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Il boss in salotto, senza coraggio né fantasia

di Angela Bubba

Nei giorni in cui La grande bellezza riceve la nomination all’Oscar come miglior film straniero, in Italia entra prepotentemente in classifica Un boss in salotto, pellicola dai risvolti prevedibili quanto noiosi, la quale s’inserisce nel già parecchio frequentato filone dei lungometraggi a tema Nord vs Sud. La storia in questo caso è incentrata sulla fervente Cristina alias Carmela (Paola Cortellesi), meridionale di nascita ma settentrionale di spirito, molto più dei figli e del marito Michele (Luca Argentero), la cui vita viene sconvolta dall’arrivo del fratello Ciro (Rocco Papaleo), accusato d’intrattenere rapporti con la camorra e in attesa di giudizio: indicando la residenza della sorella come luogo in cui scontare la pena, infatti, l’uomo stravolge la routine domestica, ne invade senza rispetto gli ambienti e fa scricchiolare le abitudini e convinzioni più intime. Crolla così l’immagine della felicità salutista o per meglio dire orribilmente asettica dell’inizio, a favore di un ritratto umano che fotografa, in maniera però oltremodo banale, tutto il servilismo, il provincialismo e l’immaturità su cui viene fondata una famiglia.

Si tratta di un’analisi condotta tuttavia mediocremente, attraverso una sceneggiatura piatta e stereotipata e una recitazione non troppo eccitante, e dove a vincere non è il guizzo originale bensì il luogo comune: il guappo che va fiero delle proprie smargiassate, il nordico frigido quanto perfezionista e/o frustrato, la meridionale che smania di rivendicare un secondo battesimo; la furibonda Cristina quasi raggiunge l’orgasmo mentre declama al fratello il suo nuovo vangelo: “amo il freddo” precisa sforzando l’accento, “gradisco l’umido, non sopporto il calore, compreso quello delle persone… le mani addosso, la gente che gesticola. Devi sapere che la raccolta differenziata mi dà gioia: non ho mai, dico mai, avuto un dubbio su dove buttare il tetrapak. Non mangio la pizza…” e così via. Senza sosta. Cliché sopra cliché. E dopo un’ora e mezza tutto ciò che rimane è il modello inossidabile del terrone, nel novanta per cento dei casi ignorante e gretto, che non riuscirà mai a integrarsi col settentrionale energico e produttivo, e che qualora ci riuscisse sarà solo attraverso il raggiro o l’inciucio, preferibilmente mafioso.

Sono lontani i tempi della celebre commedia all’italiana, che tanto ci ha reso famosi, bella e convincente, e che indagava con una leggerezza però piena di intelligenza gli immaginari e le differenze geosociali del Paese. Al contrario, Un boss in salotto come tanti altri film (Qualunquemente, Benvenuti al Nord, Benvenuti al Sud, solo per citarne alcuni) recupera quelle diversità ma col mero intento di svuotarle, irrancidirle, o al limite decorarle con una superficialità che riesce a essere non solo avvilente, ma addirittura pedante. Perfino ridere, seppur idiotamente, risulta faticoso; e nel momento in cui la comicità spicca lo fa più per eccesso di buffoneria che d’ironia. Una drammaturgia senza spessore, poi, di certo non aiuta, e neppure un presunto tono didascalico che vorrebbe emergere. Invece di attrarre debilita l’attenzione, e contribuisce a sminuire in modo sguaiato quella che dovrebbe essere una ricchezza, ovvero la varietà di usi e costumi che caratterizza un territorio. In trame del genere non c’è fantasia, non c’è coraggio, non c’è rischio, non c’è investimento vero. Così facendo si circumnaviga, si sfiora un argomento, ma non lo si affronta né di conseguenza esplora. Al posto di una rinnovata corrente cinematografica, forse tanto più fruttuosa quanto più inutile di quella dei cinepanettoni o di altri pacchetti simili, sembra di contemplare un giochetto del quale non è nemmeno sicuro gli italiani si stuferanno (presto).

[vedi anche Francesco Forlani, La mafia come il kitsch uccide solo in salotto]

2 Commenti

  1. Perché la meridionale Cristina smania per rivendicare un secondo battesimo? Cosa le hanno fatto? Intorno a lei cosa c’ è stato? E dentro di lei?

  2. Grazie mille di questo testo, Angela e Davide…mi avete evitato di guardare un film che sicuramente non mi sarebbe piaciuto!

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davide orecchio
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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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