Tutti devono sapere (che facebook è una trappola)

2 novembre 2010
Pubblicato da
di Franco Berardi Bifo
“Tutti devono sapere” è il nome di una pagina Facebook che informa(va) sulle questioni della cosiddetta riforma Gelmini, l’attacco definitivo scatenato contro la scuola pubblica italiana, il tentativo – che purtroppo sta avanzando – di distruggere alla base ogni vita intelligente, ogni democrazia in questo paese.
Diecimila persone erano collegate a questa pagina: insegnanti, genitori, studenti.
Da un paio di giorni questa pagina è stata cancellata senza motivazioni senza spiegazioni.
Per violazione di qualche norma di un regolamento che nessuno conosce.
Facebook è così. Ricevo sempre più spesso messaggi (spesso comicamente disperati) di persone che sono state bannate dal social network, e annaspano perché la loro socialità si alimentava sempre più degli scambi di messaggi, e della continua consultazione del sito nel quale chi è solo (quasi tutti lo sono di questi tempi) può trovare la coccolante conferma della sua esistenza, e la sensazione di avere amici, anche se più tempo passi davanti allo schermo, meno amici avrai nella carne e nello sguardo.
Io protesto insieme a molti altri contro la cancellazione autoritaria della pagina “Tutti devono sapere”. Però vorrei cogliere questa occasione per dire a tutti (anche ai diecimila iscritti della pagina bannata) che questa è una lezione su quel che è Facebook, e su quello che sta diventando la Rete, nella fase del Web 2.0: un ordigno totalitario, una bomba psichica a tempo destinata a distruggere ogni empatia tra esseri umani.
Negli anni ’80 tradussi un articolo dal titolo Communication without symbols, scritto da un giovane ingegnere elettronico di nome Jaron Lanier. Lanier lavorava allora in California per un laboratorio di ricerca sulle nuove tecnologie, e fu il primo a sviluppare le interfacce del Data Glove e di altri congegni di Virtual Reality che precedettero e prepararono il lancio del world wide web.
Ora Jaron Lanier ha pubblicato un libro dal titolo You are not a gadget, che costituisce per quel che ne so la migliore critica del Web 2. 0 e particolarmente del social network che ha attratto più di mezzo miliardo di utenti, e che sta trasformando la vita quotidiana di una parte considerevole della nuova generazione.
La prima parte del libro è dedicata all’analisi delle filosofie californiane che identificano nell’Info-Cloud la forma più alta di vita intelligente associata, e tendono a vedere nella rete telematica la forma più avanzata di vita intelligente, fino al punto che, come diceva Kevin Kelly nel suo libro del 1993 (Out of control) la mente globale non può essere compresa né controllata dalle menti umane individuali, e questo significa che essa è di un ordine superiore alla mente umana, come un alveare ha intelligenza superiore a quella delle api che lo hanno costruito.
“La funzione di questo modello non è, scrive Lanier, rendere la vita più facile per la gente. Ma promuovere una nuova filosofia, secondo cui il computer evolve verso una forma di vita che può capire gli umani meglio di quanto gli umani capiscano se stessi…”
(You are not a gadget, pag. 28, traduzione mia)
Lanier parte dalla premessa (filosoficamente importante) che
“L’informazione è esperienza alienata.”
E aggiunge: “Se i bit possono significare qualcosa per qualcuno, è solo perché sono oggetto di esperienza. Quando questo accade, si crea una comunanza di cultura tra chi immagazzina bit e chi li va a pescare nella memoria. L’esperienza è il solo processo che può disalienare l’informazione.” (29)
La tecno-Teologia della Mente alveare ha elementi molto affini alla Teologia Neoliberista, secondo cui esiste una mano invisibile che automaticamente regola tutti gli scambi economici in modo tale da realizzare il migliore dei mondi possibili in una condizione di deregulation perfetta.
Leggiamo ancora Lanier: “Nel passato un investitore doveva essere capaci di capire almeno qualcosa su quel che il suo investimento avrebbe effettivamente prodotto. Oggi non è più così. Ci sono troppi strati di astrazione tra il nuovo tipo di investimentoi e l’evento produttivo.
I credenti nella filosofia della mente alveare sembrano pensare che per quanti livelli di astrazione siano in un sistema finanziario questo non ne riduce l’efficacia. Secondo questa ideologia, che mescola cyber-cloud ed economia friedmaniana (Neoliberista), il mercato farà quel che è meglio per tutti, e non solo, farà tanto meglio quanto meno la gente è in grado di capirlo. Io non sono d’accordo. La crisi finanziaria prodotta dal collasso dei mutui immobiliari è stato la prova del fatto che troppa gente aveva creduto nella teologia.” (pag.97)
Prima del collasso, effettivamente, i banchieri ci assicuravano che i loro algoritmi intelligenti potevano calcolare ogni rischio ed evitare prestiti pericolosi. Sappiamo come è andata a finire, milioni di persone hanno perso la casa, il sistema finanziario è crollato, la popolazione è stata costretta a salvare le banche, causa del disastro, e oggi l’economia mondiale è sprofondata in una recessione che appare irreversibile, e i governi europei chiedono alla popolazione di rinunciare ai suoi diritti, ai suoi salari, al suo tempo libero alla sua pensione perché il sistema finanziario – che ha provocato tutto questo – deve essere salvato.
Cosa c’entra in tutto questo Facebook? C’entra eccome, perché Facebook è la forma più compiuta di una forma di totalitarismo algoritmico di cui Lanier parla così:
“Con la formazione del Web 2. 0 si è verificata una forma di riduzionismo. La singolarità viene eliminata da questo processo che riduce a poltiglia il pensiero. Le pagine individuali che apparivano nella prima fase di Internet negli anni ’90 avevano il sapore della persona che le faceva. MySpace preservava qualcosa di quel sapore, anche se era cominciato il processo di formattazione. Facebook è andato oltre organizzando la gente dentro identità a scelta multipla, mentre Wikipedia cerca di cancellare interamente il punto di vista. Se una chiesa o un governo facessero una cosa del genere lo denunceremmo come autoritario, ma se i colpevoli sono i tecnologi, allora sembra che tutto sia  alla moda, e inventivo.” (pag. 48)
E per finire, Lanier si chiede: “Sto forse accusando centinaia di milioni di utenti dei siti di social network di accettare una riduzione di sé per poter usare dei servizi? Ebbene sì, io li accuso. Conosco una quantità di persone, soprattutto giovani ma non solo che sono orgogliosi di dire che hanno accumulato migliaia di amici in Facebook. Ovviamente questa affermazione si può fare solo se si accetta una riduzione dell’idea di amicizia.” (pag. 52)
Il problema è fino a quel punto questa riduzione potrà arrivare. Se si tratta di persone che hanno ormai un’esperienza psichica ed esistenziale, probabilmente Facebook finirà per essere solo una enorme perdita di tempo e una trappola come è successo per le diecimila persone che hanno affidato a Facebook la loro azione politica e comunicativa.
Ma se l’utente ha otto anni o dodici, allora io credo che la questione sia molto più pericolosa.
“Mi preoccupo per la prossima generazione, scrive Lanier, che cresce con una tecnologia di rete che esalta un’aggregazione formattata. Non saranno forse più inclini a soccombere alle dinamiche di sciame?”
Queste parole non le scrive un umanista nostalgico, né un rabbioso sovversivo luddista, ma un ingegnere informatico che ha immaginato la rete molto prima che Internet esistesse.

Per questo dovremmo ascoltarle, e riflettere, perché la nostra socialità, attraverso la rete, esca dalla rete e invada la vita, che altrimenti non ha più amicizia, né piacere, né senso.

Tag: , ,

37 Responses to Tutti devono sapere (che facebook è una trappola)

  1. Salvatore Talia il 2 novembre 2010 alle 11:45

    “Prima del collasso, effettivamente, i banchieri ci assicuravano che i loro algoritmi intelligenti potevano calcolare ogni rischio ed evitare prestiti pericolosi. Sappiamo come è andata a finire, milioni di persone hanno perso la casa, il sistema finanziario è crollato, la popolazione è stata costretta a salvare le banche, causa del disastro, e oggi l’economia mondiale è sprofondata in una recessione che appare irreversibile, e i governi europei chiedono alla popolazione di rinunciare ai suoi diritti, ai suoi salari, al suo tempo libero alla sua pensione perché il sistema finanziario – che ha provocato tutto questo – deve essere salvato.” Analisi esatta, sintesi fulminante.

  2. Valter Binaghi il 2 novembre 2010 alle 12:33

    Finalmente un pezzo sui media che sia degno dei tempi e dell’emergenza.
    E una voce autorevole a sinistra – Bifo – a farsi interprete di qualcosa che un senso comune non corrotto può verificare da sè in un paio d’ore su un social network.
    Tutto bene, a patto che la risoluzione sia quella di uscire subito, non come accade per la televisione dove lo scrittore va in televisione a parlar male della televisione per quella sorta di onanismo dell’intelligenza che si è impadronito degli intellettuali italiani da una ventina d’anni in qua.

  3. faldo il 2 novembre 2010 alle 12:48

    Per la cronaca, la pagina di facebook è ancora accessibile e visibile, anche se pare che gli amministratori non riescano più ad accedervi. Prima di gridare al complotto, comunque, prenderei in considerazione l’ipotesi di una “normale” malfunzione della piattaforma, che è all’ordine del giorno e che probabilmente verrà presto risolta. Ciò non toglie che Facebook sia un orrore, una vera e propria degenerazione della vita sociale e una sterilizzazione delle potenzialità di internet e dell’informatica in generale. Ma perché questa gente non apre un blog o un sito, anziché una pagina facebook? E’ così complicato acquisire quel minimo di competenze necessarie a non ritrovarsi sempre alla mercè di qualcuno?

  4. Matteo ciucci il 2 novembre 2010 alle 13:30

    ;-)

  5. gherardo bortolotti il 2 novembre 2010 alle 14:23

    “un ordigno totalitario, una bomba psichica a tempo destinata a distruggere ogni empatia” (post)

    “Ciò non toglie che Facebook sia un orrore” (commento)

    ho, come dire, un certo imbarazzo ad affrontare argomenti presentati con questi toni da apocalisse ;-)

    (matteo non ridere che sai come la penso :-DDD)

  6. andrea inglese il 2 novembre 2010 alle 15:20

    vorrei segnalare un commento di jan reister a questo pezzo di bifo apparso anche su alfabeta2: http://www.alfabeta2.it/2010/11/01/il-cappio-sociale/#comments

    e in particolare questo passaggio:
    “Io critico Facebook per la sua inadeguatezza tecnica a gestire le relazioni sociali di una persona, e per la sua invadenza mercantile nella sfera delle informazioni personali e di relazione. Mentre l’abuso della privacy da parte di FB è cosa nota, la sua inadeguatezza sociale non è filosofica, ma dipende dallle scelte implementative dell’azienda, che impone una definizione unica di relazione sociale (gli amici) mentre nella realtà le relazioni sono sempre a strati (diversi ambiti di relazione, cerchie di persone che il soggetto gestisce indipendentemente tra loro e tiene ben separate).”

    Ora ciò che rischia di diventare “totalitario” è il tipo di modello semantico soggiacente a una determinata piattaforma, che nessuno degli utilizzatori ha deciso e che determina lo spazio entro cui l’utilizzatore può espremere se stesso, suoi contenuti e informazioni. Pensate alla schema per definire se stessi su FB: orientamento politico e orientamento religioso, ecc.

    Ciò detto un sistema totalitario non permette, per definizione, tutti gli interventi che i francesi chiamano détournement : utilizzo eretico, imprevedibile, critico, autonomo, di uno strumento o di una risorsa sociale.

    Tutto l’interesse delle reti sociali e delle infrastrutture della comunicazione di tipo digitale risiede appunto nella difficoltà di controllarle come una risorsa finita, come gli eserciti controllano strade e areoporti o la polizia stradale la targa delle auto.

  7. gherardo bortolotti il 2 novembre 2010 alle 15:44

    “Tutto l’interesse delle reti sociali e delle infrastrutture della comunicazione di tipo digitale risiede appunto nella difficoltà di controllarle come una risorsa finita, come gli eserciti controllano strade e areoporti o la polizia stradale la targa delle auto.”

    sono d’accordo: la differenza prodotta, rispetto agli altri media, con la diffusione di massa della rete, è da vedersi nei nuovi ruoli a cui ha dato luogo e nella loro maggiore o minore abusabilità. in questo senso è molto acuto il commento di jan: la piattaforma prevede un comportamento, schematizza un contesto e riduce la complessità al set di mosse giocabili in quel contesto e mi sembra sia su questo che vada puntata l’analisi. anche per capire appunto quanto di pervertibile ci sia (che è, se non sbaglio, lo spiritto cosiddetto hacker).

  8. georgia il 2 novembre 2010 alle 16:34

    FB in generale ha poco a che fare con lo spirito hacker, però va benissimo (e alle volte è utilissimo) basta non trattare FB per quello che non è, ed essere coscienti che chi opera su fB lavora gratis per FB che invece lucra sul tipo di informazioni (di gusti ecc.) che gli forniamo e ci fa soldi. Magari sarebbe utile usare poco (meglio se nulla) lo stupido tasto mi piace o non mi piace ;-).

  9. Salvatore D'Agostino il 2 novembre 2010 alle 18:02

    Condivido il pensiero di Georgia.
    Non condivido assolutamente la chiosa finale:«Per questo dovremmo ascoltarle, e riflettere, perché la nostra socialità, attraverso la rete, esca dalla rete e invada la vita, che altrimenti non ha più amicizia, né piacere, né senso».
    FB è la punta di un iceberg che forse inizia dalla radio, che passa attraverso la televisione per finire sui blog, sui giochi on-line e off-line, gli SMS, le telefonate.

    Serve riflettere, senza allarmismi, sul cambiamento delle relazioni reali.
    Il Web fondamentalmente è uno strumento che mette in relazione.
    Strutturalmente non è diverso dalla vecchia lettera scritta a mano e spedita attraverso posta.
    Per carità non creiamo nemici inesistenti.

    Detto questo, iniziamo a riflettere sulla nostra società o meglio socialità.
    Io personalmente più mi relaziono con ‘l’altro mondo connesso’ più sento il bisogno di migliorare concretamente il mio piccolo mondo.
    Inizierei da questa strana voglia.

    Salvatore D’Agostino

    P.S.: I pericoli di FB risiedono altrove.

  10. Giancarlo il 2 novembre 2010 alle 18:04

    La semplicità dello strumento social network ha incluso tutti (e non più solo i già tanti bloggers) in una rete, comprendendo anche tutti quelli che dai blogs erano rimasti a distanza, e che nella diffusione e nell’omologazione di FB hanno trovato una rassicurante anonimità (non c’è rischio di essere scambiati per dei pericolosi smanettoni o nerds…!!).

    Tuttavia l’idea stessa di rete si muove con il concetto di interoperabilità/standardizzazione : dei mezzi tecnici si, ma anche delle identità, dei gusti dei desideri da poter così scambiare, confrontare, giudicare su una comune piattaforma. E’ premessa di questo processo, l’utilizzo di strumenti di senso comuni, condivisi e infinitamente condivisibili (la parola “amico”, il cinguettio di un uccellino, la compilazione di un CV, ecc) adeguati ad una rete di dimensioni globali.

    La via di uscita da questo meccanismo di omologazione, per me è fuori dalla rete perchè dal mio punto di vista questa non ha gli strumenti per autoimmunizzarsi dal rischio omologazione, anzi tendenzialmente non potrà fare altro che iniziare un’opera di assegnazione di senso comune a tutte le cose (wikipedia docet) per rendere tutti un frammento di mercato omogeneo,standard, pronti a interoperare fra noi in nome di una maggiore funzionalità, veicolata come valore assoluto dalla rete come è pensata oggi (più sono standard – più sono incluso – più opportunità (amici,contenuti,news) posso sfruttare).

    Cercando di combattere le perversioni della rete, nella rete, si finirebbe solo per accentuare il meccanismo omologativo (un pò come la green economy prova a salvare l’ambiente…) creando cioè al massimo dei sottogruppi che si scinderebbero sul tema generale in favorevoli e contrari, alimentando cioè lo schema di identità a scelta multipla, che si voleva contrastare.

    Ritengo dunque che dovrebbe essere nella pratica quotidiana, che si dovrebbe assegnare un valore proprio, unico e personale alla parola “sociale” come a quella “amico”, tanto da non confonderne il significato con le sue declinazioni telematiche. Lo stesso può valere per la conoscenza in senso generale (tecnica,umanistica,ecc), che già fra gli studenti delle scuole medie e superiori, ha la forma di una stampa da Wikipedia.

    Solo su queste basi potrà svilupparsi una fruizione (attiva o passiva) della rete non “perversa”, non “totalizzante”, resistente al virus omologativo perchè in grado di alimentarsi di esperienze “altre” da quelle virtuali/telematiche.

  11. georgia il 2 novembre 2010 alle 18:34

    ho detto di non usare il tasto per un motivo semplicissimo. A noi non serve a nulla perchè è un giudizio non articolato che lascia il tempo che trova, mentre all’azienda fb è utilissimo per mappare i gusti dei consumatori del mondo (questo è il loro lavoro) … non so se avete notato che fb fa apparire le pubblicità mirate nelle sue singole pagine, e non solo in quelle, visto che fb è in contatto anche con google e con alcune poste come yahoo … mi è capitato svariate volte di stupirmi di trovare la pubblicità di qualcosa che stavo proprio cercando in quei giorni … poi ho capito che era mirata … insomma loro (o meglio le loro macchine) hanno mappato i miei gusti e paf hanno fatto apparire a lato la pubblicità ad hoc … io trovo la cosa spaventosa :-).
    Ma spaventosa o meno, è certo che tutti noi in rete in alcuni luoghi (e fb è fra questi) lavoriamo gratis per una multinazionale … nulla di male però basta saperlo ;-). Siamo come gli incoscienti yahoo del capitolo dei Viaggi di Gulliver che sono diventati allegri schiavi dei cavalli matematici

  12. AMA il 2 novembre 2010 alle 19:24

    @Georgia

    Scritto così sembra che in quei giorni lì fb ti abbia offerto un servizio!

    :-)))

  13. Ariemma il 2 novembre 2010 alle 19:31

    In Fb ci sono volti ma non sguardi. C’è ossessione per il corpo, per la posa, ma nessun corpo veramente esposto. FB è l’espressione più evidente del nostro odio per l’esposizione, parte di un processo di “chirurgia estetica allargata” dove si perde credendo di ottenere.

  14. georgia il 2 novembre 2010 alle 19:40

    infatti …ma un servizio non richiesto :-) e per darmelo ha dovuto spiare le mie e-mosse … se permetti preferisco cercarmele da sola le cose:-)
    Naturalmente non stavo parlando di pubblicità che arriva nelle caselle postali (lì c’è solo viagra e metodi per allungare il pene quindi non penso mi spiino;-) ma di quelle che appaiono nelle varie pagine che si aprono …tipo facebook, yahoo o altro … insomma vedersi rincorrere dalle pubblicità mirata … mi sembra uno stato d’assedio :-) … un incubo. Sarebbe come se entrando in libreria a cercare un libro … invece di poter chiedere, o divertirmi a cercare un libro il commesso mi si fiondasse davanti con il libro già impacchettato … dopo il primo attimo di stupore glielo tirerei dietro :-)
    geo

  15. […] This post was mentioned on Twitter by Angelo Ricci, Francesco Cingolani. Francesco Cingolani said: Tutti devono sapere (che facebook è una trappola): di Franco Berardi Bifo “Tutti devono sapere” è il n… http://bit.ly/bfLseA #letteratura […]

  16. Vincenzo il 2 novembre 2010 alle 21:57

    Si sono dette molte cose condivisibili ed interessanti.
    Credo che però bisogna leggere l’analisi da più prospettive . Il vero problema di Facebook non è nella virtualità del reale , ma al contrario nella realtà del Virtuale . Mi spiego meglio.
    Facebook è uno strumento che ha permesso di mobilitare vere e proprie (“reali!”) Manifestazioni politiche . in più casi la virtualità di Fb si traduce in un azione propriamente reale.Quanti ex amici si sono incontranti grazie a questo network? E , parlo da giovane , un articolo di denuncia ha sicuramente più lettori su questo network che in una qualsiasi pagina di giornale. Per comunicare un determinato messaggio , riesco a comunicare in modo più efficace e incisivo su questo social network che magari su un articolo di un giornale nazionale
    Il vero problema non è solo la struttura anarchica e totalitaria (che c’è).Ma è nella realtà del virtuale.
    Il problema è quindi che questo tipo di comunicazione distrugge quella barriera tra pubblico e privato. La realtà si trasforma in una sorta di reality Show : in un grande fratello. Inconsapevolmente ci ritroviamo osservati dal mondo. mentre nella vita reale adottiamo diversi registri linguistici , diverse sensibilità al secondo del contesto ; Qui tutto si appiattisce. Il parente , l’amico , il professore o lo sconosciuto stanno tutti sullo steso livello. Hai sempre di meno una vita privata , personale. Tutto ciò che è personale diventa pubblico. Allora si si è avverata la profezia Di orwell : viviamo in un sistema totalitario , in quanto siamo osservati , controllati. Tutti (o quasi) possono accedere alle nostre informazioni,sanno quando andiamo a cena , sanno dove mi trovo , sanno cosa sto facendo , conoscono le mie relazioni. bisogna quindi saperci creare nuovi spazi privati , di riflessione e sfruttare questi network come strumenti di condivisione ,e di denuncia pubblica.Bisogna imparare a saper sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie
    Vincenzo

    • jan reister il 3 novembre 2010 alle 07:41

      Mi collego all’osservazione d Andrea Inglese:

      Ora ciò che rischia di diventare “totalitario” è il tipo di modello semantico soggiacente a una determinata piattaforma, che nessuno degli utilizzatori ha deciso e che determina lo spazio entro cui l’utilizzatore può espremere se stesso, suoi contenuti e informazioni.

      e di Vincenzo:

      Il problema è quindi che questo tipo di comunicazione distrugge quella barriera tra pubblico e privato. La realtà si trasforma in una sorta di reality Show : in un grande fratello. Inconsapevolmente ci ritroviamo osservati dal mondo. mentre nella vita reale adottiamo diversi registri linguistici , diverse sensibilità al secondo del contesto ; Qui tutto si appiattisce. Il parente , l’amico , il professore o lo sconosciuto stanno tutti sullo steso livello. Hai sempre di meno una vita privata , personale.

      Il modello semantico attuale in FB produce gli effetti descritti da Vincenzo, e per ora è funzionale agli scopi aziendali. Domani potrebbe cambiare ed essere migliorato, reso più versatile, preciso, sottile: sarebbe sempre una scelta fuori dal nostro controllo, al servizio di un’impresa che guadagna con i dati personali delle persone. In altre parole, per avere un servizio di rete sociale migliore non basta che esso sia costruito con intelligenza per essere utile all’individuo, ma deve anche permettere alla persona di gestire in modo autonomo i propri dati personali, di revocarli totalmente se lo desidera, di indicare con chi, come e quando devono essere condivisi. Obiettivi che altri progetti, come Diasora e Crabgrass, si sono posti da tempo.

  17. Salvatore D'Agostino il 3 novembre 2010 alle 00:20

    —> Georgia,
    condivido nuovamente le tue analisi sulle pubblicità (l’uso del data mining è il vero problema di FB).

    —> Ariemma,
    che amici hai su FB?
    Non mi sembra che sia solo così.

    —> Vincenzo,
    Non sarei così assolutista.
    FB è una gatecomunity non tutti possono accedere ai tuoi dati.
    Dipende dall’uso che fai sulle impostazioni della privacy.
    Chi apre il suo profilo sa bene (almeno spero) ciò che fa.

    Che sia chiaro FB è uno specchio di ciò che siamo.
    Non una controfigura o un mondo altro, diverso, alieno.
    Non c’è un popolo FB ma italiani semplicemente che comunicano su un social network.

    Salvatore D’Agostino

  18. AMA il 3 novembre 2010 alle 02:52

    A me Salvatore D’Agostino fa tenerezza.

    @Georgia
    Ovviamente ho molto goduto dei tuoi commenti. E ti saluto.

  19. stalker il 3 novembre 2010 alle 03:07

    piccola futilità

    ho notato che in alto a dx, su FB, mi appaiono spesso pubblicità su unghie finte con stelline lunette puffi e mirabilia.

    quindi, o fb non ci capisce una mazza, o io riesco a prenderlo per il culo.

    oppure fb pensa che tutte le donne si dedicano a questi bricolage, peccato che io le unghie le taglio cortissime ed è più facile che cerchi in rete un buon rapporto qualità prezzo per un avvitatore o una levigatrice…

    sulle cose meno futili, magari ripasso, che s’è fatto tardi…..

  20. AMA il 3 novembre 2010 alle 03:37

    @stalker

    Sveglia! Proprio perche’ porti le unghie cortissime, in alto a destra fb ti propone quelle cose lì, no?

  21. stalker il 3 novembre 2010 alle 04:04

    no, direi di no.

    se siamo partiti dall’assunto che il grande fratello spia e mappa le briciole che lasciamo per metterci in un database, a me non mi ha ancora incasellata, altrimenti mi offrirebbe pubblicità più “appetibili”.

    sono più efficaci e mefitiche le carte di credito, che ovviamente si rivendono i nostri dati come al mercato delle vacche.
    dopo aver stipulato un contratto per una carta di credito che usavo solo per le spese personali, mi hanno telefonato venditori di libri di non so quale casa editrice, che ovviamente ho urbanamente mandato affanculo.

    unitile dire che quella carta nei due mesi precedenti l’avevo usata solo nella solita libreria e al supermercato, ma dubito che ti chiamino a casa per offrirti un prezzo scontato sulle conserve di pomodori……

  22. Salvatore D'Agostino il 3 novembre 2010 alle 08:39

    —> AMA,
    empatizzo.

  23. Sascha il 3 novembre 2010 alle 09:39

    Ralf Hutter, dei Kraftwerk (insomma, non certo un gruppo di ludditi), ha detto recentemente che oggi, grazie alle tecnologie digitali ed ai social network, siamo tutti ‘agenti della Stasi, ossessivamente impegnati a controllare le vite degli altri’.
    Nei discorsi sulla rivoluzione digitale si parla molto spesso delle possibilità di liberazione oppure di controllo verticali, cioè in una rappresentazione molto semplificata della vita politica fra i pochi in alto contro i molti in basso. Si parla molto meno dell’effetto che la possibilità di controllo orizzontale, di tutti contro tutti, ha avuto e avrà in futuro sulle nostre vite individuali e collettive. Visto pessimisticamente, la possibilità che la Rete permette di fare branco e imporre standard di conformità è favolosa rispetto alle tecnologie di comunicazione unidirezionali che sta inglobando e trasformando.

  24. francesco pecoraro il 3 novembre 2010 alle 09:55

    «Ovviamente questa affermazione si può fare solo se si accetta una riduzione dell’idea di amicizia». Beh, è da un pezzo che ho accettato una sana et realistica riduzione dell’idea di amicizia, proprio perché non ha nessun riscontro nella così detta «realtà», così ardentemente invocata nel pezzo di Bifo-Lanier. In un paese radicalmente e sconsolatamente mafioso come il nostro, meglio maneggiarla con cautela la parola «amicizia», a meno che non si stia parlando de’ ‘na bira e ‘n calippo, cioè di riti conviviali, vacanze & quattro risate, oppure di altre e più importanti cose come alleanze & consorterie, cordate et conventicole. Sembra di cadere nel banale a parlare in questo modo, finché a lungo andare non si deve constatare che le cose stanno davvero così e che si riproducono tali e quali una generazione dopo l’altra. Dunque cosa minaccerebbe Facebook? Quale tipo di «vera amicizia»? E anche ammettendo che esista un tipo di relazione umana degno di essere chiamato «amicizia», in quale modo davvero Facebook lo minaccerebbe? Chi è così stupido da non riuscire a distinguere tra una relazione webbica e una relazione de visu? Chi è così idiota da non capire che la parola «amicizia» su Facebook vuol dire solo «contatto»? Cioè che si tratta di web, di un gioco relazionale, con risvolti informativi non trascurabili in un’epoca in cui nessuno legge più un giornale? Le giovani generazioni perderebbero tempo su Facebook? Anche fosse, cosa ci dovrebbero fare con quel tempo? A cosa dovrebbero dedicarlo? Buone letture? Cineforum? Studio? Biblioteca? Parrocchia? Volontariato? Amicizie «vere»? Passeggiate col cane?

  25. massimiliano manganelli il 3 novembre 2010 alle 10:06

    @ Sascha (e Ralf Hutter)
    Ho la sensazione che il “controllo orizzontale” (che esiste, è vero) sia iniziato anche prima della diffusione della Rete e dei social network. Diciamo che è uno dei fondamenti della società del gossip (nata grosso modo negli anni Ottanta) e dalla televisione si è trasferito altrove, ossia nei social network, dove ha trovato (forse) la massima fioritura. Ciò malgrado, continuo a percepire nell’intervento di Bifo un tono fastidiosamente apocalittico.

  26. pessima il 3 novembre 2010 alle 10:36

    Sono d’accordo, per certi aspetti del suo discorso, con Francesco Pecoraro, anche se lo trovo, come sempre, piuttosto pessimista. Chi, tra i “giovani d’oggi” confonderebbe l’amicizia su fb con quella reale, qualunque sia per loro l’idea di amicizia? Nessuno, proprio perchè non esiste per loro questa distinzione, vale a dire che le amicizie su fb sono nella stragrande maggioranza dei casi anche amicizie reali, di vario genere, di varia intensità, di alterna frequentazione, ma pur sempre amicizie. Forse non sono i “ggiovani” a confondersi e ad aver bisogno di uscire – mi pare che molti di loro escano molto, abbiamo molta vita reale-, forse sono le persone che hanno “una certa età”, forse siamo noi a non avere più amicizie e per questo a esserci rintanati nel web e ad avere sempre più difficoltà ad uscirne o quanto meno a farne un uso non nevrotico, a utilizzarlo per quello che ci può davvero servire. Non credo che fb sia il demonio: non mi piace, non mi serve quasi a niente, non mi piace l’invasività della pubblicità sulle sue pagine, ma del resto non capita lo stesso quando apriamo un semplice servizio di posta? a nessuno è capitato di trovare su gmail, ad esempio, pubblicità di un dentista dopo aver parlato del mal di denti con un’amica attraverso messaggi email? Tutto questo è certo- almeno per quanto mi riguarda- inquietante, ma, come dice Fortini:

    Non è il caso di disperarsene,
    figlia mia, ma di saperlo

  27. gherardo bortolotti il 3 novembre 2010 alle 11:07

    la mia impressione, però, è che in questi discorsi si continui a proiettare su facebook o sulla rete in generale le criticità di vecchi modelli mediali o sociali.
    la pulsione totalitaria è propria di mass-media come la radio e la televisione – non della rete dove il soggetto ha già difficoltà a decidere a quale comunità appartiene in un dato momento (essendo lui la fonte della comunità che vede, grazie alla sua connessione, e contemporaneamente facendo parte di tutte le comunità generate a loro volta dalle connessioni dei suoi “amici”), figurarsi ad essere cristallizzato nella massa totalitaria.
    il controllo orizzontale è roba da quartiere / paese / cittadina, dove la vicina giudica anche lo smalto da unghie dell’altra vicina mentre in rete funzioneranno le comunità anche molto settarie ma, di nuovo, è virtualmente impossibile partecipare in modo univoco ad una di essere e, per di più, ci sono comunità per ogni tipo di eresia/ortodossia. che sarà un depotenziamento degli atteggiamenti eretici, va bene, ma allo stesso modo anche dei canoni e del “o con me o contro di me”.

  28. Salvatore D'Agostino il 3 novembre 2010 alle 11:14

    Condivido le analisi di Fancesco Pecoraro e l’estensione critica di ‘pessima’.
    FB è uno delle tante protesi virtuali della nostra vita.
    Anche il telefono ha cambiato il nostro modo di relazionarci.
    Anche, se volete, la nostra privacy, basta pensare all’uso dell’intercettazioni.
    Questi articoli allarmisti servono per fare confusione e creare le nuove ‘paure sociali’ ad uso e consumo dei media generalisti (i semplificatori sociali).

    Mi piace la chiosa di Pessima/Fortini e la riprendo:

    Non è il caso di disperarsene,
    figlia mia, ma di saperlo

  29. Alcor il 3 novembre 2010 alle 12:03

    io faccio come Georgia, soprattutto per quell’orrendo pollice

  30. Alcor il 3 novembre 2010 alle 13:05

    vedi foto del post di tonello :D

  31. Alessandro Ansuini il 3 novembre 2010 alle 17:34

    Io metto i like a cose che non mi piacciono. tipo nelle pagine che mi piacciono risultano amici di maria de filippi e forse il grande fratello. così quando quelli di studio aperto faranno un servizio su di me che ho strangolato la mia ragazza daranno informazioni false nei tg.

  32. Valerio il 3 novembre 2010 alle 18:52

    Ho linkato questo articolo sulla pagina Facebook di Argo: FB riconosce chi lo critica? Bisognerebbe fare il backup delle pagine che si vogliono “salvare” dall’attacco totalitario di FB e ricaricarle a oltranza, poi denunciare questo sistema di controllo agli altri media, far pressione come contro-sciame d’opinione.

    E su Twitter che si dice? Perché Nazione Indiana non c’è? Una scelta consapevole?

  33. Alcor il 3 novembre 2010 alle 19:03

    http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_novembre_03/perasso-pubblicita-internet_5ec990e8-e74f-11df-a903-00144f02aabc.shtml

    il link è lungo, non so se funziona, solo per dire che le nostre piccole strategie per sfuggire al sistema sono commoventi, ricamiamo bordi

  34. matteo ciucci il 4 novembre 2010 alle 10:40

    FB è innanzitutto un potente amplificatore di relazioni sociali basato sul piacere provocato dall’osservazione di immagini della vita di altri. Alla base di FB sta a mio avviso l’atto del guardare, e il piacere che se ne trae. In questo senso, FB permette l’incarnazione di tutte le forme deboli, ovvero astrutturate di osservazione, provvedendo a dare struttura a ciò che normalmente non ne avrebbe: l’osservazione di una mostra fotografica, della serata trascorsa da un amico con le fotografie di un viaggio, di un momento di riflessione passato di fronte all’immagine della propria foto da piccoli. FB ha poi successivamente esteso il proprio dominio alla tradizionale comunicazione verbale, che è sempre esistita in rete. Affiancato dalla potenza del Web, è poi esploso in maniera capillare, caratteristica propria del moderno paradigma culturale: il network, la rete, i famosi sei gradi di relazione caratteristici di una struttura relazionale allo stato critico fra me e il presidente degli USA. La realtà è ovviamente opposta: io non entrerò mai in relazione con il presidente degli USA, i sei gradi di relazione essendo più simili a sei nuove classi sociali che a un sistema di prossimità relazionali. Sei può sembrare poco, ma la fluidità sociale classica insegna che a risalire di un gradino della famosa scala ci si mette una generazione intera.

    A causa della sua capillarità eccezionale, FB ha generato la sensazione condivisa di poter riassumere in sé una proiezione distorta del mondo occidentale computer-letterato, come se in realtà questo avesse una forma propria, quando invece non è che un potente amplificatore di relazioni sociali: l’equivalente del microscopio per i biologi e del telescopio per gli astronomi, in grado, come tale, di potenziare il raggio d’azione relazionale di chiunque. Come fanno notare sempre tutti, è sì uno strumento e dipende tutto da come lo si usi (ma questa osservazione vale per tutto: dalla pasta all’amatriciana alla bomba all’idrogeno), ma è soprattutto e questo lo differenzia dall’amatriciana, dalla bomba e persino dalla famigerata televisione, uno strumento moltiplicatore di relazioni sociali deboli.

    Così, relazioni sociali troppo fragili, ora amplificate, possono oltrepassare la soglia dell’esistenza e incarnarsi in post, chat, OT, sms, e dio sa cos’altro, che in precedenza sarebbero stati categorizzati come comunicazioni estemporanee, relazioni effimere indegne di storia e di memoria. Ne sopravvivono molte altre: la chiacchiera con un passante, uno sguardo d’intesa fra sconosciuti, una stretta di mano, di tipo ancora più debole, meno omologate perchè meno diffuse, ma altrettanto relazionalmente codificate come l’interfaccia di FB.

    Come amplificatore di relazion isociali, FB è in grado di potenziare la capacità di relazione sociale con chiunque, inclusi noi stessi. In questo modo rischia di trasformarsi in un enorme specchio, di moltiplicare le invidie oltre misura, nell’illusione che la realtà somigli alla rappresentazione del mondo che ci siamo dati molto più di quanto avremmo mai immaginato.

    Così ecco i soli diventare più soli, gli attivi moltiplicare le attività, i politici le discussioni; ma anche gli sfigati la propria sfiga, quelli con la scoliosi la curvatura della propria colonna vertebrale, gli onanisti le proprie sedute interrotte di fronte ai monitor.

    Quanto al modello semantico di FB, che rischia di diventare totalitario: io credo che questo modello – per me in parte illusorio – si sia già codificato, come accade per ogni sistema linguistico che voglia garantire comunicazione, introducendo convenzioni arbitrarie. L’utilizzo eretico o onnipotente è ancora possibile: tecnicamente, si può usare FB alla Bunuel per raccontare come si è andati di corpo – qualcuno dei vostri ci ha provato, ma non funziona: FB riassorbe tutto, la provocazione è digerita e rimane magma – o per criticare FB stesso: il punto non cambia.

    La parte che a me pare più affascina e inquieta, è la modalità con cui FB tenta di dar forma alla massa informe a cui io, come tanti altri, di fatto appartengo, dandomi per la prima volta l’illusiopne di disporre di un profilo pubblico (debole anch’esso in realtà) Proprio come la tv prima, poi il pc, poi ancora il cellulare – prima esisteva la reperibilità, e veniva retribuita, spazzata via dai cellulari – e infine FB. Che dire? Per quanto si stia attenti al gradino, si finisce per inciampare comunque. Occhi aperti, e stiamo a vedere.

  35. […] “Tutto ha l’aria di esistere, niente esiste sul serio”, scriveva lo gnostico Cioran. Io, che sono irrimediabilmente votato al realismo filosofico aristotelico, sono propenso ad attribuire le ombre della caverna platonica non alla malignità di un Arconte ma a quel misto di ignoranza e inganno che è proprio dell’opinione, specialmente quando essa si traveste della presunzione di realtà sbarluccicante indotta dai mass media. Ma non il mass media, bensì la realtà è il vero oggetto della preoccupazione filosofica e morale dell’uomo del nostro tempo. Con questo di oggi vorrei iniziare a proporre una serie di riflessioni mie e non mie che partono da qualche forma di comunicazione per porre però non tanto il problema dell’analisi del “mezzo”, ma proprio la questione di ciò che è il “reale”. L’articolo che segue è apparso in settimana su Nazione Indiana […]



indiani