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Luis de Camoes, Os Lusiadas, canto I ottave 1-5

traduzione isometra di Daniele Ventre

 
1 As armas e os barões assinalados,
Que da ocidental praia Lusitana,
Por mares nunca de antes navegados,
Passaram ainda além da Taprobana,
Em perigos e guerras esforçados,
Mais do que prometia a força humana,
E entre gente remota edificaram
Novo Reino, que
tanto sublimaram;

2

E também as memórias gloriosas
Daqueles Reis, que foram dilatando
A Fé, o Império, e as terras viciosas
De África e de Ásia andaram devastando;
E aqueles, que por obras valerosas
Se vão da lei da morte libertando;
Cantando espalharei por toda parte,
Se a tanto me ajudar o engenho e arte.

3

Cessem do sábio Grego e do Troiano
As navegações grandes que fizeram;
Cale-se de Alexandro e de Trajano
A fama das vitórias que tiveram;
Que eu canto o peito ilustre Lusitano,
A quem Neptuno e Marte obedeceram:
Cesse tudo o que a Musa antígua canta,
Que outro valor mais alto se alevanta.

4

E vós, Tágides minhas, pois criado
Tendes em mim um novo engenho ardente,
Se sempre em verso humilde celebrado
Foi de mim vosso rio alegremente,
Dai-me agora um som alto e sublimado,
Um estilo grandíloquo e corrente,
Porque de vossas águas, Febo ordene
Que não tenham inveja às de Hipoerene.

5

Dai-me uma fúria grande e sonorosa,
E não de agreste avena ou frauta ruda,
Mas de tuba canora e belicosa,
Que o peito acende e a cor ao gesto muda;
Dai-me igual canto aos feitos da famosa
Gente vossa, que a Marte tanto ajuda;
Que se espalhe e se cante no universo,
Se tão sublime preço cabe em verso.

 
 
 
1] Quell’armi e quei baroni segnalati
che dall’occidua sponda lusitana
per mari mai finora attraversati
passarono al di là di Taprobana,
fra pericoli e guerre travagliati
più di quanto sostenga forza umana
e fra gente remota hanno fondato
nuovo regno, che tanto hanno esaltato;
2] e così le memorie glorïose
di quei re che ingrandirono lottando
fede e impero e le terre vizïose
d’Africa e d’Asia andarono annientando;
quelli che per imprese valorose
si vanno a legge di morte campando;
nei canti io spanderò per ogni parte,
se a tanto mi varranno ingegno ed arte.
3] Ceda del saggio greco e del troiano
Il lungo navigare che compirono;
arretri d’Alessandro e di Traiano
fama di quanti allori conseguirono;
canto l’illustre cuore lusitano
a cui Nettuno e poi Marte obbedirono:
ceda quel che l’antica Musa canta,
nuovo valore e più alto si vanta.
4] E voi, Tagidi mie, poiché instillato
avete in me novello ingegno ardente,
se mai in umile verso celebrato
fu da me il vostro fiume lietamente,
datemi adesso un tono alto levato,
uno stile grandisono e fluente,
perché dell’onde vostre Febo ingiunga
che invidia d’Ippocrene non le punga.
5] Datemi furia sonante e grandiosa,
non d’agreste zampogna o avena bruta,
ma di squilla canora e bellicosa,
che accende il petto e i cuori in gesta muta;
sia il canto pari agli atti di famosa
gente vostra, che Marte tanto aiuta:
che si spanda e si canti all’universo,
se un tal pregio sublime alberga in verso.
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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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