria

  63. georgia il 18 aprile 2010 alle 12:13

    con tutto l’amore possibile
    l’amore lascialo al pdl …è cosa loro ormai ;-)

  64. gina il 18 aprile 2010 alle 12:19

    georgia
    anche quello fa parte del gioco, e non solo in senso ironico.

    maria
    come ho già detto, tu ed alcor mi sembrate un po’ confuse sui termini.

  65. sara ventroni il 18 aprile 2010 alle 12:22

    Allora: non usiamo la parola “territorio”, al momento foriera di ambiguità semantiche, ché sembra si voglia emulare la raccolta porta a porta di bile, come fa la Lega.
    Lessico a parte, c’è un dato inconfutabile: la sinistra non esiste, né sul fronte della rappresentanza (l’oligarchismo della legge elettorale – tacitamente accolta a destra, al centro e a sinistra – svuota, di fatto, il senso profondo della democrazia parlamentare, con deputati blindati dall’alto, fedeli alla linea della segreteria di partito, anche quando, come si diceva un tempo, “la linea non c’è”) né, dicevo, esiste la sinistra come organismo di base, ovvero: sezioni, circoli, assemblee et cetera.
    E senza quest’ultima, temo che un rilancio o una rinascita del progetto di sinistra (quale, poi?) sia un’ipotesi altamente improbabile, aldilà dei nostri auspici.
    Manca un progetto, credo, perché la sinistra non interpreta (a questi due livelli che ho appena detto) la realtà: non la draga, non la mette in comune. Non la condivide.
    In questo momento storico la destra è più ecumenica, movimentista e ‘sul pezzo’, rispetto alla storicamente solidaristica & logisticamente strategica sinistra.
    Pensiamo alle occupazioni delle case (un vero dramma, a Roma e non solo) di casa-Pound.
    A dire il vero, la destra sociale s’è sempre occupata di temi “sociali”, appunto, e con le posizioni che sappiamo, la differrenza è che oggi “mappa” i luoghi, li prende, li occupa, interagisce con la cosiddetta società civile, e si fa sentire più di prima, e più della sinistra.
    Per questo trovavo importante la segnalazione di Maria al pensiero di Mario Tronti, il quale, aldilà dei giudizi che si possono formulare sui risultati, ha impostato la sua riflessione cercando un modo per comporre le ragioni del movimentismo e del riformismo di sinistra.
    Dunque, sul divario tra l’anti-aderente scivolosità del ‘discorso’ del centro-sinistra in tv e la ruvidità della realtà quotidiana (che non ha interpreti, né trova più – come era nelle affollatissime, per dire, assemblee di sezione – uno scambio orizzontale, un confronto inter pares) mi pare si debba riflettere con attenzione.
    Essere presenti nei quartieri delle città, avere visibilità nei quartieri-ghetto (più che nei loftini del centro), nei paesi medi e piccoli, di provincia, organizzare incontri, parlare con le persone, sapere quanto costa un nido, se quella persona ha i soldi per la badante, se quei dieci operai hanno perso lavoro, se quell’azienda che era radicata nel territorio rischia di chiudere, se ci sono capannoni con persone ridotte in schiavitù, quali sono le famiglie che non arrivano a fine mese, studiare a fondo lo scandalo dei contratti atipici e i disastri esistenziali che producono nella generazione dei trenta-quarantenni…
    Se anche, come vediamo, le risposte di destra sono furbacchione, animalesche e brutali, non si può uscire dalla partita semplicemente segnalando la deriva xenofoba o la grossolanità delle soluzioni offerte dalla Lega, che lègge la pancia del ricco nord come un rabdomante.
    E noi? Cosa, dove ‘leggiamo’? Ma soprattutto: siamo in grado di capire e di proporre, a voce ferma, qualcosa di diverso, qualcosa che non si esaurisca in una timida buona intenzione?
    Insomma: condividere i destini, credo sia il primo passaggio, il filo da riannodare. Aggiornarsi sulle disperazioni quotidiane, quelle disperazioni raccolte come acqua piovana dalla destra per far girare le pale del suo mulino.
    Perché se deve rinascere un progetto (micro o macro) di società, da quella società fatta di donne e di uomini, di vecchi e di poppanti, di italiani e di stranieri, bisogna, anche controvoglia, ripartire. Non si scappa.
    Questo intendevo per ‘territorio’: l’argomento non è sotto copy-right del Movimento Primitivista della Lega.

  66. maria il 18 aprile 2010 alle 12:28

    gina,
    esistono anche i lapsus o a te non capita mai ?

    E del resto nello scritto si parlava anche di capitale e di accumulazione capitalistica, insomma di temi e termini che possono giustificare lo sbaglio senza inficiare il senso della critica.

    Riguardo alle modalità di erogazione del reddito di cittadinanza non credo che i pensatori citati la pensino tutti nel modo radicale proposto dall’articolo che hai postato.

    Infatti nel testo si legge che molti , “si sono confrontati con questo tema e hanno auspicato a vario titolo l’introduzione di una qualche forma universalistica di sostegno dell’individuo.” “A vario titolo “e “una qualche forma”, espressioni molto più sfumate ed meno estreme mi pare.

    maria

  67. gina il 18 aprile 2010 alle 12:34

    alla faccia de (per altro utilissimo) lapsus!

  68. Alcor il 18 aprile 2010 alle 12:56

    neppure a me dà fastidio lo sfrigolio del conflitto, sempre che questo qui sopra si possa chiamare conflitto, e non mi pare

    per me, che ho una formazione classica, il materialismo è quello definito da Marx e Engels, e nelle definizioni riparto sempre da lì, benché sia letterata e il capitale non me lo sia letto tutto, anzi, pochissimi passi, mi sono letta però Per la critica dell’economia politica, in quest’orizzonte il reddito minimo garantito mi pare un obiettivo [e anche parecchio utopico] della politica, più che un dato materialistico in sé come mi pare sostenga gina [ma lei è avara di comunicazione, e mi spinge a farmi macchina astratta, perciò chissà]

    che non ci si sia fermati alla pregiata ditta M&E, lo so, nemmeno io mi sono fermata lì, ma non capisco che rivolo sia quello che si è scelto Gina, né se distingua l’analisi dei processi materialistici del capitale, l’analisi delle merci più o meno virtuali ecc. dalla proposta politica concreta e anche da quella astratta o utopica

    non vorrei che per “materialismo” si intendessero soltanto le “condizioni materiali” degli umani, e non la forza materiale del capitale, tra l’altro anche lui molto diversamente organizzato rispetto al passato, non più. e da un pezzo, linearmente manifatturiero, e capace di investire e trarre profitto da merci anche loro non più soltanto materiali.

    Se dovessimo considerare il reddito garantito come una forma diversa ma equivalente di salario, e il produttore di merci virtuali una forma diversa ma equivalente di operaio (scusatemi per la brutalità della semplificazione, ma dopotutto questi sono commenti e io non sono un’economista), non potremmo però considerare tutti i produttori di merci più o meno virtuali “classe”, perché per considerarla classe bisognerebbe che si sentissero “classe” anche loro, il che non è, una classe senza coscienza di classe è una contraddizione operativa, se non in termini, e soprattutto non vedo messa in campo un’analisi del capitale, che anche quello è assai mutato, non è immateriale, ma certo non è riconducibile a padroni riconoscibili.
    Chi possiede la MorganStanley, per esempio?
    Qui in Italia tutto sembra più semplice perché è più piccolo, ma proprio questa maggiore apparente semplicità, secondo me è illusoria.
    E anche difficilmente gestibile giuridicamente, a leggere Guido Rossi.

    Poi, @Gina, se non hai la pazienza di rispondermi, peccato, ma non me la prendo, per me oggi è una giornata lavorativa come un’altra e farei meglio a starmene legata al tavolo.

  69. Alcor il 18 aprile 2010 alle 13:05

    vedo che @Sara cita @Maria che ha evocato Mario Tronti, ecco, Tronti è tanto che non lo leggo, ma forse dovrei ricominciare, se avessi due vite.
    Tronti ha alle spalle proprio quel territorio [:-)] teorico che qui mi pare manchi.

    Però mi piacerebbe cedere il passo a qualcuno che non si limita, come quasi tutti, credo, qui nei commenti, ad aver letto qualcosa e a proporre, me per prima, opinioni e idee ricevute.

    Questo è un invito che faccio a @marco.

  70. gina il 18 aprile 2010 alle 13:15

    condivido l’invito al prof. marco rovelli
    a partire dal materialismo assoluto (che è l’argomento del posto di ronchi, che non è il capitalismo assoluto, passando come il prof rovelli ha indicato, per le deleuziane (e guattaresche neh che erano un couple) concatenazioni collettive di enunciazione (correttamente intese) quindi inevitabilmente per la macchina (di asservimento E assoggettamento) e il ritornello trallalla.

  71. marco rovelli il 19 aprile 2010 alle 16:09

    Torno adesso al pc e mi trovo chiamato in un ruolo espiatorio, perciò lo rifiuto volentieri :-)
    Ormai è tardi e qui non c’è più nessuno, comunque la questione del radicamento sociale è reale, per questo la Lega vince, prima dell’accesso alle televisioni. La sua struttura territoriale, i politici che stanno tra la gente, non appaiono come una casta separata – si vedono, si toccano – e dico proprio fisicamente – sono “gente”, si confondono.
    Quanto al reddito sociale credo che sia un’ipotesi praticabile, fior di pensatori ed economisti ci si spendono su (penso prima di tutto, in Italia, al laboratorio UniNomade, il giro dei negriani per intenderci – da me non amati, ma ai quali sul lavoro culturale che fanno riconosco un merito). E sul lavoro artistico come anticipatore della condizione lavorativa propria del postfordismo concordo assolutamente. (per restare all’arte, la stuazione di Olanda – si chieda a Marino Magliani – e Francia – qui ce lo sogniamo).

    (Sascha, Neumann me la segno).

    Adesso il prof. va a un consiglio di classe. sì d’accordo sono un prof, gina, però se mi richiami così lo considero un attacco personale :-)

  72. gina il 19 aprile 2010 alle 16:27

    :)))
    (scherzavo!!!!!
    (vedi te se da antiedipica come sono richiedo sul serio il capriointervento di un prof!:). Anche stitolato te la cavi cmq bene:)
    à+

  73. gina il 20 aprile 2010 alle 07:43

    (à+nel senso che se ti va non è vero che non c’è più nessuno:)

  74. Alcor il 20 aprile 2010 alle 09:57

    giusto:-)

  75. sara ventroni il 20 aprile 2010 alle 11:32

    Da bin Ich, oder: ècchime.

  76. gina il 24 aprile 2010 alle 10:53

    son distratta, ho visto ora….. l’articolo sullo stesso argomento (in parte neh. ma c’era da subito?) che a suo tempo avevo apprezzato, avendo letto con parecchio interesse ceti medi senza futuro e allora, tanto così per attualizzare, e in vista della mayday, vi appiccico un buon auspicio (auspiccico:). SPETTACOLO!

    23 Apr
    Vittoria dei lavoratori Best Union alla Fiera di Milano! Dopo l’incursione arrivano i primi pagamenti.
    sosfornace in Mayday

    E’ noto che il polo fieristico di Rho-Fiera è un ricettacolo di lavoro precario, intermittente e lavoro nero. Per questo da qualche mese è in funzione presso il Centro Sociale SoS Fornace lo sportello Bio-sindacale San Precario che monitora e controlla ciò che avviene in Fiera, anche alla luce degli sviluppi che sicuramente si avranno in vista dell’Expo 2015.

    Nella scorsa settimana, in concomitanza con Il Salone internazionale del Mobile e del Design, vetrina della Milano da bere, ma coacervo di sfruttamento del lavoro, una numero consistente di precarie e precari hanno fatto un’irruzione nei padiglioni della fiera per denunciare le condizioni di lavoro, il mancato pagamento degli stipendi e l’abuso dei contratti precari.

    L’esito di tale azione politica è che oggi, 23 aprile, circa una cinquantina di lavoratori della Best Union Company e delle sue controllate Team 2015 e Fair Service (che operano come aziende in subappalto per i servizi logistici alla fiera di Rho), hanno ricevuto i pagamenti arretrati per il periodo che va da ottobre a dicembre 2009.

    Questo primo risultato dimostra altresì che si può sconfiggere la precarietà, lottando per i propri diritti a conferma che il punto sensibile delle aziende è la loro immagine e il loro brand.

    Come già annunciato nei prossimi giorni assieme ai lavoratori continueremo l’azione di protesta nei confronti di Best Union Company e Fiera. Il prossimo obiettivo è che venga riconosciuta la natura subordinata dei rapporti di lavoro affinché i lavoratori vengano assunti.
    Non solo, allargheremo la vertenza a tutte le società che operano in Fiera e che sono: Fair Service, Team 2015, Best Union Company, Autogrill, Sipro, Sanital, Laser e Fema.

    Lo sportello biosinsdacale SanPrecario non si limita solo a fornire gratuitamente assistenza legale e informativa ai lavoratori e alle lavoratrici, ma si pone come punto di riferimento per interventi di subvertising, azione diretta, controinformazione in tutte quelle realtà che, senza nessuna tutela sindacale o per l’incapacità delle forze sindacali tradizionali.

    Precarizza il precarizzatore!

    Tale primo risultato si collega all’interno della campagna della MayDay 2010 sul welfare metropolitano, finalizzata a creare una capacità vertenziale sui temi della continuità di reddito, erogazione gratuita e libera dei servizi di base (dalla casa, alla formazione, saperi, mobilità, socialità) con l’intento di avorire un processo di ricomposizione sociale delle numerose conflittualità che la crisi economica ha reso evidente (dalle fabbriche della cintura milanese, ai cal-cnter, ai servizi che operano nei media).

    Con l’incursione di domenica al salone del Mobile è, infatti, partito il countdown verso la MayDay 2010 – il primo maggio dei precari – che vedrà una serie di azioni sui temi della precarietà, del welfare e del territorio messe in atto da diverse realtà attive nell’area metrolombarda.

    Per info
    Incursione in fiera domenica
    VIDEO + COMUNICATO
    http://www.sosfornace.org/2010/04/18/incursione-di-fornace-e-san-precari…
    FOTO + MATERIALI
    http://www.precaria.org/incursione-di-fornace-e-san-precario-in-fiera-in…

    MAYDAY, primo maggio dei precari e delle precarie
    Ulteriori contatti web: sosfornace.org – precaria.org – italy.euromayday.org

    info@sanprecario.info

  77. […] Leggi il seguito »» […]



indiani