Scrittori in Causa e la maschera del privilegio

di Simona Baldanzi
Alla domanda cosa vuoi fare da grande, non ricordo di aver mai risposto. Avevo la sensazione che era meglio non sognare che lavoro fare da grande, per non rimanere delusa. Forse sembravo una con le idee poco chiare, che non si impegnava abbastanza, invece ero semplicemente una bambina concreta.
Alla scuola elementare, i miei pensierini facevano emozionare le insegnanti, e i miei erano contenti, non perché iniziassero a vedere in me chissà quale dote, ma perché, andando bene a scuola, gli levavo un pensiero nella gestione della vita quotidiana. Se ho mai pensato di fare la scrittrice? Macchè, figuriamoci. Da piccola imparavo che scrivere e lavorare sono due cose molto lontane. Certo, sapevo bene che leggere e scrivere correttamente mi avrebbero aiutato ad affrontare i pensieri di tutti i giorni, ma non che il solo fatto di scrivere potesse darmi da vivere. Al massimo poteva darmi qualche soddisfazione: al ritorno dal Campiello Giovani, mia mamma mi disse che c’era il concorso alle poste.
Sono cresciuta in una famiglia che mi ha sempre fatto notare i miei limiti. Non avrei mai osato pensare che a quello che avrei scritto sarebbe corrisposto del denaro. Non sto dietro ad annoiarvi con i particolari della mia infanzia, questa introduzione mi serve per farvi capire una cosa: che con quella formazione lì mi sono ritrovata fra le mani il mio primo contratto editoriale.
Potete immaginare quanto fossi emozionata… Ero sola in casa editrice, i miei non sapevano nulla e, ancora prima di capire dove mi trovavo e con chi avevo a che fare, avevo già quelle pagine da firmare sulle ginocchia. Nella testa sentivo la voce di mia nonna che mi diceva: non si firma nulla senza leggere! Prevalse, così, il mio lato concreto. Presi fiato e chiesi se quelle pagine le potevo portare a casa per valutarle con un po’ più di attenzione, perché in quel momento non ne ero proprio in grado. Insomma, lo tenni a casa una settimana. Lo sfogliavo, lo leggevo, la casa editrice, intanto, mi pressava per avere indietro il contratto firmato: ci saranno altri che la vogliono pubblicare? Si stavano forse domandando.
Mentre leggevo il contratto, certe cose non mi tornavano, intuivo che tante conseguenze non le potevo prevedere, ma ero sola e non mi potevo confrontare con nessuno. In più avevo in mano questo privilegio: i miei vanno in fabbrica e tu scrivi romanzi, e ti lamenti pure? Insomma, mentre leggevo e rileggevo c’era questa vocina che continuava a ripetermi: sei una privilegiata, non stare lì a perdere tempo! E allora cosa ho fatto? Ho firmato e stiamo a vedere.
Poi sono cresciuta e il contratto editoriale è diventato un contratto a tutti gli effetti, come tutti gli altri contratti di lavoro che ho firmato nella mia vita. Allora ho cominciato a chiedermi: significa che faccio la scrittrice? Significa che scrivere è un mestiere? Se ci campi, se ci credi, se ha un senso per te, sì.
Anche nella scrittura, come nella vita, ci possono essere risposte intime e risposte pubbliche. Brutalmente, il motivo per cui scrivi può essere affar tuo, ma quali contratti firmiamo per scrivere possono essere affari utili a tutti se pubblicizzati e condivisi. Mi interessa che ci sia l’attenzione ai contratti, che ci sia il rispetto di ciò che si firma, che ci sia chiarezza sulle conseguenze di certi articoli o prassi, che ci sia informazione su tutto ciò che ruota intorno all’uscita di un libro. Mi piacerebbe che nel piatto del dibattito della scrittura e dell’editoria italiana ci si confrontasse sui contratti, sulle case editrici corrette e su quelle scorrette, sugli editori che pagano e su quelli che non pagano, quelli che ti sostengono a dovere nel lavoro di editing e quelli che non lo fanno, quelli che promuovono e quelli che non lo fanno, quelli trasparenti e quelli che ti imbrogliano sul numero di copie vendute ecc.
Se riuscissimo a raccontarci un po’ di storie, avremmo un buon quadro del dietro le quinte delle case editrici, sicuramente più utile dei gossip sui retroscena dei salotti, dei saloni, dei festival e dei premi letterari. Utili a noi che già scriviamo e ancor di più ad aspiranti scrittori, a esordienti col contratto sulle ginocchia, che non sanno con chi confrontarsi. Parlando con Amitrano, Nazzaro e Cutolo ho capito che non ero la sola ad avvertire una mancanza di confronto e dibattito su questi aspetti. Così è nata l’idea di Scrittori in Causa, un organismo indipendente di informazione e confronto sui diritti delle scrittrici e degli scrittori.
Scrittori in Causa intende:
– proporre la modifica delle norme e delle consuetudini contrattuali che danneggiano la figura dell’autore ponendola, spesso, in una posizione di netto svantaggio rispetto a quella dell’editore;
– divulgare le inottemperanze contrattuali;
– creare un punto di riferimento e di confronto aperto su internet, per autori esordienti e non, circa le norme contrattuali svantaggiose e la loro conseguente possibilità di “contrattare”;
– creare uno sportello legale in grado di assistere professionalmente gli autori nel loro rapporto con gli editori.
La cosiddetta sinistra, con le sue cittadelle culturali, i suoi salotti editoriali, il famoso monopolio intellettuale di cui va tanto fiera, ha una responsabilità omertosa nel non aver messo in discussione il consolidarsi di consuetudini ingiuste e prezzolate in questo panorama editoriale. Per questo nasce il nostro progetto, È un progetto aperto, in costruzione. Un progetto da discutere, diffondere, condividere anche con critiche, riflessioni, suggerimenti.
Vi scrivo con la testa a Pomigliano: quarant’anni fa nacquero lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo, nacquero diritti discussi e poi condivisi. Tutto questo accadeva in fabbrica. Oggi muoiono le fabbriche e muoiono quei diritti.
Non sarà un caso che Scrittori in Causa nasce proprio in questo giugno che ci fa diventare tutti ancora più precari e indifesi. Pur con le nette differenze che ho ben presente fra catena di montaggio e tastiera del computer (anche se di mercati si parla, perché libro e auto sono pur sempre prodotti), se penso a cosa mi ha fregato  nell’editoria, vedo qualcosa che assomiglia a quello che ha fregato i lavoratori di Pomigliano d’Arco: l’idea del privilegio. Io che pubblico sono privilegiato, io che lavoro sono privilegiato. Se invece togli la maschera al privilegio, scopri il ricatto. Se firmi, pubblichi, se accetti l’accordo, lavori. In causa ci siamo noi. In causa ci siamo tutti.
scrittorincausa@gmail.com
scrittorincausa.adesioni@gmail.com
www.scrittorincausa.splinder.com
ed è anche su Facebook

24 Commenti

  1. L’unica soluzione è creare una figura giuridica che assista gratuitamente il malcapitato autore nella sottoscrizione contrattuale. Una sorta di tutor. La sperequazione delle due figure (editore da un lato, aspirante autore magari esordiente e magari un po’ fesso dall’altro) è da sempre foriera di insoddisfazioni postume, nascenti da equivoci di fondo, aspettative troppo elevate, assurdità strutturali.
    Mi sono sempre domandato come sia possibile, per l’autore, controllare quante copie sono state davvero vendute nelle singole librerie.
    qualcuno sa rispondermi?
    Forse la rendicontazione-vendite dovrebbe essere inviata ai singoli autori da parte dei librai e non agli editori.

  2. Ciao Fernando,
    a settembre su scrittorincausa.splinder.com inaugureremo uno sportello legale on line. Se consulti il blog, inoltre, ci sono diversi contenuti che aiutano lo scrittore, non solo esordiente, in fase contrattuale e postuma.
    Rispetto al controllo delle copie vendute ti consigliamo di consultare qui:
    http://scrittorincausa.splinder.com/post/22902700/il-controllo-delle-copie-vendute
    e, rispetto alla rendicontazione, qui
    http://scrittorincausa.splinder.com/post/22941520/i-rendiconti-questi-sconosciuti

  3. Qualcuno ci ha scritto in privato facendoci notare che non tutto il mondo editoriale è così. Sì, è vero. Lo sappiamo. Abbiamo fatto un post che si intitola Editori etici, in cui spieghiamo che ci piacerebbe smascherare chi certe clausole contrattuali non le rispetta o non le applica, chi proprio non le inserisce nei contratti, chi parla in un modo e agisce in un altro e chi invece non è così. Tutto questo lo si può fare se c’è condivisione, attraverso la raccolta di storie e di esperienze. Se non c’è scambio di informazione tutto rimane per sentito dire.
    Scrittori in Causa non vuole riunire solo autori che hanno avuto brutte esperienze editoriali, ma anche scrittori che invece hanno avuto buoni contratti e vogliono condividere buone prassi per permettere di farle conoscere e estenderle a tutti, soprattutto agli esordienti che ignorano tutto. Sui contratti editoriali manca questo confronto.
    Il paragone con gli operai torna anche qua: se pensiamo ai metalmeccanici come categoria hanno avuto sempre contratti migliori dei tessili, ad esempio. Eppure sono stati protagonisti di lotte dure e si sa da sempre che se perdono loro, allora anche le altre categorie andranno a peggiorare. Ci piacerebbe dunque, che gli scrittori più forti (più conosciuti, con case editrici più serie, con più esperienza, con più contratti alle spalle ecc.) dessero a Scrittori in Causa il loro contributo. Come? Sotto forma di adesione, di semplice racconto, di un aspetto che gli sta più a cuore e che vuole condividere.

  4. Finalmente una iniziativa concreta come scrittoriincausa. Mi rallegro dell’iniziativa che rompe l’italico andazzo di mugugnare senza costrutto. Aderisco e propagando con il passaparola.

  5. mi chiedo come facessero un tempo i grandi autori a farsi pubblicare: come fecero Gogol, Mann o Pirandello? la domanda è retorica, per dire che il mondo dell’editoria penso sia cambiato in modo quasi completo da allora, pur se ho il sospetto che sotto sotto le cose siano rimaste sostanzialmente uguali…ma il motivo per cui scrivo queste righe è la costatazione di come un tempo il lavoro intellettuale dello scrittore fosse tutto, pur a volte senza essere un mestiere, e invece la pubblicazione “pratica” delle opere fosse quasi una vicenda in sordina, un meccanismo magico per cui nella fabbrica entra il manoscritto da una parte e dall’altra escono migliaia di volumi stampati. dalla nostra situazione attuale, in cui spesso si deve posare la penna e impugnare la lente d’ingrandimento per vedere DOVE gli editori hanno intenzione di portare te e al tua opera, da questa nostra situazione che dicevo certo non è quella del passato, qualche cosa buona la possiamo già cavare: una maggiore consapevolezza dei “meccanismi”, un seguire più a fondo il frutto del nostro lavoro e non solo consegnarci all’editore come unico tramite possibile con il pubblico, e soprattutto scrittori incausa!!
    stare attenti e fare luce su questi problemi, aiuta a fare altrettanto in altri ambiti della vita, anche in nome della solidarietà verso altri lavoratori sfruttati, come il bell’articolo scrive, ed io pienamente sottoscrivo.

  6. La storia dell’editoria è un esempio lampante di sfruttamento dei lavoratori. La maggior parte degli scrittori lamentava percentuali troppo basse sulle vendite oppure di avere addirittura dovuto pagare a proprie spese la pubblicazione (es. Moravia).

    E’ uno schifo con la s maiuscola. Gli editori a pagamento si devono solo vergognare, la mattina quando si specchiano dovrebbero sputarsi in faccia da soli.

  7. Sugli editori a pagamento, penso che farlocchi siano gli autori e non gli editori. Lo svilimento, per l’autore, di ricorrere a un editore a pagamento non sta tanto nel lato finanziario quanto in quello morale.

  8. Salvatore, sugli editori a pagamento, quelli palesemente e non celatamente tali, il pollo e’ l’autore perche’, mi chiedo, con quale logica suppone che una casa editricie a pagamento sosterra’ la promozione del libro? Il suo tornaconto, la casa editrice a pagamento l’ha gia’ avuto, perche’ spendere altro denaro? Non mi risulta che i best seller, a parte rare eccezioni, passino per le case editrici a pagamento, di conseguenza: perche’ investire sul dopo?
    Oltre che, ripeto, reputo essere eticamente sballata l’idea, per un autore, di rivolgersi a una casa editrice a pagamento. Pubblicare vuol dire confrontarsi con un editore, quindi con un editor, quindi nuovamente con un editore, eventualmente con un agente, e ancora con un ufficio stampa. Tutti passaggi che prevedono miglioramento, maturazione, tutti passaggi che preparano a un confronto con il pubblico. Le case editrici a pagamento non prevedono tali passaggi, suppongo (e sarebbe onestamente insensato il contrario). Dunque non fanno crescere l’autore, non fanno crescere il suo lavoro, lavorano, in pratica, su un prodotto potenziale, quindi, nella prassi (che comporta altro oltre la potenzialita’, molto altro), inutile.
    Come Scrittori in Causa siamo disposti ad aiutare coloro che incappano nelle trappole editoriali degli editori tout court, ma, rispetto agli editori a pagamento, l’unico consiglio che possiamo dare e’ dissuadere. Per il resto, come dire, piu’ che dissuadere da un’azione palesemente, eclatantemente sbagliata, chi e’ causa del suo mal…
    Sull’osservazione sul controllo del portafogli, ho le mie reticenze. Un individuo e’ tale anche e soprattutto in relazione al contesto che abita, o vive anche solo di passaggio. Nel momento in cui ti trovi tra gli squali, e’ bene che apri gli occhi e tieni stretto il tuo portafogli. Come napoletana, so bene che girare in certi ambienti con un rolex in bella mostra e’ controproducente, quindi eviterei. Se lo facessi, la fessa sarei io. Con questo non e’ che voglia discolpare i ladri, ma il contesto e’ quasi sempre altro rispetto alla legge, e, in un certo paradossale senso, in un senso intrinsecamente culturale, e’ bene che rimanga tale.

  9. per quanto detto in merito agli editori a pagamento, penso che una persona che ci si rivolga innanzitutto con buona probabilità ha già battuto la solita via di spedizioni di manoscritti a case editrici “vere”, e che magari dopo un certo numero di buchi nell’acqua abbia deciso di voler vedere comunque la sua opera messa nero su bianco: in questo caso non si può parlare più di fessi da una parte e di squali approfittatori da un’altra. esistono persone che magari sanno bene a cosa vanno incontro, ma che per un motivo di gratificazione esclusivamente personale (chiamiamola così) sono disposti a sborsare quattrini per farsi stampare. intendo dire che la faccenda, secondo me , va presa cum grano salis: se questo tipo di editoria alligna, vuol dire che risponde ad una domanda ampia, e al fianco di persone che cascano ad occhi chiusi nella trappola ce ne sono altre che sono coscienti di ciò che fanno. uno farebbe comunque bene ad aprire gli occhi, e poi decidere se ripiegare sul “poco e subito” o impegnarsi a fondo per dare il via, come giustamente scrive Alessandra, alla complessa operazione di cui la stesura dell’opera è solo il primo (anche se fondante) livello.
    cercare la pubblicazione con una casa editrice “vera” (e magari eticamente valida) resta un’occasione di crescita intellettuale, artistica ed umana che certo ci viene preclusa con una pubblicazione a pagamento, e in quest’ottica credo che il profilo del danno finanziario passi in secondo piano….

  10. gli editori a pagamento fanno spesso biecamente leva sui sogni di chi spera di vedersi pubblicato, coprono l’autore di lusinghe sul testo senza neanche averlo letto e poi gli chiedono denaro per pubblicarlo.
    quando qualcuno mi scrive chiedendomi un consiglio perché le uniche case editrici che hanno risposto all’invio di un manoscritto gli chiedono soldi, gli rispondo: se hai soldi da spendere, trova qualcuno che ti pubblichi gratis, e investi il tuo denaro in promozione.

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marco rovelli
Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone.