ELAINE FEINSTEIN

24 agosto 2010
Pubblicato da

di franco buffoni

A Season in Vienna

The tram grinds on
wet rails around the
corners of brown
buildings.

Scatheless
visitors in a
cold rain we
float your

streets of plaster
frontage pitted
down to the
brick, in

a dark afternoon
the windows burning
bemused in
electric light.

Later we had a guide
to the grandeurs
of Franz Joseph,
the Ring

the Opera, the
Kunsthistorische
and: “On this balcony
Hitler announced

the Anschluss. Flowers
were all in bloom then
I remember:
Vienna had good springs once”.

(dalla raccolta In a Green Eye, 1966
poi in Selected Poems, Carcanet 1994)

Il tram macina
Rotaie bagnate
Rasentando in curva
Oscuri edifici.

Turisti illesi
Nella pioggia fredda,
Noi fluttuiamo
Sulle tue strade

Dalle facciate stuccate
Dei palazzi
Fino al rosso
Dei mattoni

In un buio pomeriggio,
Le finestre ardenti
Di luce elettrica,
Stupefatte.

Più tardi una guida
Ci ha mostrato le grandezze
Di Francesco Giuseppe,
Il Ring

L’Opera
La pinacoteca
E “Da questo balcone
Hitler annunciò

L’Anschluss. C’erano fiori
Dappertutto allora
Mi ricordo,
Vienna aveva belle primavere
Un tempo”.

(trad. Franco Buffoni)

Elaine Feinstein è nata nel 1930 a Bootle nel Lancashire ed è cresciuta a Leicester. Dopo gli studi universitari a Cambridge iniziò a scrivere poesia e narrativa. Un punto essenziale di svolta nella sua maturazione artistica fu la traduzione di Marina Cvetaeva (Oxford e New York, 1971), attraverso la quale sviluppò una sintassi più fuida e aperta che influenzò anche le successive prove narrative, come The Circle, 1970.
Elaine Feinstein ha pubblicato oltre trenta libri, fra cui numerosi romanzi, opere per la televisione e la radio, biografie e saggi – notevole quello su D. H. Lawrence – e le raccolte di poesia In a Green Eye (1966), The Magic Apple Tree (1971), The Celebrants (1973), Some unease and Angels (1977), Badlands (1986), City Music (1990), Daylight (1997), Gold (2000) e Talking to the Dead (2007).
Per molti anni ha insegnato letteratura inglese al Newnham College di Cambridge. Nel 1980 è stata ammessa alla Royal Society of Literature. Nel 1990 l’Università di Leicester le ha conferito la laurea honoris causa. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Cholmondeley Award e ben tre Arts Council Translation Award. Una scelta cospicua dei suoi versi è contenuta in Selected Poems (1994) e Collected Poems and Translations (2002), apparsi presso Carcanet, che raccolgono testi tratti da tredici diverse raccolte.
George Steiner, uno dei suoi maggiori estimatori, ha scritto che dai versi di Elaine Feinstein traspare una rara “intelligence of pain”, che potremmo liberamente tradurre con “cognizione del dolore”. Capacità che le viene dal fatto di avere sempre scritto versi basati sulla necessità e sull’esperienza. Steiner dice che i suoi versi sono il risultato di un connubio tra “instinct” e “caring”.
Narratrice, riesce a infondere nella sua poesia, la sottile tagliente lucidità della trama esposta, dell’accadimento reso esplicito. Poeta, riesce a intridere la propria scrittura narrativa di quel pathos cristallizzato, allusivo invero tipico della scrittura in versi novecentesca.
Aliena da mondanità e appartenenze a scuole o gruppi di tendenza è stata avversata ai suoi esordi dai critici favorevoli al Movement, mentre è sempre stata molto apprezzata da nell’ambito del Group. Ted Hughes – per esempio – ha esaltato in lei il modo tenace e penetrante di esplorare fino al midollo l’oggetto della propria narrazione in versi, aggiungendo: “Her simple, clean language follows the track of the nerves”.
Il suo dettato poetico appare in defnitiva sorretto da una straordinaria limpidezza e da una impellente necessità di chiarezza. Nulla viene nascosto o taciuto, ma anche nulla viene esibito con compiacimento. Dai suoi versi viene incontro al lettore la poesia, non la letteratura. Buon compleanno, Elaine!

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20 Responses to ELAINE FEINSTEIN

  1. pasquale vitagliano il 24 agosto 2010 alle 18:48

    Bemused in the electric light orchestra of these poems.
    PVita

  2. carmelo il 24 agosto 2010 alle 19:56

    sig. franco buffoni
    i suoi interventi non solo sono importanti dal punto di vista della qualità dei contenuti (che persone ben piu’ preparate e competenti di me possono spiegare) ma anche dal punto di vista diciamo così didattico, perche’ permettono a lettori sprovveduti e semi illetterati come me di entrare nel mondo meraviglioso della poesia con maggiore consapevolezza.
    Percio’ seguo con molto piacere i suoi articoli, ( alcuni dei quali ho trovato anche fuori da questo blog ) e percio’ vorrei che fossero di piu’

  3. orsola puecher il 24 agosto 2010 alle 20:40

    [ Sì, questi articoli sono davvero bellissimi! ]

    Nulla viene nascosto o taciuto, ma anche nulla viene esibito con compiacimento.

    Trovo in particolare che lo spezzarsi dei versi in piccole unità contribuisca moltissimo a questa sensazione di rarefatta apparente semplicità, con le rime interne e le assonanze a far da contrappunto ritmico in controtempo.

    ,\\’

  4. viola il 24 agosto 2010 alle 20:45

    A season, ma a Vienna..tutto è già nel titolo

  5. sparz il 24 agosto 2010 alle 23:00

    sì, anche a me piacciono molto questi pezzi, che insegnano, a me come ad altri immagino, molte cose nuove e mirabili (condivido molto quanto dice Orsola). Ad esempio questa Elaine Feinstein, un’ulteriore scoperta. E sono contento che piacesse molto a George Steiner uno dei miei autori di riferimento. Posso chiederti Franco, se ci spieghi qualcosa su natura e differenze tra Movement e Group? E poi ho sempre il mio dubbio linguistico: è meglio dire poeta che poetessa, per una donna?

  6. carmine vitale il 24 agosto 2010 alle 23:03

    bello e grazie Buffoni,come sempre
    c.

  7. Salvatore D'Angelo il 25 agosto 2010 alle 10:10

    Franco Buffoni e il suo illuminismo, il suo prezioso lavoro di illustrazione e divulgazione della poesia e della letteratura, da “enciclopedista”… ah ce ne fossero altri dieci cento mille!…

  8. franco buffoni il 25 agosto 2010 alle 13:03

    Ringrazio di cuore per questi interventi. Quanto alle domande di Sparz, risponderei:
    – Poeta/Poetessa. La tendenza oggi – quando si vuole sottolineare il valore del “poeta” – è di non volgere il termine al femminile. Lo si percepisce altrimenti riduttivo. Ricordo la battuta di Maria Luisa Spaziani: “io sono un poeta. I poetessi cercateli tra gli uomini”.

    – Movement/Group. La pubblicazione della antologia New Lines nel 1956, curata da Robert Conquest, sancì la nascita del Movement.
 L’evento era stato preceduto da un articolo anonimo – apparso due anni prima sullo Spectator (poi riconosciuto come proprio da Anthony Hartley), che riconosceva in un gruppo di giovani poeti “il solo movimento degno di questo nome nella poesia inglese dopo quello dei trentisti” – e da un’altra antologia, Poets of the 1950s, apparsa nel 1955 a Tokyo (e, proprio per questo, passata al momento inosservata) curata dal poeta e critico D. J. Enright. I nomi dei poeti presenti nelle due antologie sono gli stessi, con la sola aggiunta, da parte di Hartley, di Thom Gunn: Kingsley Amis, Donald Davie, John Wain, Elizabeth Jennings, John Holloway. E Philip Larkin: di tutti il più rappresentativo dello spirito del Movement e destinato, dapprima, a consustanziarsi in esso, quindi a informare di sé, griffandolo, l’intero movimento.
    La pubblicazione di The Less Deceived di Philip Larkin, coincidendo con l’uscita della antologia di Conquest, costituì il nucleo essenziale attornò al quale, negli anni successivi, andò sviluppandosi il dibattito attorno al Movement. Dibattito al quale Larkin riuscì quasi sempre a sottrarsi, proprio per questo finendo per assumere il ruolo di eminenza grigia del movimento. Ma quali ne erano, in sintesi, i principali punti programmatici? Anzitutto va ricordato che, nei primi anni cinquanta, la scena poetica inglese si presenta piuttosto sguarnita. T. S. Eliot è ormai un monumento mondiale, ma è chiaro a tutti che la sua vena poetica è completamente esaurita. W. H. Auden è diventato cittadino americano e i suoi ex compagni trentisti, perduto con la guerra il baldanzoso slancio giovanile, sono poeticamente allo sbando. Dylan Thomas muore alcolizzato nel 1953, e già da alcuni anni il suo carisma si era affievolito. Ecco dunque i bersagli da colpire: il modernismo con gli “americani” Pound e Eliot e la loro scrittura egoistica e oscura, assolutamente estranea alla netta e cristallina versificazione tradizionale inglese (tanto è vero che ci si rifarà a modelli di chiarezza persino settecenteschi); e il surrealismo metafisico-misticheggiante (leggi Dylan Thomas) con le sue pretese di affascinare inebetendo gli ascoltatori. Occoreva riscoprire l’ironia, la sintassi e lo wit. Non casualmente i “movementeers” vennero soprannominati “university wits” sul modello settecentesco, con riferimento anche alla loro provenienza oxbridgeana e al fatto che ormai insegnavano tutti in varie università del regno (o all’estero come Enright), o almeno regnavano su una biblioteca universitaria, come Larkin a Hull.
    
Celeberrima programmaticamente fu anche la sentenza di Kingsley Amis: “Nobody wants any more poems about philosophers or paintings or novelists or art galleries or mythology or foreign cities or other poems”. La dichiarazione divenne ben presto moda. Non ci fu più casa editrice importante disposta a pubblicare libri di autori d’ambito cosmopolita, modernista, surrealista o trentista, inclusi Stephen Spender, MacNeice e Day Lewis; o autorevole quotidiano o rivista che invitasse un autore non-moventeer a pubblicare sulle proprie pagine: poeti come David Gascoyne, Charles Tomlinson o J. H. Prynne ebbero vita durissima. Per altri, come Basil Bunting, ancora oggi non è avvenuta una piena rivalutazione.

    Ad antologia di tendenza rispose allora un’altra antologia di tendenza (quella del Group, dominata da Ted Hughes), secondo la consuetudine tipicamente inglese di dividersi in certi periodi in battagliere schiere letterarie contrapposte, dotate di organi di informazione, apparati e antologie estremamente tendenziosi; mentre in altri periodi – come in quello attuale – predomina il fair play del dato acquisito, e le antologie si limitano a registrare asetticamente gli autori operanti.

  9. lucia cossu il 25 agosto 2010 alle 13:27

    grazie anche del commento di sopra. Ieri mentre leggevo ero presa dalla sensazione precisa e netta di un ritmo nella tua traduzione come di immagine allo specchio, e oggi (ma forse mi ci son fatta già l’orecchio) noto che questo è vero solo per alcune parole che spostano il senso ritmico e l’appoggio musicale complessivo(ma parlo da ignorante e solo a orecchio). Per caso è voluto?

  10. franco buffoni il 25 agosto 2010 alle 13:47

    Sì, cara Lucia, è voluto. Ma non programmaticamente. E’ un “voluto” all’interno della cosiddetta “teoria dei compensi” di fortiniana memoria…

  11. lucia cossu il 25 agosto 2010 alle 14:46

    mi sembrava difficile non lo fosse. Grazie ancora

  12. carmelo il 25 agosto 2010 alle 17:01

    sono noiso se ti chiedo di spiegare la teoria che citi?
    voglio dire, ha a che vedere con la traduzione o con la poesia?
    perdona la mia assoluta ignoranza

  13. robertobugliani il 25 agosto 2010 alle 17:01

    Apprezzo moltissimo, di questa poetessa (non ho mai amato la Spaziani, tantomeno ora la sua battuta) che ignoravo, o almeno di questa poesia, la datità oggettiva dello sguardo, i reperti asettici e rarefatti di realtà, e il loro parziale rovesciamento finale prodotto dall’ “I remember”. Niente, insomma, a che vedere con gli ombelichi lirici della poesia contemporanea.

  14. franco buffoni il 25 agosto 2010 alle 18:23

    grazie, ancora a tutti. Carmelo, sì certo che la teoria dei compensi ha a che vedere con la traduzione poetica. Molto in sintesi consiste nel “far quadrare” da parte del traduttore non il singolo verso, ma l’insieme del testo tradotto. Per esempio, puoi perdere una rima al verso 4, ma la recuperi al v 14 in un’altra situazione traduttiva assente nell’originale; “sacrifichi” un aggettivo al v 7 ma compensi la perdita usando un verbo più espressivo (che in qualche modo includa l’aggettivo sacrificato) al v19. Perché secondo questa teoria ciò che conta è l’equilibrio complessivo della traduzione.

  15. carmelo il 25 agosto 2010 alle 18:44

    grazie e mi permetto di sottolineare la chiarezza espressiva della tua scrittura (che sempre sottintende chiarezza di pensiero). La mia domanda nasce dal fatto che quando, da autodidatta, mi sono avventurato nella traduzione di saggi dallo spagnolo, ho avvertito questa sensazione di perdita di equilibrio e di armonia del testo.
    Tanto più l’ho avvertita quando ho osato avventurarmi nella traduzione delle poesie di roberto bolano, il cui linguaggio è molto semplice in apparenza, e mi sono guardato bene dal proseguire.
    E ho capito il senso di una risposta di javier marias nel corso di una intervista
    Roberto Carnero: Lei ha anche tradotto molti autori dall’inglese (da Sterne a Conrad, da Stevenson a Hardy). Che cosa ha imparato come scrittore da questa attività?

    Javier Marias:«Moltissimo. Soprattutto a calibrare le parole. Non credo nelle scuole di scrittura: penso che si possa insegnare come non bisogna scrivere, ma che sia difficile spiegare come si dovrebbe farlo. Tuttavia, se mai dovessi dirigerne una, richiederei come pre-requisito agli aspiranti corsisti la conoscenza di una o più lingue straniere e li farei tradurre. ”Riscrivere” e ”ricreare” un grande libro (perché per me questo è il compito del traduttore), è il modo migliore per imparare a farne altri».

    In realtà forse tutto questo è pretestuoso. In realtà io non so se tu oltre all’inglese traduci lo spagnolo, ma io vorrei fare un appello ai poeti qui presenti se per caso traducono dall ospagnolo di tradurre alcune poesie di Bolano, io ho los perros romanticos e Tres e posso benissimo mandarli via mail

  16. robertobugliani il 27 agosto 2010 alle 01:33

    Questa teoria dei compensi nella traduzione poetica -che peraltro non conoscevo – mi convince poco, per l’operazione di de-significazione poetica che è alla base. Se in una poesia a verso libero (perché di questo mi pare si tratti, dato che in una poesia classica rimata l’alternativa è o “rifare” tutte le rime o passare tout court al verso libero come molti traduttori hanno fatto) il traduttore non può rendere, per ragioni linguistiche oggettive, una certa rima, o quasi-rima o assonanza ecc. in un dato punto del testo, dove le parole in rima acquistano necessariamente per induzione un particolare surplus di significato, ossia una peculiarità qualitativa, recuperare il tutto inventandosi una rima tra due parole in clausola di altri versi, fa perdere alla poesia in oggetto il suo particolare valore fonetico-semantico, ossia vien meno la qualità a vantaggio della quantità: una rima c’era nell’originale e una rima deve risultare nella traduzione, indipendentemente dalla sua posizione testuale. Insomma, la traduzione poetica è, a mio avviso, operazione tanto necessaria quanto impossibile.

  17. carmelo il 27 agosto 2010 alle 17:06

    scusami roberto io parlo da analfabeta in materia e quindi perdona se le mie osservazioni sono poco pertinenti se non stupide.
    Una poesia ha come dire un suo timbro, una sua armonia interna come una partitura musicale.

    Se grazie a quel sacrificio si riesce a restituire quell’armonia perche’ non farlo ?

    Io non credo che tradurre poesia sia impossibile, caso mai e’ un atto creativo, che forse solo i poeti sono in grado di portare a termine.

    Come dice javier marias in uno dei suoi romanzi non ricordo quale, il vantaggio per esempio dei lettori stranieri della divina commedia o del don quijote e’ che possono ri-leggere la divina commedia nel corso dei secoli nelle diverse traduzioni che vengono fatte, secondo i lcontesto culturale del tempo e la sensibilita’ del traduttore. Io un po’ ci credo a questa cosa

  18. franco buffoni il 27 agosto 2010 alle 20:03

    Carmelo, anch’io ci credo, e comunque lavoro in questa direzione.
    Robertorobugliani, attenzione ai “deve”. Es. il suo: “una rima c’era nell’originale e una rima deve risultare nella traduzione”. Ho la sensazione che il suo sia ancora un approccio idealistico, essenzialistico, tant’è che parla di “impossibilità”. Attenzione, l’estetica italiana post crociana, con Banfi, Anceschi, Formaggio, Mattioli ha abbandonato queste posizioni da decenni. Se le interessa approfondire, mi permetto di consigliarle:
    FB, a cura di, La traduzione del testo poetico, ed. Marcos y Marcos
    FB, Con il testo a fronte, ed. Interlinea.
    Grazie, anyway, per i suoi interventi. fb

  19. lucia cossu il 27 agosto 2010 alle 20:33

    credo che oltre che idealistico l’approccio rischi di diventare limitante dell’oggetto o della forma che si deve tradurre: davvero un testo poetico è solo l’insieme di rime e versi e parole di quella lingua o comunque di quella parte che si può analizzare o non c’è un qualcosa che funziona e che si sente che funziona senza saperlo mai analizzare davvero fino in fondo? Se fosse vera la prima i migliori poeti sarebbero i critici e i migliori musicisti i robot. E invece come diceva Gustav Mahler l’importante della musica è ciò che non è scritto e se si deve rispetto profondissimo al testo e alla forma e alla coerenza che si deve tradurre proprio per questo rispetto si deve tradurre quella forma in aspetti anche non subito evidenti, ma fondamentali (e come ho già sostenuto anche arrivare a darne uno sguardo vlutamente parziale, ma dichiarandolo per correttezza) anche a rischio di sbagliarsi e tradirli.

  20. robertobugliani il 27 agosto 2010 alle 20:36

    @ carmelo, sono un po’ scettico a proposito della fedeltà della traduzione, per questo non ritengo che il timbro particolare, impalpabile e comunque ossatura fonico-timbrica di un testo, possa venir “riprodotto” o ad ogni modo reso nella sua natura fonetica originale da una traduzione, per cui la traduzione assolve bene al suo mestiere quando è fedele semanticamente al testo, quanto al ritmo, al metro e alla rima, ogni traduttore se la sbriga come può, e non a caso ottimi traduttori di baudelaire, rimbaud ecc. hanno ovviato a “riprodurre” le rime affidandosi al verso libero.
    non conosco quell’affermazione di javier marias (autore che amo), ma penso che sia riduttivo ascrivere la costante novità della lettura ai soli lettori stranieri della commedia o del quijote a seconda di come li traducono i diversi traduttori nel corso degli anni, un testo letterario vive con il tempo, per cui anche un lettore italiano della commedia oggi la legge in modo relativamente nuovo rispetto, che so, a un secolo fa, perché il tempo storico conferisce al testo di dante nuovi significati supplementari. se la critica avesse già detto tutto sulla commedia di dante, non ci sarebbero più da tempo nuove esegesi. se ci sono, come è, è perché lo stesso testo si rinnova grazie al tempo storico e alla conoscenza umana determinata di una certa epoca storica.
    @ franco buffoni, quel “deve” riguarda non già un astratto dover-essere, bensì la necessità del computo e di far quadrare i conti che mi è parso di capire abbia la teoria dei compensi. ritengo che in tema di traduzione non ci possa essere una parola definitiva, perché si ha a che fare anche con un “tradimento” (ovvio che sto scoprendo l’acqua calda), ossia si ha comunque a che fare con una forzatura del testo originario nell’adattare la sua lingua, dunque anche i suoi tratti fonico-ritmici, in un’altra. dipende poi dalla bravura del traduttore di far risultare leggera o meno questa forzatura. sull’impossibilità della traduzione, la intendevo come una provocazione, tant’è che ho aggiunto anche che penso che la traduzione sia necessaria. e non mi pare che in tema di “impossibilità” siano gli idealisti i soli ad aver detto la loro. ma la questione è vecchia come il mondo, e io non ho idee chiare, al di là di questo.



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