Da «sticazzi…» a «mecojoni!»: lo spoof del complottismo e il ghost in the machine

26 novembre 2016
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di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. So che ci eravamo ripromessi di parlare del tema forse nodale attorno al quale ruotano i ragionamenti sul consenso nell’epoca della postverità veicolata dai social media, ma non so resistere al richiamo complottistico della storia di questo account twitter intestato a una certa Beatrice di Maio, denunciata per diffamazione da Luca Lotti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, scopertosi appartenere a Tommasa Giovannoni Ottaviani, detta Titti, moglie dell’ex ministro di Forza Italia Renato Brunetta. Avevamo accennato al fatto in coda al nostro ultimo dialogone sul concetto di postverità e il modo in cui la realtà che abitiamo non è necessariamente il riflesso di un discorso veritiero, essendo inevitabilmente definita nei suoi contorni anche da notizie false, menzogne, credenze di vario genere. Ora qui mi pare che siamo forse al capitolo finale del tema complottismo, quello in cui siamo costretti a trattare della parodia del genere, lo spoof, cioè l’equivalente de L’aereo più pazzo del mondo per i film di catastrofe, della Pallottola spuntata per i film polizieschi, di Scary movie per quelli dell’orrore, eccetera. Andrea Zitelli su Valigia Blu, blog collettivo molto coinvolto nel dibattito sulla veridicità del discorso giornalistico, ha ricapitolato tutta la cronistoria fino all’intervista a Libero della protagonista della vicenda, additata da Jacopo Iacoboni come “account chiave” di una propagandistica algoritmicamente automatizzata del Movimento Cinquestelle.

Lorenzo. Sì, quando l’altra volta parlavamo di quegli operatori dell’informazione bravi mi riferivo anche a Valigia Blu. Li amo, in effetti. Nella reality-based community italiana (perché di essa e con essa ci riduciamo a parlare, talvolta, purtroppo) c’era (e ancora parzialmente c’è) quest’uso di intitolare le cose “Cosa sappiamo di ciò che è successo a [luogo del fatto+data o argomento]”. Tipo, in riferimento alla strage di Charlie Hebdo: “Cosa sappiamo di cosa è successo a Parigi ieri”. La cosa avviene un po’ perché Google digerisce bene il titolo, un po’ perché è necessario identificarsi in qualche modo come estensori di un tentativo di descrizione di realtà fattuali. Mi commuove molto il titolo: “Cosa sappiamo della ‘cyber propaganda pro Movimento 5 Stelle’.

Anatole. Infatti hai ragione tu a dire che di qualsiasi cosa non se ne può più parlare nelle 36 ore che seguono il fatto, perché in quel periodo si affastella una tale quantità di rumore, che qualunque cosa dici rischia di essere una stronzata atomica.Il problema è che precisamente in quel lasso di tempo si determina l’impatto del fatto sul pubblico di prosumer del telefonone. E comunque questa storia della Moglie di Brunetta (che già rivaleggia con l’Hacker russo per l’Oscar di Best Complottema 2016) è meravigliosa da tanti punti di vista. Primo perché va anche molto oltre quello che dicevamo a proposito del complottismo, che collega fatti irrelati in maniera abusiva costruendo un senso, un’idea di realtà abitabile. Qui siamo proprio al colpo di scena comico, con un cast che davvero manco a Hollywood avrebbero saputo fare di meglio. Secondo perché dimostra come i saccentoni del “te lo spiego io il complotto” siano così immersi nella cultura del complotto da costruire teoremi complottisti a loro volta, autocadendo dentro trappole screditanti che loro stessi costruiscono ai loro danni. Diciamo che ognuno è un po’ un complotto contro se stesso, ormai.

Lorenzo. Vogliamo poi parlare del debunking, cioè dell’altra forma di saccentismo? Dando seguito ai nostri discorsi sull’autenticità e a quelli sulle emozioni appena abbozzati (ma riprenderemo il discorso), il debunker di complottismi – intendo qui un debunker “puro”, cioè uno che fa solo quello – è un personaggio mostruoso. La sua autorialità è per statuto subordinata a quella del complottista, che nella contesa appare di fatto il vero ideatore di tutta la vicenda. Le emozioni che il suo debunking veicola sono più o meno sempre deprimenti, poiché egli si pone nella posizione dell’umile servitore pubblico, che si consacra al tentativo di “smontare” qualcosa che non è tecnicamente smontabile. Una specie di croce rossa non richiesta, perché intenderebbe sottrarre al potere della menzogna persone che non hanno alcuna intenzione di essere salvate, i famosi prosumer del telefonone dei quali stiamo parlando. Il debbunker (meglio con due b) è una specie di crocerossino seriale 2.0, che spera di sentirsi dire una cosa come “bravo, quanto sei bravo” o anche “grazie”. A dirglielo sono, seguendo quello che ormai è un fatto assodato dal punto di vista scientifico, persone già convinte. Gli ziliardi di persone che invece avevano piaciato (ormai transitivo de facto, mi si fa notare qui che è più corretto “piaciato” rispetto a “piaciuto”, che avevo utilizzato in origine) la storia del complottista quel dubbunking (meglio con 2 b, ancora) non lo leggeranno nemmeno. Il complottista ti mette al centro del mondo, costruendo una narrativa avvincente che collega abusivamente fatti irrelati, mentre iI debbunker ti dice che sei un coglione, che non avevi capito niente. Perché mai leggerlo al supermercato mentre stai decidendo fra bufala e fior di latte?

Anatole. La mia conclamata intolleranza al lattosio mi mette in difficoltà di fronte a questa tua, peraltro pertinente, contestualizzazione. Di sicuro tutto questo incredibile nulla, impacchettato in chiave complottistica, funziona strabene come infotainement utile a dar senso all’acquisto di tecnologia sottoutilizzata al centro commerciale nel weekend, come dicevamo nella puntata sul Grande Complotto che dà senso al Telefonone.

Lorenzo. Sì, il telefonone è centrale. Non sapendo che cosa effettivamente sia di diverso da un parallelepipedo sottilissimo e luminoso che un 3enne usa meglio di te, sarai portato a pensare che abbia il potere di dirti la verità. E il modo più breve di illustrarne una è certamente, come si diceva, la formula super-semplificante di un complotto. Che poi sta verità sia vera è assolutamente secondario, perché me l’ha detto Mauro – dirà Peppe – Mauro chi? Ma come chi? Mauro! Quello che lavora con me, sta sempre al telefonone e trova un sacco di roba. Dai, non te lo ricordi? Quello che stava cacciando faine sul monte Vettore quando c’è stato il terremoto! Ah, sì, Mauro… Certo, pure sta cosa del terremoto… Ci deve stare sotto qualcosa. Ma è ovvio che c’è sotto qualcosa, guarda il sito! Vabbè, ma comunque il mondo scompare nel 2017, guarda qui, lo dice Supereva.

Anatole. Dialogo estremamente realistico. In sostanza anche il caso della Moglie di Brunetta sembrerebbe verificare l’idea che il complottismo sia un grande concept per l’elaborazione più o meno volontaria e in un certo senso collaborativa di contenuti da veicolare sul telefonone, col quale non sappiamo ancora bene cosa fare. Potremmo paradossalmente osservare che la Giovannone, Lotti, Iacoboni e tutti gli altri partecipanti a questo grande delirio, concatenando ciascuno per la sua parte in maniera causale fatti che in realtà non c’entrano un cazzo gli uni con gli altri, hanno determinato l’emergere di un senso, contribuendo ciascuno a suo modo a delineare i contorni di una realtà abitabile, della quale abbiamo l’illusione di capire le regole, oltre alle relazioni tra gli oggetti che la compongono. Come ricordava Marco Giusti nel suo necrologio su Dagospia del 2 giugno 2015, fu Alberto De Martino «l’inventore della celebre formula, che fu poi ripresa da Enzo G. Castellari, “Me cojoni o Sti cazzi”, per scoprire la validità del titolo di un film. Il titolo buono, ad esempio Per un pugno di dollari, ti fa dire subito “Me cojoni”, il titolo sbagliato, ad esempio L’assassino è al telefono, ti fa dire mestamente “Sti cazzi”». Ecco, forse il complottismo è soprattutto quella cosa in base alla quale una notizia che veramente «sticazzi…» diventa «mecojoni!». Insomma, un grandissimo espediente drammaturgico.

Lorenzo. Assolutamente. Una delle cose che mi hanno più colpito durante la lettura di Otranto 1480 di Vito Bianchi (Laterza, 2016) è che gli Ottomani, per evitare che le spie capissero quali fossero le intenzioni del Sultano durante la preparazione di una guerra, cioè dove il sultano volesse colpire, diffondevano un numero indefinito di voci false. Queste voci, interagendo fra loro, creavano un rumore di fondo nel quale la soffiata vera si mescolava, si confondeva. A Roma, a Firenze, a Venezia, a Napoli arrivavano storie fantastiche, facilmente malleabili per chi aveva un interesse di parte. Dal 1480 non è cambiato granché, ho pensato. La propaganda di guerra è per definizione la diffusione di falsi ideologici. E si nutre di visioni complottiste del mondo per nascondere verità indistinguibili da ciò che è falso e rendere più complicati i processi decisionali dell’avversario. Abbiamo già accennato alla spy litterature, ma qui siamo un passo oltre. Ora: il tema è che la propaganda – che è costruita per essere credibile, è cioè un costrutto ideologico “well formed”, ed è formattata sul Grande Concept del complottismo – è perfettamente compatibile con tutti i meccanismi di informazione disintermediata, cioè si immerge a meraviglia nell’ecologia liquida del social network. Faccio l’esempio della propaganda di guerra: 1. perché ho a che fare con essa ogni giorno; 2. perché essendo così patentemente pataccata è di più facile lettura. Ma la cosa avviene in ogni situazione in cui vi siano due o più parti in competizione – vedi il sì e no al referendum costituzionale. Mi chiedo, addirittura, se la propaganda di guerra non sia il prototipo narrativo del complottismo. In fondo ogni complottismo, o quasi, sottintende una presa di posizione forte, un “siamo in guerra”, ogni complottismo fornisce un’argomentazione in qualcosa che è rappresentabile come una “guerra di parole”, una dialettica conflittuale, spiegando bene il fatto che in una discussione con un complottista si proceda per argomentazioni e non per fatti.

Anatole. Verissimo, non è un caso che questa immagine, confezionata in maniera piuttosto sofisticata, con precisa intenzione di mantenere un registro low-fi caratteristico di tutti i populismi correnti, dal blog di Grillo a Breitbart News, è frequentemente associata al temone da film di guerra, al quale ci fa schifo anche solo accennare (cioè il referendum demmerda che izzio lo fulmini):

 

brunetta

 

Sarebbe: «volete votare una riforma costituzionale fatta da staggente, che scambia la Moglie di Brunetta per un algoritmo e invece è una tanta brava ragazza? Vogliono mettere il bavaglio al webbe perché sono nemici della libertà!». E funziona bene perché accanto hai tutti i nomi, dalla responsabile comunicazione PD, ai più attivi antagonisti webbe del Movimento Cinquestelle. C’è una guerra in corso, o almeno così ci si vuol far credere, come nel caso della presunta Crociata contro l’ISIS, che ha il perfetto complemento speculare nella propagandistica ISIS, la quale ti chiama «Crociati» gli occidentali in Medio Oriente. La verità è che non c’è nessuna guerra, che nessuno vince o perde granché, ma il clima che si crea alzando la temperatura dello scontro sul webbe è sufficiente a determinare un ecosistema sopportabile ai prosumer del telefonone, che in una situazione a bassa tensione tornerebbero a rompersi il cazzo appresso alla loro vita quotidiana. Si torna, se vuoi, al problema-chiave che si provava a descrivere illustrando ideale e realtà della microborghesia grillina. Sei un impiegato delle poste o una cassiera, la crisi ti ha riportato ad una dimensione di subalternità sociale, culturale e morale, dalla quale la proiezione ideale del berlusconismo ti aveva distratto? La tua racchetta di Decathlon appare nella sua patetica realtà di oggetto da ventisei euro e non ti senti più Federer o la Sciarapova? Che ti lascino almeno insultare chi cazzo ti pare sul webbe, ‘ste maledette élite liberal colluse con la finanza internazionale. Il loro è un complotto per imbavagliarci, per farci sentire inferiori e ricacciarci nell’anonimato. Ed è qui che le autopromosse élite renziane, sottosegretari ministeriali e giornalisti della Kasta, anch’esse in guerra contro un paese disfunzionale e poco efficiente, fanno praticamente la stessa cosa, giuocando al disvelamento del complottismo, che diventa complottismo a sua volta, cosicché il movimento complottista, quello delle scie chimiche e dei vaccini autistici, finisce per smascherare gli smascheratori di complotti, in una circuitazione ermeneutica senza fine. Al centro di tutto ciò emerge questa meravigliosa figura di Tommasa Giovannoni Ottaviani, detta Titti, il vero ghost in the machine, che sminchia la teoria dell’algoritmo, facendo saltare gli schemi, come quelle forme di vita emergenti descritte da William Gibson in Neuromancer, i loa della rete, costrutti mitologici che vivono di vita propria dentro un sistema automatizzato.

Lorenzo. Definitiva, su questo, è l’intervista di Jacoboni a Walter Quattrociocchi, lo scienziato di Misinformation, libro che ho più volte citato in queste nostre conversazioni. Iacoboni il 17 novembre è già tutto lanciato sull’impacchettamento del complottone grillino fatto di algoritmi e comportamenti bot sui profili twitter. Titola: “Cyber propaganda pro M5S, Quattrociocchi: ‘Anche da noi architetture organizzate sul web’”, lasciando intendere inequivocabilmente che Quattrociocchi parlerà di questa cosa qua. Invece Quattrociocchi parla di tutt’altra cosa, essendo uno scienziato. Cioè spiega in forma molto puntuale ciò che dicevo prima sulle propagande, che si attaccano ai complotti, citando specialmente i russi. Quattrociocchi non studia “come falsa informazione, propaganda e black propaganda, e non di rado calunnie, diffamazioni seriali e veri e propri reati, stanno inquinando pesantemente lo spazio pubblico. Anche nelle democrazie”. Se Iacoboni avesse letto il libro saprebbe che, invece, Quattrociocchi studia i comportamenti umani nei social network, le echo chambers e il confirmation bias al di là dei contenuti veicolati. Non a caso il suo studio principale prende in considerazione un’ecologia complottista da una parte e una ecologia “scientista” dall’altra. Quattrociocchi fa degli esempi molto intelligenti, spiega molto bene la differenza che passa fra lo spontaneo montare di monnezza – un qualcosa che surfa il web al grido di “mecojoni!” – che spesso ha anche scopi economici (si veda il paesino della Macedonia, citato da Quattrociocchi, in cui nascono alcuni fra i siti più cliccati dai trumpisti, o anche la vicenda del ragazzino che scriveva bufale razzistissime pe fa du spicci, poi circuitato dai razzisti) e l’ingegnerizzazione di questa monnezza, cioè l’uso propagandistico che ne fa un Trump (o un Salvini nel caso delle bufale razziste). Quattrociocchi definisce Cernovich – l’ingegnerizzatore di Trump che abbiamo citato qualche puntata fa – “un genio”, ed effettivamente se lo paragoniamo a Iacoboni possiamo anche noi tranquillamente definirlo così. Per quest’ultimo le parole dello scienziato confermavano una cosa che invece non c’era: Iacoboni dimostrava, senza saperlo, gli studi di Quattrociocchi sul confirmation bias. E fra l’altro, come dimostra quella pagina che hai messo, c’era una echo chamber già pronta ad accogliere la non-notizia. Ultima ironia: è molto probabile, stante tutto questo, che – come in principio sottolinea Quattrociocchi stesso – qualcuno in questo preciso momento stia ingegnerizzando a scopo propagandistico. Cioè: questa roba c’è eccome, ma siamo certi che non sarà Iacoboni a svelarcene i contorni.

Anatole. A meno che….

Lorenzo. A meno che?

Anatole. A meno che lui in realtà non sia un grillino che ha fatto tutto questo per screditare il PD e vincere le elezioni

Lorenzo. [sotto al tavolo dal ridere]

Anatole. Va bene, oggi finisce così. Da domani si parte con l’altro temone, che qui abbiamo solo lambito ma è fondamentale.

Lorenzo. Va bene. Ripartiamo dalla guerra di parole e dalla distanza dai fatti.

Anatole. Ok, featuring Leosini, Sciarelli e Boldrini.

Lorenzo. E l’immancabile ISIS

Anatole. Esatto. Buona serata.

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One Response to Da «sticazzi…» a «mecojoni!»: lo spoof del complottismo e il ghost in the machine

  1. […] e palllone sbagliato collegato alla riflessione sulla “guerrra di parole” che facciamo in “Da «sticazzi…» a «mecojoni!»”. A questo punto è necessario citare Vincenzo Marino e il suo “Bomberismo, troll e capre: ho […]

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