Peter Mountford e lo strano caso della traduzione pirata del suo primo romanzo per il mercato nero di e-book in Russia

4 novembre 2012
Pubblicato da

di Silvia Pareschi


Quando pubblicò il suo primo romanzo, nell’aprile del 2011, Peter Mountford non immaginava che il titolo avrebbe assunto un carattere ironicamente profetico. Dopo l’uscita di A Young Man’s Guide to Late Capitalism – incentrato sulle rocambolesche avventure di un analista di hedge fund inviato in Bolivia per indagare sul nuovo presidente Evo Morales e sul suo piano di nazionalizzazione dell’industria del petrolio – Mountford fece quello che fanno tutti gli scrittori: cominciò a seguirne le vicende. Attivò Google Alert e rimase a guardare mentre il suo libro veniva letto e recensito, all’inizio spesso e poi, inevitabilmente, sempre più di rado. Così comincia la storia raccontata da Mountford nell’articolo pubblicato sul numero di novembre della rivista The Atlantic: Steal My book! Why I’m abetting a rogue translation of my novel (“Ruba il mio libro! Perché sto collaborando alla traduzione pirata del mio romanzo”).

Un giorno del marzo scorso, Mountford notò che Google Alert lo indirizzava con una certa frequenza a WordReference.com, un forum linguistico internazionale. Un utente del forum, che si faceva chiamare AlexanderIII e scriveva da Mosca, chiedeva aiuto per comprendere alcune scelte di vocabolario dell’autore. Mountford immaginò che si trattasse di un lettore che non conosceva a fondo l’inglese ma voleva capire la storia in ogni minimo particolare. Finché, qualche giorno dopo, non s’imbatté in un messaggio di un altro utente, DocPenfro, il quale consigliava ad AlexanderIII di godersi il libro senza preoccuparsi troppo dei dettagli. “Mi piacerebbe, DocPenfro, ma lo sto traducendo per una casa editrice, e voglio essere sicuro di non sbagliare”, fu la risposta di AlexanderIII.

Dopo un iniziale momento di esaltazione (“Holy crap [espressione che gli utenti italiani di WordReference.com traducono con “cazzarola”], il mio libro verrà pubblicato in Russia!”), Mountford si ricordò che nessun editore russo aveva acquistato i diritti, e perciò AlexanderIII doveva senz’altro essere un rogue translator, un “traduttore pirata”. E neppure tanto bravo, a quanto pareva. Malgrado la dedizione rivelata dalla grande quantità di domande che rivolgeva, AlexanderIII non sembrava un traduttore particolarmente dotato. A un certo punto, per esempio, si chiedeva cosa potesse significare l’espressione “white-liberal guilt”, ipotizzando una soluzione che trasformava il senso di colpa dei progressisti bianchi nel “senso di colpa per il consumo di sostanza bianca (cocaina)”. Dopo aver letto una discussione riguardante il metodo corretto per utilizzare il lucido da scarpe come sostanza intossicante, ed essendosi accorto che AlexanderIII stava per suggerire di berlo diluito anziché sniffarlo (come fanno nel libro i lustrabotas, i giovani lustrascarpe boliviani), Mountford fu sul punto di intervenire, ma un “ciberpedante” lo batté sul tempo.

Se negli Stati Uniti la pirateria dei libri digitali è un problema crescente, in Russia, come spiega Mountford nel suo articolo, esiste un robusto mercato nero per la letteratura (i russi, si sa, sono sempre stati lettori forti): il 90% degli e-book scaricati in Russia sono copie piratate. Secondo l’Agenzia Federale per la Stampa e i Mass Media della Federazione Russa, i cittadini di quel paese hanno accesso a più di 100.000 titoli piratati a fronte di soli 60.000 titoli legali, e il download illegale costa ai rivenditori diversi miliardi di rubli all’anno. Riflettendo su questi dati, Mountford cominciò suo malgrado a provare una certa simpatia per quel pubblico di lettori forti, anche se illeciti. “Negli Stati Uniti”, scrive, “si ha l’impressione che quasi nessuno si prenda la briga di creare e-book pirata, perché tanto poi chi li comprerebbe?” (In realtà, secondo uno studio condotto da Attributor, nel 2009 le perdite causate dal traffico illegale di e-book si aggiravano intorno ai 2.8 miliardi di dollari, e tra il 2009 e il 2010 ci sarebbe stato un aumento del 54% nella richiesta di e-book piratati. In Italia, secondo l’Associazione Italiana Editori, più del 70% dei titoli digitali si può scaricare gratuitamente; a fronte di 19mila e-book disponibili a fine 2011, nel febbraio 2012 circolavano circa 15mila titoli in versione pirata.)

Dopo aver passato alcuni mesi a seguire di nascosto il “rapimento” del suo libro, Mountford decise di contattare il rogue translator, al quale ormai si era un po’ affezionato. All’inizio di luglio mandò un messaggio privato ad AlexanderIII: Ho notato che fai molte domande sul libro che stai traducendo in russo. Come autore del romanzo sono la persona più qualificata per rispondere. Posso offrirti il mio aiuto?

Dopo un’iniziale esitazione, AlexanderIII rispose, accettando la proposta. E fu così che Mountford si ritrovò a collaborare con il ladro del suo libro. Come racconta in un’intervista al Guardian: “Quando mi resi conto di quello che stava succedendo, provai una sconcertante miscela di orgoglio e frustrazione. Mi avrebbero senz’altro fatto comodo i circa mille dollari che avrei ricavato dalla vendita dei diritti in Russia. Ma la realtà è che quei diritti non li avevo venduti. (…) È vero, la mancanza di un’offerta per il mio libro poteva in parte dipendere proprio dall’esistenza di un forte mercato nero degli e-book. Eppure mi faceva piacere che il mio libro venisse letto anche in Russia. È un po’ triste ammetterlo, ma come scrittori vogliamo essere letti e speriamo di venire pagati, e tuttavia le cose non vanno sempre così”.

L’articolo di Mountford, come prevedibile, ha suscitato un certo interesse nel mondo letterario. Per colmo dell’ironia, è stato anche tradotto in russo senza il permesso dell’autore. Tra i commentatori dell’articolo online c’è chi sostiene che il download illegale in Russia sia l’unico modo per potersi procurare prodotti di qualità a un prezzo accessibile, visto che il costo di quei prodotti non viene modificato per adattarlo alle economie di paesi meno ricchi. La storia di AlexanderIII dimostra che, almeno nel caso degli e-book tradotti, di tutto si può parlare tranne che di “prodotti di qualità”.

Ho conosciuto Peter Mountford mentre stava scrivendo A Young Man’s Guide to Late Capitalism, e in seguito ho avuto con lui qualche scambio di e-mail su alcune questioni riguardanti l’Italia e l’italiano. In questo caso, contrariamente a quanto sarebbe avvenuto con AlexanderIII e a quello che normalmente avviene nella mia attività di traduttrice, era lui, l’autore, che faceva domande a me. Nel suo libro, infatti, c’era un personaggio italiano che aveva frequentato l’università negli anni ’70, e Peter voleva sapere se fosse plausibile che avesse studiato letteratura italiana medievale per poi, l’anno successivo, passare a economia; un’altra domanda riguardava l’esistenza di una parola italiana che significasse l’esatto contrario di “lonely”, e un’altra ancora il nome di una bevanda alcolica a buon mercato che un alcolizzato italiano poteva bere negli anni ’50 e ’60 (lucido da scarpe diluito, avrebbe probabilmente risposto AlexanderIII).

Ho chiesto a Peter di raccontarmi qualcosa della sua corrispondenza con AlexanderIII. “Subito dopo che ci siamo messi in contatto ha cominciato a farmi centinaia di domande, molte di più di quelle che faceva su Wordreference.com. A un certo punto mi ha spiegato di essere un biologo, non un traduttore di professione. E in effetti la sua competenza sembrava piuttosto scarsa. Aveva problemi soprattutto con le metafore, perché sosteneva che i russi le usano in modo diverso. Una conversazione paragonata a una partita a scacchi gli risultava incomprensibile, perché, diceva, o si parla di scacchi o si parla di una conversazione, e una conversazione non può essere una partita a scacchi.” In effetti, leggendo anche solo un breve estratto della corrispondenza fra Peter e AlexanderIII, si comprende subito la difficoltà della situazione. A un certo punto AlexanderIII scrive: “Sono un po’ imbarazzato per la lunghezza di questa frase, è sei volte più lunga dell’originale. Però accorciala pure, se vuoi.”

I lettori russi di A Young Man’s Guide to Late Capitalism sono fortunati. Peter Mountford ha fatto il possibile, e senza alcun tornaconto, per salvare il proprio libro. Lo stesso non si può dire per i lettori di altri e-book scaricati gratuitamente dopo essere stati tradotti da rogue translators – ossia traduttori dilettanti pagati quattro soldi – come AlexanderIII. Il quale, a quanto pare, si è già rimesso al lavoro, questa volta su un libro di Dennis Lehane: Gone, Baby, Gone.

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16 Responses to Peter Mountford e lo strano caso della traduzione pirata del suo primo romanzo per il mercato nero di e-book in Russia

  1. davide orecchio il 4 novembre 2012 alle 15:26

    Dal Samizdat agli ebook illegali: alti e bassi dell’allergia russa per le regole

  2. giuseppe zucco il 4 novembre 2012 alle 15:40

    davide, sai che questa cosa dei samizdat l’avevo pensata subito appena silvia mi ha parlato di questa storia? proprio in “limonov” di carrere ci sono dei passaggi illuminanti a riguardo, forse lì ci sono le radici di questo fenomeno…

    • davide orecchio il 4 novembre 2012 alle 16:27

      insomma tocca proprio leggersi Limonov ;-)

  3. sergio garufi il 4 novembre 2012 alle 19:14

    a me ‘sta pareschi è molto simpatica.

  4. srmzgts il 5 novembre 2012 alle 02:57

    bel pezzo :)

  5. effeffe il 5 novembre 2012 alle 08:51

    avvincente effeffe

  6. […] di Silvia Pareschi Quando pubblicò il suo primo romanzo, nell’aprile del 2011, Peter Mountford non immaginava che il titolo avrebbe assunto un …  […]

  7. […] di Silvia Pareschi   "Se negli Stati Uniti la pirateria dei libri digitali è un problema crescente, in Russia, come spiega Mountford nel suo articolo, esiste un robusto mercato nero per la letteratura (i russi, si sa, sono sempre stati lettori forti): il 90% degli e-book scaricati in Russia sono copie piratate."  […]

  8. Antonio Coda il 5 novembre 2012 alle 12:11

    Sono vicende come queste a ridare sapore al piccolo mondo della letteratura!

    E: qualcuno il libro di Peter Mountford l’ha letto? Infine, è stato davvero un bel gesto o il dilagare di un guasto, tradurlo anche per la Russia?

    E al di là delle ironie, credo Peter Mountford si sia reso protagonista di qualcosa che vale quanto se non più di un romanzo.

    • Silvia Pareschi il 5 novembre 2012 alle 12:54

      Il libro di Mountford è andato abbastanza bene negli Usa, soprattutto se teniamo conto del fatto che si trattava di un oggetto strano per il mercato americano.
      Quando ho chiesto a Peter un commento sulla questione del 3% – di cui ho scritto nel mio precedente articolo per Nazione Indiana – lui mi ha risposto così:
      “Il problema del 3%, a mio parere, è una conseguenza della timidezza dell’industria editoriale americana. Gli editori hanno il terrore di pubblicare libri che non si possano facilmente paragonare a precedenti libri di successo [questo posso confermarlo anch’io, visto che sono sposata con uno scrittore americano]. Il mio libro è uscito nel bel mezzo di un’enorme crisi economica globale, e parlava di un tizio che lavora per un hedge fund, eppure è stato comunque accolto come una strana creatura, perché nessuno riteneva possibile che un romanziere si mettesse a scrivere del mondo del denaro – come se il mondo del denaro e il mondo in generale non fossero diventati chiaramente la stessa cosa.”

      • Antonio Coda il 5 novembre 2012 alle 15:42

        Ho cercato ma no: in italiano il libro non c’è. E pirati della cultura, biologi che si dedicano alla traduzione letteraria – e non credo sia “soltanto” per arrotondare, altrimenti tutta quella dedizione, e il rischio aggiunto di “collaborare” con l’autore che, disponibile quanto vuoi, in ogni momento può rivalersi e perché no vendicari, non si spiega tanto bene – nemmeno.

        O no?

        I miei saluti,
        Coda

        • Silvia Pareschi il 5 novembre 2012 alle 16:34

          Mi scusi, alla fine non avevo risposto alla sua domanda. No, è vero, il libro di Mountford non è stato tradotto (almeno non legalmente) in italiano.
          Quanto ai motivi che spingono AlexanderIII a fare il traduttore pirata, posso solo dire che la dedizione e la passione non sono sufficienti a trasformare un dilettante in un professionista, e che chiunque si improvvisi traduttore in quel modo – con tutta la simpatia che il personaggio in questione ci può ispirare – rende un pessimo servizio all’autore, ai lettori e a quelli che il traduttore lo fanno di mestiere.
          Anche su una possibile rivalsa dell’autore ho i miei dubbi: se il pirata fosse stato americano sarebbe stato diverso, ma rivalersi dagli Usa alla Russia, così a naso, mi sembra un po’ difficile.

          • Antonio Coda il 5 novembre 2012 alle 17:22

            Gli interrogativi che muove questa vicenda sono molteplici.

            Sarebbe proprio interessante capire perché AlexanderIII, o chi gli ha commissionato la traduzione, ha scelto proprio questo libro, di un autore in effetti esordiente il quale, se anche ha venduto bene, da quel che ho capito non al punto da segnare un distacco significativo, almeno non in termini di vendita di copie, da molti altri.

            Che sia un nuovo criterio autoriale valido? contiene in sé un giudizio critico favorevole diventare l’oggetto di una traduzione pirata, dei russi per di più?

            Silvia Pareschi, la ringrazio intanto per aver segnalato il caso e per le sue risposte.

  9. […] di Silvia Pareschi Quando pubblicò il suo primo romanzo, nell’aprile del 2011, Peter Mountford non immaginava che il titolo avrebbe assunto un …  […]

  10. Valerio Vitelli il 5 novembre 2012 alle 13:21

    Mountford potrebbe addirittura pensare di scrivere un romanzo sulla vicenda in modo da chiudere il cerchio.

  11. jan il 6 novembre 2012 alle 10:31

    Interessante articolo. Una prima nota:

    “secondo uno studio condotto da Attributor, nel 2009 le perdite causate dal traffico illegale di e-book si aggiravano intorno ai 2.8 miliardi di dollari”

    Non vorrei che fosse il solito pseudo studio che stima a casaccio il numero di ebook sulle reti p2p, lo moltiplica per il prezzo medio di un ebook e ottiene la ipotetica perdita del mercato editoriale. Sappiamo che un calcolo simile è insensato dato che in musica e cinema il download p2p non corrisponde a una mancata vendita.

    E una osservazione sulle opere derivate (fanfiction e traduzioni) ed il loro rapporto coi diritti d’autore: L’atteggiamento più liberale e pragmatico che i russi hanno nei confronti del copyright ha permesso la pubblicazione (a stampa) di The Last Ringbearer di Kirill Y. Eskov, poi tradotto in inglese e di cui ho scritto su Nazione Indiana. In un altro paese il (delizioso) romanzo di Eskov non sarebbe stato mai pubblicato per le minacce dei litigiosissimi eredi di JRR Tolkien, men che meno tradotto.

    https://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/the-last-ringbearer-una-fanfiction-tolkeniana/

    (L’ebook è liberamente disponibile in quella pagina).



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