Quello che brucia

4 febbraio 2015
Pubblicato da

di Lorenzo Trombetta

Più per l’orrore che toglie il sonno per le atroci immagini del pilota giordano, Muaz Kassasbe, che si dimena abbrustolito nella gabbia, lo stomaco si contorce per l’indifferenza di molti europei di fronte all’uccisione da parte della polizia egiziana di Shaimaa Sabbagh, una giovane madre colpita a morte a piazza Tahrir al Cairo lo scorso 25 gennaio mentre tentava di deporre dei fiori nella piazza simbolo delle proteste di quattro anni fa.

Ferisce nel profondo la stessa indifferenza con cui in Europa è stata accolta la notizia che Mazen Darwish, giornalista siriano e instancabile difensore del diritto di espressione, è stato trasferito nei giorni scorsi dal carcere di Damasco a quello di Hama, città sigillata e militarizzata dalle forze governative, sancendo l’ennesimo rinvio di un processo per “terrorismo” che forse non comincerà mai.

Seguendo la carrellata di fotogrammi che ritraggono i tentativi disperati degli amici di Shaimaa di salvarle la vita in mezzo agli scontri di Tahrir, tornano alla mente altre immagini: quelle dei governanti europei accorsi alla corte del presidente egiziano Abdel Fattah Sisi a esprimere l’appoggio al suo potere.

In Egitto è in corso la restaurazione. E a molti, in Europa, va bene così. La visione è talmente manichea – o i militari o l’oscurantismo degli estremisti – che non c’è spazio nemmeno per indignarsi della vigliacca uccisione di Shaymaa Sabbagh.

Il suo gesto – tentare di portare dei fiori in un luogo simbolo della primavera egiziana – è dissonante, fuori fuoco rispetto alla convinzione, sempre più dominante in molti ambienti politici e intellettuali europei, che lo Stato islamico e le sue barbarie siano il risultato delle sollevazioni popolari del 2011.

Anche la vicenda kafkiana e terribile di Mazen Darwish – un essere umano trattato come un topo di fogna da un governo con cui in molti vogliono tornare a trattare – stride con il mantra per cui il potere siriano degli Asad sia l’unica alternativa ai roghi umani dello Stato islamico.

Dal febbraio 2012 il potere di Damasco ha di fatto tolto a Mazen Darwish l’occasione di vivere umanamente. E di lavorare  per lo sviluppo del suo Paese. E’ un fatto che non merita di essere sottolineato, raccontato a dovere, amplificato. Come invece si fa per ogni notizia truculenta riguardante le barbarie commesse dai jihadisti.

Da anni, Mazen lavorava a Damasco per una Siria migliore. Per una Siria dei diritti. Per una Siria di cittadini e non di membri di comunità confessionali, sudditi appartenenti a “minoranze da proteggere” dalla minaccia takfira.

Moltissimi dei giovani egiziani che, per 18 giorni erano scesi in piazza tra il gennaio e il febbraio del 2011, erano uniti a Mazen e a moltissimi altri siriani, tunisini, libici, yemeniti, iracheni, marocchini, algerini, del Bahrein, giordani.

Per lunghi mesi, nel 2011 manifestanti pacifici e rappresentati dell’emergente società civile irachena si erano accampati a Mosul, ora capitale dello Stato islamico, così come a Ramadi, capoluogo della regione di al Anbar, culla dell’Isis. A più riprese, donne libere di Raqqa, ormai capitale siriana dei jihadista, fino a un anno e mezzo fa  col loro volto e la loro voce contestavano apertamente i jihadisti.

Chi si ricorda le manifestazioni a Piazza Perla a Manama, in Bahrain, represse nel sangue dalla polizia e dai militari del Consiglio di cooperazione del Golfo, emanazione del potere saudita? Chi si ricorda dei caccia dell’aviazione egiziana che, per terrorizzare la folla pochi giorni prima dell’uscita di scena del presidente Hosni Mubarak, sorvolarono piazza Tahrir gremita di egiziani?

Chi si ricorda delle manifestazioni a Tunisi, Sanaa, Tripoli, Algeri, Rabat, Amman? Chi si ricorda della piazza dell’Orologio a Homs, prima del massacro compiuto dalle forze siriane il 18 aprile 2011? E chi si ricorda dell’oceano di siriani riunitisi sotto la torre della piazza centrale di Hama?

Mazen Darwish il “terrorista” è ora in una cella nella prigione centrale di Hama, tristemente nota per le pessime condizioni in cui sono costretti a sopravvivere i detenuti. Il suo nome e la sua storia rimarranno nell’oblio. Shaimaa Sabbagh, “uccisa dal complotto”, è sotto terra. E il suo nome sarà presto ricordato solo dai suoi amici e da qualche irriducibile attivista. Chi voleva deporre fiori a piazza Tahrir, ormai non compierà più un passo. E tacerà chi voleva lavorare per la libertà di espressione a Damasco.

La restaurazione in nome della “sicurezza-e-stabilità” ha bisogno di silenzio. Della benedizione dei nostri sorridenti governanti. E dell’appoggio di tutte le forze reazionarie della regione. E’ una restaurazione che continuerà a produrre migliaia di altri invasati terroristi pronti a tagliare gole a giornalisti e cooperanti. Pronti a bruciare vivi prigionieri di guerra. Soprattutto pronti a uccidere vignettisti nel cuore dell’Europa.

Più delle bombe sganciate dai colleghi arabi del povero Kassasbe sulle teste dei jihadisti –  ma anche dei civili – in Siria e in Iraq, erano Mazen e Shaimaa il vero antidoto al cancro jihadista. Erano loro i membri di una più genuina ed efficace Coalizione contro l’oscurantismo, sia esso con la barba o in giacca e cravatta.

Questo articolo è apparso su SiriaLibano.

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Notable Replies

  1. Ognuno mette in gioco i propri morti. O dà peso diverso a morti diversi. In modo perfettamente strumentale.

  2. Anche se ormai il benaltrismo, quello di chi mentre tu ti indigni per una cosa, o rilevi un problema, è sempre pronto a dirti che c'è ben altro, spostando da essa l'asse del problema, quasi a volerlo eliminare, è un artificio retorico che impera dalla chiacchiera comune da bar in sù, risulta a mio parere molto sgradevole e fuorviante in questo post con la sua lista/classifica di altre morti più o meno brucianti, con il paragone fra un bruciare in senso metaforico, astratto, con il terribile bruciare in senso letterale, concreto. Per non parlare del cinismo dell'incipit con quelle parole disumane "Muaz Kassasbe, che si dimena abbrustolito nella gabbia" pari solo a certe ironie su forni e campi di concentramento, che toglie dignità alla persona coinvolta, quasi volendo sminuire, banalizzare, rendere comiche quelle immagini, che non chiedono per natura paragoni di più o meno. Fra le agghiaccianti regie dei video dell'IS con la loro estetica sempre uguale, questa rappresenta un salto di qualità: ha nel suo sviluppo narrativo, nel montaggio accuratissimo, nei primi piani dei volti, qualcosa se possibile di ancora più tremendo. Non vedo perché la foga di affermare principi anche giusti, il silenzio mediatico su certe morti, la sovraesposizione mediatica di altre, debba valersi di espedienti retorici così bassi, di un linguaggio così rozzo.

  3. Io non ho visto il video e, lo dico sinceramente, non ho voglia di vederlo né di mettermi a valutare, ancora una volta, il perfetto post-modernismo di un video dell'IS, le sue astuzie narrative, terribili o meno. Trovo esasperante il chiacchiericcio in proposito, lo trovo inquinante e alienante. Capisco che faccia impressione vedere quanto IS riesca a dare un versione del mondo sì raccapricciante ma anche così vicina alla grammatica dell'infotainment, così vicina alle capacità di lettura di uno spettatore medio, tanto da avere un'ampia audience, ma l'articolo tratta di un altro argomento e se - siamo d'accordo - può apparire cinico in qualche punto, svolge questo argomento con accuratezza, prendendo spunto 1) da eventi che accadono in contemporanea e 2) dall'ordine di importanza che i media hanno dato a essi. Il benaltrismo è qualcos'altro, credo.

  4. dm_ says:

    Sono d'accordo con Orsola. Anch'io trovo fuori luogo il registro adoperato per mettere da parte una cosa in favore di altre.

    Inoltre, ho il timore che ciò che Trombetta chiama indifferenza ("lo stomaco si contorce per l’indifferenza di molti europei di fronte all’uccisione da parte della polizia egiziana di Shaimaa Sabbagh") sia piuttosto ignoranza del fatto. E che questo scambio di termini, di implicazioni morali nel rapporto con chi legge, confermi in qualche modo l'impulso sprezzante delle prime righe.
    Il contenuto informativo dell'articolo è invece di sicura utilità.
    Saluti.

  5. Per indirizzare al meglio questo commentario voglio ricordare che Lorenzo Trombetta vive a Beirut da diversi anni (padroneggia perfettamente l'arabo) ed è corrispondente dell'ANSA oltre che collaboratore fisso di Limes (sull'ultimo numero ha scritto un lungo pezzo sull'IS visto dal di dentro, basandosi su fonti dirette, che consiglio a tutti di leggere). Autore di "Siria dagli Ottomani agli Asad. E oltre" (Mondadori, ristampato di recente) è probabilmente il maggiore esperto italiano di Siria contemporanea. Ieri ha scritto su Facebook "#‎Kassasbe‬ ho dovuto vedere il video. non credo dormirò facilmente stanotte". Non credo ci sia disprezzo in questo pezzo, c'è probabilmente molto dolore. Ma se trovo plausibile, anche se non lo condivido, il discorso sul registro usato dall'autore, ritengo davvero fuori luogo i timori su sue eventuali "ignoranze".

    Qui trovate una (brutta) riduzione dell'articolo succitato: http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/30/news/lo_stato_islamico_si_racconta-106108512/?ref=HREC1-20

  6. Ma davvero pensate che ci sia solo una relazione benaltrista, strumentale, tra IS, capace di conquistare una certa parte di Medio Oriente e far affluire volontari da altri paesi dell'area, e il fatto che ieri in Egitto i protagonisti di piazza Tahrir sono stati condannati a 230 ergastoli? O che l'Arabia Saudita che pratica legalmente le decapitazioni (lapidazioni ecc.) ha condannato un blogger a 1000 frustate sulla pubblica piazza?

  7. Tu pensa che io conosco personaggi che vivono in Italia da più di vent'anni, che parlano l'italiano come madre lingua, che scrivono e commentano le vicende politiche di quel paese, eppure sono convinti che Berlusconi sia un grande statista.

  8. dm_ says:

    Lorenzo Declich, ho scritto:

    “Inoltre, ho il timore che ciò che Trombetta chiama indifferenza ('lo stomaco si contorce per l’indifferenza di molti europei di fronte all’uccisione da parte della polizia egiziana di Shaimaa Sabbagh') sia piuttosto ignoranza del fatto.”

    Ora, mi pare del tutto evidente che trattandosi di uno “scambio di termini”, e precisamente di “indifferenza” per “ignoranza di fatto”, il riferimento dei termini debba essere lo stesso. Se l'indifferenza è di “molti europei”, lo è anche la “ignoranza del fatto”.

    Insomma, l'ignoranza del fatto è dei “molti europei”, mica di Trombetta. E l'uso dei toni moraleggianti di chi denuncia l'indifferenza è, mi pare, in linea perfettamente con la diminuzione (che qualcuno ha letto come ridicolizzazione) della tragedia del pilota giordano. L'accusa è: la vostra attenzione cade su questo fatto, che in fondo ha implicazioni ben più ridotte, mentre accade questo e quest'altro. Ecco i perché del tono sprezzante, vale a dire moraleggiante.
    Ma non c'è per l'appunto una indifferenza. C'è che una moltitudine di cittadini ignora molti dei fatti riportati da Lorenzo Trombetta.

    Di qui l'utilità dell'articolo.
    Forse una maggiore attenzione al contenuto degli interventi a commento è sufficiente a "indirizzare al meglio questo commentario".

    Vado a leggermi la (brutta) riduzione dell'articolo succitato.
    Grazie e buona notte.

  9. jan says:

    Non condivido il giudizio di @o_puecher sull'articolo, stiamo subendo una strategia dell'attenzione e da più parti si cerca di attaccarci una cavezza per menarci dove comoda di volta in volta. Discutibile l'articolo, ma commisurato per la lunghezza usata.

  10. Chiedo venia, la foga gioca brutti scherzi. Grazie della precisazione.

  11. Quello che volevo dire, è, naturalmente, che il fatto di essere immersi in una cultura e di comprendere perfettamente una lingua non è condizione sufficiente per una migliore comprensione degli eventi.

    Il caso limite è proprio quello dei nativi: chi meglio di loro conosce la lingua, le storie, le tradizioni di una cultura. Eppure tra di loro i modi di interpretare le circostanze e gli eventi possono essere radicalmente contrapposti, vedi i milioni di italiani che hanno votato per Berlusconi e i milioni di italiani che non solo non lo hanno votato ma per i quali è difficile persino comprendere come lo si possa mai aver votato.

    Quindi non è per il fatto che Trombetta conosca perfettamente l'arabo, o che viva a Beirut, che allora la sua lettura risulti appropriata. Sarebbe come dire che uno straniero dovrebbe accettare quello che scrive Feltri soltanto perché questi è giornalista, ha scritto libri, vive in Italia, e padroneggia perfettamente l'italiano.

  12. Assolutamente. Mi intenzione era segnalare che l'autore non è esattamente un turista dell'informazione dal vicino oriente.

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